Protestare e persistere: perché abbandonare la speranza non è una scelta

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Rebecca Solnit

Rebecca Solnit

di Rebecca Solnit  – 13 marzo 2017

Nel mese scorso Daniel Ellsberg e Edward Snowden hanno tenuto un dibattito pubblico sulla democrazia, la trasparenza, le rivelazioni e altro. Nel corso di esso Snowden – che naturalmente comunicava via Skype da Mosca – ha affermato che senza l’esempio di Ellsberg non avrebbe fatto quello che ha fatto per rivelare la misura dello spionaggio di milioni di persone comuni da parte della NSA. E’ stata una dichiarazione straordinaria. Ha significato che le conseguenze della diffusione da parte di Ellsberg dei Documenti del Pentagono, di massima segretezza, nel 1971 non sono state limitate all’impatto su una presidenza e su una guerra degli anni ’70. Le conseguenze non sono state limitate alle persone viventi in quel momento. Il suo atto doveva avere un impatto sulle persone decenni dopo; Snowden è nato dodici anni dopo che Ellsberg aveva rischiato il suo futuro per rispettare i suoi principi. Le azioni spesso generano onde che vanno ben oltre il loro obiettivo immediato e ricordare questo è vivere secondo principi e agire nella speranza che ciò che si fa conti, anche quando è improbabile che i risultati siano immediati o evidenti.

Gli effetti più importanti sono spesso i più indiretti. A volte mi chiedo, quando partecipo a una marcia di massa, come la Marcia delle Donne un mese fa, se il motivo per cui è importante è perché qualche sconosciuto troverà il suo scopo nella vita, che diverrà evidente al resto di noi solo quando cambierà il mondo tra vent’anni, quando diventerà un grande liberatore.

Ho cominciato a parlare di speranza nel 2003, nei giorni tetri dopo il lancio della guerra in Iraq. Quattordici anni dopo uso il termine speranza perché segna una via in avanti tra le false certezze dell’ottimismo e del pessimismo, tra la compiacenza o la passività che accompagna entrambi. L’ottimismo presume che tutto andrà bene senza che nostri sforzi; il pessimismo presume che tutto sia irrimediabile; entrambi ci lasciano a casa a non fare nulla. Speranza per me ha significato che il futuro è imprevedibile e che non sappiamo realmente che cosa succederà, ma sappiamo che possiamo essere in grado di deciderlo noi.

La speranza è una convinzione che quello che facciamo potrebbe contare, una comprensione che il futuro non è ancora scritto. E’ un’apertura mentale informata, acuta a ciò che può accadere e a quale ruolo possiamo avervi. La speranza guarda avanti, ma trae le sue energie dal passato, dal conoscere vicende, comprese le nostre vittorie, e le loro complessità e imperfezioni. Significa non essere il meglio che è nemico del bene, non tentare di strappare una sconfitta dalle fauci della vittoria, non presumere di sapere quello che accadrà quando il futuro non è scritto e parte di ciò che accade dipende da noi.

Siamo creature complesse. Speranza e angoscia possono coesistere in noi e nei nostri movimenti e analisi. C’è una scena nel nuovo film su James Baldwin, “I’m not your negro” [Non sono il tuo negro], in cui Robert Kennedy predice, nel 1968, che dopo quarant’anni ci sarà un presidente nero. E’ una profezia stupefacente poiché quattro decenni dopo Barack Obama vince le elezioni presidenziali, ma Baldwin ne ride, perché il modo in cui Kennedy ha presentato la cosa non riconosce che anche il futuro più radioso potrebbe confortare i bianchi che non amano il razzismo, ma non cancella il dolore e la rabbia dei neri che subiscono quel razzismo nel qui e ora. Patrisse Cullors, una delle fondatrici di Black Lives Matter, ha all’inizio descritto la missione del movimento come “radicata nel dolore e nella rabbia, ma diretta a una visione e a sogni”. La visione di un futuro migliore non deve negare i crimini e le sofferenze del presente; è importante proprio per quell’orrore.

Sono stata commossa ed eccitata e stupita dalla forza, ampiezza, profondità e generosità dell’opposizione all’amministrazione Trump e alla sua agenda. Non avevo previsto qualcosa di così audace, pervasivo, qualcosa che avrebbe incluso governi statali, molti dipendenti governativi, da governatori a sindaci a lavoratori di molti dipartimenti federali, a piccole città in stati repubblicani, nuove organizzazioni come le 6.000 sezioni di Indivisible che risultano essere state create dopo l’elezione, gruppi nuovi e fortificati a difesa dei diritti dei migranti, gruppi religiosi, una delle maggiori dimostrazioni della storia statunitense con la Marcia delle Donne il 21 gennaio e molto altro.

Mi sono anche preoccupata a proposito della durata di ciò. I nuovi arrivati spesso pensano che i risultati o sono immediati o sono inesistenti. Che se non si riesce immediatamente, si ha fallito. Un tale quadro induce molti a rinunciare e a tornare a casa quando lo slancio si sta costruendo e le vittorie sono alla portata. Questo è un errore pericoloso che ho visto in continuazione. Quella che segue è una difesa del calcolo complesso del cambiamento, invece della semplice aritmetica di causa ed effetto a breve termine.

C’è una libreria che amo a Manhattan, la libreria Housing Works, che frequento da anni per uno stuzzichino e una superba selezione di libri usati. Lo scorso ottobre il mio amico Gavin Browning, che lavora alla Columbia University ma fa il volontario alla Housing Works, mi ha ricordato che cosa significa l’insegna. Housing Works è un derivato di Act Up, la Aids Coalition to Unleash Power [Coalizione dell’AIDS per scatenare potere], fondata al picco della crisi dell’AIDS per premere per l’accesso a farmaci sperimentali, suscitare consapevolezza nella disperazione dell’epidemia, e non cedere mitemente a quella brutta notte della morte prematura.

Che cosa ha fatto Act Up? Il gruppo di furiosi, impetuosi attivisti, molti dei quali pericolosamente malati e moribondi ha cambiato il modo in cui consideriamo l’AIDS. Hanno spinto per accelerare le sperimentazioni, per far fronte insieme ai molti sintomi e complicazioni dell’AIDS, spinto sulla politica, l’istruzione, il coinvolgimento, i finanziamenti. Hanno insegnato ai malati di AIDS e ai loro alleati in altri paesi come combattere le compagnie farmaceutiche per un accesso abbordabile a ciò di cui avevano bisogno. E hanno vinto.

Browning ha scritto recentemente: “All’inizio degli anni ’90 New York City aveva meno di 350 unità residenziali destinate a un numero stimato in 13.000 senzatetto malati di HIV/AIDS. In reazione, quattro membri del comitato per gli alloggi di Act Up ha fondato Housing Works nel 1990”. Continuano tuttora, 27 anni dopo, a offrire in silenzio una serie di servizi, compresi alloggi, ai malati di HIV. Tutto quello che avevo visto era una libreria; ho perso molto. Il lavoro di Act Up non è terminato, in nessun senso.

Per molti gruppi, movimenti e rivolte ci sono derivati, eredi, effetti domino, reazioni a catena, nuovi modelli ed esempi e paradigmi e strumentari che emergono dagli esperimenti e ogni tornata di attivismo è un esperimento i cui risultati possono essere applicati ad altre situazioni. Per coltivare la speranza dobbiamo non solo abbracciare l’incertezza, ma essere disposti a sapere che le conseguenze possono essere immisurabili, possono essere tuttora in corso di svolgimento, possono essere indirette come i poveri di altri continenti che hanno accesso a medicinali perché attivisti negli Stati Uniti si sono schierati e hanno rifiutato di accettare le cose così come stavano. Considerate la speranza come una bandiera tessuta dai fili di quella ragnatela, da un senso di interconnessione di tutte le cose, dell’effetto duraturo delle iniziative migliori, non solo di quelle peggiori. Di un mondo indivisibile in cui tutto conta.

Una donna anziana ha detto all’inizio di Occupy Wall Street: “Ci stiamo battendo per una società in cui tutti sono importanti”, il più bel conciso riassunto di ciò che un movimento compassionevolmente radicale, profondamente democratico dovrebbe proporsi di fare. Occupy Wall Street è stato irriso e descritto come caotico e inefficace nelle prime settimane, e poi, quando si è diffuso a livello nazionale e oltre, è stato descritto come fallimentare o fallito da guru che avevano un metro semplice per misurare che cosa dovrebbe essere il successo. L’occupazione originale a Manhattan è stata dispesa nel novembre del 2011, ma molti degli accampamenti ispirati da essere sono durati molto più a lungo.

Occupy ha lanciato un movimento contro il debito studentesco e università opportunistiche a fini di profitto; ha gettato luce sul dolore e la brutalità del crollo finanziario e sul sistema statunitense di schiavitù del debito. Ha sfidato la disuguaglianza economica in modo nuovo. La California ha approvato una carta dei diritti dei proprietari di casa per respingere i prestatori predaci; sulla scia di Occupy è sorto un movimento di difesa degli alloggi che, casa per casa, ha protetto molti proprietari vulnerabili. Ogni Occupy aveva il proprio coinvolgimento nel governo locale e progetti propri; un anno fa persino impegnate in Occupy locali mi hanno raccontato che floridi germogli fanno tuttora la differenza. Occupy persiste, ma occorre imparare a riconoscere la miriade di forme in cui lo fa, nessuna delle quali è molto simile a Occupy Wall Street come folla in una piazza della bassa Manhattan.

Analogamente, io penso sia un errore considerare il raduno di tribù e attivisti a Standing Rock, North Dakota, come qualcosa che possiamo misurare in base alla sua sconfitto o no di un oleodotto. Si potrebbe andare oltre ciò per segnalare che semplicemente ritardarne il completamento oltre il 1° gennaio è costato una fortuna agli investitori e che lo spettacolare movimento che ha generato diffusi disinvestimenti e molte verifiche su imprese in precedenza invisibili e sulla distruzione dell’ambiente, fa apparire la costruzione di oleodotti un’impresa più rischiosa e potenzialmente meno redditizia.

Standing Rock è stato qualcosa di più vasto di queste cose pratiche. Al suo picco è stato quasi certamente il maggior raduno politico di nativi nordamericani mai visto, valutato come la prima volta in cui tutti i sette gruppi dei Lakota si sono riuniti dopo aver sconfitto Custer a Little Bighorn nel 1876, un raduno che ha reso visibile in tutto il mondo una tribù spesso invisibile. Ciò che si è svolto là e parso come se potesse non bloccare un solo oleodotto, bensì scrivere un nuovo capitolo radicale di una storia di più di 500 anni di brutalità coloniali, secoli di perdite, disumanizzazione ed espropriazioni.  Migliaia di veterani sono arrivati a difendere l’accampamento e ad aiutare ad impedire l’oleodotto. In una cerimonia storica molti degli ex soldati si sono inginocchiati a scusarsi e a chiedere perdono per il lungo ruolo dell’esercito statunitense nell’opprimere i nativi americani. Come l’occupazione nativo americana dell’isola di Alcatraz alla fine degli anni ’60, Standing Rock è stato un catalizzatore di un senso di potere, orgoglio, destino. E’ un’affermazione di solidarietà e interconnessione, un’istruzione per quelli che non sapevano molto riguardo alle ragioni e ai torti dei nativi, un’affermazione del popolo nativo che spesso ricorda la storia in dettagli appassionati. E’ una conferma dei profondi legami tra il movimento per il clima e i diritti degli indigeni che ha avuto un grande ruolo nel bloccare gli oleodotti nel, e dal, Canada. Ha ispirato e informato giovani che possono avere mezzo secolo o più di buon lavoro ancora da fare. E’ stato un faro il cui significato si estende ben oltre il tempo e lo spazio.

Conoscere la storia significa essere in grado di vedere oltre il presente; anche ricordare il passato dà la capacità di guardare avanti; significa vedere che tutto cambia e che i cambiamenti più spettacolari sono spesso i più imprevisti. Voglio diffondermi un po’ più a lungo riguardo a una parte della nostra storia per indagare queste questioni riguardo alle conseguenze che vanno oltre la semplice causa ed effetto.

Il movimento contro il nucleare degli anni ’70 fu una forza potente nel suo tempo, ora raramente ricordato anche se la sua influenza è ancora tra noi.  Nel suo importante nuovo libro ‘Direct Action: Protest and the Reinvention of American Radicalism’ [Azione diretta: proteste e reinvenzione del radicalismo statunitense] L.A. Kaufman scrive che la prima iniziativa significativa contro l’energia nucleare, nel 1976, fu ispirata da una straordinaria protesta l’anno precedente in Germania occidentale, che aveva costretto il governo ad abbandonare piani per costruire un reattore nucleare. Un gruppo denominatosi Clamshell Alliance sorse per opporsi alla costruzione di una centrale di energia nucleare nel New Hampshire. Nonostante tattiche creative, una grande costruzione di movimento ed estesa copertura mediatica contro la centrale nucleare di Seabrook nel New Hampshire, gli attivisti non fermarono la centrale.

Ispirarono un’organizzazione sorella, la Abalone Alliance nella California centrale, che usò strategie simili per cercare di fermare la centrale nucleare del Diablo Canyon. I gruppi contestarono due particolari centrali nucleari; tali due centrali furono aperte comunque.

Ciò può essere definito un fallimento, ma la Kauffman indica che ha ispirato persone di tutto il paese a organizzare propri gruppi antinucleari, un movimento che ha portato alla cancellazione di più di 100 progetti nucleari programmati negli ultimi anni e ha accresciuto la consapevolezza del pubblico e cambiato l’opinione pubblica riguardo all’energia nucleare. Poi l’autrice passa alla parte davvero eccitante, scrivendo che “la più impressionante eredità [della Clamshell Alliance] è consistita nel consolidare e promuovere quello che è divenuto il modello dominante dell’organizzazione dell’azione diretta su larga scala per i successivi quarant’anni. Fu raccolto dalla … Pledge of Resistance, una rete nazionale di gruppi organizzati contro la politica statunitense in America centrale” negli anni ’80.

“Centinaia di altri l’hanno impiegato in quell’autunno in un’iniziativa di disobbedienza civile per contestare la sentenza anti-gay della Corte Suprema nel caso di sodomia Bowers contro Harwick”, continua la Kauffman. “Il gruppo attivista AIDS Act Up ha usato una versione di tale modello quanto ha organizzato l’audace occupazione della direzione della Food and Drug Administration nel 1988 e del National Institute of Health nel 1990, per sollecitare entrambe le istituzioni ad adottare iniziative più rapide per l’approvazione di cure sperimentali per l’AIDS”. E si prosegue nel millennio attuale. Ma quali erano le strategie e i principi organizzativi catalizzati?

La risposta breve è: l’azione diretta non violenta, esternamente, e la procedura decisionale consensuale internamente. La prima ha una storia che si estende al mondo intero, la seconda si estende nel passato alla storia iniziale dei dissidenti europei nell’America del Nord. Cioè la nonviolenza è una strategia articolata da Mohandas Gandhi, usata per la prima volta l’11 settembre 1906 da residenti di discendenza indiana per contestare la discriminazione in Sudafrica. Il senso di possibilità e potere del giovane avvocato fu ampliato immediatamente dopo quando egli si recò a Londra per promuovere la sua causa. Tre giorni dopo il suo arrivo, donne britanniche in lotta per il diritto di voto occuparono il parlamento britannico e undici di loro furono arrestate, si rifiutarono di pagare la sanzione e furono incarcerate. Fecero una profonda impressione a Gandhi.

Egli scrisse di loro in un articolo intitolato “Meglio i fatti che le parole”, citando Jane Cobden, la sorella di una delle arrestate, che aveva detto: “Non rispetterò mai nessuna legge nello stabilire la quale non ho avuto alcuna voce; non accetterò l’autorità del tribunale che attua leggi simili…” Gandhi dichiarò: “Oggi l’intero paese ride di loro, e hanno solo pochi dalla loro parte. Ma irriducibili queste donne continuano a lavorare con decisione per la loro causa. Sono destinate a vincere e a conquistare l’emancipazione…” Ed egli vide che se loro potevano vincere, lo stesso potevano fare i cittadini indiani dell’Africa britannica in lotta per i loro diritti. Nello stesso articolo (nel 1906!) egli profetizzò: “Quando verrà il momento, i vincoli dell’India si libereranno di sé stessi”. Le idee sono contagiose; le emozioni sono contagiose; la speranza è contagiosa; il coraggio è contagioso. Quando incarniamo queste qualità, o le loro contrarie, le trasmettiamo ad altri.

Vale a dire che le suffragette britanniche, che conquistarono un limitato accesso al voto femminile nel 1918 e l’accesso pieno nel 1928, ebbero un ruolo nell’ispirare un uomo indiano che vent’anni dopo guidò la liberazione del subcontinente asiatico dal dominio britannico. Egli, a sua volta, ispirò un nero del sud degli Stati Uniti a studiare le sue idee e la loro applicazione. Dopo un pellegrinaggio in India nel 1959 per incontrare gli eredi di Gandhi, Martin Luther King scrisse: “Mentre era in corso il boicottaggio di Montgomery, l’indiano Gandhi fu la luce guida della nostra tecnica di cambiamento sociale nonviolento. Parlavamo spesso di lui.” Tali tecniche, ulteriormente sviluppate dal movimento per i diritti civili, furono raccolte in giro per il mondo, anche nella lotta contro l’apartheid a un’estremità del continente africano e fino alla Primavera Araba all’altro estremo.

La partecipazione al movimento per i diritti civili dei primi anni ’60 influenzò molte vite. Una di esse fu quella di John Lewis, uno dei primi Freedom Riders, un giovane leader dei sit-in ai banconi, vittima di un brutale pestaggio che gli ruppe il cranio nella marcia di Selma. Lewis è stato il più audace nel contestare la legittimità di Trump e ha guidato dozzine di altri membri Democratici del Congresso nel boicottaggio dell’insediamento. Quando è iniziato l’attacco contro i profughi mussulmani e gli immigrati una settimana dopo l’insediamento di Trump, egli si è presentato all’aeroporto di Atlanta.

E’ parecchio da digerire. Ma fatemelo dire in questo modo. Quando quelle donne furono arrestate in parlamento, lottavano per il diritto di voto delle donne britanniche. Riuscirono a liberare sé stesse. Ma anche trasmisero tattiche, spirito e audacia. Si può tracciare una discendenza risalendo al movimento antischiavista che ispirò il movimento statunitense per il suffragio femminile e spingendosi in avanti fino a John Lewis schierato a difesa dei profughi e dei mussulmani all’aeroporto di Atlanta quest’anno. Ci portano con loro gli eroi e le eroine che sono venuti prima e hanno aperto le porte del possibile e dell’immaginazione.

Il mio compagno ama citare una frase di Michel Foucault: “Le persone sanno quello che fanno; frequentemente sanno perché fanno quello che fanno; ma quello che non sanno è che cosa produce quello che fanno”. Si fa quel che si può. Quel che si è fatto può produrre più di quanto si immagini per le generazioni a venire. Si pianta un seme e ne cresce un albero; ci saranno frutta, ombra, rifugio per uccelli, altri semi, una foresta, legno per costruire una culla o una casa? Non lo sappiamo. Un albero può vivere molto più a lungo di noi. Lo stesso vale per un’idea, e a volte i cambiamenti che derivano dall’accettare quella nuova idea riguardo a ciò che è vero, giusto, semplicemente ricostruiscono il mondo. Uno fa quello che può; fa del suo meglio; quello che produce quello che uno fa non dipende da lui.

Questo è un modo per ricordare l’eredità delle pratiche esterne della disobbedienza civile nonviolenta utilizzate dal movimento contro il nucleare negli anni ’70, e il movimento per i diritti civili degli anni ’60, che fece così tanto per ampliare e affinare le tecniche.

Quando al processo interno in Direct Action la Kauffman tratta le influenze della Clamshell Alliance citando una partecipante di nome Ynestra King che ha affermato: “Determinate forme apprese dal femminismo sono state semplicemente introdotte naturalmente nella situazione e un certo ethos di rispetto, che è stato rafforzato dalla tradizione quacchera”. Suki Rice e Elizabeth Boardman, tra le partecipanti iniziali alla Clamshell Alliance, come riferisce la Kauffman, erano influenzate dai quaccheri e introdussero la pratica quacchera del processo decisionale all’unanimità nel nuovo gruppo: “L’idea era di garantire che nessuna voce fosse zittita, che non ci fosse nessuna divisione tra leader e seguaci”. I quaccheri sono dal diciassettesimo secolo dissidenti radicali, contrari alla guerra, alle strutture gerarchiche e molto altro. Un’organizzatrice di nome Joanne Sheehan ha detto, “anche se l’addestramento alla nonviolenza, compiere azioni in piccoli gruppi, e concordare su un insieme di linee guida non violente non erano cose nuove, era nuovo fonderle con un impegno al processo decisionale consensuale e a una struttura non gerarchica”. Costruivano un modo di agire e organizzarvi che si è diffuso in tutto il mondo attivista progressista.

Ci sono storie tremende su come malattie come l’AIDS attraversano specie e mutano. Ci sono anche idee e tattiche che attraversano comunità e mutano, a nostro vantaggio. C’è un’espressione maligna, danno collaterale, per indicare quelli che muoiono involontariamente: civili, non partecipanti, eccetera. Forse quella che sto proponendo è un’idea di vantaggio collaterale.

Quella che chiamiamo democrazia è spesso il dominio di una maggioranza che lascia abbandonata la minoranza, persino il 49,9 per cento delle persone (o anche più se è un voto diviso su tre forze). L’unanimità non lascia fuori nessuno. Dopo Clamshell è passata alle politiche radicali e le ha rimodellate, rendendole più generosamente inclusive e ugualitarie. Ed è stata perfezionata e affinata e usata da quasi ogni movimento cui ho partecipato o cui ho assistito, dalle iniziative contro il nucleare nel Sito di Sperimentazione in Nevada negli anni ’80 e ’90 e fino all’organizzazione del blocco dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a fine 1999, una vittoria contro il neoliberismo che ha cambiato il destino del mondo, e a Occupy Wall Street nel 2011 e oltre.

Dunque che cosa ha realizzato la Clamshell Alliance? Tutto, fuorché il suo presunto obiettivo. Strumenti per cambiare il mondo, in continuazione. Ci sono crimini contro l’umanità, crimini contro la natura e altre forme di distruzione che dobbiamo fermare al più presto possibile e gli sforzi per farlo sono in corso. Sono informati da questi primi attivisti, equipaggiati con gli strumenti sviluppati da loro. Ma le iniziative contro queste cose possono avere un’eredità più lunga, se impariamo a riconoscere i vantaggi collaterale e gli effetti indiretti.

Se siete un membro della società civile, se manifestate e sollecitate i vostri eletti e donate campagne per i diritti umani, vedrete politici, giudici e potenti prendersi o vedersi attribuito il merito dei cambiamenti da voi realizzati, a volte dopo esservi opposti a loro. Dovrete comunque credere nel vostro potere e impatto. Dovrete tener presente che molte delle nostre più grandi vittorie sono ciò che non accade; ciò che non è costruito o distrutto, liberalizzato o legittimato, trasformato in legge o tollerato nella cultura. Le cose scompaiono grazie al nostro sforzo e dimentichiamo che esistevano, il che è un modo per dimenticare che abbiamo tentato e vinto.

Persino perdere può far parte del processo: mentre le proposte di legge per abolire lo schiavismo nell’impero britannico fallivano in continuazione, le idee dietro di esse si diffondevano fino a quando, 27 anni dopo la presentazione della prima proposta, fu finalmente approvata una versione. Dovrete ricordare che i media normalmente amano raccontare storie semplici, dirette, in cui se un tribunale sentenzia o un organismo elettivo approva una legge, tale iniziativa riflette la magnanimità o visione o evoluzione del protagonista. Raramente si spingeranno oltre per esplorare come tale prospettiva è stata influenzata dai senza nome e non celebrati, dalle persone le cui azioni hanno costruito un mondo nuovo o una nuova visione del mondo al modo in cui innumerevoli coralli costruiscono una barriera.

Il solo potere in grado di fermare l’amministrazione Trump è la società civile, che è la grande maggioranza di noi quando ci ricordiamo del nostro potere e ci uniamo. E anche se ricorderemo, anche se eserciteremo tutta la pressione di cui siamo capaci, anche se l’amministrazione crollerà immediatamente, o il presidente si dimetterà o sarà incriminato o si liquefarà in una pozzanghera di corruzione, il nostro lavoro sarà solo cominciato.

Tale lavoro comincia con l’opposizione all’amministrazione Trump ma non finirà se non quando avremo operato cambiamenti sistemici e ci saremo re-impegnati, non solo come rivoluzione (perché le rivoluzioni non durano) ma come società civile con valori di uguaglianza, democrazia, inclusione, piena partecipazione, un radicale e pluribus unum unito a compassione. Come è stato spesso notato la rivoluzione Repubblicana che ha consentito loro di impadronirsi di tanti governi statali e di ottenere un potere molto superiore ai loro numeri è in parte prodotto del denaro dell’industria, ma in parte della volontà di compiere il lento, laborioso, paziente lavoro di costruire e mantenere il potere dal basso in su e di prendervi parte per il lungo termine. E in parte dal narrare storie che, anche se spesso profondamente distorcenti i fatti e le forze in gioco, erano convincenti. Questo lavoro è sempre, innanzitutto, un lavoro di narrazione o di quella che alcuni miei amici chiamano “la battaglia della storia”. Costruire, ricordare, rinarrare, celebrare le nostre storie fa parte del nostro lavoro.

Voglio vedere questa magnifica resistenza giocare una lunga partita, una partita che include la ri-emancipazione di molti milioni, forse decine di milioni di persone di colore, di poveri e studenti privati di potere mediante molti mezzi: il programma Crosscheck [ufficialmente mirato a garantire la correttezza delle elezioni – n.d.t.], le leggi sull’identificazione degli elettori che nascono dalla falsità che i brogli elettorali siano un problema grave che influenza i risultati elettorali, le leggi che nella maggior parte degli stati escludono dal diritto di voto i condannati per reati comuni. Sono incoraggiata dal vedere molti attivisti idealisti impegnati a riformare il Partito Democratico e un nuovo livello di partecipazione dentro e fuori la politica elettorale. Notizie affermano che gli uffici dei dirigenti eletti sono sommersi da telefonate e email come mai prima.

Questo conterà soltanto se sarà sostenuto. Per sostenerlo le persone devono convincersi che miriadi di piccole iniziative graduali contano. Che contano anche quando le conseguenze non sono immediate o evidenti. Devono ricordare che spesso quando non si coglie l’obiettivo immediato – bloccare un candidato o un oleodotto o approvare una legge – anche allora si può aver cambiato l’intero quadro in modi che rendono inevitabili cambiamenti più vasti. Si possono cambiare la storia o le regole, offrire strumenti, paradigmi o incoraggiamento ad attivisti futuri e rendere possibile a quelli attorno a noi persistere nei loro sforzi.

Crederci è importante; beh, non possiamo prevedere il futuro. Abbiamo il passato. Che ci offre schemi, modelli, paralleli, principi e risorse, e storie di eroismo, genialità, persistenza e la gioia profonda di essere trovati a fare il lavoro che conta. Con quelli su cui abbiamo influenza possiamo cogliere le possibilità e cominciare a trasformare le speranze in realtà.

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/protest-and-persist-why-giving-up-hope-is-not-an-option/

Originale: The Guardian

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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One thought on “Protestare e persistere: perché abbandonare la speranza non è una scelta

  1. attilio cotroneo il said:

    Sorvegliare il potere e studiare come limitarlo è il vero esercizio di cittadinanza ed in questo si genera e si sviluppa ogni atto di resistenza