Sono una rifugiata di un paese messo al bando – Questa è la mia storia americana

Redazione 13 febbraio 2017 1
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Sono una rifugiata di un paese messo al bando – Questa è la mia storia americana

Di Ari Honarvar

12 febbraio 2017

L’America è la mia patria. Quando scelsi di diventare una cittadina degli Stati Uniti, 20 anni fa, giurai di proteggerli dai nemici stranieri e interni, e prendo molto sul serio questo giuramento. Se i rifugiati  ponessero una minaccia credibile, mi opporrei con veemenza al loro ingresso negli Stati Uniti? Assolutamente sì. Non c’è però nessuna prova che indichi che i rifugiati provenienti dai 7 paesi messi al bando, sono, o saranno, una minaccia  per l’America. Questi rifugiati scappano dal terrore e il robusto procedimento di controllo accurato che protegge i nostri confini assicura che questo è il caso. Molti dei miei amici americani, tuttavia, appoggiano il bando nei confronti dei musulmani.

Sono una rifugiata che proviene da un di questi paesi messi al bando. Questa è la mia storia.

Ero un’ adolescente ribelle. Quello che mi distingueva da milioni di altri adolescenti ribelli di tutto il mondo, era che i miei atti di ribellione avrebbero potuto portarmi a essere giustiziata.

Il motivo è che ero una ragazza di 13 anni nell’Iran del dopo rivoluzione, dove le leggi giudicavano qualsiasi atto di opposizione come un atto di tradimento. E non qualsiasi tipo di tradimento. Era tradimento contro Dio e perciò punibile con la morte. Atti di tradimento  includevano, ma non erano limitati a: giocare a scacchi o a carte, ascoltare musica non autorizzata, fraternizzare con una persona del sesso opposto con la quale non si era imparentati, le donne che mostravano parti del corpo vietate, come i capelli, possedere letteratura di contrabbando ed esprimere qualsiasi opinione negativa su qualunque delle azioni sopraelencate.

Ero colpevole di molte di queste infrazioni, ma la maggior parte venivano commesse in privato a casa mia, dove hanno fatto irruzione soltanto una volta. Avevo vissuto in base a queste leggi da quando avevo 6 anni, e non avevo certo dimenticato come era

la libertà, anche se nel profondo del mio cuore   sapevo che questo non era giusto.

La mia opposizione iniziò quando avevo 7 anni, ed era fondata su una forte fede nei pari diritti. La nuova legge mi imponeva di nascondere i capelli, mentre i ragazzi potevano vestirsi come volevano. Mi sottrassi a questa legge, fingendo, di tanto in tanto, di essere un ragazzo – finché la gente cominciò a riconoscermi in pubblico, e dovetti smettere.

Mi impegnai, quindi in atti segreti di ribellione che avrebbero provocato un attacco di cuore ai miei genitori, se ne fossero venuti a conoscenza. Mentre ogni mattina, a scuola ero obbligata a ripetere “Morte all’America,” nell’oscurità della notte sgattaiolavo fuori e scrivevo queste parole sui muri dei miei vicini: “Morte a Khomeini. Morte al dittatore.” I messaggi erano in estremo contrasto con i graffiti  favorevoli al regime, che all’epoca coprivano i muri. Scrivevo su qualsiasi spazio pulito che riuscivo a trovare; quando i proprietari delle case ricoprivano di vernice le scritte blasfeme, riscrivevo gli stessi messaggi la notte seguente.

Subito dopo al rivoluzione, una compagna di classe di mia sorella venne arrestata e giustiziata senza processo, cosa che non era insolita. Aveva 16 anni. In quel periodo, metà delle compagne di scuola di mia sorella erano in prigione per attività normali, come essere in possesso di scritti anti-rivoluzionari ed esprimere opinioni sprezzanti che allora erano reati in base alle nuove norme giuridiche. Un po’ di tempo dopo, mio papà incontrò per caso il padre della ragazza uccisa e gli chiese perché era stata giustiziata. L’uomo aveva scosso la testa: “non ce lo hanno mai detto.”

Era chiaro che la punizione capitale non era un deterrente, dato che continuavo le mie attività illecite mentre i miei genitori dormivano. Forse ero depressa per una guerra senza fine che teneva la mia gente in uno stato perpetuo di lutto. Oppure non potevo proprio più portare sulle spalle la montagna delle limitazioni quotidiane. La morte era una risposta. L’altra era sfuggire all’incubo dell’Iran e fuggire in America. Questa, però, era una prospettiva tanto lontana quanto vincere alla lotteria.

Conoscevo la mia storia. Sapevo che una volta avevamo una democrazia inesperta ma  tuttavia fiorente, in Iran. Il petrolio iraniano era stato nazionalizzato, e mia madre si ricordava che da giovane aveva comprato azioni petrolifere. I britannici, però, con l’aiuto della CIA, deposero il nostro leader democratico, in modo da continuare a godere dell’accesso al nostro petrolio a poco prezzo. Le ramificazioni di questo colpo di stato provocarono la sfiducia dello Scià appoggiato dagli Stati Uniti, e alla fine provocarono la rivoluzione iraniana. Malgrado questo, non riuscivo a lamentarmi di  un paese che ha prodotto Michael Jackson e Madonna.

Più di qualunque altra cosa, desideravo trasferirmi in America.

Quando avevo 14 anni, mia madre scrisse una poesia sul Giorno dell’Indipendenza dell’India, e quando all’ambasciatore indiano gli piacque molto,  ottenemmo un visto per andare in India. Da lì, alla fine fui in grado di ottenere un visto per gli Stati Uniti. Atterrai a Las Cruces, nel Nuovo Messico, con i miei genitori, che poi partirono per tornare in Iran e stare con mia sorella. Essere completamente fuori dal mio elemento, in America, era come un esperimento antropologico contorto.

Ero eccitata a essere in America, ma ogni volta che pensavo all’Iran, una profonda nostalgia mi faceva venire le lacrime agli occhi. Alla fine mi sistemai nella mia casa, e tutte le limitazioni quotidiane a cui ero così abituata, gradualmente sparirono.

Il trauma ha, comunque ha una maniera di portar via la voce delle persone. Ci volle molto tempo ad abituarmi alla libertà di parola.

Ero stupita che la gente potesse criticare apertamente il Presidente senza avere un punizione. La Costituzione proteggeva i miei diritti, e la maggior parte delle persone che conoscevo rispettavano la legge invece di temerla. La mia nuova patria non era certamente priva di problemi, ma vedevo di continuo in che modo le persone  sostenevano  gli oppressi e cercavano  di fare leggi più giuste. Era difficile non innamorarsi dell’America.

Quando l’anno scorso cominciarono a diffondersi i sentimenti contrari ai musulmani e ai rifugiati, mi preoccupai. Poi un genitore, nella zona dove si fanno salire i bambini in macchina, della scuola elementare multi-culturale dove va mio figlio, esclamò: “Quando Trump diventerà presidente, tutti voi immigrati sarete espulsi!” Qualcosa si ruppe dentro di me. Questa era la mia patria, e la sola patri che mio figlio ha conosciuto, tutta via era considerato come “l’altro.”

Quella volta ho trovato la mia voce. Cominciai a parlare apertamente. Per mezzo di questo attivismo incontrai una donna della regione del Kurdistan iracheno. Venne fuori che avevamo passato la nostra infanzia crescendo sugli opposti lati della guerra fra Iran e Iraq. Mentre ci conoscevamo ci rendemmo conto che le nostre esperienze di quel tempo avevano delle straordinarie analogie.

Ricordo che avevo 7 anni e che facevo i compiti nell’oscurità della nostra cantina, mentre la terra tremava a causa delle bombe irachene. La mia amica si ricorda che aveva 14 anni e che era in un’altra cantina con la paura di poter morire a causa di un missile iraniano che sarebbe arrivato. Questa guerra è durata otto anni e ha provocato la morte di un milione di persone. Entrambe ricordiamo la perdita brutale della nostra famiglia e dei nostri amici.

Come nell’ultima scena del film I soliti sospetti  dove l’investigatore mette insieme gli indizi, io ho unito i puntini: i membri della mia famiglia che erano stati arruolati dall’esercito iraniano, erano molto probabilmente responsabili della morte della famiglia della mia amica – e viceversa. Durante quella guerra, gli Stati Uniti vendevano armi sia all’Iran che all’Iraq. Nel 1988,  Saddam Hussein usò le sue armi chimiche contro la sua gente in Kurdistan. Era appoggiato militarmente e politicamente dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali. Nel 2003, l’Iraq fu invaso dagli Stati Uniti. Ora, insieme a più di un milione di amici  iraniani e iracheni , la mia amica irachena ed io viviamo in America.

Per aggiungere ironia all’attuale situazione difficile, la mia amica irachena prima si è rifugiata in Siria prima di emigrare negli Stati Uniti. Ora sta aiutando i rifugiati siriani a sistemarsi in quel paese. Sia  le nostre famiglie che quelle siriane, sono ora soggette al bando di Trump nei confronti dei Musulmani.

Chiamo patria l’America, Giuro di proteggerla  seriamente. E mentre il destino dei rifugiati dipende da una violenta battaglia legale, sono costretta a riflettere sul mio passato, In Iran, ci sono voluti soltanto pochi mesi a dimezzare i diritti delle donne, a mettere in prigione i giornalisti, a prendere di mira le persone di una certa religione, a essere coinvolti in una guerra mortale, e a etichettare i dissenti come terroristi. Il governo iraniano   ha menzionato la sicurezza   per sconfiggere la libertà e i diritti, e i suoi sostenitori lo hanno seguito senza mettere in dubbio le nuove leggi.

In base a queste nuove leggi, per partecipare anche alla minima infrazione,  probabilmente avrei preferito morire o essere messo in prigione, se l’America non mi avesse accolto. Le ragazze sono state carcerate, violentate e uccise per aver fatto vedere i capelli o per aver parlato a un ragazzo; i ragazzi sono stati uccisi perché erano in possesso di opuscoli anti-rivoluzionari o di hashish.

Nei primi giorni dopo la rivoluzione, sapevano che qualcosa non andava quando venivano emesse numerose fatwa *per brutalizzarci ed eliminare i nostri diritti civili. Considerate, però che cosa è una fatwa: è un ordine esecutivo, non ostacolato da controlli e contrappesi, emesso da un leader supremo. I nostri ideali americani democratici e i diritti garantiti dalla Costituzione stanno venendo indeboliti proprio adesso.

Ci sono dei nemici dai quali devo proteggere l’America, e non sono i rifugiati.

*https://it.wikipedia.org/wiki/Fatwa

Nella foto: un’immagine della Rivoluzione iraniana

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/im-a-refugee-from-a-banned-country-this-is-my-american-story

Originale: The Establishment

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 13 febbraio 2017 alle 23:08 - Reply

    Dovremmo considerare la democrazia come la nostra conquista più fragile, spesso attaccata da chi ne ha sempre tratto i vantaggi attiliocotroneo@tiscali.it

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