Se questa battaglia per Mosul finisse con una sconfitta per l’Isis, non dovremmo essere troppo ottimisti riguardo a ciò che accadrà dopo

Redazione 8 marzo 2017 1
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Se questa battaglia per Mosul finisse con una sconfitta per l’Isis, non dovremmo essere troppo ottimisti riguardo a ciò che accadrà dopo

Di Patrick Cockburn

6 marzo 2017

Dopo che l’Isis ebbe preso Mosul nel giugno 2014, la popolazione di Baghdad attese terrorizzata di vedere se i combattenti islamici avrebbero proceduto a prendere d’assalto la capitale. C’era poco da fare per fermarli dato che l’esercito iracheno si era disgregato nell’Iraq settentrionale ed era fuggito a sud. Molti ministri e deputati del governo si precipitarono in aeroporto e si rifugiarono in Giordania. Quando arrivò una delegazione militare americana per esaminare le difese di un importante funzionario iracheno disse loro di “cercare di vedere quali ministri iracheni avevano messo dei sacchi di sabbia nuovi attorno ai loro ministeri. Coloro che, come me, li hanno messi, rimarranno e combatteranno; dove vedete sacchi di sabbia vecchi, significa che al ministro non importa perché ha intenzione di scappare.”

Due anni e mezzo dopo, è l’Isis che sta combattendo strada per strada per mantenere Mosul Ovest, la sua ultima grande roccaforte in Iraq, nonostante i molteplici assalti da parte di un esercito iracheno appoggiato dalla forza aerea statunitense. L’ultima via di uscita dalla città verso ovest è stata interrotta dalle forze governative irachene il 1°marzo che hanno catturato anche uno dei ponti semi-distrutti sul fiume Tigri che divide in due Mosul e che stanno progettando di riparare usando dei pontoni che gli Stati Uniti hanno fornito. Le unità militari irachene sostenute da circa 50 attacchi aerei americani al giorno, si stanno avvicinando al complesso di edifici che di solito ospitavano i quartieri generale del governo, al centro della città.

I funzionari e gli ufficiali iracheni annunciano soltanto avanzate e vittorie, rapporti che spesso si rivelano essere prematuri o falsi. Non c’è , dubbio, però,  che i servizi di sicurezza iracheni stanno vincendo la battaglia per Mosul, anche i combattimenti potrebbero andare avanti per lungo tempo in mezzo agli edifici molto ravvicinati e nei vicoli stretti e tortuosi. I bombardamenti e gli attacchi aerei stanno già causando un alto numero di vittime tra le famiglie che cercano rifugio nelle cantine, o nei sottoscala delle loro case.

Probabilmente la battaglia continuerà per lungo tempo, ma la presa di Mosul sembra inevitabile e sarà una sconfitta disastrosa per l’Isis. Nel 2014, quando le sue poche migliaia di combattenti presero la città e sconfissero una guarnigione governativa di 60.000 soldati, l’Isis rappresentò la sua vittoria come un segno che Dio era dalla sua parte. La stessa logica, però, funziona al contrario e oggi tutto quello che l’Isis può offrire ai suoi sostenitori è una serie di sconfitte e di ritirate combattute duramente.

La questione cruciale è se la caduta di Mosul significa l’effettiva fine del califfato dichiarata dal suo leader Abu Bakr al-Baghdadi, oppure no. L’importanza del califfato era che una volta governava un territorio con una popolazione di 6 milioni di persone in Iraq e in Siria, dove cercava di istituire un vero Stato islamico. E’ questo sogno – o incubo – che ora sta venendo fatto a pezzi. L’Isis potrebbe ancora controllare un po’ di territorio in Iraq e altro ancora in Siria, ma non ha assolutamente le risorse umane e materiali di cui godeva al culmine del suo potere, quando  controllava il territorio che si estendeva dal confine iraniano quasi fino alla costa del Mediterraneo.

L’Isis ha ancora dei punti di forza,  compresi i comandanti esperti e abili che guidano     di combattenti fanatici che guidano un nucleo di combattenti fanatici il cui numero ammonta a 4.000 soltanto a Mosul Ovest. Hanno già ucciso 500 dei migliori soldati del servizio di sicurezza iracheno e ne hanno feriti 3.000 nella lotta contro Mosul Est, che si aveva intenzione di far durare poche settimane e per la quale, invece ci sono voluti tre mesi. Non c’è alcun motivo per cui la stessa cosa non dovrebbe accadere nella parte occidentale della città, dove il labirinto di strade dà un vantaggio alla difesa. I combattenti stranieri sanno che non possono mescolarsi alla popolazione e scappare, e quindi non hanno altra scelta che combattere fino alla morte.

Altri fattori giocano a favore dell’Isis: sta combattendo una vasta gamma di nemici costretti a entrare in una coalizione forzata contro l’Isis, perché la temono e la odiano soltanto un poco di più di quanto si odiano e si temono reciprocamente. Dato che l’Isis si indebolisce e diviene sempre meno una minaccia, la distensione inquieta tra diverse forze anti-Isis, come il governo iracheno e i curdi iracheni, comincerà a sfilacciarsi. La gente a Baghdad si ricorda che i curdi avevano tratto vantaggio dalla sconfitta dell’esercito iracheno per impadronirsi di vaste terre che per lungo tempo si sono disputati  loro e gli arabi. Una volta liberatisi della minaccia dell’Isis, gli iracheni non curdi vorranno che vengano restituiti loro questi territori.

In Siria, c’è una lotta  triangolare  ancora più complicata tra il presidente siriano Bashar al-Assad, i curdi siriani e la Turchia per le zone dalle quali si sta ritirando l’Isis. Le truppe turche e i loro proxy locali, hanno appena ripreso all’Isis al-Bab   a nord est di Aleppo, dopo un duro quarto assedio e hanno cominciato ad attaccare la vicina città di Manbij, che è stata ripresa alla fine dell’anno all’Isis dopo una lunga battaglia dalle YPG (Syrian Kurdish People’s Mobilisation Units), Unità di mobilitazione popolare dei curdi siriani e i loro alleati arabi. Mentre l’Isis viene cacciata via,  le YPG  e le forze appoggiate dai turchi vengono lasciate a fronteggiarsi in quella che potrebbe essere l’inizio di una nuova guerra curdo-turca combattuta in tutta la Siria settentrionale.

Anche coloro che sono esperti delle  complessità e delle alleanze variabili della guerra civile siriana, sono sorpresi del probabile esito, dato che i diversi protagonisti in Siria, si collocano per trarre un vantaggio di un probabile attacco a Raqqa che è, di fatto, la capitale siriana dell’Isis. Gli Stati Uniti continueranno a usare la devastante potenza di fuoco della sua aviazione militare per appoggiare un’offensiva di terra condotta dalleYPG? Oppure l’amministrazione statunitense con a capo Trump, potrebbe assumere una posizione più favorevole alla Turchia, e, se lo facesse i curdi siriani cercherebbero un’alleanza militare alternativa con Assad e i suoi sostenitori russi?

Le risposte a queste domande decideranno se stiamo realmente andando verso la fine delle terribili guerre in Iraq e in Siria che hanno devastato la regione fin dal 2003 o se stiamo solo assistendo alla fine di una fase del conflitto. In Iraq, il governo è sopravvissuto ai disastri del 2014 e sta per sconfiggere l’Isis a Mosul anche se l’amministrazione di Baghdad  rimane corrotta in modo impressionante, settaria e non funzionante. Assad in Siria ha già ottenuto una vittoria di importanza cruciale catturando Aleppo Est, l’ultima grossa roccaforte dell’opposizione armata in Siria, e intende chiaramente riconquistare l’intero paese.

Questi successi danno un’idea esagerata del vero potere dell’esercito iracheno che deve il rovesciamento avvenuto  nell’ondata militare,  all’appoggio delle potenze straniere e, soprattutto, alla forza aerea degli Stati Uniti. Lo stesso è vero per quanto riguarda l’esercito siriano per l’affidamento che fa sulla Russia e gli attacchi aerei russi. Finora, la miscela di collaborazione e di rivalità tra gli Stati Uniti e la Russia in Siria, sviluppatasi durante la presidenza di Obama, non è cambiata molto con Donald Trump.

Tuttavia la guerra non è ancora finita. L’Isis ha una tradizione di reazione alle sconfitte sul campo di battaglia, compiendo attacchi terroristici nella regione, in Europa, in Turchia o in altre parti del mondo. Alcune atrocità impressionanti la metterebbero in grado ancora una volta di dominare i notiziari e di dimostrare che non è sconfitto.

Forse l’Isis potrebbe testare l’amministrazione Trump e vedere se può provocare       con qualche azione terroristica, proprio come al-Qaida era stata in grado di fare all’epoca dell’11 settembre.

Nella foto: combattenti curdi guardano un camion bruciato, usato dall’Isis.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/if-this-battle-for-mosul-ends-in-defeat-for-isis-we-shouldnt-feel-too-optimistic-about-what-comes-next

Originale: The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 8 marzo 2017 alle 18:35 - Reply

    Distrutto l’ISIS tutti vorranno sterminare i Curdi e poi si divideranno la terra devastata è più di una generazione annientata

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