Il nuovo autoritarismo – Seconda parte

Print Friendly

Il nuovo autoritarismo – Seconda parte

Di Henry A. Giroux

13 aprile 2017

Quali sono i collegamenti tra il neoliberalismo e la comparsa del neo-autoritarismo?

Negli scorsi 40 anni, il neoliberalismo ha funzionato in maniera aggressiva come progetto economico, politico e sociale designato a consolidare la ricchezza e il potere nelle mani dei più ricchi della classe denominata 1%. Funziona attraverso registri multipli come ideologia, modalità di governance, macchina per le scelte politiche di fondo  e forma velenosa di pedagogia pubblica. In quanto ideologia, considera il mercato come il principio primario che organizza la società, accettando allo stesso tempo la privatizzazione, la  commercializzazione e la deregolamentazione  in quanto fondamentali per l’organizzazione della politica e della vita quotidiana. Come modalità di governo, produce soggetti devoti al proprio interesse e a un individualismo sfrenato, contemporaneamente normalizzando la concorrenza da squali, il punto di vista che la disuguaglianza fa ovviamente parte dell’ordine naturale, e che il consumo è l’unico valido dovere dei cittadini. In quanto macchina politica permette al denaro di guidare la politica, svende le funzioni statali, indebolisce i sindacati, sostituisce lo stato sociale con lo stato belligerante e cerca di eliminare le misure sociali espandendo allo stesso tempo e sempre di più la portata    dello stato di polizia tramite la criminalizzazione continua dei problemi sociali. Come forma di pedagogia pubblica, dichiara guerra ai pubblici valori, al pensiero critico e a tutte le forme di solidarietà che comprendono nozioni di collaborazione, di responsabilità sociale e di bene comune.

Il neoliberalismo ha creato il panorama politico, sociale e pedagogico che ha accelerato le tendenze antidemocratiche per creare le condizioni per un nuovo autoritarismo negli Stati Uniti. Ha creato una società governata dalla paura, ha imposto enormi difficoltà   e colossali disuguaglianze che beneficiano i ricchi tramite politiche di austerità, ha eroso la cultura civica e formativa necessaria per produrre cittadini informati in maniera critica, e ha distrutto qualsiasi senso di cittadinanza condivisa. Allo stesso tempo, il neoliberalismo ha accelerato una cultura del consumo, di sensazionalismo, di shock e di violenza spettacolarizzata che produce non soltanto un diffuso panorama di competizione incontrollata, di mercificazione e di volgarità, ma anche una società in cui l’azione è militarizzata, resa infantile e depoliticizzata.

Nuove tecnologie che potrebbero far avanzare le piattaforme sociali sono state usate da gruppi, come il movimento Black Lives Matter (Le vite nere contano), e quando sono abbinate allo sviluppo dei media critici online, per educare e per far progredire

un’agenda radicalmente democratica, hanno aperto nuovi spazi di pedagogia pubblica e di resistenza. Allo stesso tempo, il panorama delle nuove tecnologie e i media sociali convenzionali, operano nell’ambito dei un potente ecosistema neoliberale che esercita un’influenza eccessiva nell’accrescere il narcisismo, l’isolamento, l’ansia e la solitudine. Individualizzando tutti i problemi sociali in aggiunta all’elevare la responsabilità individuale all’ideale più alto, il neoliberalismo ha smantellato i ponti tra la vita privata e quella pubblica rendendo quasi impossibile tradurre i problemi privati in più ampie considerazioni sistemiche. Il neoliberalismo ha creato le condizioni per la trasformazione di una democrazia liberale in uno stato fascista, creando le fondamenta non soltanto per il controllo delle istituzioni di comando da parte dell’élite finanziaria, ma anche eliminando le protezioni civili, personali e politiche offerte agli individui in una società libera. Se l’autoritarismo nelle sue varie forme mira alla distruzione dell’ordine democratico liberale, il neoliberalismo fornisce le condizioni perché accada quella devastante trasformazione, creando una società alla deriva nell’estrema violenza, crudeltà e disprezzo per la democrazia. L’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti conferma semplicemente che le possibilità dell’autoritarismo incombono su di noi e hanno ceduto il passo a una forma più estrema e totalitaria di tardo capitalismo.

Secondo lei, quale ruolo hanno svolto le istituzioni educative, come le università,

nella società statunitense?

Idealmente, le istituzioni educative, come l’istruzione superiore, dovrebbero essere intese come sfere pubbliche democratiche, come spazi in cui l’istruzione mette in grado gli studenti di sviluppare un appassionato senso della giustizia economica, di approfondire il senso di azione  morale e politica, di utilizzare abilità critiche di analisi e di coltivare un’alfabetizzazione civica tramite la quale imparino a rispettare i diritti e le prospettive di altri. In questo caso, l’istruzione superiore dovrebbe mostrare nelle sue politiche e pratiche la responsabilità non soltanto di cercare la verità indipendentemente da dove possa portare, ma anche di educare gli studenti a rendere l’autorità e il potere politicamente e moralmente responsabili, sostenendo, allo stesso tempo, una cultura pubblica formativa e democratica. Purtroppo, l’ideale è in contrasto con la realtà, specialmente fin dagli anni ’60 quando un’ondata di lotte studentesche fatte per democratizzare l’università e renderla più inclusiva, mobilitò un attacco sistematico e coordinato all’università in quanto presunto centro di pensiero radicale e liberale. I conservatori cominciarono a concentrarsi sul modo in cui cambiare la missione dell’università così da portarla in linea con i principi del libero mercato, allo stesso tempo limitando l’ammissione delle minoranze. Le prove di tale attacco coordinato erano ovvie nelle dichiarazioni preseti nel rapporto della Commissione Trilaterale e in seguito nel Memoriale Powell che dichiarava che i sostenitori del libero mercato dovevano usare il loro potere e il loro denaro per  ripigliare l’istruzione superiore agli studenti estremisti e agli eccessi della democrazia. Entrambi i rapporti, in modi diversi, chiarivano che le tendenze democratizzanti degli anni ’60 dovevano essere ridimensionate e che i conservatori dovevano difendere il mondo economico usando la loro ricchezza e il loro potere per mettere fine a un eccesso di democrazia, specialmente in quelle istituzioni  educative che erano responsabile dello “indottrinamento dei giovani,” cosa che consideravano una preoccupante minaccia al capitalismo. Però, la più grossa minaccia all’istruzione superiore arrivava dalla crescente influenza del neoliberalismo alla fine degli anni ’70 e della sua assunzione di potere con l’elezione di Ronald Reagan negli anni ’80.

Durante il regime del neoliberalismo negli Stati Uniti e in tanti altri paesi, molti dei problemi che ha di fronte l’istruzione superiore, possono essere collegati a modelli   di finanziamento, al dominio di queste istituzioni tramite i meccanismi di mercato, la nascita di college con scopo di lucro, la nascita di scuole private sovvenzionate, l’intrusione dello stato di sicurezza nazionale, e la lenta fine dell’autogoverno di facoltà, tutte cose che deridono proprio il significato della missione dell’università in quanto sfera pubblica democratica. Con l’attacco violento alle misure neoliberali di austerità, la missione dell’istruzione superiore si è trasformata da educazione dei cittadini ad addestramento degli studenti  per forza lavoro. Allo stesso tempo, la cultura di impresa ha sostituito qualsiasi traccia di governo democratico e le facoltà si sono ridotte a umilianti pratiche lavorative in cui gli studenti vengono considerati principalmente come clienti. Invece di ampliare l’immaginazione morale e le capacità critiche degli studenti, troppe università , si dedicano ora  a produrre  aspiranti   gestori di fondi speculativi e lavoratori non più politicizzati, e a creare modi di istruzione che promuovono una “docilità addestrata tecnicamente.” A corto di denaro e sempre più  circoscritte nella lingua della cultura di impresa, molte università sono ora guidate principalmente da considerazioni  attitudinali, militari ed economiche e allo stesso tempo tolgono sempre di più la produzione di conoscenza accademica ai valori e ai progetti democratici. L’ideale dell’istruzione pubblica di essere un ambito dove pensare, promuovere il dialogo e imparare il modo in cui si ritiene  responsabile il potere , è considerato una minaccia per i modi neoliberali di governo. Allo stesso tempo, l’istruzione è considerata dagli apostoli del fondamentalismo del mercato uno spazio per produrre profitti e istruire una forza lavoro supina e timorosa che dimostrerà l’obbedienza richiesta dall’ordine aziendale.

Lei ha anche scritto riguardo alla necessità e alle possibilità di organizzare forze di opposizione e di cambiamento durante la presidenza Trump. In particolare, ha messo in evidenza l’importanza di ampliare i contatti tra i diversi movimenti sociali. Quali sono i gruppi che secondo lei potrebbero lavorare insieme all’interno degli Stati Uniti?

I movimenti monotematici hanno fatto molto per diffondere i principi di giustizia, uguaglianza e di integrazione negli Stati Uniti, ma spesso operano in “torri” ideologiche e politiche. La sinistra e i progressisti, nel loro insieme, hanno necessità di creare un movimento sociale unito nella difesa della democrazia radicale, nel rifiuto delle forme non democratiche do governo, e nel rifiuto dell’idea che  capitalismo e democrazia sono sinonimi. C’è la necessità di unire insieme i diversi elementi della sinistra, in modo da sostenere i movimenti monotematici e anche di riconoscere i loro limiti quando si affrontano le innumerevoli dimensioni dell’oppressione politica, particolarmente dato che l’organizzazione e la razionalità del neoliberalismo ora funzionano per governare tutta la vita sociale.

E’ fondamentale riconoscere che, data la “presa”  che ha il neoliberalismo sulla politica americana e lo spostamento del neofascismo dai margini al centro del potere, è fondamentale che i progressisti e la sinistra si uniscano in quelli che John Bellamy Foster ha definito i loro sforzi per “creare un potente movimento anti-capitalista dal basso, che rappresenta una soluzione del tutto diversa che mira a un cambiamento strutturale che farà epoca.”

Che cosa ne pensa della vecchia idea dell’internazionalismo? E’ meglio dedicare degli sforzi per avanzare nel fronte nazionale o a cercare di costruire alleanze tra i movimenti sociali e le forze politiche di paesi diversi in un processo più lungo? Entrambi gli approcci si possono unire?

In politica non esiste più un “fuori”. Il potere è globale e i suoi effetti toccano tutti, a prescindere dai confini nazionali e dalle lotte locali. Le minacce di guerra nucleare, di distruzione ambientale, di terrorismo, di crisi dei rifugiati, di militarismo e delle appropriazioni predatorie delle risorse, dei profitti e del capitale da parte dell’élite globale governante, indica che la politica deve essere condotta a livello internazionale per creare movimenti di opposizione che possano imparare l’uno dall’altro e sostenersi a vicenda. Dobbiamo creare un nuovo tipo di politica che tratti la portata globale del potere e il crescente potenziale sia per la distruzione di massa che per la resistenza globale di massa. Questo non significa rinunciare alla politica locale e nazionale. Al contrario: significa unire i puntini in modo che i collegamenti tra la politica locale e la politica statale possano essere capite nell’ambito della logica di più ampie forze locali e degli interessi che li determinano.

Un’altra idea fondamentale che lei sta promuovendo, è che i movimenti progressisti devono anche accogliere coloro che sono arrabbiati per i sistemi politici ed economici esistenti, ma che mancano di un quadro critico di riferimento per comprendere le condizioni della loro rabbia. Potrebbe descrivere brevemente la sua comprensione di un concetto che è così importante nel suo lavoro, come la pedagogia critica?

Seguendo dei teorici come Paulo Freire, Antonio Gramsci, C. Wright Mills, Raymond Williams and Cornelius Castoriadis,  ho messo al centro del mio lavoro la consapevolezza che la crisi della democrazia non riguardava soltanto il dominio economico o la repressione totale, ma implicava anche la crisi della pedagogia e dell’istruzione. Il defunto Pierre Bourdieu aveva ragione quando affermava, nel suo libro Acts of Resistence, che la sinistra ha troppo spesso “sottovalutato le dimensioni simboliche e pedagogiche della lotta e non ha sempre forgiato le armi appropriate per combattere su questo fronte.” Ha anche affermato che “gli intellettuali di sinistra devono riconoscere che le forme più importanti di dominio non sono soltanto economiche, ma anche intellettuali e pedagogiche e stanno dalla parte della convinzione e della persuasione. E’ importante riconoscere che gli intellettuali hanno l’enorme responsabilità di contestare questa forma di dominio.” Questi sono importanti interventi pedagogici e implicano che la pedagogia critica nel suo senso più vasto fornisce le condizioni, gli ideali e le pratiche necessarie per poterci assumere le responsabilità che abbiamo come cittadini, di rivelare la miseria umana e di eliminare le conseguenze che la producono.

La pedagogia tratta del cambiamento della consapevolezza e dello sviluppo dei discorsi e dei modi delle rappresentazioni in cui le persone possono riconoscere loro se stesse e i loro problemi. Ci mette in grado di investire in una lotta sia individuale che collettiva. Argomenti di responsabilità, di azione sociale e di intervento politico, non si sviluppano semplicemente dalla critica sociale, ma anche da forme di auto-riflessione, di analisi critica e di impegno comunicativo. In breve, qualsiasi progetto democratico radicale deve incorporare la necessità che gli intellettuali e altri si dedichino alla pedagogia critica non soltanto come modo di speranza ragionata e di elemento fondamentale di un progetto educativo insurrezionale, ma anche come pratica che affronti la possibilità di interpretazione come forma di intervento nel mondo.

E’ fondamentale riconoscere che qualsiasi approccio fattibile a una politica democraticamente ispirata deve accogliere la sfida di mettere in grado le persone di riconoscere e di investire qualcosa di loro stesse nel linguaggio, nelle descrizioni, nell’ideologia, nei valori e nelle sensibilità usate dalla sinistra e da altri progressisti. Questo significa assumersi il compito di fare qualcosa di significativo per renderlo critico e trasformativo. Ugualmente importante è la necessità di dare alle persone la conoscenza e le abilità di comprendere il modo in cui i problemi privati e quotidiani si collegano a strutture più ampie. Come ha osservato Stuart Hall: “Non si può soltanto dipendere dalla logica strutturale che è alla base. Si pensa quindi a che cosa è probabile che risvegli l’identificazione. Non esiste politica senza identificazione. Le persone devono investire qualcosa di loro stesse, qualcosa che riconoscono gli appartenga o che attesti la loro condizione; senza quel momento di identificazione …non si avrà un movimento politico.”

La pedagogia critica non può né essere ridotta a un metodo e non è non direttiva *, come una  conversazione spontanea con amici davanti a tazza di caffè.  Come nel caso degli intellettuali pubblici,  l’autorità deve essere riconfigurata non come un modo per soffocare la curiosità e attenuare l’immaginazione, ma come una piattaforma che fornisce le condizioni per cui gli studenti  apprendano le conoscenze, le abilità, i valori e le relazioni sociali che accrescono le loro capacità di assumere l’autorità rispetto alle forze che modellano la loro vita sia dentro che fuori della scuola. Per anni ho sostenuto che la pedagogia critica deve essere pronta a dedicarsi al potenziale democratico del modo in cui l’esperienza, la conoscenza e il potere vengono modellate, sia nelle aule che in più ampie sfere pubbliche e in apparati culturali, estendendosi dai media sociali e da internet alla cultura cinematografica e ai media critici e convenzionali. In questo senso, la pedagogia critica e la stessa istruzione devono diventare sia essenziali per la politica che legati al recupero della memoria storica, all’abolizione delle ingiustizie esistenti. Qui c’è in gioco una “versione ottimista di democrazia in cui l’esito è una società più giusta, equa che opera per la fine dell’oppressione e della sofferenza di tutti.

Possiamo concludere l’intervista guardando al futuro con un certo ottimismo consapevole. Può spiegarci il concetto di speranza militante?

Qualsiasi contatto con l’attuale momento storico deve essere modellati con un senso di speranza e di possibilità, in modo che gli intellettuali, gli artisti, i lavoratori, gli educatori e i giovani possano immaginare in modo diverso per agire in modo diverso.

Mentre molti paesi sono diventati autoritari e repressivi, ci sono dei segnali che il neoliberalismo nelle sue varie versioni attualmente viene contestato, specialmente dai giovani, e che l’immaginazione sociale è ancora viva. Le patologie del neoliberalismo stanno diventando sempre più ovvie e le contraddizioni tra il governo di pochi e gli imperativi di una democrazia liberale sono diventati sempre più irritanti e visibili. Il vasto supporto a Bernie Sanders, specialmente tra i giovani, è un segno di speranza, come lo è il fatto che molti americani prediligono programmi progressisti, come l’assistenza sanitaria garantita dal governo, la previdenza sociale e tasse più alte per i ricchi.

Affinché la resistenza non scompaia nella nebbia del cinismo, l’urgenza del momento presente richiede di riconoscere che la realtà crudele e dura di una società che trova ripugnanti la giustizia, la moralità e la verità, deve essere ripetutamente contestata o come scusa per ritirarsi dalla vita politica o come crollo di fiducia nella possibilità di cambiamento. Una speranza militante dovrebbe incoraggiare un senso di indignazione morale e la necessità di organizzarsi con grande intensità. Non ci sono vittorie senza lotte. E mentre stiamo forse entrando in un momento storico che si è ribaltato, diventando un autoritarismo senza vergogna, tali momenti sono tanto ottimisti quanto pericolosi. La necessità di questi momenti può stimolare le persone facendole arrivare a  una nuova comprensione del significato e del valore di resistenza politica collettiva.

Ciò che non si può dimenticare è che nessuna società è priva di resistenza, e che la speranza non può mai essere ridotta semplicemente a un’astrazione. La speranza deve essere consapevole, concreta e fattibile. La speranza astratta non è sufficiente. Abbiamo bisogno di una forma di speranza e di pratica militante che si impegni con le forze dell’autoritarismo sul fronte educativo e politico, in modo che diventi un  fondamento per quella che potrebbe essere chiamata speranza in azione, cioè, una nuova forza di resistenza collettiva e un veicolo per la rabbia trasformata in lotta collettiva, un principio per rendere poco convincente la disperazione e possibile la lotta. Nulla cambierà, a meno che le persone comincino a prendere sul serio i fondamenti  culturali e soggettivi profondamente radicati dell’oppressione negli Stati Uniti e che cosa potrebbe richiedere di rendere significativi tali problemi in modi sia personali che collettivi, allo scopo di renderli critici e trasformativi. Questo è  fondamentalmente un interesse pedagogico e anche politico. Come mi ha spiegato  Charles Derber, sapere “come esprimere delle possibilità e trasmetterle in modo autentico persuasivo sembra di importanza fondamentale” se deve esserci una qualsiasi idea di resistenza.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Terapia_non_direttiva

Joan Pedro-Carañana è professore associato al Campus Saint Louis dell’Università di Madrid . Ha un dottorato in comunicazione, cambiamenti sociale e sviluppo  (Università di Madrid Complutense). Joan è stato attivo in una serie di movimenti sociali e si interessa del ruolo dei media, dell’istruzione e della cultura nella trasformazione delle società. 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-new-authoritarianism

Originale: Truthout

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

87286100277470L

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Comprendere i motivi della Corea del Nord Successivo Israele festeggia i 50 anni come paese occupante

One thought on “Il nuovo autoritarismo – Seconda parte

  1. attilio cotroneo il said:

    La visione consumistica della vita ha colpito anche i poveri, per questo il capitalismo è solo l’inizio di un moto di isolamento e competizione e cambiare il paradigma in questione non può prescindere da una soluzione sociologica e filosofica connessa al singolo,

I commenti sono chiusi.