Perché una vittoria sull’ISIS a Mosul potrebbe significare una sconfitta a Deir Ezzor

Redazione 27 febbraio 2017 1
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Perché una vittoria sull’ISIS a Mosul potrebbe significare una sconfitta a Deir Ezzor

Di Robert Fisk

27 febbraio 2017

“La  riconquista di Mosul Est comincia.” Oppure così hanno annunciato vari titoli sulla stampa araba. E’ anche vero che l’esercito iracheno e le sue milizie sciite alleate e alcuni soldati in rappresentanza delle forze americane, turche, britanniche e curde, si sono impadroniti di alcuni piccolo villaggi abbandonati dall’ISIS vicino al vecchio aeroporto di Mosul. E anche se riusciranno, la batosta potrebbe arrivare a una città siriana situata a centinaia di miglia a ovest.

Infatti, dietro le nuvole di polvere e i bombardamenti della più recente offensiva irachena blindata contro l’Isis, a Mosul ovest, e le solite promesse di successo espresse dal primo ministro iracheno e da vari generali americani, si trovano la città siriana di Deir Ezzor, i suoi difensori governativi e forse 90.000 civili ora isolati dall’Isis in due sacche di resistenza nel deserto. Riforniti dagli elicotteri, e guidati da un feroce generale siriano druso, le forze del regime hanno  resistito per 5 anni. Se però l’Isis fugge da Mosul nelle prossime settimane, è probabile che i suoi combattenti percorrano velocemente le 340 miglia a ovest verso la città siriana circondata, per appoggiare i loro compagni che si trovano là. In altre parole, la vittoria a Mosul potrebbe significare la sconfitta a Deir Ezzor.

Naturalmente, questo non è il modo in cui la notizia è stata raccontata. Dimenticando che quelle vittoriose offensive conto l’Isis a Mosul erano state annunciate quattro volte negli scorsi tre anni, è chiaro che il Presidente Donald Trump, nonostante la sua illusoria comprensione della geografia, ha necessità di una vittoria contro il culto dell’Isis in Medio Oriente. Sarebbe la prima promessa fatta in campagna elettorale, che sarebbe in grado di cominciare a rispettare; questo è senza dubbio il motivo per cui il Generale Jim Mattis che si era guadagnato l’appellativo di ‘Cane Pazzo’ in Iraq, è stato a Baghdad a incoraggiare l’avanzata contro Mosul delle forze favorevoli all’America, ma in gran parte arabe.

Il primo ministro iracheno Haider al-Abadi, che una volta aveva promesso di liberare tutta Mosul entro la fine della primavera dell’anno scorso in seguito alla cattura della città a opera dell’Isis nel 2014, ha un disperato bisogno di un’altra vittoria contro un nemico i cui attacchi compiuti da molteplici kamikaze hanno decimato fino al 50% della sua brigata con il migliore addestramento. E quando si combatte nelle antiche strade strette della vecchia Mosul Ovest, né i carri armati o i veicoli blindati è probabile che siano di molta utilità per l’esercito iracheno. Gli attacchi aerei contro una popolazione civile di più di mezzo milione di persone a Mosul ovest, evocano gli incubi di Aleppo Est, quando i leader occidentali avevano espresso ad alta voce la loro condanna dei violenti attacchi aerei della Siria e della Russia contro i combattenti islamisti.

Malgrado la ‘nuova’ offensiva irachena, che somiglia molto a quelle precedenti dato che finora si è impadronita soltanto d villaggi in gran parte vuoti, lo scenario è dolorosamente noto; fino a 650.000 civili intrappolati dietro le linee islamiste, poche vie di fuga, e il grande fiume Tigri  che costituiva una delle prime linee. Per ironia, Deir Ezzor il cui destino è incardinato con quello di Mosul, si trova lungo l’antico fiume Eufrate che scorre nei pressi delle linee del fronte a ovest. All’inizio di quest’anno, l’Isis è riuscita a tagliare in due il territorio siriano di Deir Ezzor, in mano al governo, e le truppe siriane sono riuscite a mantenere soltanto il controllo dell’aeroporto della città, dopo un massiccio attacco aereo americano che ha ucciso più di 60 soldati siriani. Gli americani hanno detto che era stato un errore. I siriani hanno detto che era stato intenzionale.

Non essendo in grado di annullare il danno causato dall’ordine di Trump di non immigrazione per gli iracheni, il Generale Mattis è stato lasciato a fasciare  altre ferite causate dal suggerimento del suo presidente che le forze americane avrebbero dovuto impadronirsi del petrolio iracheno dopo l’invasione anglo-americana del 2003. L’America, ha detto agli iracheni, “non era in Iraq per prendere il petrolio di nessuno”. Credere questo, potrebbe però essere un compito arduo per le forze irachene a cui si impone ora di farsi strada in modo violento nelle strade ‘roventi’ di Mosul Est.

Come al solito, gli americani, i britannici e i turchi impiegheranno la loro potenza aerea, ma gran parte dei combattimenti di terra saranno fatti dagli iracheni e dai curdi e dai loro nemici dell’Isis.

Forse risulterà che la cifra di 650.000 civili intrappolati a Mosul ovest sarà esagerata. La cifra di 250.000 uomini, donne e bambini assediati ad Aleppo est sembra fosse più vicina a 90.000 quando finì la battaglia e le statistiche poterono riguadagnare la loro credibilità. Però l’ONU e le altre agenzie umanitarie devono prepararsi al peggio, qualunque cosa i generali e i politici e i giornalisti possano prevedere.

I paragoni con la Seconda Guerra mondiale sono sempre ingannevoli, ma la propaganda per il  conflitto contiene ancora delle lezioni per le guerre di oggi. Hitler annunciò la ‘vittoria’ a Stalingrado nell’autunno del 1942. Ci vollero sei mesi ai russi per riprendersi tutta la città. La più recente battaglia di Mosul è iniziata soltanto quattro mesi fa.

Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è apparso per la prima volta

Nella foto: come era il ponte sull’Eufrate a Deir Ezzor,  distrutto nel 2013.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte : http://www.counterpunch.org/2017/02/27/why-a-victory-over-isis-in-mosul-might-spell-defeat-in-deir-ezzor

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

Syrien, ca. 1982,Historische Hängebrücke über den Euphrat, bei Deir ez-Zor

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 27 febbraio 2017 alle 20:44 -

    Molti sperano che Mosul possa rappresentare la fine della guerra e sopratutto la fine della tragedia umanitaria che sta dietro. Il fatto che molti lo sperano significa poco rispetto alla volontà di pochi.

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