Rendere di nuovo possibile il futuro

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Boaventura de Sousa Santos

Boaventura de Sousa Santos

di Boaventura de Sousa Santos – 12 aprile 2017

Quando guardiamo al passato con gli occhi del presente, troviamo enormi cimiteri di futuri abbandonati, lotte che aprirono nuove possibilità e furono neutralizzate, messe a tacere, distorte, futuri uccisi sul nascere o persino futuri nati morti, situazioni che determinavano la scelta vincente in seguito ascritte al corso della storia. Quei futuri abbandonati sono anche corpi sepolti, spesso corpi dedicati a futuri sbagliati o inutili. Li onoriamo o esecriamo secondo che il futuro cui aspirarono coincida o non con quello che vogliamo per noi. E’ per questo che piangiamo i nostri morti, anche se mai gli stessi morti. A meno che crediamo che esempi recenti comprendano solo attentatori suicidi, martiri per alcuni, terroristi per altri, a Sarajevo nel 2014 si sono tenute due commemorazioni dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie, un evento che avrebbe condotto allo scoppio della prima guerra mondiale, mentre in un quartiere diverso serbi bosniaci festeggiano il loro assassino, Gavrilo Princip, e persino erigevano una statua in suo onore.

Agli inizi del ventunesimo secolo l’idea di futuri abbandonati pari obsoleta, forse tanto quanto il concetto stesso di futuro. Il futuro sembra essersi arrestato nel presente ed essere pronto a fermarsi lì per un periodo indefinito. Novità, sorprese, incertezze si susseguono le une alle altre in modo così futile che tutto il bene e il male che si supponeva accadesse nel futuro sta succedendo proprio ora. Il futuro si è anticipato ed è finito nel presente. La velocità del tempo che scorre è la stessa velocità del tempo che si ferma. La banalizzazione dell’innovazione va di pari passo con la banalizzazione della gloria e dell’orrore. Molti vivono questo con indifferenza. Hanno da tempo rinunciato a influire sul mondo e perciò accettano con rassegnazione il fatto che il mondo influisce su di loro. Sono i cinici, i professionisti dello scetticismo. Tuttavia ci sono due gruppi diversi di persone, molto dissimile per tipo e dimensione, per i quali rinunciare semplicemente non è una possibilità.

Il primo gruppo include la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. La crescita esponenziale della disuguaglianza sociale, la proliferazione di fascismi sociali, fame, precarietà, desertificazione, espulsione da terre ancestrali bramate da imprese multinazionali, guerre irregolari specializzate nell’uccidere popolazioni civili innocenti, tutto questo significa che una parte sempre più vasta della popolazione mondiale si sta oggi concentrando sul domani, invece di guardare al futuro. Oggi sono vivi, ma non sanno se saranno vivi domani; oggi hanno un lavoro, ma non sanno se ce l’avranno domani. Il domani immediato è lo specchio in cui il futuro non ama guardare, perché l’immagine che riflette è l’immagine di un futuro mediocre, banale, non ispiratore. Queste grandi popolazioni chiedono così poco al futuro che non sono preparate a gestirlo.

Il secondo gruppo è tanto minoritario quanto è potente. Si considera realizzatore del futuro, definitore e controllore del futuro indefinitamente ed esclusivamente in modo che non ci sia alcuna possibilità di un futuro alternativo. Questo gruppo è costituito da due fondamentalismi. Si tratta di fondamentalisti perché si basano su verità assolute, rifiutano il dissenso e ritengono che il fine giustifichi i mezzi. Questi due fondamentalismi sono il neoliberismo, controllato dai mercati finanziari, e il Daesh, i jihadisti radicali che si proclamano islamici. Anche se estremamente diversi, persino opposti, questi due gruppi in effetti condividono tratti comuni. Entrambi si basano su verità assolute che non tollerano dissenso politico, che si tratti della fede scientifica nella priorità degli interessi degli investitori e della legittimità dell’accumulazione infinita di ricchezza che essa consente, oppure della fede religiosa nella dottrina del Califfato, che promette libertà dall’umiliazione e dal dominio occidentali. Entrambi mirano a controllare l’accesso alle risorse naturali più preziose. Entrambi provocano enormi, ingiuste sofferenze, affermando che il fine legittima i mezzi. Per diffondere il loro proselitismo entrambi ricorrono a nuove tecnologie dell’informazione digitale con pari sofisticazione. Il loro radicalismo ha lo stesso carattere e il futuro che proclamano è ugualmente distopico: un futuro indegno dell’umanità.

Un futuro degno è possibile tra i due futuri indegni che ho appena citato: il minimalismo del domani e il massimalismo del fondamentalismo? Penso di sì, anche se la storia dell’ultimo centinaio d’anni raccomanda che affrontiamo questo tema con la dovuta prudenza. Il nostro riferimento non è stato brillante. Il ventesimo secolo è cominciato con due grandi modelli di cambiamento progressista della società, rivoluzione e riformismo, e il ventunesimo secolo comincia con nessuno dei due. Val la pena di ricordare di nuovo la rivoluzione russa, poiché essa radicalizzò la scelta tra i due modelli e le diede consistenza politica pratica. Con la Rivoluzione d’Ottobre divenne chiaro a operai e contadini (o alle classi popolari come le chiameremmo oggi) che c’erano due modi per realizzare un futuro migliore, che si annunciava come post-capitalista, o socialista: o la rivoluzione, che comportava una rottura istituzionale (non necessariamente violenta) con i meccanismi della democrazia rappresentativa, una violazione delle procedure legali e costituzionali e cambiamenti improvvisi, enormi del sistema della proprietà fondiaria oppure il riformismo, che comportava il rispetto delle istituzioni democratiche è un progresso graduale delle rivendicazioni dei lavoratori mentre i processi elettorali divenivano progressivamente più favorevoli a loro. Entrambi i modelli condividevano un unico e identico scopo: il socialismo.

Oggi non mi concentrerò sulle vicissitudini di questa scelta negli ultimi cento anni. Vorrei solo citare brevemente che dopo il fallimento della rivoluzione tedesca (1918-1921) l’idea che il riformismo fosse l’approccio preferito sia in Europa sia negli Stati Uniti (il primo mondo) stava progressivamente guadagnando terreno, mentre il terzo mondo (si noti che il mondo socialista sovietico si era gradualmente stabilito come il secondo mondo) avrebbe seguito o la via rivoluzionaria, come effettivamente accaduto in Cina nel 1948, oppure una qualche combinazione dei due modelli. Nel frattempo, con l’ascesa al potere di Stalin, la rivoluzione russa divenne una dittatura sanguinaria e sacrificò i suoi figli migliori nel nome di una verità assoluta che si imponeva mediante la massima violenza. In altre parole, la scelta rivoluzionaria si trasformò in un fondamentalismo radicale che precedette quelli citati più sopra. A sua volta, mentre il terzo mondo si liberava dal colonialismo, divenne gradualmente chiaro che il riformismo non avrebbe mai condotto al socialismo; avrebbe, al meglio, potuto portare a un capitalismo dal volto umano, come quello che stava emergendo in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Il Movimento dei Non-Allineati (1955-1961) proclamò la sua intenzione di rigettare sia il socialismo sovietico sia il capitalismo occidentale.

Per motivi che ho avuto l’occasione di discutere nel mio ultimo articolo, entrambi i modelli di trasformazione sociale sono crollati con la caduta del Muro di Berlino. La rivoluzione è divenuta un fondamentalismo screditato, obsoleto che è crollato sulle sue stesse fondamenta. Il riformismo democratico, d’altro canto, ha gradualmente perso la sua spinta riformista e con essa la sua densità democratica. Il riformismo è divenuto la parola d’ordine di una lotta disperata per conservare i diritti delle classi popolari (istruzione e sanità pubbliche, infrastrutture e beni pubblici, quali l’acqua) che erano stati acquisiti durante il periodo precedente. Il riformismo è così lentamente languito fino a diventare un’entità squallida, sfigurata, riconfigurata dal fondamentalismo neoliberista mediante un lifting facciale e a essere trasformato nel modello unico della democrazia d’esportazione, cioè la democrazia liberale convertita in uno strumento d’imperialismo con il diritto d’intervenire in paesi nemici o non civilizzati e di distruggerli nel nome di questo trofeo molto ambito. Tuttavia, quando assegnato, il trofeo mostra i suoi veri colori: rovina illuminata dal neon, trasportata nella stiva di bombardieri militari o finanziari (aggiustamenti strutturali), questi ultimi pilotati dai dirigenti della Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

Nella condizione presente di questo percorso, la rivoluzione è divenuta un fondamentalismo simile al massimalismo dei fondamentalismi attuali mentre il riformismo si è deteriorato nel minimalismo della forma di governo la cui precarietà gli impedisce di vedere un futuro oltre il domani immediato. Questi due fallimenti storici sono stati la causa diretta o indiretta della scelta imprigionante in cui viviamo, tra fondamentalismi distopici e domani senza alcun giorno dopo di essi? Più importante che rispondere a questa domanda, è cruciale che sappiamo come uscire da qui, il che è la condizione perché divenga nuovamente possibile il futuro. Offrirò una possibile via d’uscita: se storicamente democrazia e rivoluzione sono state una contro l’altra ed entrambe sono crollate, forse la soluzione sta nel reinventarle in modo che possano coesistere in mutua articolazione. Detto in altri termini, democratizzare la rivoluzione e rivoluzionare la democrazia. Questo sarà l’argomento del mio prossimo articolo.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/making-the-future-possible-again/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “Rendere di nuovo possibile il futuro

  1. attilio cotroneo il said:

    La rivoluzione auspicabile richiede come presupposto la carenza di beni di prima necessità ai danni di una massa critica che ha acquisito consapevolezza del proprio potenziale mediante la prassi e con l’ausilio di una mediazione intellettuale prestata alla causa e disinteressata al potere politico per delega retribuita.
    La democrazia è solo un processo dinamico destinato a morire se si da per assodato