Elementi futuri di svolta sulla (lunga)Via marittima della Seta

Redazione 4 febbraio 2017 1
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Elementi futuri di svolta sulla (lunga)Via marittima della Seta

Di Pepe Escobar

3 febbraio 2017

Da Bab al-Mandab allo Stretto di Malacca, dallo Stretto di Hormuz allo Stretto di Lombok, e fino al fondamentale centro  logistico di Diego Garcia, a 2500 miglia a sud est di Hormuz, salta fuori la domanda: in che modo la nuova normalità imprevedibile a Washington – che non è esattamente amico della Cina – influenzerà l’Oceano Indiano più ampio?

Ci sono in gioco di più che strettoie chiave in una zona che è a cavallo di catene di approvvigionamento navali e attraverso la quale fluisce anche quasi il 40% del petrolio che alimenta le economie asiatiche del Pacifico. Si parla del futuro della Via Marittima della Seta, una componente chiave del progetto: One Belt, One Road  (OBOR)* e quindi anche del modo in cui le politiche del Grosso Potere si svolgeranno in un regno chiave della Rimland**.

L’India importa quasi l’80% della sua energia dal Medio Oriente attraverso l’Oceano Indiano. Per Delhi, quindi, la protezione delle catene di approvvigionamento   deve essere la norma, come nell’attuale spinta a sviluppare tre gruppi di battaglia di una portaerei (cioè la flotta di navi e sottomarini in appoggio della portaerei (n.d.t.), e almeno 160 vascelli, compresi dei sottomarini, prima del 2022. Questo implica anche la promozione di un accordo di cooperazione con le nazioni confinanti con lo Stretto di Malacca: Malesia, Singapore e Indonesia, e lo sviluppo di infrastrutture militari nelle isole Andamane e Nicobare.

La Cina, da parte sua, manda avanti una inarrestabile spinta economica e infrastrutturale dal Myanmar al Pakistan, dal Bangladesh alle Maldive, da Sri Lanka a Gibuti – una compensazione all’impossibilità di attuare pienamente la “fuga dalla Malacca”, cioè la complessa strategia di Pechino con molteplici ramificazioni per diversificare le forniture di energia.

Il centro privilegiato di collegamento con le infrastrutture, rimane il megaporto di Gwadar sul Mare Arabico che sarà controllato per i prossimi 40 anni da una società cinese. Gwadar è la destinazione navale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) del costo di 46 miliardi di dollari americani che inizia nel Xinjiang e che sarà il nuovo elemento economico di svolta o delle nuove Vie della Seta nell’Asia Meridionale.

Questo comporta il fatto che tutti si interessino alla nuova strada del Karakorum, attualmente in costruzione nel territorio settentrionale sommamente montagnoso, di Gilgit e del Baltistan (una volta denominati Northern Territories, n.d.t) dove i militari tengono d’occhio un “alveare” frenetico di ingegneri cinesi.

Islamabad/Rawalpindi (la nuova e vecchia capitale del Pakistan) non hanno fatto nessun prigioniero, avendo offerto un sistema di supporto in espansione, per impedire una possibile interferenza da parte di gruppi separatiti Uiguri. Per tutti gli scopi pratici, l’ISI (Inter-Services Intelligence, la più potente delle tre branche dei servizi di Intelligence del Pakistan, n.d.t.) sta ora incentrando la sua attenzione sui residenti Uiguri in Pakistan, come un laser, non dimenticando, allo stesso tempo, i gruppi separatisti del Belucistan, che, con un giusto “incentivo”, potrebbero far deragliare ulteriormente, più avanti,  il CPEC.

Pechino  procede lungo una linea molto sottile  di potere di persuasione. Islamabad ha offerto alla Marina cinese una base a Gwadar, che è stata, però, gentilmente rifiutata: il messaggio grafico farebbe totalmente impazzire sia Delhi che Washington. Gwadar si svilupperà inevitabilmente nel corso del tempo come centro di commercio di una larga porzione dell’Asia meridionale, ma le ansie di Delhi si collegano alla sua competenza praticamente pronta all’uso di monitorare la Marina indiana nell’Oceano Indiano e la Marina statunitense nel Golfo Persico.

Vai da nord a sud, giovane eurasiatico

Si dà il caso che Gwadar non sia distante da Chabahar, in Iran, che sta venendo designata come fulcro commerciale indiano verso i mercati dell’Asia Centrale, dato che collega l’India con l’Afghanistan passando per l’Iran ed evitando quindi il Pakistan. Questa è la Via della Seta meridionale – o indiana- in funzione. Gwadar e Chabahar sono i due massimi fulcri destinati a collegare l’Oceano Indiano all’Eurasia Centrale, e con l’’Iran, l’India e la Russia che rappresentano i membri chiave dello INSTC ( Corridoio internazionale per i trasporti da Nord a Sud che si sta sviluppando lentamente ma che è potenzialmente spettacolare.

Inoltre, l’Iran, la Cina e l’India potrebbero tutte alla fine convergere verso una zona di libero commercio con l’Unione Economica Euroasiatica (EEU), mentre, da parte sua, il CPEC  permetterà alla Russia e all’Asia Centrale di intensificare il commercio con  il Rimland  dell’Oceano Indiano.

C’è poi il caso affascinante di Sri Lanka. Secondo l’Istituto di Studi politici a Sri Lanka, dal 2006 al 2015 la Cina ha investito oltre 5 miliardi di dollari americani; il ministro di Sri Lanka per le strategie di sviluppo e del commercio internazionale ha aggiunto che la Cina ha promesso oltre 10 miliardi di dollari americani fino al 2019.

Il progetto fondamentale è il porto di Hambantota, e inoltre un aeroporto commerciale internazionale nella vicina Mattala. Sri Lanka ha fatto un accordo con la Società China Merchants Port Hodings alla fine del 2016 per vendere l’80% di Hambantota per 1,1 miliardo di dollari americani e  per affittarle  15.000  acri   di terra vicina per 99 anni.

Inutile aggiungere, la proverbiale “preoccupazione” per questo vantaggio cinese è stata registrata sia a Delhi che a Washington. La possibilità che la Cina alla fine  ottenga una base navale militare permanente nell’Oceano Indiano è un’ossessione   “ a tempo pieno” della Terra dei centri di pensiero statunitense. Colombo, tuttavia, è stata sempre irremovibile: l’infrastruttura finanziata dai cinesi non implica stabilire   diritti per la Marina cinese.

Infatti,  qualsiasi mossa cinese, dall’affitto di  un’isola delle Maldive per 50 anni per 4 milioni di dollari americani alla costruzione di una base militare a Gibuti (ufficialmente una base per “appoggio tecnico e logistico per la Marina cinese) per la fine del 2017, vicino agli americani e i francesi, è fonte di “preoccupazione”.

Dove la Cina è impegnata nell’Asia meridionale, il Pentagono/il Collegio navale di guerra, ritornano a parlare della minaccia della “collana di perle”. Specialmente ora, con la Via della Seta Marittima, una “collana di perle” è un imperativo categorico per Pechino, ma questo non implica l’egemonia militare cinese.

Per Pechino, conscio dell’efficienza dei costi, l’incubo logistico di mantenere basi navali in terre straniere molto lontane dalla Cina, non è certamente un vantaggio. E quindi l’idea di avere un gruppo di battaglia di una portaerei cinese nell’Oceano Indiano, pronto a scontrarsi con la Marina indiana, è una congettura geostrategica inutile. Il gioco molto lungo riguarda stabilire nodi commerciali fondamentali per la Via Marittima della Seta.

Ho avuto un’offerta navale che non si può rifiutare

Sarà affascinante osservare in che modo si svilupperanno dei meccanismi come l’Associazione dell’Asia Meridionale per la Cooperazione Regionale (SAARC).

Vediamo che cosa potrebbe offrire Delhi, profondamente impegnata in una campagna ufficiale denominata Make in India***,   in materia di mercati “liberi” al Nepal (che sta  “pendendo” verso la Cina), il Bangladesh (sempre in una relazione complessa con il Pakistan) e Sri Lanka.

Fin dal 2008, la Cina è stata il più grosso  partner  commerciale dell’India. La Cina e l’India saranno coinvolte in una cooperazione più profonda all’interno dell’associazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), e nella gestione della Nuova Banca di Sviluppo (NDB). L’India, inoltre, sta per diventare un membro a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

L’idea che Delhi regni sovrana nell’Oceano Indiano è sbagliata. D’ora in poi, con il risalto che si sta dando alla Via Marittima della Seta, si tratterà di più di una seria competizione economica e/o cooperazione tra India e Cina, dato che entrambi i paesi investono nella protezione/espansione delle loro estese, complesse catene di approvvigionamento.

Il Pentagono, con la guida di “Cane Pazzo” James Mattis, naturalmente osserverà da vicino. Il canale televisiv dell’India, NDTV, ha riferito di recente che il Comando statunitense del Pacifico, ha tacitamente ammesso la cosa ovvia: che gli Stati Uniti e l’India condividono informazioni segrete circa le navi da guerra cinesi e i  sottomarini. Inoltre c’era un indizio che Pechino oggi potrebbe impiegare un gruppo di battaglia di una portaerei  nell’Oceano Indiano se lo considerasse appropriato.

E improbabile che pechino accetterà la sfida – soltanto per essere colpito da ulteriori accuse di “aggressione cinese” e di “minacciare la libertà di navigazione.” Meglio investire in accordi non-stop, cumulativi per la Via Marittima della Seta.

*http://www.china-files.com/it/link/45548/cina-one-belt-one-road

**https://it.wikipedia.org/wiki/Rimland

***http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/26/india-meno-burocrazia-e-sgravi-fiscali-modi-modernizza-il-paese-venite-a-investire-da-noi/1134428/

Nella foto: il confine tra Pakistan e Cina sulla Karakorum Highway

Pepe Escobar è l’ autore  di Globalistan: How the Globalized world is  Dissolving into Liquid War [Come il mondo globalizzato si sta dissolvendo nella guerra liquida], (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge [Blues della Zona rossa: un’istantanea di Baghdad durante l’impennata (della guerra)]e di: Obama does Globalistan [Obama fa la globalizzazione], (Nimble Books, 2009).  Il suo libro più recente è Empire of Chaos [L’impero del caos]. Si può contattare su pepeasia@yahoo.com

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2017/02/03/game-changers-ahead-on-the-long-maritime-silk-road

Originale : Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 4 febbraio 2017 alle 23:38 -

    La Cina non ha basi militari estere nemmeno paragonabili agli USA ma il suo soft power è in espansione da decenni

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