Razzismo e meritocrazia: perché i dimostranti di Middlebury hanno avuto ragione su Charles Murray

Redazione 13 marzo 2017 1
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di Robert J. Lacey – 12 marzo 2017

Giovedì 2 marzo centinaia di studenti del college di Middlebury hanno inscenato una protesta rivoltosa contro Charles Murray, che ha visitato il campus per una conferenza. Quando la controversa figura, meglio nota come co-autore di The Bell Curve [La curva a campana] si è presentato davanti al leggio, gli studenti gli hanno urlato sopra, rendendogli impossibile tenere il suo discorso. Voltandogli le spalle, hanno scandito: “Razzismo, sessismo, omofobia, Charles Murray fila via!” Una volta costatata l’ingestibilità della situazione gli organizzatori dell’evento hanno scortato Murray in una stanza privata dove ha concesso un’intervista a porte chiuse che è stata trasmessa su un canale video in diretta. I manifestanti hanno tentato senza successo di sabotare l’intervista facendo più fracasso e attivando sirene antincendio. In seguito la scena è peggiorata. Uscendo dal retro dell’edificio Murray e il professore che l’aveva intervistato sono sfuggiti a una folla arrabbiata di manifestanti, ma non prima di essere un po’ malmenati da numerosi teppisti mascherati.

Guru conservatori sono stati rapidi nell’inquadrare l’evento come un attacco alla libertà di espressione, ancora un altro esempio di correttezza politica della sinistra finita fuori controllo. Un tweet di Bill Kristol il giorno dopo ha espresso la reazione generale della destra: “Quello che è successo a Middlebury a Charles Murray minaccia non solo la libertà di espressione nei campus, ma la libertà di espressione – in realtà la libertà negli Stati Uniti – in generale”. Brit Hume è stato più conciso, scrivendo: “La sinistra intollerante attacca di nuovo”.

La violenza in mostra quella sera a Middlebury è stata disgraziata e indifendibile, non da ultimo perché ha trasformato Murray in una vittima meritevole della nostra simpatia e perciò ha oscurato le legittime preoccupazioni dei dimostranti. In effetti se interpretiamo questo evento principalmente come un esempio di come la sinistra costituisce una grave minaccia ai diritti del Primo Emendamento, particolarmente nei college universitari, cediamo a una stanca retorica conservatrice che ci distrae da ciò che centinaia di studenti ed ex allievi di Middlebury hanno trovato tanto contestabile riguardo a Murray.

Il Southern Poverty Law Centre [Centro legale meridionale sulla povertà] tocca il cuore del problema definendo Murray un “nazionalista bianco” che evoca una “pseudoscienza razzista e statistiche fuorvianti per sostenere che la disuguaglianza sociale è causata dall’inferiorità genetica delle comunità nere e latinoamericane, delle donne e dei poveri”. Anche se i suoi apologeti conservatori si affrettano a scartare questa affermazione (“Pregiudizi, puri e semplici”, dice Brit Hume), un esame del lavoro di Murray negli ultimi tre decenni dimostra che il Southern Poverty Law Center coglie nel segno. Sottilmente ma inequivocabilmente Murray ha sposato idee sulla razza e la disuguaglianza che concordano con l’agenda nazionalista bianca, che risulta avere un’influenza sproporzionata sull’amministrazione Trump, in larga misura grazie e Steve Bannon e Jeff Sessions.

Indubbiamente i manifestanti di Middlebury hanno considerato le loro azioni come parte di una più vasta resistenza contro ciò che sta accadendo a Washington. La nostra simpatia dovrebbe andare a loro, nonostante le azioni imperdonabili di pochi violenti. Hanno reagito contro un insieme di idee che sono abbracciate dai conservatori da parecchio tempo. La sola differenza è che i conservatori dell’era Trump sono stati incoraggiati a eliminare il linguaggio in codice e filtrato, consentendo al loro bigottismo di salire in superficie in forma genuina. Il bigottismo di Murray – ammantato di pretese accademiche, ulteriormente legittimato ogni volta che pubblica un libro o parla in un campus universitario – è meno evidente. Ma, come hanno capito i dimostranti del Vermont, ha contribuito ha preparare il terreno pseudo-intellettuale su cui è stato costruito il trumpismo.

Per farsi un’idea su Murray è probabilmente meglio partire dal libro su cui si basa principalmente la sua notorietà. Un bell’esempio di cripto darwinismo sociale The Bell Curve ha suscitato un notevole fermento quando è uscito nel 1994. In un tono intimidatorio che percorre più di 800 pagine e include innumerevoli grafici e tabelle che riportano i risultati di apparenti analisi statistiche sofisticate, gli autori fanno un’affermazione molto provocatoria: la struttura di classe nella vista statunitense riflette in larga misura le variazioni dell’intelligenza ereditata geneticamente e nessuna quantità di interventi governativi nell’interesse di quelli al fondo della scala socio-economica modificherà significativamente la struttura di classe o le disparità di razza negli Stati Uniti. Indipendentemente dagli investimenti del governo nell’assistere quelli che hanno origini svantaggiate, al vertice della scala socio-economica saliranno sempre i più intelligenti, mentre i meno intelligenti precipiteranno sul fondo.

Respingendo categoricamente la tesi prevalente oggi tra i sociologi che i membri ai membri di gruppi con risultati inferiori sono state negate opportunità di conseguire il loro pieno potenziale, gli autori attribuiscono tutte le differenze di gruppo a immutabili fattori genetici. Proprio come Herbert Spencer e William Graham Sumner, propugnatori del darwinismo sociale alla fine del diciannovesimo secolo, Herrnstein e Murray scartano le forze strutturali, postulando che la società statunitense non erige alcun impedimento significativo contro gli individui che sperano di farsi strada nel mondo. Ciascun individuo avrà successo o fallirà in conseguenza di tratti caratteriali innati.

Quella che attende il paziente lettore che cerca di arrivare alla fine di The Bell Curve è una visione tormentosa del futuro in cui una sottoclasse crescente occupa centri cittadini, continua ad avere figli illegittimi e si affida completamente allo “stato badante” per la sussistenza. In breve, per stato badante abbiamo in mente una versione più prodiga e altamente tecnologica delle riserve indiane per qualche considerevole minoranza della popolazione della nazione, mentre il resto degli Stati Uniti cerca di occuparsi di sé stesso. Poi Herrnstein e Murray espongono un’alternativa bucolica allo stato badante, in cui ciascuna persona deve trovare modi per contribuire con qualcosa di valore alla propria piccola comunità. Anche se la loro visione appare commovente e pittoresca, l’implicazione raggelante è chiara: senza il sostegno dello stato badante, i geneticamente inferiori dipenderanno dalla famiglia e della carità privata e dunque il loro numero rimarrà rispettabilmente basso, mai superando quello che una piccola comunità può sostenere ad hoc. In accordo con i loro predecessori social-darwinisti, Herrnstein e Murray ritengono che la generosità dello stato sociale sia mal riposta e trovano speranza in quella che considerano una benevola noncuranza nei confronti dei meno fortunati, tra cui i poveri, i neri, gli ispanici, e altri gruppi.

Per sostenere tali audaci affermazioni su classe, razza e politica pubblica, Herrnstein e Murray si affidano a teorie e risultati che hanno la parvenza di rigore scientifico ma in realtà non soddisfano standard accademici accettati. Nella sua famosa e devastante demolizione di The Bell Curve lo scomparso Stephen Jay Gould, scrivendo sul The New Yorker, ha denunciato le premesse fallaci su cui alla fine si basano gli argomenti degli autori. Tanto per cominciare, se i loro argomenti devono avere una qualche validità, gli autori devono essere in grado di dimostrare la validità di quattro premesse. “L’intelligenza”, affermava Gould, “deve essere rappresentabile con un singolo numero, in grado di classificare le persone in ordine lineare, basata geneticamente ed effettivamente immutabile. Se una qualsiasi di tali premesse è falsa crolla la loro intera tesi”. Come Gould rende ben chiaro, la maggior parte delle premesse è chiaramente invalida o, al meglio, dubbia.

Murray e Herrnstein cercano di allontanare queste verità scomode dandosi a una flagrante disonestà intellettuale. Ad esempio, mentre Gould cita numerosi esperti che contestano la prima premessa, che l’intelligenza generale o l’abilità cognitiva possano essere misurati da un singolo numero, Murray e Herrnstein assicurano il lettore che l’uso del Quoziente d’Intelligenza è inattaccabile. “Tra gli esperti”, affermano, “è ormai oltre una gran disputa tecnica che esiste qualcosa come un fattore generale di abilità cognitiva su cui gli esseri umani si differenziano e che questo fattore generale è misurato ragionevolmente bene da una varietà di test standardizzati, i migliori tra tutti i test del Quoziente d’Intelligenza”. Questo tipo di inganno è quello che ci si può aspettare. In un tentativo di sostenere il loro trucco e vendere la loro tesi a un pubblico ignaro, gli “autori spesso omettono fatti, abusano di metodi statistici e sembrano non disposti ad ammettere le conseguenze delle loro stesse parole. “ Alla fine, il loro intero progetto si basa su una teoria non persuasiva, su un’erudizione scadente e su risultati empirici inconcludenti.

Caldeggiato da luminari della destra alla ricerca di argomenti a sostegno del laissez faire e dello smantellamento dello stato sociale, The Bell Curve è alla fine un testo di propaganda rivestito di uno stile accademico. Come ha detto Gould, The Bell Curve non è altro che un “manifesto dell’ideologia conservatrice” che evoca il tetro e spaventoso martellamento di affermazioni associate a gruppi di esperti conservatori: riduzione o eliminazione dello stato sociale, termine o forte taglio della difesa delle minoranze nelle scuole e nei luoghi di lavoro, taglio di Head Start e di altre forme di istruzione prescolare,  taglio dei programmi per quelli che apprendono più lentamente e trasferimento di tali fondi ai dotati.

Anche se afferma di offrire un contributo originale alla scienza sociale, ha ragione Gould quando dice che questo manifesto “con le sue affermazioni e la presunta documentazione che le differenze di razza e di classe sono in larga misura causate da fattori genetici e sono perciò essenzialmente immutabili, non contiene argomenti nuovi e non presenta alcun dato convincente a sostegno del suo anacronistico darwinismo sociale”. Che il libro si sia guadagnato tanta attenzione, egli afferma, è un riflesso del “deprimente umore del nostro tempo; un momento storico di mancanza di generosità senza precedenti, quando una volontà di tagliare programmi sociali può essere favorita fortemente dalla tesi che i beneficiari non possono essere aiutati, a causa di limiti cognitivi innati che si manifestano sotto forma di bassi quozienti d’intelligenza”. E’ perché viviamo in un tempo in cui l’ideologia conservatrice moderna è divenuta prevalente che tale “anacronistico darwinismo sociale” può rialzare la sua brutta testa e tuttavia apparire ragionevolmente attraente, se non semplicemente bello, a così tanti.

Il collegamento tra il conservatorismo moderno e il cripto darwinismo sociale diviene più chiaro quando si considera il fatto che The Bell Curve è un seguito mediocre del precedente libro di Charles Murray, Losing Ground [Perdita di terreno], che all’atto della sua uscita nel 1984 non solo ricevette recensioni entusiastiche dai conservatori, ma anche li aiutò a inquadrare il dibattito sulla riforma dello stato sociale nel decennio successivo. Con gran disappunto dei progressisti egli conclude nel suo libro che la Guerra alla Povertà non solo ha mancato di aiutare gli impantanati nella classe inferiore ma ha anche esacerbato la loro condizione creando una cultura di dipendenza dall’elemosina del governo e un incentivo perverso a spezzare famiglie.

La tesi centrale del libro, che chiaramente attinge al concetto di azzardo morale, è che i tentativi governativi di risolvere il problema della povertà non faranno che peggiorare le cose, poiché c’è una quantità di persone capaci che vivono di elemosine e che mostrerebbero il loro temperamento e si sottrarrebbero alla cultura della povertà se costretti a muovere il culo. La sua ricetta politica è semplice e familiare: smantellare lo stato sociale interamente, se possibile, o almeno attuare profondi tagli alla spesa sociale. Faremo un favore ai poveri liberandoli dalle catene della dipendenza dall’assistenza e dando loro la motivazione a farcela da soli. Si può capire come il libro abbia rapidamente ottenuto uno status canonico nell’amministrazione Reagan.

Se Losing Ground si propone di dimostrare come lo stato assistenziale incoraggi la pigrizia e scelte di vita mediocri tra quelli che hanno la capacità di riuscire nella vita, The Bell Curve spiega perché lo stato assistenziale non ha alcuna possibilità di aiutare quelli che sono intrinsecamente inferiori. In altri termini, il governo crea problemi tenendo indietro i capaci oppure getta via soldi cercando di migliorare le prospettive di vita degli incapaci. Gli argomenti di questi libri complementari si basano sulla premessa del darwinismo sociale che il governo dovrebbe astenersi dall’interferire con la competizione nella vita. Non farlo, dice Murray, prive molte persone dell’opportunità di cogliere le occasioni – di essere il meglio che possono essere – e danneggia il benessere generale ridistribuendo, sprecandola, la ricchezza dai produttivi agli improduttivi, dagli intelligenti e gran lavoratori agli stupidi e pigri.

Anche se la retorica può essere meno vergognosa, il messaggio non è poi così diverso da quanto sostenevano Spencer e Sumner più di un secolo fa. Sia i darwinisti sociali allora, sia i conservatori oggi, hanno sostenuto che le persone che hanno una capacità innata, lavorano duro e rispettano le regole prospereranno in un sistema di libera impresa e quelli non ce l’hanno finiranno nei loro giusti deserti. In qualche modo trovano inconcepibile che i colpi e le frecce della cattiva fortuna non distinguano tra gli evidentemente capaci e gli incapaci. Nessuno è invulnerabile alle brutalità della vita, specialmente quando i mercati regnano senza vincoli.

Il fatto che successo o fallimento nella vita siano largamente una funzione di fortuna, contingenze al di là del controllo di qualsiasi individuo, merita qui una speciale menzione. Murray e Herrnstein insistono che viviamo in una meritocrazia in cui i migliori e più in gamba salgono al vertice. Ciò chiaramente non è vero. Le forze strutturali che discriminano in base a razza, etnia, classe e genere sono innegabili.

Ma anche se vivessimo in una società che avesse rimosso tutte le barriere al successo per quelli cui era stata negata uguaglianza di opportunità in passato, continuerebbe a restarci un problema più profondo: la distribuzione disuguale della ricchezza e del potere. Fino a quando non affronteremo questo problema persisteranno le gerarchie e le disuguaglianze basate su categorie arbitrarie. Le persone con caratteristiche che capitano essere valorizzate nel sistema economico in cui si trovano avranno la buona fortuna di finire al vertice della scala sociale.

Anche se le caratteristiche che società ineguali amano ricompensare sono il risultato del puro caso, la loro ideologia sottostante è l’idea che alcuni meritano di più – e altri di meno – a causa del loro carattere e delle loro scelte nella vita. Sotto questo aspetto le meritocrazie non sono diverse, diciamo, dalle aristocrazie e dalle plutocrazie. Diversamente da tali regimi, tuttavia, le meritocrazie premiano l’intelligenza, l’industriosità, la parsimonia, la capacità di vendere, la competitività e la perseveranza; le stesse qualità, come ha indicato Max Weber, ripagano altrettanto bene nel sistema capitalista. Ma, proprio come quei regimi, le meritocrazie giustificano la concentrazione del potere economico e politico nelle mani di una ristretta élite.

La lezione qui è che una volta che abbracciamo la meritocrazia come scopo finale di una società giusta, cadiamo nella trappola dell’accettazione dei termini del dibattito usati dalla destra. Nel far questo rendiamo più facile a Murray e ad altri del suo genere sostenere che le persone in generale finiscono dove devono finire se il governo le lascia sufficientemente far da sole. La sinistra deve costruire una tesi robusta contro la disuguaglianza socioeconomica. Indipendentemente dalle presunte scelte che le persone fanno nella vita, nessuno merita di bere acqua contaminata da piombo, di vivere senza un’assicurazione sanitaria, di guadagnare meno del salario minimo, di frequentare scuole pubbliche malfunzionanti, di soffrire la fame e la mancanza di un tetto o di subire qualsiasi altro oltraggio.

Robert J. Lacey è professore associato di scienze politiche allo Iona College. Parti significative di questo articolo sono estratte, a volte in forma leggermente modificata, dal suo recente libro ‘Pragmatic Conservatism: Edmund Burke and His America Heirs’. L’autore ringrazia il suo editore, Palgrave Macmillan, per aver autorizzato la ripubblicazione di queste parti.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/why-middlebury-protestors-were-right-about-charles-murray/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 13 marzo 2017 alle 22:56 - Reply

    Impedire che si dicano idiozie, ogni tanto, aiuta a preservare la libertà di ascoltare cose sensate

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