Afghanistan: appunti da una terra fatta a pezzi – Prima parte

Redazione 11 marzo 2017 1
Print Friendly
epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse.  EPA/JALIL REZAYEE

epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse. EPA/JALIL REZAYEE

Afghanistan: appunti da una terra fatta a pezzi – Prima parte

Di Andre Vltchek

10 marzo 2017

Adesso è inverno in Afghanistan, alla fine del febbraio 2017. Di notte la temperatura arriva vicino allo zero. Le montagne che circondano la città sono coperte di neve.

Sembra molto più rigido di quanto è realmente.

Presto saranno 16 anni dall’invasione del paese a opera degli Stati Uniti e del Regno Unito, e 16 anni dalla Conferenza di Bonn, durante la quale Hamid Karzai era stato “scelto” per dirigere l’Amministrazione afghana ad interim.

Quasi tutte le persone con le quali ho parlato in Afghanistan sono d’accordo che le cose stanno rapidamente passando dal male al fondo.

Gli afgani, in patria e all’estero, sono profondamente pessimisti. Dato che ricevono considerevoli indennità e privilegi, almeno alcuni stranieri di base a Kabul sono molto più ottimisti, ma dimostrare ‘il pensiero positivo’ è quello per cui sono pagati.

Storicamente una delle più grandi culture esistenti sulla Terra, l’Afghanistan sta ora avvicinandosi al punto di rottura, avendo l’indice più basso dello Sviluppo Umano (2015, HDI – Human Development Index, compilato dall’UNDP, Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo),  di tutte le nazioni asiatiche e il 18° più basso in tutto il mondo (tutti i 17 paesi al di sotto di esso si trovano nell’Africa sub-sahariana).

Mentre, ufficialmente, il tasso di alfabetizzazione è circa del 60%, mi è stato detto da due preminenti pedagogisti a Kabul, che in realtà il tasso è ben al di sotto del 50%, mentre è ostinatamente bloccato sotto il 20% per le donne e le ragazze.

Le statistiche sono orribili, ma che cosa c’è dietro i numeri? Che cosa è stato fatto a questa antica e diversa  civiltà che una volta era orgogliosamente all’incrocio dei maggiori itinerari commerciali e influenzava culturalmente un grosso pezzo dell’Asia, e collegava l’Est e l’Ovest, il Nord e il Sud?

Quanto è profondo, quanto è permanente il danno?

Durante la mia visita, mi hanno offerto di viaggiare in un veicolo corazzato, antiproiettile, ma ho rifiutato. Il mio “cavallo” che sta invecchiando è diventata una Corolla malandata, il mio autista e traduttore è stato un coraggioso e dignitoso padre di famiglia dotato di un meraviglioso senso  dell’ umorismo. Anche se siamo diventati buoni amici, non gli ho mai domandato a quale gruppo etnico apparteneva. Non me lo ha detto. Non l’ho voluto sapere, e lui non ha considerato importante affrontare l’argomento. Tutti sanno che l’Afghanistan è profondamente diviso ‘lungo le sue linee etniche’. Dato che sono internazionalista, mi rifiuto di prestare attenzione a qualsiasi cosa si riferisca al ‘sangue’, dato che trovo innaturali e totalmente spiacevoli, tutte queste divisioni, in qualsiasi parte del mondo. Definitela una mia piccola ostinazione; sia il mio autista che io stavamo rifiutandoci ostinatamente di riconoscere delle divisioni etniche in Afghanistan, almeno in macchina, mentre percorrevamo questa terra meravigliosa ma ferita, stupenda ma infinitamente triste.

KABUL

Un giorno voi e il vostro autista che è oramai un vostro caro amico, state passando lentamente su un ponte. La macchina si ferma. Si scende a metà del ponte e si comincia a fotografare il fiume sottostante ‘intasato’ da immondizia che galleggia e copre le sue rive. Dei bambini chiedono l’elemosina e si nota subito che operano in un gruppo compatto , che rassomiglia quasi a una piccola unità militare. A Kabul e in così tanti luoghi della terra, c’è una rigida struttura per chiedere l’elemosina.

Dopo un po’ si continua a guidare, verso il ponte Softa, che è situato nel Distretto 6.

Dove ci si trova, tutto sembra essere sfasciato, ridotto a uno schifo infinito.

Mi avevano detto di venire in questo quartiere per vedere di persona una zona di guerra all’interno della città, per vedere ‘che cosa l’Occidente ha fatto al paese’. Qui non ci sono pallottole che volano e nessuna forte esplosione. In effetti non si sente quasi nulla. In realtà non c’è segno di guerra vicino al ponte Softa, si vede soltanto la Morte, la sua orribile faccia incancrenita, la sua falce che taglia tutto quello che è ancora in piedi intorno a lei, che taglia e taglia, lavorando al rallentatore.

Di nuovo, come così tante volte precedenti, si è spaventati. Si è avuta la stessa paura parecchie volte: ad Haiti, nella  Repubblica  Democratica del Congo, nel Kashmir, a Sri Lanka, a Timor Leste, in Iraq e in Perù, tanto per nominare soltanto pochi paesi. In quei luoghi, come qui a Kabul, non si è spaventati perché si potrebbe facilmente perdere la vita in qualsiasi momento, o perché la sicurezza potrebbe essere in pericolo. Ciò che sgomenta, ciò che non si può proprio sopportare, sono le immagini di disperazione, quelle ‘senza via d’uscita’, di assoluta mancanza di speranza che  uccidono,  che  fanno orrore; qualsiasi altra cosa può sempre essere risolta.

La gente che si vede lì attorno  può stare a malapena in piedi. Molti non ce la fanno. La maggior parte di loro sono ‘fatti’ e gironzolano vestiti di stracci, o stanno seduti in posizioni fetali oppure si muovono avanti e indietro senza meta, fissando il vuoto. Alcuni urinano davanti agli altri. Ci sono siringhe dappertutto.

Ci sono dei buchi, profondi e ampi, pieni di corpi umani inanimati.

Prima si gira intorno in macchina, facendo fotografie attraverso il vetro rotto, poi si abbassa il finestrino, e alla fine si scende e si comincia a lavorare, totalmente esposti. Non si ha idea di che cosa possa accadere nei prossimi secondi. Qualcuno comincia a strillare verso di voi, altri tirano sassi, ma sono troppo deboli e le pietre colpiscono solo le spalle e le gambe, delicatamente, senza fare alcun male.

Poi una bomba esplode, non lontano da dove ci si trova. C’è un’esplosione nel 6° distretto, proprio di fronte a una stazione di polizia. Non si riesce a vederla, ma si può chiaramente sentire lo scoppio. E’ un botto attutito e tuttavia potente. Si guarda il telefonino.

E’ il 1° marzo, 2017, a Kabul. In seguito si saprà che parecchie persone sono morte proprio a poche centinaia di metri da dove stavo lavorando, mentre vari altri sono morti nel 12° distretto, a distanza di pochi chilometri.

Il fumo comincia ad alzarsi verso il cielo. Le sirene gemono e varie ambulanze sfrecciano verso il luogo, Poi innumerevoli Humvee (sigla di: high mobility multipurpose wheeled vehicle, n.d.t.), cioè veicoli  a ruote multiuso ad alta mobilità,  cominciano a sparare uno dopo l’altro nella stessa direzione, seguiti da veicoli corazzati più pesanti e meno maneggevoli. Si ‘cattura’ tutto questo, lentamente, fotografando la scena e facendo un’istantanea  da una certa distanza al Palazzo Darul Aman, monumentale ma ancora semidistrutto.

Che cosa volete farci?

Alti muri di cemento stanno sfregiando e frammentando la città. A Kabul, quasi ogni casa degna di essere protetta,  ora è  recintata. Alcuni divisori e barriere sono semplicemente enormi, quasi irreali. Ci sono muri che proteggono le ambasciate straniere e gli edifici governativi, i palazzi, le basi militari, le stazioni di polizia e le banche, e anche i complessi delle Nazioni Unite, anche la maggior parte delle scuole private e degli alberghi. L’aeroporto internazionale Hamid Karzai è circondato da perimetri che potrebbero mettere in imbarazzo la maggior parte delle linee della Guerra Fredda: dall’area di parcheggio si deve percorrere a piedi quasi un chilometro per arrivare all’entrata del terminal internazionale, con il bagaglio e attraverso gli innumerevoli controlli di sicurezza.

Naturalmente le istituzioni e le organizzazioni occidentali  hanno le recinzioni più notevoli e così anche l’esercito afgano e le basi militari e gli uffici governativi.

Enormi droni-dirigibili  per la sorveglianza  stanno levitando al di sopra della città.

Potrebbe essere considerato tutto come qualcosa di totalmente grottesco, anche ridicolo, ma nessuno si diverte. E’ tutto molto serio, davvero serio, in questo caso.

L’Afghanistan è stato gradualmente sopraffatto da qualcosa di assolutamente estraneo: dall’apparato di sicurezza di stile occidentale. Diecine di migliaia di ‘esperti’ nord-americani ed europei, pagati profumatamente si sono impegnati moltissimo,  realizzando il loro ‘sogno bagnato’ segreto: recintare qualsiasi cosa in vista, monitorare tutti quanti i movimenti che si  verificano nella capitale, costruire barriere sempre più alte, installando contemporaneamente le più recenti telecamere ad alta tecnologia quasi a ogni incrocio, e al di sopra di ogni cancello.

Non lontano dall’Ambasciata degli Stati Uniti (o, più precisamente, non lontano dalla recinzione tipo Grande Muraglia cinese che la circonda) ho notato un complesso di edifici che mi era familiare e che mi ricordava quelli che di solito venivano costruiti in tutti gli angoli dell’Europa Orientale e a Cuba. Ho chiesto al mio amico di entrate con la macchina in uno  di quei complessi.

Ecco come sono entrato a “Macroyan”. Abbiamo spento il motore e tutto quello che era attorno a noi è diventato improvvisamente calmo, quasi dormiente. Il tempo si era fermato. In tutta la zona si poteva percepire  una specie di leggero decadimento, ma, guardando più attentamente, quei vecchi condomini apparivano ancora decenti e solidi, con notevoli spazi pubblici tra l’uno e l’altro. Ho avuto la sensazione che mi era permesso di poter dare un’occhiata rara a un vecchio Afghanistan socialista.

Mi sono fermato tra i due ingressi del Blocco 21: il n. 2 e il n. 3. Ho guardato in alto verso il 4° piano. Chi ci ive adesso? Chi ci viveva prima, circa 25, anche 30 anni fa?

Una sedia da ufficio distrutta si trovava, senza scopo, in mezzo a un parcheggio, e un uomo anziano e handicappato stava allontanandosi dal blocco, muovendosi tristemente a carponi. C’era una scuola costruita dai Sovietici proprio di fianco al Blocco 2. Era nota come scuola primaria Dosti e mi hanno detto che, durante la guerra era stata bombardata un paio di volte e che un sacco di bambini erano morti al suo interno. Ora la scuola è privata e ha un nome nuovo – ‘Alfath’, ed è una scuola superiore.

A parte pochi fili spinati e recinzioni sfilacciate e  arrugginite, tutto ha un aspetto decente e quasi curato. Questa è la zona dove preferiscono ancora vivere molti membri della classe media di Kabul, che va diminuendo. Gli edifici abitativi  di Macroyan sono rassicuranti: irradiano sicurezza e permanenza, anche se sono circondati da un universo instabile e spaventoso.

All’improvviso, ho immaginato un ragazzo e una ragazza che forse un tempo vivevano qui. Tanti anni fa. Come fanno i bambini in tutte le parti del mondo, a quella età, stavano appena cominciando lentamente a scoprire la vita, a formulare i loro sogni e le loro  aspettative. In quei giorni il nuovo quartiere pieno di alberi,   sarà stato come una promessa di un futuro più luminoso, di un paese molto migliore.

Poi, improvvisamente, punto e basta.

La guerra. Una fine improvvisa di tutto quello che il futuro prometteva. Il crollo dell’ottimismo, o dell’entusiasmo, o della fiducia. Restarono soltanto morte e distruzione, e sogni infranti. Per coloro che sono stati almeno in qualche modo, fortunati: un’amarezza e poi una fuga precipitosa, invece della massima infelicità e della morte. Punto. Azzeramento totale. La vita, però, non si ferma mai, va avanti, è sempre così. Le cose in qualche modo si ricomposero, non in maniera idilliaca,  ma si ricomposero.

Continuai per molto tempo a fissare il Blocco 21. I ricordi continuavano ad arrivare, come se io stesso avessi vissuto lì, molto anni fa, quando ero un bambino. Ho a malapena notato che stava diventando molto freddo. Ho cominciato a tremare. Non volevo andarmene, ma dovevo farlo. Un succo fresco di melograno a una bancarella sulla strada, mi ha riportato alla realtà, mi ha svegliato, ma non è riuscito a riscaldarmi.

GRANDE STORIA, CULTURA CHE CAMBIA, OCCUPAZIONE E PAURA CONTINUA

Un famoso intellettuale afgano, il Dottor Omara Khan Masoudi, che è stato, tra molte altre cose, l’ex direttore del Museo Nazionale, è ora amareggiato per i cambiamenti che invadono la cultura del suo paese.

“In passato, abbiamo  avuto anche  molti gruppi etnici che vivevano in questo paese, ma di solito coesistevano in armonia. Poi la nostra cultura è stata influenzata da conflitti e violenza.”

“Prima della guerra, era la cultura che di solito ci rappresentava nel mondo. Durante e dopo la guerra, le nostre culture venivano, però, usate per giustificare il conflitto.”

Il Dottor Masoud mi ha detto che, secondo lui, è sbagliato che una cultura cada nelle mani di politici che creano divisioni. “Se la cultura è politicizzata, perde la sua essenza,” ha affermato.

Gli ho domandato se questo si applica anche all’America Latina, all’ex Unione Sovietica e alla Cina, dove (almeno in grande misura) la ‘cultura politicizzata’ ha svolto un ruolo estremamente importante, determinando il corso del suo sviluppo. Ha sorriso, replicando:

“A essere precisi, politicizzare le culture non è sempre una cosa così brutta… Quando lo si fa per ottenere progresso o uguaglianza sociale, non ho nulla in  contrario.  Mi indigno, però, quando lo fanno le persone come alcuni capi religiosi sciiti, sunniti, o anche degli estremisti…La cultura è molto ampia, e le religioni sono soltanto una parte di questa, ma in Afghanistan i leader religiosi hanno usato la cultura per i loro interessi meschini.

In un caffè, sperduto da qualche parte nella desolazione di un complesso internazionale e delle Nazioni Unite, che si chiama ‘Il villaggio verde’, il mio amico e Capo dell’Unità dell’UNESCO per la cultura, Signor Masanori Nagaoka, mi ha spiegato:

“L’Afghanistan o Vecchia Ariana, come molti antichi autori greci e romani chiamavano la regione nell’antichità, può essere riconosciuta come la culla multiculturale dell’Asia Centrale, che collega l’Est e l’Ovest tramite canali commerciali che trasmettevano anche idee, concetti e lingue come prodotto secondario del neonato commercio internazionale. La conseguenza è che l’Afghanistan attuale è una società multietnica, multilingue, con una storia complessa che risale a molti millenni fa. Le numerose civiltà sono testimoniate nelle documentazioni archeologiche, sia locali che straniere…”

Nagaoka è, però ben consapevole delle complessità affrontate dal paese e della cultura fatta a pezzi dai conflitti letali dei decenni e secoli passati.

“Purtroppo l’Afghanistan è anche una nazione frammentata da una storia di conflitti prolungati, esacerbati dall’isolamento geografico per molte comunità e da un limitato e inadeguato accesso alle infrastrutture e alle risorse, sia in campo geografico che demografico. Come punto di partenza teorico, il processo di riabilitazione in corso in Afghanistan, deve affrontare questi problemi, se la nazione deve unificarsi in base a un obiettivo comune, promuovendo una società libera da conflitti e dove la diversità etnica sia riconosciuta per i suoi benefici sociali, culturali ed economici, piuttosto che essere considerata, come spesso accade, un ostacolo alla realizzazione di particolari obiettivi dello sviluppo. Parte della soluzione per questo problema sta nella campagna di una pubblica discussione positiva per promuovere una comprensione inter-culturale e per aumentare la comprensione del potenziale che questo discorso possiede di contribuire a obiettivi più ampi di riavvicinamento, di consolidamento della pace e di sviluppo economico in Afghanistan.”

Sono andato in areo Herat dove ho visto capolavori eccezionali di architettura: dalla meravigliosa cittadella restaurata (preziosa quanto le cittadelle di Aleppo e di Erbil), alla Moschea del Venerdì e gli straordinari, unici minareti che si innalzano orgogliosamente verso il cielo.

Come sembravano familiari tutti quei tesori architettonici! In varie occasioni mi sono rivolto a Nazir, il mio amico a Herat, che era sempre entusiasta di condividere l’emozionante storia della sua regione: “Guarda! Questo potrebbe trovarsi a Delhi… e questo a Samarcanda!”

Di sicuro, il sito più visitato in India, il Qutub Minar, situato appena fuori Nuova Delhi, è forse il maggior simbolo dell’architettura afgana  indo-islamica, mentre sia Herat  che Samarcanda erano collegate dalla Via della Seta e nel corso della storia hanno continuato a influenzarsi reciprocamente.

In Afghanistan, la storia, l’occupazione e il conflitto in corso sembrano essere strettamente intrecciati.

Mentre lavoravo lì, la Cittadella di Herat era letteralmente invasa  delle truppe italiane. Mi hanno detto che un qualche ufficiale della NATO di alto rango stava visitando il sito, e, senza vergogna, un commando italiano armato fino ai denti stava vagando lì attorno per rendere sicuro ogni angolo del vasto cortile. E’ come se gli afgani avessero perduto il controllo del loro paese!

Dopo un più attento esame, la scuola coranica (madrassa) di Hussein Baiqara, risulta ancora essere, in realtà, un campo minato. Tra i quattro splendidi minareti, una squadra di sminamento del ramo locale della Fondazione “Halo Trust”, stava cercando manualmente munizioni inesplose. Mi hanno permesso di entrare, ma soltanto come corrispondente di guerra e a mio rischio, certamente non come ‘turista’.

“In questo sito abbiamo già trovato due mine e 10 munizioni inesplose”, mi è stato detto da uno degli esperti della Halo Trust. “Ora tutta questa zona è vietata al pubblico. Non molto tempo fa, qui un bambino è stato ferito gravemente: ha perduto una gamba.”

Nulla è tranquillo in Afghanistan, neanche i siti storici antichi.

Non molto viene messo in dubbio in questo caso.

In generale vengono incoraggiati discorsi positivi sulla storia e la cultura antica, ma discutere dei drammatici cambiamenti nella cultura afgana moderna, cioè quelli che si sono verificati come conseguenza dell’invasione di Stati Uniti e Regno Unito e dell’attuale ininterrotta occupazione del paese a opera della NATO, è quasi del tutto proibito. Di fatto, perfino la stessa parola ‘occupazione’ si può a malapena sentire. Invece, termini come ‘protezione’, ‘difesa’, e ‘aiuti internazionali’ sono state impiantate in profondità nella psiche della maggior parte degli Afgani.

La cultura che è stata famosa per lunghi secoli per la sua passione per la libertà e l’indipendenza, sembra distrutta. Mentre gli Afgani si erano opposti eroicamente a tutte le passate invasioni britanniche, mentre alcuni di loro hanno combattuto contro l’invasione sovietica, attualmente non esiste alcuna opposizione organizzata e unita (nazionale, non religiosa) contro l’occupazione del paese a opera dell’Occidente.

Ho incontrato il professor Jawid Amin, dell’Accademia di Scienze Sociali dell’Afghanistan, in una piccola guardiola di fronte al Museo di Arte Moderna di Kabul.

Gli domandato se c’è qualche tipo di arte o qualche gruppo di intellettuali apertamente critici nei riguardi degli Stati Uniti e dell’occupazione. Ha risposto con sincerità:

“Qui non abbiamo nessuno che sia apertamente critico degli Stati Uniti o dell’Occidente, semplicemente perché le critiche sono proibite dal governo. Io personalmente non amo gli americani, ma non posso dire di più…Anche io lavoro per il governo. Mio fratello e mia sorella vivono negli Stati Uniti. Circa le arti critiche: nulla potrebbe essere messo in mostra qui senza il permesso del governo, e, fin dai tempi di Karzai, il governo è controllato dall’Occidente…”

Un preminente intellettuale afgano, Omaid Sharifi, mi ha spiegato al telefono: “Nelle province si possono ancora vedere dei dipinti che raffigurano l’uccisione di civili compiuta da droni americani…ma non a Kabul.”

Sto cercando di lavorare il più in fretta possibile, incontrando persone che mi aiutano a fare luce sulla situazione. Alla fine comincia a formarsi un quadro disastroso.

Ho incontrato una reporter giapponese che ha vissuto in Afghanistan per quasi un quarto di secolo. La sua valutazione della situazione era pessimista in grande misura:

“Gli Afgani avevano una limitatissima scelta… E’ vero al 100% che dietro al governo di Karzai c’erano gli Stati Uniti…gli Afgani non volevano accettare l’intervento straniero, ma presto hanno imparato come il denaro svolge un ruolo importante. Tutta la cultura afgana ora sta cambiando, perfino alcuni suoi elementi essenziali, come l’ospitalità: le persone non vogliono spendere dei soldi per questa, o non ne hanno da poter mettere da parte…”

Ho domandato al Dr. Masoudi perché la cultura afgana non ha accettato i Sovietici e i loro ideali ugualitari, orientati al sociale, mentre sembrano tollerare l’invasione occidentale che sta diffondendo disuguaglianza, disperazione e subordinazione. Mi ha risposto appassionatamente: “Il più grosso errore che ha fatto qui l’Unione Sovietica è stato di attaccare apertamente la religione. Se prima si fossero attenuti ai pari diritti e poi fossero lentamente andati verso la considerazione delle contraddizioni della religione, forse avrebbe potuto funzionare…Invece hanno cominciato a dare la colpa alla religione per la nostra arretratezza,  e, di fatto, per tutto. O, per lo meno, questo è il modo in cui è stato interpretato dalla coalizione dei loro nemici, e, naturalmente, dall’Occidente.

“Perché l’invasione occidentale è ‘riuscita’? Guardi il regime di Karzai…Durante il suo governo, gli Stati Uniti hanno convinto la gente che l’intervento dell’Occidente era ‘positivo’, ‘rispettoso della loro religione e delle loro culture’. Continuavano a ripetere ‘in base a questa e a quella convenzione dell’ONU’, e, di nuovo, ‘come deciso dall’ONU’…Hanno usato la NATO che è un enorme gruppo di nazioni, come ombrello. C’era un protocollo’ ‘brillantemente efficace’ che hanno sviluppato…Secondo loro, non hanno fatto nulla unilateralmente, ma sempre con il ‘consenso internazionale’ e allo scopo di ‘aiutare gli Afgani.’ D’altra parte, l’Unione Sovietica non ha mai avuto la minima occasione di spiegarsi. E’ stata attaccata immediatamente, e su tutti i fronti.

“Opposizione all’occupazione occidentale? Arte anti-occidentale?” Un esperto culturale russo a Kabul è stato chiaramente sorpreso dalla mia domanda.

“Prima di tutto, i talebani hanno distrutto le più artistiche tradizioni di questo paese. Inoltre, la situazione economica e sociale in questo paese è così disperata che quasi nessuno ha il tempo di pensare a un qualche contesto più ampio. Più del 60% degli afgani sono senza lavoro. Ci si dovrebbe ricordare anche di un’altra cosa: gli Afgani sono molto orgogliosi e molto amanti della libertà, come ha dimostrato la storia del paese, ma sono anche estremamente pazienti. Vada a visitare il Cimitero Britannico. E’ stato costruito nel 1879 per accogliere i morti della seconda guerra anglo-afgana, ma, malgrado tutto quello che il Regno Unito ha fatto a questo paese, e malgrado tutte le recenti guerre e i conflitti, il cimitero non è stato mai attaccato, mai danneggiato.”E’ vero. Non ho mai sentito nessuno parlare di questo argomento. Tutti gli orribili crimini commessi sul territorio dell’Afghanistan, sembrano essere stati dimenticati, almeno per ora.

Ma non è tutto: nessuno qui sembra avere un gran desiderio di ricordare quegli orrori dello scorso decennio, scatenati dall’imperialismo occidentale. Neanche una volta ho notato una discussione che affrontava l’argomento principale della storia afgana moderna: in che modo l’Occidente è riuscito a indurre con l’inganno i Sovietici ad invadere l’Afghanistan nel 1979 e in che modo ha creato e poi armato il più spregevole mucchio di fanatici religiosi:i Mujahedeen, e in che modo, successivamente, entrambi i paesi – Afghanistan e Unione Sovietica – sono stati ampiamente distrutti.

Tutto, naturalmente, è stato fatto con “grande rispetto” per la nazione afgana, per la sua cultura e le sue tradizioni e anche  per la sua religione.

Mi piacerebbe essere un testimone invisibile di una lezione di storia moderna all’Università Americana dell’Afghanistan, un’istituzione ‘rinomata’ che ora rigurgita letteralmente di migliaia di collaboratori che stanno producendo una nuova razza di obbedienti ‘élite’ filo-occidentali.

Mentre passiamo davanti all’ Ospedale Jamhuriat (Ospedale della Repubblica) che ha  un nuovo edificio di 10 piani e che può ospitare 350 pazienti, costruito dalla Cina nel 2004, il mio autista, Mr. Tahir, sospira: “Questo è stato realmente un grande regalo da parte della Cina per noi… i cinesi lavorano davvero duramente, non è vero?”

“Hanno un sacco di zelo e di entusiasmo”, ho detto con prudenza. “Il fervore socialista, sai. Credono sinceramente nella costruzione, nel miglioramento del loro paese e del mondo. ..”

“Devono amare il loro paese…”

“Sì.”

“L’Afghanistan è povero”; la faccia di Mr. Tahir è diventata improvvisamente triste.

La nostra gente non ama più il proprio paese. Non lavorano più per migliorarlo. “Lavorano soltanto per se stessi, per le loro famiglie…”

“Prima era diverso? Sai…” Ho fatto un gesto vago con la mia mano. “Prima di tutto questo…”

“Naturalmente era molto diverso,” ha risposto, facendo di nuovo un largo sorriso.

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha scritto articoli sulle guerre e i conflitti in dozzine di paesi. Tre dei suoi libri più recenti sono: Il romanzo rivoluzionario “Aurora”, e due opere di successo di saggistica:  “Exposing Lies of the Empire” [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism [Lotta contro l’imperialismo occidentale] Guardate altri suoi libri su: http://andrevltchek.weebly.com/books.html. Andre sta realizzando documentari per teleSUR e Al-Mayadeen. Guardate Rwanda Gambit, il suo documentario  sul Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo.

Dopo aver vissuto in America Latina, in Africa  e in Oceania, Vltchek attualmente risiede  in Asia Orientale e in Medio Oriente  e continua a lavorare in tutto il mondo. Può essere raggiunto sul suo sito web http://andrevltchek.weebly.com

 e su Twitter https://twitter.com/AndreVltchek

Nela foto: i minareti di Herat

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2017/03/10/afghanistan-notes-from-a-broken-land

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse.  EPA/JALIL REZAYEE

epa04003875 An Afghan family pass by the historical minaretes in Herat, Afghanistan, 30 December 2013. The United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO) in collaboration with experts is working with local authorities on a one million US dollar project to preserve the crumbling, centuries-old minarets in Herat and Jam, which are in danger of collapse. EPA/JALIL REZAYEE

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

1 Commento »

  1. attilio cotroneo 12 marzo 2017 alle 00:49 - Reply

    Non esiste nessuna occupazione che possa desiderare il bene del popolo occupato perché occupare una terra è il primo presupposto di un impero

Lascia un commento »

Fai clic qui per annullare la risposta.

*

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: