Il presidente della fame

Redazione 22 aprile 2017 1
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Il presidente della fame

Di John Feffer

21 aprile 2017

Una morte è una tragedia; in milione di morti è una statistica.

La citazione viene da Stalin. La politica viene da Donald Trump.

Trump, notoriamente, ha cambiato la sua politica riguardo alla Siria dopo aver visto delle fotografie di un paio di bambini siriani uccisi da un attacco chimico. Non importava che il governo siriano avesse già ucciso migliaia di bambini. Nel prendere di mira il regime di Assad, Trump si è commosso per la tragedia, non per le statistiche.

Quando si tratta  della fame del mondo, l’opposizione di Trump alle statistiche è ancora più scioccante. Ci sono ora 1,4 milioni di bambini che rischiano di morire per la carestia. Nessuno, evidentemente, ha mostrato a Donald Trump o a sua figlia Ivanka, nessuna fotografia di questi bambini a rischio. E quindi il presidente degli Stati Uniti sta comodamente ignorando le statistiche.

A causa di un insieme di condizioni metereologiche e di conflitti militari, che sono  i due cavalieri dell’apocalisse del 21° secolo, 20 milioni di persone sono sull’orlo della fame in quattro paesi: Yemen, Somalia,  Sudan del Sud e Nigeria. E’ la peggior crisi umanitaria fin dalla Seconda Guerra mondiale, secondo un alto funzionario dell’ONU. Come risposta, l’ONU ha presentato una richiesta di 4,4 miliardi di dollari per aiuti nelle emergenze, per evitare la catastrofe.

Fino a metà aprile, l’ONU non ha ricevuto neanche un miliardo.

A prima vista, gli Stati Uniti ne vengono fuori abbastanza bene in termini di contributi. Sono in cima alla lista dei donatori con 407 milioni di dollari (seguiti da vari paesi dell’UE, da Canada, Giappone, e anche 60 milioni di dollari di sottoscrizioni private).

Si viene, però a sapere, che tutti i contributi in denaro offerti quest’anno da Washington, provengono da uno stanziamento fatto durante l’amministrazione Obama. L’anno scorso, infatti, gli Stati Uniti hanno fornito il 28% di aiuti a quei quattro paesi.

Questo anno USAID* (United States Agency for International Development – Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) non ha aggiunto nulla per soddisfare l’appello, cosa che non sorprende. Nella richiesta di bilancio di Trump, USAID. Dopo tutto, Donald Trump ha dichiarato che gli aiuti ai paesi stranieri sono un gioco a somma zero: quello che non va a loro può andare a noi. “L’America per prima” significa che proteggiamo per prime le nostre cose.

Tranne il fatto che Trump non sta donando nulla ai più bisognosi in patria. Il nostro presidente miliardario sta anche minacciando di togliere l’assistenza sanitaria a milioni di americani. Il bilancio federale che ha proposto ridurrebbe moltissimo i programmi per i lavoratori poveri, come quello delle abitazioni a prezzi accessibili.

La dottrina di Trump, per modo di dire, consiste realmente nel togliere ai poveri e nel dare ai ricchi.

L’approccio di Trump di “L’America per prima”, è quindi una truffa miope, crudele e, in sostanza, controproducente. A meno che Trump non capovolga la sua opposizione agi aiuti ai paesi stranieri, passerà alla storia non soltanto come il Presidente golfista per corrispondenza, o il Presidente Clown Folle.

Sarà per sempre conosciuto come il Presidente della Fame.

Carestia  a spettro completo

Lo Yemen è stato in una situazione precaria per un certo tempo. E’ un posto terribilmente secca dove morivano 4.000 persone all’anno in contese per la terra e l’acqua anche prima dello scoppio  delle attuali ostilità.

Nel 2014, un movimento politico-religioso sciita, noto come movimento degli Houthi ha accumunato il proprio destino a quello del leader rimosso, Ali Abdullah Saleh, un politico corrotto che aveva governato per 30 anni prima di perdere la sua carica durante le proteste della Primavera Araba che dilagarono in tutto lo Yemen nel 2011. Insieme si sono impadroniti della capitale  e si sono precipitati verso sud per espellere il governo dell’ex comandante militare Abrabbuh Mansour Hadi, che si era nascosto nella città portuale di Aden.

E’ stato allora che è intervenuta l’Arabia Saudita dalla parte di Hadi e contro gli Houthi. Gli Stati Uniti hanno aiutato i Sauditi fin dall’inizio, inviando armi e fornendo intelligence. Gli Stati Uniti hanno anche aiutato a fare rifornimento di carburante ai bombardieri che hanno sempre di più preso di mira i siti civili  come scuole e ospedali.

Fa tutto parte di una più ampia lotta nella zona tra i Sauditi e  i loro alleati sunniti da una parte, e l’Iran e i suoi alleati sciiti dall’altra, anche se l’Iran nega di avere molto a che fare con la lotta Houthi. L’amministrazione Trump ha soltanto alzato la posta in gioco ripristinando le vendite di armi all’Arabia Saudita che erano state sospese dall’amministrazione Obama e si allineata ancora più vicino agli sforzi bellici di Riyadh.

La guerra ha spinto lo Yemen oltre il limite. Le zone dove sono avvenuti la maggior parte dei combattimenti – Taiz e Hodeidah – si trovano, cosa non sorprendente – dove il rischio di carestia è maggiore. Entrambe le parti sono da incolpare, dice Mark Kaye di Save the Children nello Yemen:

Questa crisi sta accadendo perché il cibo e le provviste non possono entrare nel paese. Lo Yemen era del tutto dipendente dalle importazioni di cibo, medicine, e combustibile prima di questa crisi. C’è un partito che rimanda e che impedisce pesantemente che il cibo entri nel paese, e un altro sul terreno che trattiene i volontari o che impedisce che gli aiuti e il cibo arrivino nelle zone dove non vogliono che arrivi.

Naturalmente non ha molto senso mandare cibo e acqua alle persone, soltanto per trasformarle in vittime nutrite meglio nel attuale conflitto. Inoltre il conflitto non mostra alcun segno di affievolimento con gli Houthi che governano nella capitale e i sostenitori di Hadi, appoggiati dai Sauditi che hanno soltanto un debole controllo delle zone meridionali. Anche le divisioni geografiche e settarie che rendono il conflitto più complicato di Houthi contro Hadi, rendono un accordo di pace  quel tanto più sfuggente.

Dei quattro paesi a rischio di carestia, lo Yemen è il luogo dove gli Stati Uniti hanno forse la più grande probabilità di fare la differenza. Possono smettere di appoggiare gli sforzi bellici sauditi. Possono iniziare  a ridurre  i loro attacchi con i droni in Yemen. Possono appoggiare il processo di pace dell’ONU.

Anche soltanto fare un passo indietro  dal conflitto – una cosa che Donald Trump sembrava preferire durante la campagna elettorale come approccio generale a qualsiasi conflitto che non implichi lo Stato Islamico – priverebbe la guerra in corso in Yemen di parte di quell’ossigeno che la fa proseguire.

Cambiamento del clima e carestia

Molto tempo fa, il Pentagono ha compreso che il cambiamento del clima stava diventando un elemento fondamentale del conflitto in tutto il mondo. Se c’è qualcuno che può persuadere Donald Trump che il cambiamento del clima è reale, non saranno gli ambientalisti. Saranno persone con un sacco di medaglie sul petto, persone che sanno meglio di chiunque altro che non si può bombardare la carestia per farla allontanare.

I generali potrebbero iniziare con Trump  una discussione sul cambiamento del clima

parlando di quello che sta accadendo attualmente in Africa. I tre paesi in allerta carestia – Sud Sudan, Somalia e Nigeria – fanno fronte a un conflitto militare endemico. In passato sono state vulnerabili alla carestia. E il cambiamento del clima li sta spingendo ancora più vicino al punto di rottura.

Considerate l’esempio della Somalia che ha sperimentato che nel 2011 ha sperimentato l’ultima carestia. I Somali dipendono dall’agricoltura e dal bestiame. Anche il più modesto aumento della temperatura fa perdere l’equilibrio all’ecosistema.

“Sta aumentando la consapevolezza tra i Somali stessi circa il cambiamento del clima. Le comunità di tutto il paese hanno osservato notevoli cambiamenti nella temperatura e nelle precipitazioni, anche se la maggior parte di queste le attribuiscono a una punizione divina per gli errori del genere umano,” scrive Halae Fuller in un    una documento del Centro Stimson del 2011. “Gli agricoltori e i mandriani africani si sono adattati con notevole flessibilità alle condizioni ambientali in via di cambiamento. Quando, però viene a mancare l’ingegnosità individuale, la Somalia manca delle istituzioni e della struttura di governo necessaria a proteggere la sua popolazione dall’accresciuta precarietà alimentare.”

Una popolazione crescente e una base di risorse che si va restringendo, sono una ricetta per il disastro in qualsiasi circostanza.   Due periodi di siccità nel 2016 e ora quasi metà della popolazione somala ha necessità di un sostegno alimentare d’emergenza.

Il fallimento della comunità internazionale – in particolare degli Stati Uniti –di aiutare coloro che sono disperatamente bisognosi in Somalia, in Sudan del Sud e in Nigeria, potrebbero diventare un potente strumento di reclutamento per le organizzazioni terroriste anti-occidentali. Come minimo, l’aumentata competizione per le risorse limitate, intensificherà le tensioni politiche e settarie già esistenti.

L’amministrazione Trump potrebbe continuare a distogliere lo sguardo dalla carestia. Potrebbe continuare a negare l’impatto del cambiamento di clima sul mono reale. E potrebbe insistere che gli attacchi con i droni dall’alto sono l’unico modo di affrontare i terroristi sul terreno. Non sarà, però, in grado di fingere a lungo che questi problemi non toccheranno fondamentalmente gli Stati Uniti. Il numero crescente di rifugiati che si riversa da questi paesi e la rabbia crescente di coloro che percepiscono di essere stati abbandonati dall’Occidente, subirà necessariamente un contraccolpo sull’ultima superpotenza esistente.

Circa questo problema del sollievo dalla fame, l’amministrazione Trump può ancora cambiare la sua posizione. Proprio adesso, sta vivendo  del  capitale politico e della destinazione dei fondi del bilancio dell’amministrazione Obama. Questi molto presto si esauriranno.

Se l’umanitarismo non riesce a persuadere  Trump, forse la geopolitica  nuda e cruda potrebbe servire allo scopo.

Fatto significativo, su quella lista di donatori che hanno risposto all’appello, un paese è visibilmente assente:  la Cina. Nell’era di Trump, la Cina è stata molto  esplicita circa il suo desiderio di essere un attore più prominente sul palcoscenico mondiale. Ma ecco il monito: pagare per partecipare. Se la Cina vuole farsi carico di responsabilità globali, deve cominciare prestando attenzione alle persone più vulnerabili del mondo.

Nel frattempo, mentre la Cina considera i costi della leadership globale, gli Stati Uniti hanno ancora una possibilità, dando un contributo clamoroso e significativo agli aiuti per la carestia, a riguadagnare una certa porzione della sua condizione di leader globale in un ambito che realmente significa qualcosa per milioni di persone.

Se non lo farà, Trump avrà ancora un paio di tragedie sulle sue mani. Si troverà di fronte a  una statistica davvero molto incriminante.

John Feffer è direttore di Foreign Policy In Focus.

Nella foto: la carestia in Somalia

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-hunger-president

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 22 aprile 2017 alle 18:50 -

    Ammesso che Trump abbia la capacità di percepire una statistica incriminante, qualora ciò fosse anche parzialmente possibile egli se ne infischierebbe come qualunque essere umano grossolanamente ignorante come lui

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