I miti del capitalismo neoliberista

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di Ha-Joon Chang e CJ Polychroniou – 11 febbraio 2017

Negli ultimi circa quarant’anni il neoliberismo ha regnato sovrano su gran parte del mondo capitalista occidentale, determinando livelli di accumulazione di ricchezza senza precedenti per un pugno di individui e di imprese globali, mentre al resto della società è stato chiesto di ingoiare austerità, redditi stagnanti e uno stato sociale in contrazione. Ma proprio quando tutti pensavamo che le contraddizioni del capitalismo neoliberista avessero raggiunto il punto semifinale, culminando in scontento e opposizione di massa al neoliberismo globale, il risultato dell’elezione presidenziale statunitense del 2016 ha portato al potere un individuo megalomane che aderisce all’economia capitalista neoliberista opponendosi contemporaneamente alla sua dimensione globale.

Che cos’è allora, esattamente, il neoliberismo? Che cosa promuove? E come dovremmo considerare le pronunce economiche di Donald Trump? In questa intervista esclusiva il professore di economia, di fama mondiale, dell’Università di Cambridge, Ha-Joon Chang risponde a queste domande urgenti sottolineando che nonostante la promozione di Donald Trump della “spesa infrastrutturale” e la sua opposizione agli accordi di “libero scambio”, dovremmo essere profondamente preoccupati per le sue politiche economiche, per il suo abbraccio del neoliberismo e per la sua fervente lealtà ai ricchi.

C.J. Polychroniou: Negli ultimi circa quarant’anni l’ideologia e le politiche del capitalismo del “libero mercato” hanno regnato sovrane in gran parte del mondo industrializzato avanzato. Tuttavia molto di ciò che passa per capitalismo del “libero mercato” è in realtà un insieme di misure ideate e promosse dallo stato capitalista nell’interesse dei segmenti dominanti del capitale. Quali altri miti e bugie meritano di essere segnalate riguardo al “capitalismo concretamente esistente”?

Ha-Joon Chang: Di Gore Vidal, lo scrittore statunitense, è famosa l’affermazione di un tempo che il sistema economico statunitense è “libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi”. Penso che questa affermazione riassuma molto bene ciò che negli ultimi decenni è passato per “capitalismo del libero mercato”, specialmente, ma non solo, negli Stati Uniti. Negli ultimi decenni i ricchi sono stati sempre più protetti dalle forze del mercato, mentre i poveri sono stati sempre più esposti a esse.

Per i ricchi gli ultimi decenni sono stati: “Testa vinco io, croce perdi tu”. I dirigenti di vertice firmano pacchetti di compensi che danno loro centinaia di milioni di dollari per fallire, e molto di più per compiere un lavoro decente. Le imprese sono sovvenzionate su scala massiccia con poche condizioni, a volte direttamente ma spesso indirettamente mediante programmi di approvvigionamento governativo (specialmente per la difesa) a prezzi inflazionati e mediante tecnologie gratuite prodotte da programmi di ricerca finanziati dal governo. Dopo ogni crisi finanziaria, a partire dalla crisi bancaria cilena del 1982, passando per la crisi finanziaria asiatica del 1997 per arrivare alla crisi finanziaria globale del 2008, le banche sono state salvate con centinaia di trilioni di dollari di soldi dei contribuenti e pochi grandi banchieri sono finiti in carcere. Nell’ultimo decennio le classi dei paesi ricchi detentrici di patrimoni sono state tenute a galla anche da tassi d’interesse storicamente bassi.

Per contro i poveri sono stati sempre più sottoposti alle forze del mercato.

Nel nome dell’aumento della “flessibilità del mercato del lavoro”, i poveri sono stati sempre più privati dei loro diritti come lavoratori. Questa tendenza ha raggiunto un nuovo livello con l’emergere della cosiddetta “gig economy” [economia del lavoro a richiesta – n.d.t.], in cui i lavoratori sono fintamente assunti come “lavoratori autonomi” (senza il controllo sul proprio lavoro che il lavoratore autonomo esercita) e privati persino dei diritti più elementari (ad esempio, permessi per malattia, festività pagate). Con i loro diritti indeboliti i lavoratori devono darsi a una gara al ribasso in cui competono accettando salari sempre più bassi e condizioni di lavoro sempre più mediocri.

Nell’area dei consumi, la crescente privatizzazione e liberalizzazione delle industrie che forniscono servizi fondamentali dai quali i poveri dipendono relativamente di più – come acqua, elettricità, trasposti pubblici, assistenza sanitaria di base e istruzione elementare – hanno significato che i poveri hanno visto un aumento sproporzionato dell’esposizione dei loro consumi alla logica del mercato. Negli ultimi anni dalla crisi finanziaria del 2008, i sussidi dell’assistenza sociale sono stati ridotti in molti paesi e le condizioni di accesso (ad esempio “verifiche di abilità al lavoro” sempre più ingenerose nei confronti dei disabili, addestramento obbligatorio alla redazione di CV per quelli che ricevono sussidi di disoccupazione) sono diventate meno generose, spingendo un numero sempre maggiore di poveri in mercati del lavoro nei quali non sono adatti a competere.

Quanto agli altri miti e bugie riguardo al capitalismo, il più importante secondo me è il mito che ci sia un campo oggettivo dell’economia in cui la logica politica non dovrebbe intromettersi. Una volta che accetti l’esistenza di questo campo esclusivo dell’economia, come molti hanno fatto, devi accettare l’autorità degli esperti economici, come interlocutori di certe verità scientifiche riguardo all’economia che poi imporranno il modo in cui l’economia è gestita.

Tuttavia non c’è alcun modo oggettivo per stabilire i confini dell’economia, perché lo stesso mercato è una costruzione politica, come dimostrato dal fatto che oggi è illegale nei paesi ricchi comprare e vendere un mucchio di cose che un tempo si compravano e vendevano liberamente: come gli schiavi o il lavoro dei bambini.

A sua volta, non c’è alcun modo oggettivo per tracciare il confine attorno all’economia quando chi  si oppone all’intrusione della logica politica nell’economia di fatto afferma semplicemente che la sua idea della visione “politica” di ciò che appartiene al campo dell’economia è in qualche modo quella giusta.

E’ molto importante rigettare il mito di un confine inviolabile dell’economia, perché quello è il punto di partenza per contestare lo status quo. Se si accetta che lo stato sociale va ridotto, che i diritti del lavoro debbono essere indeboliti, che le chiusure delle fabbriche devono essere accettate, e così via, a causa di qualche logica economica oggettiva (o delle “forze del mercato”, come spesso si dice) diviene virtualmente impossibile modificare lo status quo.

L’austerità è divenuta il dogma prevalente in tutta Europa, ed è ai primi posti nell’agenda Repubblicana. Se l’austerità è basata su menzogne, qual è il suo vero obiettivo?

Molti – Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Mark Blyth e Yanis Varoufakis, per citare alcuni nomi di spicco – hanno scritto che l’austerità non funziona, specialmente nel mezzo di un declino economico (come è stata praticata in molti paesi in via di sviluppo nell’ambito dei Programmi di Aggiustamento Strutturale della Banca Mondiale e del FMI negli anni ’80 e ’90 e, più recentemente, in Grecia, Spagna e altri paesi dell’eurozona).

Molti di quelli che spingono per l’austerità lo fanno perché credono sinceramente (anche se sbagliando) che funzioni, ma quelli che sono abbastanza in gamba da capire che non funziona continuano a utilizzarla perché è un ottimo modo per ridurre lo stato (e dare così più potere al settore industriale, compreso quello straniero) e per cambiare la natura delle attività dello stato a favore delle imprese (ad esempio, è sempre la spesa sociale la prima vittima).

In altri termini l’austerità è un ottimo modo per far passare un’agenda politica regressiva senza mostrare di farlo. Si dice che si deve tagliare la spesa perché si devono pareggiare i conti e mettere ordine in casa, quando in realtà si sta lanciando un attacco contro la classe lavoratrice e contro i poveri. Questo, ad esempio, è quello che ha detto la coalizione conservatrice-liberaldemocratica del Regno Unito quando ha lanciato un severo programma di austerità quando ha assunto il potere nel 2010; le finanze pubbliche del paese all’epoca non erano tali da aver bisogno di un simile severo programma di austerità, persino secondo gli standard dell’economia ortodossa.

Che cosa pensi di tutto il gran parlare circa i pericoli del debito pubblico? Quand’è che il debito pubblico diventa eccessivo?

Che il debito pubblico sia un bene o un male dipende da quando i fondi sono stati presi a prestito (meglio nel corso di un declino economico), da come i fondi mutuati sono stati utilizzati (meglio se usati per investimenti in infrastrutture, ricerca, istruzione o salute piuttosto che in spese militari o nell’edificazione di monumenti inutili) e da chi detiene i titoli (meglio se i cittadini del paese debitore, poiché ciò ridurrà il pericolo di una “corsa” al paese; ad esempio uno dei motivi per cui il Giappone può sostenere livelli altissimi di debito pubblico è che la grande maggioranza dei suoi debiti è detenuta da cittadini giapponesi).

Naturalmente un debito pubblico eccessivamente elevato può essere un problema, ma quando sia eccessivamente elevato dipende dal paese e dalle circostanze. Così, per esempio, secondo dati del FMI del 2015 il Giappone ha un debito pubblico equivalente al 248 per cento del PIL ma nessuno lo definisce un pericolo. Può essere affermato che il Giappone è speciale e indicare che nello stesso anno il debito pubblico degli Stati Uniti era equivalente al 105 per cento del PIL, che è molto più elevato di quello, diciamo, della Corea del Sud (38 per cento), della Svezia (43 per cento) o anche della Germania (71 per cento), ma si può essere sorpresi nell’apprendere che anche Singapore ha un debito pubblico equivalente al 105 per cento del PIL, anche se non sentiamo manifestare alcuna preoccupazione riguardo al debito pubblico di Singapore.

Numerosi economisti molto rispettati stanno sostenendo che l’era della crescita economica è terminata. Sei d’accordo con questa idea?

Molti oggi parlano di una “nuova normalità” e di una “stagnazione secolare” in cui elevata disuguaglianza, popolazione che invecchia e “deleveraging” (riduzione del debito) da parte del settore privato conducono a una crescita economica cronicamente bassa, che può essere rilanciata solo temporaneamente da bolle finanziarie che sono insostenibili nel lungo periodo.

Considerato che queste cause possono essere contrastate da misure politiche, la stagnazione secolare non è inevitabile. L’invecchiamento può essere contrastato da cambiamenti politici che rendano più compatibili il lavoro e la cura dei figli (ad esempio, asili migliori e meno costosi, orari di lavoro flessibili, risarcimenti di carriera per l’assistenza ai figli) e da un’accresciuta immigrazione. La disuguaglianza può essere contrastata da politiche più aggressive di tassazione e trasferimento e da una migliore protezione dei deboli (ad esempio, pianificazione urbana che protegge i piccoli negozi, sostiene le PMI). La riduzione del debito del settore privato può essere contrastata da un’accresciuta spesa governativa, come dimostra l’esperienza giapponese dell’ultimo quarto di secolo.

Naturalmente affermare che la stagnazione secolare può essere contrastata è diverso dal dire che sarà contrastata. Ad esempio la politica più rapida che può contrastare l’invecchiamento – cioè un aumento dell’immigrazione – è politicamente impopolare. In molti paesi ricchi l’allineamento delle forze politiche ed economiche è tale che sarà difficile ridurre la disuguaglianza in misura significativa nel breve-medio termine. L’attuale dogma del bilancio è tale che l’espansione del medesimo pare improbabile nella maggior parte dei paesi nel prossimo futuro.

Così, nel breve-medio termine pare molto probabile una crescita bassa. Tuttavia questo non significa che sarà per sempre così. Nel lungo termine i cambiamenti della politica e dunque delle politiche economiche possono cambiare le politiche in modo tale che le cause della “stagnazione secolare” siano contrastate in misura considerevole. Questo evidenzia quanto sia importante la lotta politica per cambiare le politiche economiche.

Qual è la tua opinione professionale delle politiche economiche proposte da Donald Trump che chiaramente abbracciano il neoliberismo e ogni sorta di furbata per i ricchi ma si oppone agli accordi globali di “libero scambio” e che cosa ti aspetti accadrà quando si scontreranno con il bilancio d’austerità di Ryan?

Il piano di Trump per la ripresa economica statunitense è ancora vago ma, per quel che posso dire, ha due punti principali: far creare più occupazione in patria alle imprese statunitensi e aumentare gli investimenti infrastrutturali.

Il primo punto pare piuttosto fantasioso. Egli afferma che lo realizzerà principalmente impegnandosi in un maggiore protezionismo, ma non funzionerà per due motivi.

Primo: gli Stati Uniti sono vincolati da ogni sorta di accordi commerciali internazionali: WTO, NAFTA e vari accordi bilaterali di libero scambio (con Corea, Australia, Singapore, ecc.). Anche se si possono spingere marginalmente le cose in direzione protezionista anche in questo quadro, sarà difficile per gli USA schiaffare dazi extra sufficienti a riportare occupazione statunitense nel contesto delle norme di tali accordi. La squadra di Trump afferma che rinegozierà quegli accordi, ma ci vorranno anni, non mesi, e non si produrranno risultati visibili durante il primo mandato della presidenza Trump.

Secondo: anche se forti dazi extra potessero essere in qualche modo essere imposti contro trattati internazionali, la struttura dell’economia statunitense è oggi tale che ci sarà una grande resistenza contro tali misure protezioniste negli USA. Molte importazioni da paesi come Cina e Messico sono di merci che sono prodotte da – o quanto meno prodotte per – società statunitensi. Quando il prezzo di iPhone o scarpe Nike prodotti in Cina o di auto General Motors prodotte in Messico salgono del 20 per cento, del 35 per cento, non solo i consumatori statunitensi ma anche società come Apple, Nike e GM saranno intensamente scontenti. Ma ciò si tradurrebbe in un ritrasferimento delle produzioni Apple o GM negli USA? No, probabilmente si trasferirebbero in Vietnam o Tailandia, non colpiti da tale dazi.

Il punto è che lo svuotamento dell’industria manifatturiera statunitense è progredito nei contesti della globalizzazione della produzione (a guida USA) e della ristrutturazione del sistema degli scambi internazionali e non può essere invertito da semplici misure protezioniste. Richiederà una riscrittura totale delle norme del commercio globale e una ristrutturazione della cosiddetta catena globale del valore.

Anche a livello nazionale, la rinascita dell’economia statunitense richiederà misure molto più radicali di quelle che sta contemplando l’amministrazione Trump. Richiederà una politica industriale sistematica che ricostruisca l’impoverito potenziale produttivo dell’economia statunitense, dalle competenze dei lavoratori e della dirigenza, alla ricerca industriale e a infrastrutture modernizzate. Per riuscire, tale politica industriale dovrà essere sostenuta da un ridisegno radicale del sistema finanziario, in modo che più “capitale paziente” sia reso disponibile per investimenti orientati al lungo termine e persone di maggior talento tornino a lavorare nel settore industriale, anziché dedicarsi agli investimenti bancari o alle transazioni in valute.

Il secondo punto della strategia di Trump per la rinascita dell’economia statunitense consiste nell’investimento in infrastrutture.

Come citato più sopra il miglioramento delle infrastrutture è un ingrediente di una strategia genuina di rinnovamento economico statunitense. Tuttavia, come suggerisci nella tua domanda, ciò può incontrare resistenza da parte dei conservatori in tema di bilancio nel Congresso dominato dai Repubblicani. Sarà interessante osservare come questo si evolverà, ma la mia preoccupazione maggiore è che Trump probabilmente incoraggerà tipi “sbagliati” di investimenti infrastrutturali, cioè quelli collegati all’edilizia (il suo terreno naturale) anziché quelli relativi allo sviluppo industriale. Ciò non solo non contribuirà al rinnovamento dell’economia statunitense, ma può anche contribuire a creare bolle immobiliari, che sono state una causa importante della crisi finanziaria globale del 2008.

C.J.Polychroniou è un economista politico e politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca sono l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neoliberismo. Collabora regolarmente a Truthout ed è anche membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi libri e suoi articoli sono apparsi in una varietà di giornali, riviste e siti web popolari. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/exposing-the-myths-of-neoliberal-capitalism/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “I miti del capitalismo neoliberista

  1. attilio cotroneo il said:

    La volontà politica non è manovrata da interessi economici ma è gestita direttamente dagli interessati o al più da incapaci rampanti che garantiscono obbedienza all’avanzare di questa nuova era di disuguaglianza organizzata.

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