James Baldwin e il significato di essere bianchi

Redazione 24 febbraio 2017 1
Print Friendly

James Baldwin e il significato di essere bianchi

Di Chris Hedges

19 febbraio 2017

Il documentario “Non sono il tuo negro” è uno dei più belli che abbia mai visto; sarei rimasto nel teatro di New York per vedere di nuovo il film se per il successivo spettacolo non ci fosse stato il tutto esaurito. Il film di recente distribuito illustra potentemente, attraverso l’opera profetica di James Baldwin, che la follia che sta ora    gli Stati Uniti è una conseguenza inevitabile del fallimento risoluto dei bianchi americani  di affrontare il problema del luogo da cui sono arrivati, di chi sono, e le bugie e i miti che usano per mascherare i crimini passati e presenti. L’unico pari di Baldwin saggista in quanto saggista  del 20° secolo, è George Orwell. Se non avete letto Baldwin, probabilmente non comprendete pienamente l’America. Specialmente ora.

La storia “non è il passato,”  sono parole di Baldwin citate nel documentario. “La storia è il presente. Portiamo la storia con noi. Pensare diversamente è criminale.

Il copione è preso da note, saggi, interviste e lettere di Baldwin, con alcune delle parole dette dalla voce di Baldwin su audio registrazioni e filmati televisivi, alcuni dei quali girati durante letture fatte dall’attore Samuel L. Jackson. Non è però, alla fine, la poeticità e il lirismo di Baldwin che rendono il film così commovente. E’ la comprensione che dimostra Peck del nucleo del messaggio di Baldwin alla razza bianca, un messaggio che è fondamentale per afferrare come lottiamo con un razzista dichiarato, come presidente, con la carcerazione di massa, con la povertà che attanaglia metà del paese e con la polizia militarizzata che uccide uomini e donne  neri disarmati nelle strade delle nostre città.

L’essere bianco è un concetto pericoloso. Non si tratta del colore della pelle e neanche della razza, ma dell’ostinata cecità usata per giustificare la supremazia bianca. Si tratta dell’uso della retorica morale per difendere lo sfruttamento, il razzismo, le uccisioni di massa, i regni del terrore e i crimini dell’impero.

“Il negro americano ha il grande vantaggio di non aver mai creduto nella raccolta di miti a cui si aggrappano i bianchi americani: che i loro antenati erano tutti eroi amanti della libertà, che erano nati nel paese più grande che il mondo aveva mai visto, oppure che gli americani erano invincibili in battaglia e saggi in pace, che gli americani hanno sempre trattato con onore i messicani e gli indiani e tutti gli altri loro vicini o subalterni, che gli uomini americani sono i più schietti e virili, che le donne americane sono pure,” scriveva Baldwin.“I negri sanno molte più di questo circa i bianchi americani; si può quasi dire, infatti, che sanno riguardo ai bianchi americani quello che i genitori, o, comunque le madri, sanno sui loro figli e che molto spesso considerano in questo modo i bianchi americani  in quel modo. E forse questo atteggiamento, che si assume malgrado quello che sanno e che hanno sopportato, aiuta a spiegare perché i Negri, in generale, e fino a di recente, si sono concessi di sentirsi così poco odiati. La tendenza è stata, realmente, per quanto è stato possibile, di ignorare i bianchi come le vittime leggermente folli a causa del loro stesso lavaggio del cervello.”

L’America è stata fondata sul massacro genocida del popolo indigeno e sull’olocausto della schiavitù. E’ stata fondata anche su un’immaginata superiorità e purezza morale. Il fatto il predominio di altri proveniva e proviene ancora da atti di violenza incontrollati viene rimosso dalla narrazione nazionale. Non riuscire assiduamente ad affrontare la verità, avvertiva Baldwin, perpetua un genere di psicosi collettiva. Incapaci di affrontare la verità, i bianchi americani inficiano e distruggono  la loro capacità di auto-riflessione e di autocritica. Costruiscono un mondo di fantasia pericolosa ed egocentrica. Coloro che assorbono il mito dell’essere bianchi, attribuiscono il male – il loro proprio male – alle loro vittime. Il razzismo, deduceva Baldwin, è spinto dal fallimento morale, dal narcisismo, da una solitudine interiore e da un senso di colpa latente. Donald Trump e la maggior parte di coloro che lo circondano, mettono in mostra tutte queste caratteristiche.

“Se gli americani non fosse così terrorizzati dai loro ego privati, non avrebbero mai avuto necessità di inventare ciò che ancora chiamano ‘il problema negro’  e non avrebbero mai potuto diventare così dipendenti da questo,” ha scritto Baldwin. “Questo problema che hanno inventato allo scopo di salvaguardare la loro purezza, li ha resi criminali e mostri, e li sta distruggendo; e questo non a causa di qualcosa che i neri potrebbero o non potrebbero fare, ma a causa del ruolo che un’immaginazione bianca colpevole e compressa, ha assegnato ai neri.”

La gente paga per quello che fa, e, ancora di più, per quello che hanno calcolato di diventare,” continuò Baldwin. “E lo pagano molto semplicemente con la vita che conducono. La cosa fondamentale, in questo caso, è che la somma di queste di abdicazioni individuali,  minaccia la vita in tutto il mondo. Infatti, generalmente, in quanto entità sociali e morali e politiche e sessuali, i bianchi americani sono probabilmente le persone più  ripugnanti  e certamente le più pericolose,  di qualsiasi colore, che si possono trovare oggi al mondo.”

I filmati nel documentario di Peck che mostrano casi passati di omicidio, compreso

il linciaggio del quattordicenne Emmett Till nel 1955, sono inframmezzati con il linciaggio attuale  di giovani uomini neri come Michael Brown and Freddie Gray. Le immagini delle sfilate degli anni ’60, di fautori della supremazia dei bianchi, con giovani che portavano catelli dove si proclamava: “Mantenete bianca l’America,” si spostano direttamente al filmato di Ferguson, Missouri*. Questa giustapposizione è quasi troppo   da sopportare. Se non vi sconvolge fino al midollo, non avete cuore né alcuna comprensione di chi siamo noi in America.

Il film inizia con il ritorno di Baldwin nel 1957 dalla Francia, dove aveva vissuto per quasi un decennio. Ritorna per entrare nel nascente movimento per i diritti umani.

Era stato profondamente turbato da una fotografia di Dorothy Counts, di 15 anni, circondata da una folla di bianchi che le sputava e le urlava insulti razzisti, mentre entrava in una scuola superiore di Charlotte, Nord Carolina, dove di recente era stata abolita la segregazione razziale.

“Semplicemente non potevo più trastullarmi a Parigi discutendo del problema algerino e del problema dei neri americani,” diceva. “Ognuno stava facendo il proprio dovere, ed era ora che andassi in patria a fare il mio.”

In breve, ritornò negli Stati Uniti  cosicché i bambini neri come Dorothy Counts non dovessero attraversare da sole un mare di odio razziale.

Ha parlato e partecipato a centinaia di eventi per il Congresso dell’Uguaglianza razziale e per il Comitato di coordinamento degli studenti non violenti. Il Congresso dei leader  cristiani degli stati del sud, di Martin Luther King Jr., tuttavia, lo teneva per lo più a debita distanza. Anche Baldwin era troppo esplicito e indipendente riguardo alla libertà. Le sue parole mettevano a disagio i sostenitori liberali della King’s Northern.

Si ipotizzò che King avrebbe parlato durante la Marcia di Washington del 1963, ma King e gli altri leader dell’evento lo sostituirono con l’attore Burt Lancaster. Baldwin rifiutò fermamente di essere il “negro” di nessuno.

Baldwin era, come Orwell, un acuto critico della cultura moderna e del modo in cui questa giustifica i crimini del razzismo e dell’imperialismo. Nel suo libro The Devil Finds Work  (Il diavolo trova lavoro), ), mette a confronto la visione che Hollywood ha della razza, e la realtà. Il documentario di Peck mostra delle clip prese da film che Baldwin aveva recensito nel suo libro, compresi:

The Birth of a Nation”  – Nascita di una nazione (un film del  1915 che Baldwin definì “una giustificazione artificiosa dell’omicidio di massa)

(Dance, Fools, Dance” – La via del male (1931), The Monster Walks” (1932), – Il mostro cammina, “King Kong” (1933), ),

“They Won’t Forget” (1937), – Vendetta, “Imitation of Life” (1934) – Lo specchio della vita, “Stagecoach” (1939) – Ombre rosse,  “The Defiant Ones” (1958) – La parete di fango, “Lover Come Back” (1961) – Amore ritorna, “A Raisin in the Sun” (1961) – Un grappolo di sole e “Guess Who’s Coming to Dinner” (1967) – Indovina chi viene a cena? In tutta la serie di film Baldwin indicava gli stereotipi razziali degli afroamericani, radicati nella cultura popolare che sostengono la bugia dell’essere bianchi.

I neri erano, e spesso sono ancora rappresentati dalla cultura di massa, come pigri e infantili, e perciò bisognosi della supervisione e dominio genitoriale dei bianchi, oppure come predatori sessuali minacciosi e violenti che era necessario venissero eliminati. Questi stereotipi di Hollywood, Baldwin lo sapeva, esistevano come complementi per un’immaginata purezza, decenza e innocenza dei bianchi. Hanno rinforzato il mito di una nazione devota agli ideali della giustizia, libertà e democrazia. Gli oppressi, a causa dei loro ipotetici difetti di carattere, erano gli architetti della loro oppressione. L’oppressione era per il loro bene. Il razzismo era una forma di benevolenza. Baldwin avvertiva che non affrontare queste bugie avrebbe visto consumarsi l’America.

Nel libro The Devil Finds Work (Il diavolo trova lavoro), ha parlato anche del film A Tale of two Cities”(1935) – Le due città. Aveva letto il libro di Charles Dickens “ossessivamente”, da ragazzo, per capire “il problema di che cosa voleva dire essere negro. Questo romanzo e altri che “consumava”, come Delitto e Castigo, parlavano degli oppressi. Sapeva che l’oppressione dei personaggi in questi romanzi aveva “qualcosa a che fare con la mia.” I libri “avevano qualcosa da dirmi.” Scriveva:

“Ero perseguitato, per esempio, dal documento di Alexandre Manette, ne “Le due città, che descrive l’uccisione di un ragazzo contadino che, mentre muore parla: “Ve lo dico: siamo stati così derubati, e spaventati e ci hanno reso così poveri, che nostro padre ci diceva che era una cosa terribile portare un bambino in questo mondo, e che la cosa per cui dovevamo pregare di più era che le donne possano essere sterili e che la nostra infelice razza scompaia!” (Il Dottor Manette osserva: “Non avevo mai visto prima il senso dell’essere oppressi  che prorompe come un incendio.”)

Dickens non aveva capito tutto questo. Gli sventurati della terra non decidono di estinguersi, ma, al contrario decidono di moltiplicarsi: la vita è la loro unica arma contro la vita, la vita è tutto quello che hanno. Questo è il motivo  per cui i diseredati e gli affamati non saranno mai convinti (anche se alcuni potrebbero essere costretti a esserlo) dai programmi di controllo delle nascita  dei civilizzati. Ho osservato i diseredati  e gli affamati che faticano nei campi di cui altri sono proprietari, con i transistor all’orecchio, tutto il giorno: in questo modo apprendono, per esempio, oltre a faccende ugualmente serie , che il Papa, uno dei capi del mondo avanzato, proibisce alle persone evolute quell’aborto che sta venendo, letteralmente, imposto a loro, gli sventurati. I civilizzati hanno creato gli sventurati molto freddamente e deliberatamente e non intendono cambiare lo stato delle cose; sono responsabili del loro massacro e asservimento; fanno piovere bombe su bambini indifesi in qualunque momento e dovunque decidano che i “loro interessi vitali” siano minacciati, e trovano normale di torturare a morte un uomo; queste persone non devono essere prese sul serio quando parlano della “santità” della vita umana, o della “coscienza” del mondo civilizzato. C’è una “santità” insita nel portare un bambino in questo mondo; è meglio che farne uscire un bambino bombardandolo.

E’ davvero spaventoso vedere un bambino che muore di fame, ma la risposta a questo non è impedire l’arrivo del bambino, ma ristrutturare il mondo, in modo che il bambino possa viverci: quindi “l’interesse vitale” del mondo non diventa nulla di meno che la vita del bambino.

Quasi tutti gli afro-americani hanno dentro di loro del sangue bianco, di solito conseguenza di uno stupro fatto da bianchi. Gli schiavisti regolarmente vendevano schiavi  bambini di razza mista – i loro propri  figli. Baldwin conosceva il fallimento di riconoscere  la mescolanza  della razza nera e di quella bianca che si possono vedere su quasi ogni faccia afro-americana, una mescolanza che rende gli afro-americani letteralmente i fratelli e sorelle dei bianchi. Gli afro-americani, ha scritto Baldwin, sono i figli “bastardi” dell’America bianca, e costituiscono una razza peculiarmente e unicamente americana.

“La verità è che questo paese non sa che cosa fare con la sua popolazione nera,” ha detto. “Gli americani non sanno affrontare il fatto che io sono carne della loro carne.”

Ha scritto che la supremazia bianca non è marcata dall’intelligenza o dalla virtù. La razza bianca continua a dominare altre razze perché ha sempre controllato i più efficienti meccanismi di uccisione del pianeta. Ha usato e usa le sue armi industriali per attuare uccisioni di massa, genocidi, assoggettamento e sfruttamento, sia nelle piantagioni coltivate dagli schiavi, sul Sentiero delle lacrime* a Wounded Knee* , nelle  Filippine e in Vietnam, in città come Baltimora e Ferguson oppure nelle nostre infinite guerre in Medio Oriente.

Il vero credo della razza bianca è che noi abbiamo ogni cosa e che se si cerca di levarcene una qualsiasi vi uccideremo. Questo è il significato essenziale dell’essere bianchi. Mentre la razza bianca  si rivolta contro se stessa in un’età di risorse in diminuzione, è interesse vitale del sottoproletariato  bianco  comprendere di  che cosa trattano le sue élite e il suo impero   Queste bugie, ha avvertito Baldwin,  in sostanza  avranno conseguenze fatali per l’America.

“Questi sono giorni, questo è uno di essi, in cui ci si chiede quale è il vostro ruolo in questo paese e quale futuro comporti,” ha detto Baldwin. “In che modo preciso vi riconcilierete con questa situazione qui e in che modo lo comunicherete alla vasta,    distratta, irrispettosa, crudele maggioranza bianca che voi siete qui. Sono terrorizzato dall’apatia morale – la morte del cuore – che c’è nel mio paese. Queste persone si sono illuse per così tanto tempo che davvero non pensano che io sia umano.”

*https://it.wikipedia.org/wiki/Sentiero_delle_lacrime

*https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Wounded_Knee

*https://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Michael_Brown

*http://www.iltempo.it/esteri/2015/05/02/news/baltimora-omicidio-di-freddie-gray-  53-arresti-975369/

Nella foto: James Baldwin a Parigi

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.truthdig.com/report/item/james_baldwin_and_the_meaning_of_whiteness_20170219

Originale: Truthdig

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

image (2)

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

1 Commento »

  1. attilio cotroneo 24 febbraio 2017 alle 17:44 -

    Il razzzismo è solo l’arma più efficace delle classi dominanti di turno per separare gli strati della società che, se alleati, decreterebbero la loro fine

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: