Lo specchietto per allodole del partenariato pubblico-privato

Redazione 27 febbraio 2017 1
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PPP

di Pete Dolack – 25 febbraio 2017

Essendo questa l’età delle pubbliche relazioni si usa la fine espressione “partenariato pubblico-privato” al posto di saccheggio industriale. Tali accordi possono essere un”partenariato”, ma non è il pubblico a trarne vantaggio.

Nelle prossime settimane sentiremo parlare di più dei cosiddetti “partenariati pubblico-privati” poiché il nuovo presidente statunitense Donald Trump li sta promuovendo come base della promessa di un trilione di dollari di investimenti infrastrutturali. Ma la nuova amministrazione ha anche promesso tagli alla spesa pubblica. Come si quadrano i conti? Non è difficile capirlo quando ricordiamo che la principale politica dell’amministrazione Trump consiste nel dispensare massicci tagli fiscali alle grandi imprese e ai ricchi, e nell’offrire loro sovvenzioni.

I partenariati pubblico-privati sono uno dei modi più sicuri per gettare soldi a palate nelle fauci spalancate dei portafogli dell’industria, usati sotto vari nomi dai governi neoliberisti di tutto il mondo, particolarmente in Europa e nel Nord America. I risultati sono stati disastrosi; i servizi pubblici e la manutenzione delle infrastrutture sono costantemente più costosi dopo le privatizzazioni. Tagli ai salari di coloro che conservano un lavoro e accresciuto utilizzo di sub-appaltatori a bassa remunerazione sono caratteristiche aggiuntive di queste privatizzazioni.

La logica di questi partenariati, analogamente ad altre ricette neoliberiste, è ideologica: si presume che il settore privato sia sempre più efficiente di quello governativo. L’incentivo al profitto di un’impresa privata si presume garantirà che i costi siano tenuti sotto controllo, in tal modo risparmiando denaro dei contribuenti e trasferendo il rischio all’appaltatore. Nel mondo reale, tuttavia, questo funziona in modo molto diverso. Un governo firma un contratto a lungo termine con un’impresa privata per costruire e/o manutenere infrastrutture; in base a esso i costi sono sopportati dall’appaltatore, ma anche le entrate vanno a lui.

L’appaltatore, ovviamente, si attende un profitto dall’accordo. Il governo no, e dunque l’aspettativa di profitti dell’industria richiede che le entrate siano aumentate e che le spese debbano essere tagliate. Meno servizi e meno dipendenti significano maggiori utili per l’appaltatore e poiché l’appaltatore è un’impresa privata, non c’è più il dovere di rispondere al pubblico.

I partenariati pubblico-privati non sono altro che una variazione di piani diretti di svendita di patrimoni pubblici sottocosto, con i lavoratori che devono pagare di più per una qualità ridotta dei servizi. Un’indagine su questi partenariati in tutto Europa e nel Nord America lo dimostrerà chiaramente, ma prima una rapida occhiata ai piani dell’amministrazione Trump.

 

Sovvenzioni alle imprese, non un trilione di nuova spesa

L’utilizzo del termine “piani” è piuttosto tirato qui. Niente di più che il più misero abbozzo di un piano è stato articolato. La sola citazione diretta delle sue intenzioni di avviare investimenti in infrastrutture si trova nel sito web della campagna elettorale del presidente Trump. In tutto, afferma che il piano “promuove partenariati pubblico-privati e investimenti privati mediante incentivi fiscali, per incoraggiare un trilione di dollari di investimenti infrastrutturale nel corso di dieci anni. E’ fiscalmente neutro.” La sola citazione di infrastrutture del sito web ufficiale dell’amministrazione della Casa Bianca è un annuncio che approva gli oleodotti Keystone XL e Dakota Access senza revisioni ambientali, e un’intenzione di accelerare analisi ambientali per “progetti infrastrutturali di alta priorità”.

Wilbur Ross, un banchiere d’investimenti che compra aziende e poi toglie pensioni e contributi sanitari in modo da poterle rendere strumenti di grandi profitti a breve termine, e che è la scelta del presidente Trump per il segretario al commercio, assieme a un docente conservatore di economia, Peter Navarro, ha raccomandato che l’amministrazione Trump stanzi 137 miliardi di dollari di detrazioni fiscali a favore di investitori privati che sottoscrivano progetti infrastrutturali. I due stimano che nel giro di dieci anni le detrazioni potrebbero spronare un trilione di dollari di investimenti. Dunque la nuova amministrazione in realtà non spenderà un trilione di dollari per sistemare le infrastrutture malamente decadenti del paese; spera di incoraggiare capitale privato a farlo mediante detrazioni fiscali.

C’è un inghippo qui: il capitale privato investirà solo se potrà ricavare un profitto ininterrotto. Scrivendo su New Republic David David lo espone in termini semplici:

“Gli operatori privati intraprenderanno progetti solo se essi prometteranno un flusso di entrate. Si può finire con un altro ponte a New York City o un’altra strada a Los Angeles che possano essere monetizzati. Ma luoghi che hanno realmente bisogno di investimenti infrastrutturali sono più pericolosi senza pedaggi degli utenti. Dunque il solo modo per incitare protagonisti del settore privato a ricostruire ad esempio il sistema idrico di Flint, Michigan, consiste nel dar loro una fetta dei profitti in perpetuo. E’ ciò che ha fatto Chicago quando ha svenduto 36.000 metri di parcheggi a un gruppo di investitori guidato da Wall Street. Gli utenti oggi pagano pedaggi esorbitanti per parcheggiare a Chicago e l’amministrazione cittadina è impotente a modificarne i livelli”.

Il piano di Trump risulta andare oltre persino i termini ordinari dei partenariati pubblico-privati, perché trasferirebbe denaro a costruttori senza alcuna garanzia che siano fatti nuovi investimenti netti, secondo l’analisi dell’Economic Policy Institute. Il rapporto dell’EPI pone numerose domande:

“Appare essere un piano per concedere detrazioni fiscali a finanzieri e costruttori privati, punto. L’assenza di dettagli è qui paurosa e incredibilmente importante. Per i principianti, non sappiamo se le detrazioni fiscali saranno limitate a investimenti nuovi o se hanno titolo alla detrazione gli investitori [in partenariati pubblico-privati] già esistenti. Se vi hanno titolo gli investitori privati in accordi PPP già esistenti, come garantiamo che le detrazioni fiscali generino effettivamente nuovi investimenti netti anziché semplicemente trasferire la liberalità dei contribuenti a operatori di progetti già esistenti? Chi decide quali progetti debbano essere realizzati? Come farà l’amministrazione Trump a realizzare investimenti infrastrutturali necessari che non hanno probabilità di essere redditizi per i fornitori privati (come costruire condutture idriche prive di piombo a Flint, Michigan)? Se ipotizziamo che le detrazioni fiscali saranno limitate (comunque sulla carta) ai soli investimenti nuovi, come sappiamo che i fondi non stiano semplicemente costituendo una manna dal cielo per progetti già programmati, anziché generare un aumento netto della quantità di investimenti infrastrutturali?”

Critici di questo piano si possono facilmente trovare anche a destra. Ad esempio Douglas Holtz-Eakin, un ex capo dell’Ufficio del Bilancio del Congresso e consigliere economico della campagna presidenziale di John McCain nel 2008, ha dichiarato all’Associated Press: “Non penso che sia un modello che sarà considerato vincente o che si possa usare per tutte le necessità infrastrutturali che hanno gli Stati Uniti”.

 

Saccheggio industriale: la gente paga in Gran Bretagna

La versione britannica dei partenariati pubblico-privati è chiamata “iniziative di finanza privata” (PFI). Un piano escogitato dal Partito Conservatore ed entusiasticamente adottato dal New Labour di Tony Blair e Gordon Brown che ha avuto risultati disastrosi. Un articolo del 2015 del The Independent rivela che il governo britannico deve più di 222 miliardi di sterline a banche e imprese in conseguenza di iniziative di finanza privata. Jonathan Owen scrive:

“L’impressionante cifra – descritta da esperti come un ‘disastro finanziario’ – è stata calcolata come parte di un’analisi dell’Independent on Sunday di dati del Tesoro su più di 720 PFI. L’analisi è stata verificata dal National Audit Office. Il debito da prima pagina è basato su ‘addebiti unitari’ che iniziano in questo mese e continueranno per 35 anni. Includono tariffe per servizi resi, quali la manutenzione e la pulizia, nonché il rimborso di prestiti sottoscritti da banche e società d’investimento.

Reagendo ai risultati la segretaria generale [del Congresso dei Sindacati Britannici] Frances O’Grady ha affermato: ‘Debiti paralizzanti di PFI stanno esacerbando la crisi finanziaria di tutti i nostri servizi pubblici, più evidentemente del nostro servizio sanitario nazionale”.  

Nell’ambito di iniziative di finanza privata un consorzio di banche e imprese edili del settore privato finanzia, possiede, gestisce e riaffitta ex proprietà pubbliche ai contribuenti britannici lungo un periodo dai 30 ai 35 anni. In nessun modo i contribuenti ricevono valore da questi accordi e il costo totale aumenterà probabilmente molto oltre il costo iniziale di 222 miliardi di sterline. Secondo The Independent:

“Il sistema ha prodotto beni per un valore di 56,5 miliardi di sterline. Ma la Gran Bretagna pagherà più di cinque volte tale importo in base alle condizioni delle PFI utilizzate per crearlo e in alcuni casi sarà lasciata senza nulla da mostrare per esso, poiché la PFI concordata è in effetti un accordo di affitto. Sono stati spesi già circa 88 miliardi di sterline e anche se il costo proiettato tra oggi e il 2049/50 non cambierà, il conto totale della PFI sarà superiore a 310 miliardi di sterline. Si tratta di più di quattro volte il deficit di bilancio utilizzato per giustificare i tagli d’austerità ai bilanci governativi e ai servizi locali”.

Le imprese private possono persino capovolgere i loro contratti per ottenere un incasso più rapido. Quattro società cui erano stati concessi contratti venticinquennali per costruire e manutenere scuole hanno raddoppiato i loro soldi vendendo le loro quote dei piani meno di cinque anni dopo aver sottoscritto gli accordi per un profitto complessivo di 300 milioni di sterline. Chiaramente tali contratti erano stati concessi a costi ben al di sotto della ragionevolezza.

Uno dei maggiori disastri da privatizzazione è stato un contratto da 30 miliardi di sterline perché la Metronet modernizzasse e provvedesse alla manutenzione del sistema della metropolitana di Londra. La società è fallita, lasciando ai contribuenti un conto di 2 miliardi di sterline perché Transport for London, l’organismo governativo responsabile di controllare la metropolitana, aveva garantito il 95 per cento del debito assunto dalle società private. Poi c’è l’esempio dei sistemi idrici dell’Inghilterra, svenduti direttamente. Il più vasto, Thames Water [acqua del Tamigi], è stato acquistato da un consorzio guidato dalla banca australiana Macquarie Group. E’ stato un disastro per gli utenti ma estremamente redditizio per la banca. Uno studio della Open University ha scoperto che, in quattro dei cinque anni studiati, il consorzio ha estratto dalla società più soldi di quanti ne abbia prodotti in utili post-imposte, mentre le tariffe sono aumentate e il servizio è peggiorato.

Quanto alla stessa vendita iniziale, le società dell’acqua sono state vendute per poco. Anche se i dettagli dell’affare possono essere discussi dagli “interessati” [stakeholder], concludono gli autori, la stessa privatizzazione resta fuori dal dibattito politico, ponendo uno “steccato” attorno ai temi della privatizzazione, quali la “politica di impacchettamento e vendita di case come flusso prigioniero di entrate”. Il pubblico non ha scelta quando il fornitore dell’acqua è un monopolio e dunque non ha voce in capitolo sulle tariffe.

Incredibilmente il primo ministro Theresa May e i Conservatori intendono svendere altri servizi pubblici a consorzi a guida Macquarie.

 

Saccheggio industriale: la gente paga in tutta Europa

La privatizzazione dei servizi idrici non è andata meglio nell’Europa continentale. Città in Germania e in Francia, tra cui Parigi, si sono riprese la loro acqua dopo aver venduto i sistemi a imprese. I contratti della città di Parigi con la Veolia Environment e la Suez Environment sono scaduti nel 2010; nei precedenti 25 anni i prezzi dell’acqua erano raddoppiati, al netto dell’inflazione, secondo un documento preparato da David Hall, un ricercatore dell’università di Greenwich. Nonostante i costi del recupero del sistema idrico, la città ha risparmiato 35 milioni di euro nel primo anno ed è stata in grado di ridurre le bollette dell’acqua dell’otto per cento. Prezzi più alti e servizi ridotti sono stati la norma dei sistemi privatizzati in tutta la Francia, secondo lo studio del professor Hall.

Città tedesche hanno “ri-municipalizzato” anche servizi fondamentali. Un esempio è la città tedesca di Bergkamen (popolazione circa 50.000 abitanti) che ha invertito la sua privatizzazione dell’elettricità, dell’acqua e di altri servizi. Come risultato del ritorno di essi al settore pubblico, la città oggi guadagna 3 milioni di euro l’anno dalle società municipali crete per offrire i servizi, riducendo contemporaneamente i costi di sino al 30 per cento.

L’acqua è un grande affare. Suez e Veolia hanno denunciato utili di più di 400 milioni di euro nel 2015. Non separata da ciò è la crescente preminenza dell’acqua imbottigliata. L’acqua imbottigliata è dominata da tre delle maggiori società del mondo: Coca-Cola (Dasani), PepsiCo (Aquafina) e Nestlé (Poland Springs, Deer Park, Arrowhead e altre). Dunque forse non sorprende che il presidente della Nestlé, Peter Brabeck-Letmathe, abbia famigeratamente diffuso un video in cui ha dichiarato “estrema” l’idea che l’acqua sia un diritto umano e che l’acqua dovrebbe invece avere un “valore di mercato”.

Una privatizzazione che non è stata invertita, comunque, è l’acquisizione da parte della Goldman Sachs della società energetica statale danese Dong Energy. Nonostante una forte opposizione popolare, il governo danese ha venduto una quota del 18 per cento della Dong Energy alla Goldman Sachs nel 2014, concedendo contemporaneamente alla banca d’investimenti il diritto di veto su decisioni strategiche; sostanzialmente cedendone il controllo. Alla banca è stato concesso anche il diritto di rivendere le sue azioni con un utile garantito. La Goldman Sachs ha già realizzato un enorme profitto; due anni dopo aver acquistato la sua quota, la Dong ha cominciato a vendere azioni sul mercato azionario e gli scambi iniziali hanno stabilito un valore per la società pari al doppio di quanto valutato ai fini della vendita delle quote alla Goldman. In altri termini le zioni della Goldman sono raddoppiate di valore nel giro di soli due anni; un profitto di 1,7 miliardi di dollari.

I danesi hanno pagato per questa privatizzazione parziale anche in altri modi. Approfittando del controllo garantitole, la Goldman ha preteso minori pagamenti a subappaltatori danesi e ha sostituito alcuni subappaltatori che si sono rifiutati di usare lavoratori a più basso salario.

 

Saccheggio industriale: la gente paga in Canada

La versione canadese dei partenariati pubblico-privati ha seguito lo stesso copione. Un rapporto del Canadian Centre for Policy Alternatives ha dichiarato categoricamente che

“In ogni singolo progetto approvato sinora come P3 in Ontario, i costi sarebbero stati inferiori mediante approvvigionamenti tradizionali se non fossero stati gonfiati da questi calcoli del valore del ‘rischio’. I calcoli del rischio avrebbero potuto anche essere ricavati dal nulla; e non si tratta di piccoli importi”.

Non che l’Ontario sia il solo qui. Tra gli esempi offerti dal Centro c’è un ospedale, il Brampton Civic, che costa al pubblico 200 milioni di dollari più che se fosse stato finanziato pubblicamente costruito direttamente dall’Ontario; l’autostrada Sea-to-Sky nella British Columbia che costerà ai contribuenti 220 milioni di dollari più che fosse stata finanziata e gestita pubblicamente; salvataggi di imprese operanti nelle arene ricreative di Ottawa; e un progetto di una Université de Québec à Montréal che ha raddoppiato il costo a 400 milioni di dollari.

Uno studio separato di ricercatori dell’università di Toronto su 28 partenariati pubblico-privati in Ontario ha rilevato che costano in media il 16 per cento in più rispetto a contratti convenzionali.

 

Saccheggio industriale: la gente paga negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti un vecchio obiettivo del Partito Repubblicano consiste nel privatizzare il servizio postale. Per agevolare ciò una proposta di legge approvata nel 2006 ha imposto al servizio postale di prefinanziare in soli dieci anni i suoi costi previdenziali relativi ai prossimi 75 anni.  E’ qualcosa di inaudito; certamente nessuna impresa privata vorrebbe o potrebbe fare una cosa simile. Questa imposizione insensata ha carico il servizio postale di un deficit di 16 miliardi di dollari. L’obiettivo qui consiste nell’indebolire le poste al fine di creare un caso circa l’incapacità del governo di gestirle.

La città di Chicago ha scoperto che ci sono molte cattive conseguenze dei partenariati pubblico-privati, oltre a quelle monetarie. Nel 2008 Chicago ha concesso un affitto delle sue aree di parcheggio alla Morgan Stanley per un miliardo di dollari. Poco dopo l’ispettore generale della città ha concluso che il valore dei metri concessi era di due miliardi di dollari. I pedaggi dei parcheggi sono saliti alle stelle e i termini della concessione che proteggono l’investimento della Morgan Stanley hanno creato nuovi costi annui per la città, secondo un rapporto di New City.

Tale rapporto ha segnalato che viali per autobus espressi, percorsi ciclistici protetti e modifiche stradali per accrescere la sicurezza dei pedoni sono complicati dal fatto che ciascuno di questi progetti richiede la rimozione di spazi di parcheggi. Rimuovere metri impone alla città di versare penali alla Morgan Stanley. Anche rimozioni per riparazioni stradali impongono risarcimenti; il rapporto di Next City segnala che la città ha perso una vertenza da 61 milioni di dollari avviata dalla banca d’investimenti a causa di chiusure stradali.

Né sono rimasti esenti da piani di privatizzazione i sistemi idrici. Uno studio di Food & Water Watch ha rilevato che:

  • I servizi di utenza di proprietà di investitori normalmente caricano il 33 per cento in più per l’acqua e il 63 per cento in più per i servizi fognari rispetto alle aziende municipali locali;
  • Dopo la privatizzazione le tariffe dell’acqua crescono di circa tre volte il tasso d’inflazione, con un aumento medio del 18 per cento ogni due anni.
  • I profitti, i dividendi e le imposte sul reddito delle imprese possono aumentare tra il 20 e il 30 per cento i costi di gestione e di manutenzione.

Una pura ideologia muove questi piani di privatizzazione. La Federal Reserve ha riversato 4,1 trilioni di dollari nell’acquisto di titoli, che hanno fatto poco altro che gonfiare una bolla del mercato azionario, mentre le necessità d’investimento per ricostruire i sistemi idrici, le scuole e le dighe degli Stati Uniti, più la bonifica di siti Superfund [programma federale di bonifica di siti inquinati da sostanze pericolose – n.d.t.] e l’eliminazione del debito studentesco, in totale costano meno: 3,4 trilioni di dollari. E se i fondi della Federal Reserve fossero invece andati a queste cose?

 

“Investimenti pubblici per creare profitti privati”

Considerata la sua dirigenza costituita da miliardari, i piani dell’amministrazione Trump relativi ai partenariati pubblico-privati non condurranno a risultati migliori e possono ben produrne di peggiori. Michael Hudson ha recentemente sintetizzato in questo modo ciò che probabilmente succederà:

“Trump vuole trasformare l’economia statunitense nel genere di sviluppo immobiliare che lo ha reso così ricco a New York. Renderà ricchi i suoi compari immobiliaristi e renderà ricche le banche che finanziano queste infrastrutture, ma la gente dovrà pagare per questo un costo molto maggiore per i trasporti, un costo molto maggiore per tutte le infrastrutture che lui sta proponendo. Dunque io penso che si possa definire il piano di Trump ‘investimenti pubblici per creare profitti privati’. E’ realmente questo che è il piano, in sintesi, a me pare.”

Questo non ha senso come politica pubblica. Ma è coerente con il desiderio dei capitalisti di ricavare in continuazione maggiori profitti da ogni attività umana. Simili a governi che consegnano la loro sovranità a imprese multinazionali in cosiddetti accordi di “libero scambio” che agevolano il trasferimento di produzioni a località con salari sempre più bassi e leggi sempre più deboli, i partenariati pubblico-privati rappresentano un saccheggio del settore pubblico a fini di profitto privato e consegna da parte del governo di beni pubblici. Tutto questo è un riflesso dello squilibrio di potere nei paesi capitalisti.

Questo è “il mercato” in azione, e il mercato non è altro che gli interessi aggregati degli industriali e finanzieri più potenti. Riflette anche il fatto che mentre i mercati capitalisti maturano e il capitale è a corto di luoghi in cui espandersi le continue pressioni competitive costringeranno le dirigenze dell’industria a ridurre le spese (particolarmente i salari) e a passare a nuove aree di affari. Acquisire quello che era il settore pubblico è uno dei modi per realizzare questo, specialmente se i beni pubblici possono essere comprati a un prezzo inferiore all’equo valore di mercato e si possono ottenere garanzie di profitti.

La feroce logica del capitalismo è che un bene va a quelli che possono permettersi di pagarlo di più, anche se si tratta di qualcosa di essenziale per la vita umana.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/zcommentary/the-bait-and-switch-of-public-private-partnerships/

Originale: Systemic Disorder

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 27 febbraio 2017 alle 20:25 - Reply

    Le partnership pubblico-privato sono il cuore pulsante del neoliberismo predatore

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