Trump completerà il pivot in Asia? *

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Trump completerà il pivot in  Asia? *

Di John Feffer

15 febbraio  2017

James Mattis ha è andato in visita in Asia per il suo primo viaggio all’estero in veste di nuovo capo del Pentagono. È stata meno una visita per conoscersi  che un viaggio di limitazione dei danni. Il suo capo, cioè il Presidente Donald Trump, aveva minacciato di aumentare le tensioni con la Cina e di impedire alla Corea del Nord di lanciare un missile balistico intercontinentale (ICBM) con capacità nucleare. Ha accusato il Giappone di manipolare i cambi della valuta. Voleva che sia Tokyo che Seul pagassero di più per la loro alleanza con l’America. Sarebbe uscito dal Partenariato Trans Pacifico (TPP) che gli Stati Uniti avevano fatto del loro meglio per promuovere.

Come il poliziotto buono che interviene per ‘ammorbidire’ una persona sospetta che è stata maltrattata dal poliziotto cattivo, durante il suo viaggio, Mattis ha espresso molte dichiarazioni rassicuranti e ha perfino contraddetto apertamente la sua amministrazione. Ha detto che gli alleati stavano pagando la loro parte. Le forze armate degli  Stati Uniti avrebbero sostenuto risolutamente il Giappone e la Corea del Sud, e che la diplomazia, e non la forza militare, era il modo per risolvere le dispute come quelle per il Mar Cinese Meridionale.

Il problema non è quale sia il poliziotto incaricato della politica estera degli Stati Uniti (riposte: entrambi sono incaricati). La domanda che è alla base è: che cosa in sostanza vuole l’amministrazione per l’Asia? Può attenersi, più o meno, allo status quo oppure può portare a termine quello che l’amministrazione Obama ha cercato, ma non è riuscita a fare: spostare l’accento della politica militare ed economica degli Stati Uniti dal Medio Oriente verso l’Asia?

Durante i suoi due mandati, l’amministrazione Obama è riuscita a spostare parte dell’enfasi  della politica estera degli Stati Uniti verso l’Asia, la zona del mondo più ricca e  più fortemente militarizzata. Gli Stati Uniti hanno continuato a incoraggiare il Giappone a liberarsi dalle limitazioni della sua  “costituzione di pace.”

Hanno trasferito alcuni Marine dalla controversa base militare Futenma di Okinawa, al altre località della regione. Hanno solidificato le relazioni degli Stati Uniti con il Vietnam sulla base del reciproco terrore della Cina. Hanno persuaso le Filippine a riaccogliere le forze militari americane in cinque installazioni permanenti nell’arcipelago. Hanno superato l’iniziale riluttanza della Corea del Sud a dispiegare  il sistema anti-missilistico THAAD.

Questi progressi che certamente hanno rafforzato lo status quo, non ammontavano a un perno. Come le due amministrazioni precedenti, quella di Obama non è stata in grado di “risolvere” in problema di Okinawa, facendo costruire una struttura sostituiva  per la base aerea Futenma , dei Marine. Non è stata capace di “dirottare” una sostanziale porzione delle forze militari dal Medio Oriente e dall’Europa al Pacifico. In conclusione, non è stata capace di concludere il TTP e di competere in maniera più efficace con la Cina nell’economia regionale. Malgrado il suo desiderio esplicito di tagliare le sue perdite in Afghanistan e in Iraq, l’amministrazione Obama è stata  ancora messa alle corde in entrambi i paesi. La lotta contro lo Stato Islamico aveva rimpiazzato al-Qaida e i talebani, come focus principale dell’attenzione militare degli Stati Uniti.

Secondo una parte della sua retorica elettorale, a Donald Trump non interessava un pivot nel Pacifico, ma piuttosto uno in patria. Ha enfatizzato l’idea “Prima l’America,” che suggeriva che poteva ridurre l’influenza militare all’estero allo scopo di indirizzare le risorse per la ricostruzione delle infrastrutture e dell’industria negli Stati Uniti. Ma anche prima di insediarsi nella sua carica, Trump si è  rapidamente mosso per dissipare quelle illusioni. Ha avuto una telefonata dal presidente di Taiwan, il che è stata una rottura con la tradizione che ha indicato un nuovo atteggiamento di durezza verso Pechino. Ha cominciato a preparare la base per un importante aumento delle spese militari, 1 trilione di dollari in 10 anni, che il Congresso Repubblicano è impaziente di appoggiare.

L’amministrazione Trump considera la Cina l’unica grave minaccia al potere americano che c’è al mondo. Anche se i precedenti governi degli Stati Uniti alla fine si sono accordati per un approccio di congagement, con Pechino, – un misto di contenimento militare e di impegno economico – l’amministrazione Trump sembra che si interessi soltanto allo  scontro. Nelle due prime settimane in carica, Trump e il leader cinese Xi Jinping non hanno comunicato tra loro. Da parte sua, Xi sembra posizionare la Cina come il paese che guiderà l’economia globale in assenza degli Stati Uniti da poco protezionisti.

E’ probabile che Trump che è sempre un uomo d’affari, si renderà conto, come tutti i recenti presidenti americani, che la Cina è troppo grande per essere ignorata e troppo potente per inimicarsela. Perfino George W. Bush trovò dei punti in comune con Pechino, particolarmente riguardo all’antiterrorismo. Altri nell’amministrazione Trump però, come lo stratega capo  Steve Bannon, considerano la Cina una minaccia

alla civiltà: è atea, non bianca, dedita a una combinazione tra un controllo economico centralizzato e un capitalismo clientelare. Bannon non ha problemi a collaborare con governi autoritari, ma la Cina esula dalla coalizione conservatrice, cristiana, caucasica, che Bannon vuole costruire in tutto il mondo.

Con un esercito più grande e un Congresso controllato dai Repubblicani, e la volontà di usare tutto il potere che è concentrato nel ramo esecutivo,  è probabile che Trump completerà il pivot nel Pacifico anche se bombarderà lo Stato islamico, se costruirà un muro lungo il confine del Messico, e se si inimicherà gli alleati europei. Questo tentativo di dominio dell’intero spettro può far fallire l’economia americana e danneggiare in modo irreparabile l’economia globale.

Trump ha, però trascinato per  6 straordinarie volte il suo impero commerciale  alla bancarotta. Gli asiatici dovrebbero ovviamente pensarci due volte prima di andare a braccetto con un alleato politico così volubile e con un socio in affari così inaffidabile.

John Feffer è il Direttore di Foreign Policy In Focus.

*http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2014/04/01/il-pivot-usa-verso-lasiapacificochimera/20964/

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/will-trump-complete-the-pivot-to-asia

Originale: the hankyoreh

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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One thought on “Trump completerà il pivot in Asia? *

  1. attilio cotroneo il said:

    Presto tutte le persone di buon senso nel governo si renderanno conto di chi é Trump e persino i più pericolosi lo reputeranno improponibile. Il gioco di inaffidabilità e improvvisazione si sta spingendo già oltre. Se non sarà come penso sarà il disastro.