Il referendum turco potrebbe porre fine alla democrazia

Redazione 11 aprile 2017 1
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Il referendum turco potrebbe porre fine alla democrazia  

Di Patrick Cockburn

10 aprile 2017

Nei giorni finali prima che  turchi votino con un referendum il 16 aprile, per decidere se dare o no i poteri dittatoriali al Presidente Recep Tayyip Erdogan e se porre effettivamente fine al governo parlamentare, l’umore in Turchia è propenso a teorie cospiratorie  e a sospetti di complotto stranieri.

Un segno di questo è l’accoglienza data a un tweet che al mittente potrebbe essere sembrato essere eccezionalmente gentile e non-discutibile.  E’ stato inviato in turco e in inglese dall’ambasciatore britannico ad Ankara, Richard Moore, e diceva: “I tulipani a Istanbul annunciano la primavera. Hurrà!” Insieme c’era una foto di una fila di tulipani in fiore davanti al Palazzo Dolmabahce a Istanbul.

Però, per il conduttore di trasmissioni sportive, Ertem Sener, il messaggio aveva un significato molto più minaccioso, secondo il quotidiano Turkish Daily News. Sener ha twittato ai suoi 849.000 follower che le parole intendevano mostrare appoggio al fallito colpo di stato militare del luglio 2016, ed erano di incoraggiamento a chi aveva votato “No” al referendum. “Questo è il modo in cui si sta dando un messaggio alla Turchia,” ha detto Sener. “Stanno dicendo: “Se avessimo prevalso [nel tentativo di colpo di stato], questi tulipani sarebbero fioriti prima. Cane britannico. Questi tulipani sarebbero stati bagnati nel sangue  [dei martiri].”

Richard Moore ha replicato in maniera sprezzante a questa invettiva, twittando in turco: “oh, santo cielo! Chi è questo stupido?”

Sener non è però da solo quando si tratta di denunce isteriche. Nello stesso giorno in cui il conduttore  di trasissioni sportive rivelava il contenuto dell’agenda segreta dell’ambasciata britannica, Erdogan esprimeva i suoi pensieri sull’Europa in un comizio per il referendum nell’Ovest della Turchia. Ha detto che, agli occhi di miliardi di persone, “Oggi l’Europa non è più il centro della democrazia, dei diritti umani e delle libertà, ma è un centro di oppressione, di violenza e di nazismo.”

Ci vuole un bel po’ di coraggio ad accusare gli stati europei di mancanza di rispetto per la  democrazia, i diritti umani e le libertà, quando 134.000 persone in Turchia sono state licenziate, compresi 7.300 accademici e 4.300 giudici e pubblici ministeri, nei nove mesi fin dal fallito colpo di stato durante i quali  ci sono scarse prove che qualcuno di loro ne sapesse nulla o che fossero comunque coinvolti. Circa 231 giornalisti sono in carcere e 149 organi di stampa sono stati chiusi, mentre 95,500 persone sono state detenute  e 47.600 arrestate in base a leggi di emergenza.

La democrazia multi-partitica che esiste in Turchia dal 1946, è stata distrutta da un  misto di detenzione, intimidazione e interferenza nelle faccende di partito. La Turchia ha avuto colpi di stato militari in passato, ma l’attuale ristrutturazione ed epurazione sembrano molto più radicali. Anche se i partiti politici non fossero stati “azzoppati” dall’attacco, avrebbero difficoltà a trasmettere il loro messaggio. I loro organi di stampa sono stati messi sotto controllo o chiusi e una personalità della televisione che ha detto che avrebbe votato “No” è stata immediatamente licenziata dal suo posto di lavoro.

Il tempo assegnato ai diversi partiti alla televisione racconta la stessa storia, con Erdogan e il suo partito governante AKP ( Partito della giustizia e dello sviluppo) che ricevono 4.113 minuti di messa in onda fino al 30 marzo e con il CHP (Partito popolare repubblicano) che ha ricevuto il 25% dei voti nella scorsa elezione, che ottiene soltanto 216 minuti. Questo è ancora meglio che l’HDP (il Partito democratico dei popoli), principalmente curdo, che ha ottenuto il 10% dei voti e che ha avuto soltanto un minuto di messa in onda. Dodici dei suoi 59 deputati sono in carcere e si aspettano lunghe condanne.

Erdogan dice che metterebbe coloro che votano “No” in un simbolico museo politico, anche se molti di loro temono una forma più tradizionale di carcerazione. Ma proprio nel caso che dovessero esserci troppi possibili residenti di questo museo, la polizia e i funzionari locali hanno rifiutato all’opposizione il permesso per i comizi e per esporre le bandiere, gli striscioni e i manifesti che raccomandano il voto per il “No”.

Malgrado gli enormi vantaggi goduti dalla campagna per il “Sì”, i sondaggi di opinione della settimana scorsa mostravano che i votanti erano divisi equamente o anche che i “No” erano un poco in vantaggio. Però gli oppositori di Erdogan e la “presidenza esecutiva” che intende istituire non sono ottimisti circa la loro possibilità di vittoria, sostenendo che qualunque cosa  possano fare i votanti nella cabina elettorale,    il risultato è probabile che sia una maggioranza convincente per istituire il nuovo sistema autoritario.

Questo potrebbe sembrare troppo cinico, ma se non lo è, allora la Turchia presto somiglierà agli stati confinanti in Medio oriente, come la Siria e l’Egitto dove il parlamento e la magistratura non sono più che dei circoli di sostenitori del regime strettamente monitorati. E’ una fine deprimente per il moderno stato laico turco che Kemal Atataturk in parte era riuscito a installare e che aveva portato la Turchia a rassomigliare di più agli stati europei, come Spagna e Italia che ai regimi del Medio Oriente ampliato. Dieci anni fa, Istanbul e altre città turche avevano uno dei gruppi media più interessanti del mondo – per non parlare di una vibrante vita culturale in generale – che si sta ora estinguendo. Qualsiasi espressione di opinione critica può essere ora interpretata come  sostegno consapevole o inconsapevole  per il terrorismo o per il tentato colpo di stato.

Naturalmente, molti leader nel mondo hanno assunto il potere soltanto per scoprire che sono alla mercé degli eventi. Qualunque sarà l’esito del referendum, la Turchia rimarrà un paese profondamente diviso lungo linee politiche, etniche e settarie. Erdogan per il momento ha schiacciato l’insurrezione curda nel sud-est del paese, lasciando molte delle città in rovina. La ribellione turca, però, non finirà e cercherà appoggio nei due pseudo-stati curdi al di là del confine, in Siria e in Iraq. Soprattutto, la strategia di Erdogan di demonizzare e di cercare di eliminare tutti i suoi oppositori come se fossero traditori e terroristi, rende la Turchia un posto molto più terribile di quanto sia stata in passato. Le differenze con paesi stranieri come Germania e Olanda, sono state esagerate e sfruttate, in modo tale che Erdogan e il suo partito si possono presentare come gli eroici difensori di un popolo turco sotto attacco.

Sembra che funzioni, anche se in passato le elezioni turche hanno causato delle sorprese. Il controllo dei media significa che i fallimenti possono essere presentati come successi. L’operazione Scudo dell’Eufrate per mezzo della quale l’anno scorso  l’anno scorso è entrato  in Siria, non è riuscita molto bene e ora è stata terminata. E’ difficile per la Turchia esercitare una forte influenza, quando compete con stati potenti come la Russia e gli Stati Uniti. Ma questi errori e limitazioni non conteranno molto se Erdogan e l’AKP sapranno che la copertura dei media turchi sarà grandemente positiva.

La Turchia potrebbe stabilizzarsi sotto il governo autoritario di Erdogan, se fosse situata in una parte del mondo diversa dal Medio Oriente. Però il suo confine meridionale corre lungo il bordo settentrionale del grande calderone di violenza e di conflitto in Iraq e in Siria, la cui velenosa influenza è già penetrata in Turchia. E’ una misura di questa instabilità il fatto che, quando ci sono bombardamenti e uccisioni, è spesso  si deve discutere se sono stati compiuti da Isis, dai separatisti curdi o da qualche altro gruppo dissidente. Forse Erdogan vincerà il referendum, ma quanto

accrescerà il suo potere, un’altra faccenda.

Nella foto: un sostenitore di Erdogan durante l’insurrezione militare del 2016.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/turkish-referendum-could-end-democracy

Originale:  The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 11 aprile 2017 alle 19:54 - Reply

    Il fascismo turco é erede della democrazia sovrana di Putin che un emulo in Orban: questi fascismi sono solo altri volti del nostro imperialismo neoliberista

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