Afghanistan: appunti da una terra fatta a pezzi –Seconda parte

Redazione 12 marzo 2017 1
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Afghanistan: appunti da una terra fatta a pezzi –Seconda parte

Di Andre Vltchek

10 marzo 2017

NON E’ RIMASTO NULLA DI SOCIALE, NON SI VUOLE NULLA DI SOCIALISTA

Ho fermato varie persone che stavano camminando sulla strada, in varie parti di Kabul. Volevo comprendere delle cose essenziali: era rimasto qualcosa di sociale a Kabul? La ‘liberazione’ occidentale ha portato almeno qualche progresso, dello sviluppo sociale e migliori livelli di vita?

La maggior parte delle risposte sono state davvero molto pessimiste. Soltanto le persone che lavoravano o che  facevano un secondo lavoro in nero  per le forze armate occidentali, per le ambasciate, per le ONG o per altri ‘ consulenti internazionali’ erano, in qualche misura, ottimisti.

Mi hanno spiegato che quasi tutti nelle campagne e nelle città delle province erano senza lavoro. La disoccupazione tra i laureati era di oltre l’80%.

A Herat, una città di quasi mezzo milione di persone, una lunga fila sconfortante si snodava davanti all’ambasciata iraniana. Mi hanno detto che diecine di migliaia di persone sono già emigrate dall’altra parte del confine. Adesso, agli afgani che stavano cercando di andare a vistare i loro parenti che vivono in Iran, è stato detto di lasciare un deposito di 300 euro, nel caso che decidano di non tornare.

Ho chiesto che cosa si produce a Herat e mi hanno risposto, senza nessuna ironia, “per lo più soltanto detersivi in polvere e biscotti”. Il turismo dall’Iran era soltanto di 150 persone all’anno! La zona tra la città e il confine era pericolosa e ci sono frequenti rapimenti.

Nella maggior parte delle città di provincia, una normale famiglia deve andare avanti con 2.300-2500 afgani al mese, che corrispondono a  non molto di più di 30 dollari americani.

Il governo fornisce acqua corrente soprattutto per progetti di edilizia del governo. Le persone che vivono altrove devono scavarsi da soli i loro pozzi.

L’elettricità è costosa e ora si ipotizza che una famiglia media a Kabul paghi circa 35 dollari americani al mese. Anche nella capitale, molte persone devono tirare avanti senza elettricità. Gli ‘investitori’ indiani sono in partenariato con il governo. Le forniture elettriche e anche l’acqua sono percepite come iniziative imprenditoriali e non come servizi sociali essenziali.

Mentre in passato poteva contare su trasporti pubblici soddisfacenti, ora Kabul è costretta a dipendere da veicoli privati e da questi pochi ‘bus di città’ che sono a ‘scopo di profitto’ e che sono di proprietà privata e fatti funzionare da privati.

Ci sono scuole governative in Afghanistan che, in teoria, sono gratuite, ma non, però,  i libri, le matite e le divise e altre cose fondamentali.

Forse la più notevole struttura moderna di Kabul è, in realtà, l’edificio di 10 piani dove c’è l’Ospedale Jamhuriat, un regalo della Repubblica Popolare della Cina, non dell’Occidente.

Ci si chiede: dove sta davvero andando quella leggendaria ‘assistenza’ degli Stati  Uniti e dell’Europa? Forse ai milioni di tonnellate di cemento usate per la costruzione delle massicce recinzioni? Forse per l’acquisto fatti con il denaro degli sponsor, di telecamere di alta tecnologia e di sistemi di sorveglianza, e anche per la “bella vita” di migliaia di ‘contractor’ e di ‘esperti della sicurezza’ occidentali?

Ho parlato a più di centinaia di afgani. Quasi nessuno era pronto a citare il socialismo, come se questa meravigliosa parola fosse scomparsa, fosse stata cancellata dal lessico locale.

“In realtà si ricordano con molto affetto del socialismo,” mi ha detto una volta il mio conoscente giapponese di base a Kabul. “Tuttavia, non si viene incoraggiati a  parlare di questo argomento. Potrebbe causare problemi di tutti i tipi.”

LA VITTORIA  OCCIDENTALE (TEMPORANEA)

Mentre ero a Kabul uno degli esperti locali che lavora per un’organizzazione internazionale, mi ha detto:

“IL NESP – Piano Strategico Nazionale per l’Istruzione) è stato appena elaborato… Il finanziamento è arrivato dall’Occidente. Molti incontri si sono tenuti direttamente all’ambasciata degli Stati Uniti e negli uffici della Banca Mondiale. Il Ministero afgano dell’Educazione ha avuto scarsa voce in capitolo circa il curriculum, che è stato fondamentalmente imposto dai paesi occidentali…”

Non posso citare la fonte di questa informazione, dato che questa persona probabilmente perderebbe il suo incarico per avere espresso queste opinioni.

In seguito ha chiarito ulteriormente:

“Le decisioni politiche riguardanti l’educazione vengono proposte da gruppi di paesi donatori che sono per lo più paesi occidentali. Il Ministero dell’Educazione, che ha possibilità limitate, ha un ruolo minore nell’elaborazione della politica del NESP III (2017-2021). Invece di costruire le competenze del governo, i paesi donatori assumono il ruolo principale nel cambiamento del sistema educativo, e questo non assicura assolutamente un’educazione sostenibile per l’Afghanistan.”

Come in tutti gli stati clienti dell’Occidente, l’educazione in Afghanistan è manipolata e mirata a servire gli interessi dell’Occidente. Ci si aspetta che produca masse obbedienti e acritiche. Invece di patrioti determinati e produttivi, sta rigurgitando maggiordomi del regime il quale a sua volta serve prevalentemente gli interessi  stranieri.

Quasi tutta l’informazione scorre attraverso i canali che sono, almeno in qualche misura, influenzati dall’estero: media sociali, reti televisive e anche la stampa.

Il leggendario spirito afgano di resistenza e il coraggio sono stati distrutti (speriamo soltanto temporaneamente) brutalmente, con la supervisione di indottrinatori e propagandisti stranieri altamente professionali.

Coloro che sono disposti a collaborare con le forze di occupazione, improvvisamente, non lo nascondono neanche più, e mostrano orgogliosamente la loro condizione come se fosse un emblema, non una vergogna. Molti sono ora felici di essere “associati” con l’Occidente e con le sue istituzioni.

Di fatto l’occupazione non viene chiamata neanche più occupazione, almeno dalle élite che sono ben ricompensati dal sistema per le loro capriole e piroette linguistiche e intellettuali.

E gli afgani continuano ad andarsene.

L’Afghanistan sta perdendo i suoi figli e figlie più  dotati, ogni giorno, ogni mese, in maniera irreversibile.

La Signora Yukiko Matsuyoshi, ex diplomatica giapponese, e attualmente esperta di educazione all’ONU, è preoccupata delle attuali tendenze in Afghanistan, un paese dove ha trascorso parecchi anni:

“Ora le classi sociali sono state ricreate dopo la caduta dei talebani, ma il paese sembra non avere nessuna ideologia. Le persone seguono soltanto le tendenze che vengono gettate sulla loro strada. C’è corruzione, c’è l’enorme business dei papaveri e ci sono i palazzi. E nelle campagne c’è miseria, quasi nessun accesso all’informazione. Gli afgani stanno lasciando il loro paese. Chiunque può, se ne va: brave persone, persone del governo… sembra che tutti cerchino di scappare.”

Improvvisamente, l’Occidente viene percepito come una qualche Terra Promessa. Coloro che riescono ad arrivarci, si vantano della loro nuova ‘patria’, inviando immagini colorate tramite i media sociali: Disneyland, Hollywood, i castelli tedeschi…

Ho visto l’altra faccia della medaglia, in terribili campi profughi in Grecia, nei campo francesi a Calais; la gente che affoga tentando di attraversare il mare dalla Turchia all’Unione Europea.

Non c’è più discussione sul fatto che l’Afghanistan debba essere capitalista o socialista. Il dibattito si è fermato. La decisione è stata presa, da qualche altra parte, ovviamente.

Le facce dei leader dell’Alleanza del Nord ‘decorano’ (o alcuni direbbero ‘sfregiano’) tutte le strade più importanti che ho percorso. Ahmad Shah Massoud è diventato un eroe nazionale durante il regime di Karzai.

Ho viaggiato per più di 100 km nord, per vedere la tomba di Massoud, o pollice, o qualunque cosa realmente sia quella mostruosità che hanno eretto al di sopra della splendida Valle del Panshir. Folle di persone vanno lì nei fine settimana, alcuni fin da Kabul, e ci sono anche coloro che  pregano il ‘leader’.

L’ex combattente “anti-sovietico” e “anti-comunista” è certamente un ‘eroe’ perfetto, la cui memoria è curata dal regime filo-occidentale.

Viaggiano in macchina attraverso la Valle del Panshir, ho visto parecchi carri armati sovietici e veicoli corazzati in rovina ai lati della strada. Ho visto anche un villaggio distrutto, un ricordo inquietante della guerra. Si chiama Dashtak. Le case di fango somigliano a un  cimitero, a un orrendo monumento.

Ho fatto delle fotografie e le ho mandate a Kabul, a dei miei amici perché identifichino i luoghi. Voglio sapere, sentivo di dover sapere che aveva raso al suolo questo villaggio sulla riva del fiume, circondato da montagne così stupende.

La risposta arrivò in pochi minuti: “Credo che sia stato nel 1984, a opera dell’Unione Sovietica”. Seguiva un link a un libro pubblicato in Occidente che citava un ex consigliere ucraino o sovietico di un comandante afgano  di un battaglione. Il titolo del libro era : “The Bear Went Over the Mountain” (L’orso andò sulla montagna).

La citazione non sembrava molto convincente. “Torniamo indietro”, hi chiesto al mio autista e traduttore. “Parliamo con le persone che vivono sull’altra parte  del fiume.”

Abbiamo trovato tre abitanti, in tre diverse parti del villaggio; tre persone abbastanza anziane da ricordare quello che è accaduto qui circa 30 anni fa. Tutte e tre le testimonianze coincidevano: le forze di Massoud avevano portato rifugiati di altre parti della valle. Prima dell’inizio della battaglia, tutti se ne sono andati. Durante il combattimento le case di fango sono state distrutte, ma nessun civile vi è rimasto ucciso. Ci sono sempre molte interpretazioni diverse degli eventi storici. Tuttavia, le analisi della storia afgana moderna disseminate dall’Occidente e dal regime afgano, tra gli afgani, sono sospettosamente unanimi e terribilmente unilaterali. Sto decisamente programmando di riesaminare questo punto durante il mio prossimo viaggio in Afghanistan. Lo considero essenziale. Il futuro dell’Afghanistan dipende certamente dalla comprensione del suo passato.

Ci sono enormi droni-dirigibili, roba di orribile aspetto, usata per la sorveglianza in volo, che si librano al di sopra della base dell’aviazione  militare americana vicino a Bagram. Gli stessi droni si possono vedere “levitare” sopra Kabul, ma nella zona di Bagram, con l’incredibile sfondo delle montagne, sembrano particolarmente spaventosi.

La base aerea è enorme. Sembra anche più grande della base di Incerlik, vicino ad Adana, in Turchia. E’ un capolavoro assoluto di volgarità militare, con torri di guardia dovunque, con fili spinato, vari strati di muri di cemento, telecamere di sorveglianza e luci potenti. Se questa non è un’occupazione, allora che cos’è realmente?

Anche questa volta il mio autista è totalmente calmo. Voglio fotografare questa mostruosità, e mi fa girare, in modo che posso trovare un posto realmente buono. ‘Calcolo la luce’, cerco l’angolo giusto, così, durante il tramonto quelli che ci potrebbero osservare dall’interno del ‘castello’, sarebbero  “accecati” e potrei ottenere almeno qualche immagine decente.

Mi rendo conto del fatto che in Afghanistan l’Impero spesso uccide qualsiasi cosa che si muove, se c’è il minimo sospetto o senza alcun sospetto, dato che per loro la vita umana della gente locale non conta quasi nulla.

Dopo che il sole cala, comincio a lavorare in fretta.

In qualche modo sento che la mia visita in Afghanistan sarebbe incompleta, senza avere almeno alcune immagini della base di Bagram – uno dei simboli più espressivi dell’occupazione.

E quindi questo è ciò che è diventato l’Afghanistan sotto gli stivali occidentali ‘liberatori’! Fili spinati, aerei da caccia stranieri, muri di cemento dappertutto, battaglie con gli elementi religiosi fondamentalisti (inventati e prodotti dall’Occidente), un selvaggio capitalismo grottesco, collaborazione ignorante svergognata, e armi, armi, armi e anche miseri in quasi tutti gli angoli, e una delle più basse aspettative di vita e più bassi standard di vita che esistono sulla Terra! E, naturalmente, gente che scappa, che si lascia dietro questo bel paese, un paese che improvvisamente è non amato, umiliato, abbandonato da così tante persone!

Tutto questo sta accadendo soltanto, grosso modo, quattro decenni dopo i tentativi eroici di creare dei grandi progetti sociali di case popolari, dopo l’attuazione di una rete ben funzionante di trasporti pubblici, dell’istruzione pubblica e dell’assistenza sanitaria e anche dopo un tentativo di introdurre il laicismo, costruendo, contemporaneamente, una dignitosa società ugualitaria.

La vittoria gloriosa dell’imperialismo occidentale su una delle più vecchie e grandi culture, sembra essere completa. I Britannici hanno tentato, in varie occasioni; hanno ucciso e torturato, ma sono stati sconfitti. Non  hanno mai perdonato. Hanno aspettato per decenni, e sono tornati con la loro progenie vigorosa e aggressiva. Ed eccoli qui, tutto l’Afghanistan appare esausto e sconfitto. E’ malamente ferito ed è stato trascinato attraverso una sporcizia inimmaginabile.

Non credo però che sia schiacciato dall’Occidente o dai fondamentalisti religiosi o da questi due loro alleati storici.

Nel suo profondo, l’Afghanistan è più giudizioso. Ha già sperimentato molti anni di speranza, ne conosce il sapore. Durante i lunghi secoli e millenni della sua esistenza, è sopravvissuto a vari momenti spaventosi, si  è sempre rimesso in piedi, invitto e orgoglioso. Sono sicuro che si risolleverà di nuovo.

Andando in aereo, in macchina o camminando attraverso le sue magnifiche montagne, ho spesso pensato che l’Afghanistan è come un organismo vivente, che mi stava facendo l’occhiolino e che mi faceva sapere che è vivo, che vede tutto quello che succede e che non è affatto inutile lottare per il suo futuro.

Osservavo gli snodi  dei contatti elettrici che alcuni decenni fa di solito reggevano  quei fili aerei usati dalla rete dei leggendari filobus di Kabul.

“Quei meravigliosi veicoli arrivavano dall’ex Cecoslovacchia”, mi ha detto un impiegato che avevo fermato nel centro della città. “Erano belli, e sapete che li guidava di solito? Delle ragazze: donne ottimiste che per qualche motivo erano sempre di buon umore.”

A quanto pare, Kabul aveva tre linee di filobus, una delle quali aveva inizio (o fine) al ‘Cinema Pamir’. Di che colore erano i filobus di Kabul? Ho visto delle fotografie ma quelle che ho potuto trovare sono in bianco e nero. Quando ero bambino, sono cresciuto in Cecoslovacchia e i nostri filobus erano rossi. Quelli di Leningrado, la mia città natale, erano blu e verdi, e alcuni anche rossi. Quando acceleravano, sembrava che cantassero una canzone ingenua, che gemessero, lamentandosi ironicamente della loro vita faticosa.

Immaginavo una donna energica, una professionista che saliva su questi filobus. Forse era ansiosa di andare a vedere uno di quei grandiosi vecchi film sovietici al Cinema Pamir, forse “The Dawns Here are Quiet” – Le albe qui sono tranquille (film di guerra, russo, n.d.t.)) o di andare al lavoro o di visitare le diverse parti della città. Si sarebbe rannicchiata su un comodo sedile nel veicolo elettrico. Stava diventando buio, ma la città era sicura. Una donna dietro il volante stava realmente sorridendo. C’erano bandiere che sventolavano in tutta la città.  C’era speranza. C’era un futuro. C’era un paese da costruire e amare.

Avevo sospettato che i filobus di Kabul in realtà fossero azzurri. Non ho alcuna idea del motivo. Era soltanto una mia intuizione.

Improvvisamente ho sentito un forte colpo, e poi lo stridio dei freni.

“Tira su il finestrino”! ha gridato il mio autista. Stavamo entrando in un quartiere miserrimo (slum) abitato dagli sfollati. Abbiamo lasciato la strada. Polvere dappertutto. Miseria assoluta. La città di Bagrani, ora si chiama slum di Bagrani, appena a pochi chilometri a est di Kabul, sull’autostrada per Jalalabad.

Ho afferrato il pesante corpo metallico della mia Nikon professionale.

Il mio sogno dell’Afghanistan degli anni ’70, un pese gentile ed entusiasta, è terminato bruscamente. Ora intorno a me c’erano bambini che soffrono di malnutrizione. Ho sentito voci eccitate, accusatorie di uomini e donne che erano stati costretti a venire da tutti gli angoli dell’Afghanistan. Percorrevamo una strada accidentata, diretti verso numerose strutture di fango semi crollate e tende sporche.

“Siamo scappati dai combattimenti a Shinwar, nella Provincia di Helmand, dai dintorni di Jalalabad  e da Kandahar,” mi gridavano parecchi sfollati che ora vivono a Bagrani.

“Abbiamo 1000 famiglie dell’Helmand e più di 1000 famiglie di Kandahar che vivono qui. Abbiamo perduto le nostre case nei nostri villaggi e nelle nostre città…Anche le persone dei dintorni di Jalalabad hanno perduto le loro case. Daesh (ISIS) è attiva in varie parti del paese…I combattenti talebani spesso cambiano bandiera e si uniscono a Daesh. Ci sono combattimenti in corso dappertutto: Daesh, talebani, e le forze governative si affrontano.”

Come sono coinvolti la NATO in generale e gli Stati Uniti in particolare, chiedo tramite il mio interprete.

“Ci sono gli americani, naturalmente. La maggior parte di loro combatte dal cielo, ma talvolta sono anche sul terreno.”

“Uccidono i civili?”

“Sì, certo. I nostri figli, i nostri mariti vengono regolarmente uccisi da loro”, grida una donna vestita con un burqa azzurro che tiene in braccio un bambinetto.

Mi dicono che la miseria è dappertutto e sta distruggendo il paese. E non c’è quasi nessun aiuto che arrivi dallo stato corrotto e quasi in bancarotta.

Sidiqah, un’anziana signora, piange di disperazione e di rabbia: “Non ci è rimasto nulla, ma nessuno ci aiuta! Non sappiamo che cosa fare.”

Quando fotografo, un piccolo gruppo di persone comincia a far dondolare la macchina. La situazione sta diventando tesa, ma non penso che affronteremo un pericolo immediato. Continuo a lavorare. Sta diventando tutto molto personale. Non capisco perché, ma è così…

Poi, silenziosamente, un gruppetto di persone si avvicina a noi. Tra di loro ci sono un uomo con una barba molto lunga e una ragazza con una faccia bella e tragica. Indossa una maglietta dove sono raffigurati vari topi bianchi carini, ma la manica destra è vuota. Le manca tutto il braccio.

La sua faccia è straordinaria. Fissa lo sguardo direttamente nella mia macchina fotografica, e quando abbasso le lenti, sento che i suoi occhi cominciano a penetrare i miei. Senza che venga pronunciata una sola parola, percepisco chiaramente che cosa sta tentando di trasmettermi:

“Che cosa mi hai fatto?”

Cerco di sostenere il suo sguardo almeno per pochi secondi, ma poi abbasso gli occhi. Ora sono nel panico. Voglio abbracciarla, stringerla, portarla via da qui, da qualche parte, in qualche modo; adottarla, portarla via in aereo da qui, darle una casa, ma so che non c’è nessun modo in cui mi sarebbe permesso di farlo. I miei occhiali si annebbiano molto. Borbotto qualcosa di sconnesso. Sono un duro, ho visto molte guerre, mi sono trovato di fronte alla morte in varie occasioni. Cerco di rimanere calmo ogni volta che mi trovo in posti come questo, in qualsiasi posto lavori. Quello che mi sta accadendo qui e ora accade molto raramente, ma accade davvero.

E’ il 4 marzo 2017 in Afghanistan. Il mio volo è previso che parta il giorno successivo, nel tardo pomeriggio. So che lo prenderò, ma capisco anche, e silenziosamente faccio la mia promessa a questa ragazzina con i topi carini e la manica vuota, che non lascerò mai completamente il suo paese.

Quello che accadrà dopo è prevedibile: ancora un’altra notte insonne. Tutto ritornerà, si riprodurrà come un film nel mio cervello. Il campo provvisorio di Bagrani, un alto campo che sta ospitando persone evacuate da Kunduz, alcuni campi con mine inesplose in mezzo a Herat, quelle centinaia di cadaveri viventi che vegetano nel centro del Distretto di Kabul, poi varie esplosioni, innumerevoli carcasse in rovina di carri armati sovietici, l’inquietante ed enorme base dell’aviazione americana vicino a Bagram, la bizzarra tomba di Massoud, i bianchi droni-dirigibili, i muri di cemento, le torri di osservazione, i controlli di sicurezza e le vuote bocche di vari tipi di armi che puntano in tutte le direzioni.

Sarò stanco, esausto, ma non sarò mai consapevole che non ho il diritto di riposare, non adesso né a breve.

Continuo a pensare al Cinema Pamir, ai filobus di Kabul e al Blocco 21 nel quartiere di Makroyan in stile socialista… 4° piano, interno 2 o forse 3…Continuerò a immaginare che cosa potrebbe aver avuto luogo lì, se la vita non fosse stata interrotta così repentinamente e così brutalmente.

L’Afghanistan, una terra stupenda ma terribilmente segnata da cicatrici e ferita, ha subito un trauma. E’ stata frastornata  e disorientata. Può a malapena camminare, ma è ancora l’Afghanistan, ha camminato comunque, contro ogni previsione!

Più tardi, quella sera, ricorderò quello che una volta un grande poeta e cantante cubano, Silvio Rodriguez, ha scritto circa il Nicaragua. E a un certo punto, soltanto pochi momenti prima che l’alba avrebbe cominciato a ridare colori luminosi al mondo, sostituirò il Nicaragua con l’Afghanistan, e improvvisamente comprenderò che è esattamente quello che sento verso questa bella nazione fatta a pezzi: “L’Afghanistan fa male, soltanto come fa male l’amore.”

Fa male come l’amore…

Fa male…terribilmente, perciò è amore.

Tutto questo sarebbe accaduto più tardi, ore dopo. Alla fine smetterò di lottare e accetterò semplicemente.

Ora, però, la vecchia Toyota risale sulla strada asfaltata e riesco a malapena a tenere gli occhi aperti. Nei scorsi giorni ho dormito molto poco.

Mr. Tahir, il mio autista e ora mio amico, appare sorprendentemente calmo e non preoccupato. Dopo tutto il tempo che ha lavorato con me, chiaramente è pronto a qualsiasi avventura o a qualsiasi incubo.

Mi porge dei fazzoletti di carta. Il mio polso sinistro sanguina, anche se non troppo. Verosimilmente ho urtato qualcosa negli slum, o mi sono scorticato senza accorgermene. Le mi macchine fotografiche sembrano sempre più pesanti e il mio taccuino sembra sporco; continuo a farlo cadere a terra. Anche i miei vestiti sono sporchi. Ma andiamo, andiamo avanti, ed è una buona cosa!

“ E’ tutto distrutto, Mr. Tahir”, lo informo cortesemente.

“Sì, signore”, risponde, co un’uguale dose di rispetto. Siamo una bella squadra.

“Ma stiamo procedendo”, rammento a lui e a me stesso.

“Stiamo procedendo, signore.”

Di nuovo la testa mi cade sul petto. Apro gli occhi appena pochi minuti dopo. E’ già molto buio. Kabul attorno a me; l’Afghanistan. E’ bello essere qui. Sono contento di esserci venuto.

“Dove andiamo ora, signore?”

“A Jalalabad, Mr.Tahir.”

“Signore? Jalalabad è dietro…E a quest’ora…”

Non dice di no. Non ha detto mai ‘no’ a nessuna delle mie richieste in tutti quei giorni. Mi sta soltanto informando. Se fossi davvero sufficientemente pazzo e insistessi,  accetterebbe. Sa che potremmo essere nei guai,  forse perfino uccisi, ma non si rifiuterebbe. E’ mio amico e mi sento al sicuro con lui.

“Scusa, mi sono addormentato… Volevo dire: andremo presto a Jalalabad, quando tornerò in Afghanistan.”

Penso per pochi secondi. Questo viaggio, stare proprio qui, tutto sembra giusto, esattamente come si suppone che sia. Non sono sicuro di dove voglia precisamente andare, proprio adesso, ma una cosa la so per certo: devo continuare ad andare.

“Per favore, guidi e basta, Mr. Tahir.”

“Avanti?” mi chiede, istintivamente. So che lo sa. Entrambi lo sappiamo, ma non fa male chiedere.

“Sì, per favore. Vada avanti. Sempre avanti!”

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha scritto articoli sulle guerre e i conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi libri più recenti sono: Il romanzo rivoluzionario “Aurora”, e due opere di successo di saggistica:  “Exposing Lies of the Empire” [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism [Lotta contro l’imperialismo occidentale] Guardate altri suoi libri su: http://andrevltchek.weebly.com/books.html. Andre sta realizzando documentari per teleSUR e Al-Mayadeen. Guardate Rwanda Gambit, il suo documentario  sul Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo.

Dopo aver vissuto in America Latina, in Africa  e in Oceania, Vltchek attualmente risiede  in Asia Orientale e in Medio Oriente  e continua a lavorare in tutto il mondo. Può essere raggiunto sul suo sito web http://andrevltchek.weebly.com e su Twitter: https://twitter.com/AndreVltchek

Nella foto: i minareti di Herat

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2017/03/10/afghanistan-notes-from-a-broken-land

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse.  EPA/JALIL REZAYEE

epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse. EPA/JALIL REZAYEE

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 13 marzo 2017 alle 07:32 - Reply

    Non abbiamo mai dovuto pensare alla possibilità di poter perdere la nostra casa, la nostra terra e persino la nostra memoria solo perché siamo stati educati in quella parte di mondo cosa debba essere distrutto e cosa possa essere salvato. Eppure nulla impedirebbe in teoria che un giorno noi si possa pensare a ciò che accade in determinati luoghi come se si trattasse di un film.

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