Sono un nemico del popolo

Redazione 20 marzo 2017 1
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Sono un nemico del popolo

Di John Feffer

17 marzo 2017

Anche prima dell’elezione di Donald Trump, e della sua incredibile dichiarazione che i media sono i “nemici del popolo” – il giornalismo negli Stati Uniti era in difficoltà.

Secondo un sondaggio della Gallup, la fiducia americana nei mass media è precipitata da un già basso 40%  nel 2015 a un minimo storico del 32% nel 2016. La caduta di fiducia che i Repubblicani hanno nei media era sconcertante: dal 32% a un semplice 14%. Questo ultimo numero vale anche per i sostenitori di Trump indipendentemente dall’appartenenza a un partito.

Se fossi un sostenitore di Trump, guarderei con diffidenza anche ai media ordinari. Prima di tutto, i giornali hanno appoggiato in grande maggioranza Hillary Clinton come presidente: 240 consigli di redazione hanno sostenuto la Clinton, mentre soltanto 19 sono stati a favore di Trump.

Non si trattava tanto del fatto che i consigli di redazione sono generalmente liberali. Nel 2012, dopo tutto, Mitt Romney ricevette 105 endorsement (appoggio dai giornali)    mentre Barack Obama ne ebbe soltanto 99. Invece, indipendentemente dalle inclinazioni politiche, i consigli di redazione uniformemente diffidavano di Trump. Anche alcuni di quelli che appoggiavano il candidato Repubblicano, esprimevano il loro disprezzo per lui, ma sentivano di dover votare per la piattaforma del Partito Repubblicano.

Non si tratta soltanto di  appoggi  espliciti, naturalmente, ma anche della copertura esplicita. I media ordinari sono stati accusati di possedere un propensione liberale. Però i liberali e i conservatori hanno castigato Donald Trump, sia durante l’elezione che ora che possiede (in teoria) il mantello presidenziale della legittimità.

Esaminate la pagina delle opinioni del Washington Post di martedì scorso.  La liberale Catherine Rampell attacca le tendenze cospiratorie di Kellyanne Conway e della sua squadra. Il liberale Richard Cohen critica il piano dell’amministrazione Trump di sostituire la Obamacare, cioè la riforma sanitaria di Obama. Il liberale Eugene Robinson stronca il razzismo del Rappresentante repubblicano Steven King nel contesto di Trump che si sta ingraziando i fautori della supremazia della razza bianca.

E sia. Ci si dovrebbe aspettare che i liberali affondino i loro denti dentro Trump.

C’è, però, anche Jennifer Rubin, che fa parte dei conservatori e che critica le capacità gestionali di Trump come presidente. Nel frattempo, Michael Gerson, ex autore dei discorsi di George W. Bush, dichiara che i “Repubblicani stanno definendo la follia.”

Ecco qui, un pressing a tutto campo sulla presidenza. Trump è un oltraggio praticamente per tutti, indipendentemente dalla loro ideologia che gioca in base alle regole del gioco (e che ne trae profitto).

Se fossi un sostenitore di Trump, cancellerei il mio abbonamento al Washington Post. Probabilmente avrei smesso di leggere il giornale e di guardare la CNN molto tempo fa, perché tendono a riflettere i preconcetti  dell’élite  (che talvolta, ma non sempre, sono liberali). E’ raro che i media seguano i problemi del lavoro o le preoccupazioni degli americani della classe operaia di questi giorni, tranne che per riflettere sul flagello della tossicodipendenza nel Midwest o per piangere sulla perduta età dell’industria manifatturiera. I media ordinari forniscono notizie  da parte  dall’élite di entrambe le coste  e per l’élite di entrambe le coste (degli Stati Uniti).

Anche io ho avuto le mie personali frustrazioni dai media ordinari negli Stati Uniti. Hanno fatto un pessimo lavoro rivelando le bugie che l’amministrazione di George W. Bush hanno usato per giustificare l’invasione dell’Iraq. Non hanno sottoposto a un esame sufficientemente minuzioso il programma di Obama per l’impiego dei droni. Rivelano pregiudizi corporativi. Certe parti del mondo, come l’Africa, ottengono pochissima copertura giornalistica. E così via.

I media tradizionali, destinati a essere un’istituzione di controllo, certamente hanno bisogno dei loro propri custodi ed è qui che arrivano i media alternativi. Chiariamo bene, però: i media tradizionali sono indispensabili. I media che mantengono i giornalisti a tempo pieno, uffici esteri e coloro che verificano i fatti sono un’assoluta necessità in una democrazia. Il New York Times e la CNN non possono essere sostituiti dai siti Internet e dalle loro sezioni dedicate ai commenti. E’ la strada che porta alla follia (e a Breitbart).

Non c’è bisogno di impegnarsi in esperimenti mentali su che cosa succederebbe se i media tradizionali sparissero o se la loro indipendenza venisse compromessa.

Tutto quello che dobbiamo fare è guardare la Turchia.

Prima perseguite  i giornalisti…

I 259 giornalisti messi in prigione in tutto il mondo nel 2016, è stato il numero più alto fin da1990. Nel frattempo la Turchia guida il gruppo in questa categoria sospetta, con almeno 81 giornalisti in prigione (e forse fino a 191). Ultimamente, il governo turco è finito in prima pagina quando ha arrestato Deniz Yücel, un giornalista turco-tedesco che lavora per il giornale tedesco Die Welt, con l’accusa di essere un terrorista. Yücel, in realtà, era più pericoloso di un terrorista: faceva parte di una squadra che indagava sulla corruzione che coinvolge il governo e la famiglia del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

L’arresto dei giornalisti è soltanto una parte del giro di vite messo in atto da Erdogan dopo il tentativo di colpo di stato. Il governo turco ha chiuso 149 organi di stampa, ha

licenziato oltre 4.000 giudici e procuratori e oltre 7.000 professori universitari, e ha arrestato oltre 40.000 persone.

Erdogan non ha, però, soltanto cominciato ad arrestare i giornalisti dopo il tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. I giornalisti sono stati un obiettivo primario dell’assalto di Erdogan a quello che chiamava lo “stato profondo” in Turchia, che si riferisce varie volte a: i militari, gli ultra-nazionalisti, le forze a favore di Gulen, le forze anti-Gulen, e così via.  (Fethullah Gulen, una volta alleato di Erdogan, è il capo di un movimento islamico che mantiene istituzioni educative in tutto il mondo, conta su molti aderenti in Turchia e potrebbe o non potrebbe essere dietro il tentato golpe di luglio). Lo “stato profondo” che in realtà ha dato il via a vari colpi di stato ben  riusciti in Turchia nel passato, è diventato ora una comoda abbreviazione per qualsiasi potere di compensazione che potrebbe opporsi a Erdogan, i cui attacchi a questa creatura sotterranea sono stati una strategia efficace per consolidare il potere.

Profeticamente, anche l’amministrazione Trump ha usato questa stessa espressione: lo “stato profondo,” anche se si riferisce a un insieme diverso di personaggi.

Lo “stato profondo” potrebbe riferirsi al famigerato “blob” – la rete di politica estera a Washington che ha resistito ad alcuni dei tentativi più trasformazionali fatti da Obama nelle relazioni internazionali. Potrebbe sostituire   qualsiasi fazione di politica estera pro-Obama che ora si oppone a Trump. Potrebbe essere un altro modo di descrivere una varietà di funzionari governativi che usano l’inattività burocratica, le fughe di  notizie calcolate o il sabotaggio intenzionale per minare le politiche della nuova amministrazione. Oppure potrebbe essere un obiettivo molto più ampio che comprende gruppi di esperti, media e ONG che non sono positivi nei confronti di Trump.

Per sconfiggere lo “stato profondo,” Trump ha portato con sé persone non contaminate da esperienze di politica. Si sta anche preparando a ridurre attività governative non militari di 54 paralizzanti miliardi di dollari da pagare per un incremento del Pentagono che farà ugualmente restare a bocca aperta. Trump sta approfittando della profonda antipatia che l’Americano medio ha verso il governo in generale – grosso modo metà dei Democratici e tre quarti dei Repubblicani non hanno fiducia nel governo – per sradicare qualsiasi probabile opposizione all’interno di Washington, D.C.  Benvenuti allo smantellamento dell’America, in stile Bannon.

Se Trump intende seguire la strategia di Erdogan, aspettatevi di vedere i giornalisti andare in carcere, particolarmente coloro che indagano sugli accordi commerciali poco chiari del sindacato di Trump. Sono stati già arrestati 6 giornalisti durante le proteste che si sono svolte il Giorno dell’Insediamento e accusati di reato per aver partecipato a “tumulti” (da allora le accuse sono state fatte cadere per quattro dei giornalisti).

La carcerazione dei giornalisti sarà la prova del nove decisiva per capire se Trump sta agendo in base ai suoi impulsi autoritari. Considerata l’impopolarità dei media e la demonizzazione che ne fa Trump, una mossa del genere potrebbe non causare tanto baccano quanto potrebbero pensare i difensori del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.

Breitbart al di sopra di tutto

Conoscete il tizio.  Inveisce tutto il giorno contro i MSM  – mainstream media – i media tradizionali sui siti web, poi spedisce un link a un articolo del New York Times per dimostrare un argomento o un altro. Se gli fate notare le contraddizioni, dice: “Anche le persone che di solito hanno torto, qualche volta possono avere ragione.” In circostanze normali questi bisbetici fanno parte di una democrazia sana quanto chi va a caccia di celebrità e di un troll su internet (persone che interagisce con gli altri inviando messaggi provocatori per disturbare la comunicazione, n.d.t.). Viva la libertà di parola!

Queste, però, non sono circostanze normali. Ora bisbetici di questo genere lavorano alla Casa Bianca.   I membri dello staff di Breitbart News (sito di opinioni, notizie e commenti di estrema destra, n.d.t.) che hanno costruito la loro reputazione attaccando i media tradizionali e creando notizie false al loro posto, hanno ora ruoli importanti nell’amministrazione. Stephen Bannon è consigliere anziano. La sua protetta, Julia Hahn, è ora Assistente Speciale del presidente. Sebastian Gorka, una volta responsabile della pagina sulla sicurezza nazionale su Breitpart e “ imbonitore islamofobico,  dà consigli a Trump sul controterrorismo.

Inoltre, Breitbart si sta posizionando come  fonte di notizie  nell’era di Trump, non soltanto riferendo le notizie, ma creandole, come ha fatto di recente, diffondendo un audio clip del Presidente della Camera, Paul Ryan che offende Trump durante la campagna. Ha assunto nuovi membri per lo staff da The Hill, Real Clear Politics e dal Wall Street Journal, per dare al sito una patina di legittimità. Sta anche pianificando di aprire uffici a Parigi e a Berlino – per collegarsi, senza dubbio con gli entusiasti di notizie false in quelle due città.

L’attacco ai media tradizionali non viene soltanto dalla destra, RT (Russia Today) portavoce del governo russo, nel corso degli anni ha dato spazio ai giornalisti di tendenze di sinistra: Ed Schultz, Thom Hartmann, perfino Larry King. Anche loro danno al canale una patina di rispettabilità perché sono voci rispettabili. Anche se RT non si impegna nel giornalismo reale, è anche un “fornitore”  di notizie false, come lo scandalo Pizzagate o il fiume di articoli sui presunti problemi di salute della Clinton prima dell’elezione. Dato il carattere di destra dell’amministrazione di Vladimir Putin, RT e Breibart sono realmente proprio due facce della stessa medaglia.

In questa nuova guerra dell’informazione, mi piacerebbe proporre una tregua. I MSM, da parte loro,  devono tentare con più forza di dedicarsi alle preoccupazioni  di coloro che lottano per far quadrare i conti, che sono danneggiati dalla globalizzazione, che sono arrabbiati con l’élite politica, economica e culturale di questo paese. E coloro che si oppongono a Trump e a tutto quello che rappresenta, a smettano di trattare i media tradizionali come se fossero il diavolo in carne e ossa. I giornalisti dei media tradizionali saranno protagonisti fondamentali nell’indagare pazientemente e seguendo le regole, circa i soprusi dell’amministrazione Trump.

Se Trump chiama nemici del popolo i giornalisti della stampa tradizionale, è importante che tutti noi ci facciamo sentire e dichiariamo che anche noi siamo nemici del popolo. Non guardo la televisione. Non guardo la CNN. Per i prossimi quattro anni, però, je suis CNN.

John Feffer è direttore di Foreign Policy In Focus e autore del romanzo distopico: Splinterlands.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/i-am-an-enemy-of-the-people

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 20 marzo 2017 alle 05:26 - Reply

    Gli USA sono un paese con delle garanzie che non sono paragonabili a quelle turche ma bisogna non commettere l’errore per cui non possa accadere che lentamente e senza che sembri un gesto di volta in volta importante, si possa attaccare ogni rigurgito contro il rozzo fascismo razzista di Trump.

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