L’effetto Goldman Sachs

Redazione 31 gennaio 2017 1
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di Nomi Prins – 30 gennaio 2017

L’ironia non è un concetto familiare al presidente Donald J. Trump. Nel suo discorso d’insediamento, avendo nominato il gabinetto più ricco della storia statunitense, ha proclamato: “Troppo a lungo un piccolo gruppo nella capitale della nostra nazione ha incamerato i doni del governo, mentre il popolo ha sostenuto il costo. Washington ha prosperato, ma il popolo non ha condiviso la sua ricchezza”. Sotto Trump prospererà un gruppo ancor più piccolo, in particolare una squadra di ex dirigenti della Goldman Sachs. Per dirla fuori dai denti, due di loro (assieme alla Federal Reserve) probabilmente controlleranno la nostra economia e il nostro sistema finanziario negli anni a venire.

Immettere a Washington ex membri della Goldman non è esattamente un’idea originale. Tre degli ultimi quattro presidenti, tra cui Il Donald, hanno consegnato il timone dell’economia statunitense a ex goldmaniani. Ma in vero stile Trump, dopo aver attaccato Hillary Clinton per i suoi legami con la Goldman, non si accontentato solo di ciò. Ha dovuto fare di più e di meglio. Diversamente da Bill Clinton e da George W. Bush, solo un’unica figura della Goldman a spadroneggiare sulla politica economica non gli è bastato. Ce ne volevano due.

Il Grande Calamaro Vampiro rivisitato

Che abbiate votato a favore o contro Donald Trump, che vi stiate preparando alla rivoluzione o siate in attesa dell’arrivo del prossimo tweet, restate certi che, negli anni a venire, l’ideologia che conta non sarà quella degli statunitensi “dimenticati” del suo discorso d’insediamento. Sarà quella della Goldman Sachs e dominerà l’economia nazionale e, per estensione, quella globale.

All’alba del ventesimo secolo, quando il presidente Teddy Roosevelt governava il paese su una piattaforma di demolizione dei trust mirata a ridurre il potere delle imprese, anche lui non poté indursi a far saltare le banche. Fu un errore, nato dalla sua collaborazione con il finanziere J.P.Morgan per mitigare il Panico Bancario del 1907. Roosevelt temeva che se non avesse arruolato l’influenza del più grande banchiere del paese, la crisi sarebbe stata ancora più lunga e più disastrosa. E’ un errore che avrebbe potuto evitare se avesse previsto l’effetto che un’unica particolare banca d’investimento avrebbe avuto sull’economia e sul sistema politico degli Stati Uniti.

Sono stati scritti centinaia di articoli sulla “più potente banca d’investimento del mondo” o, come famosamente la definì Matt Taibbi nel 2010, “il grande calamaro vampiro”. Quel calamaro sta ora per avvolgere i suoi tentacoli sul nostro mondo in un modo in precedenza non immaginato da Bill Clinton o da George W. Bush.

Non meno di sei nominati dall’amministrazione Trump provengono oggi da quell’unica entità bancaria. Due di loro avranno un impatto impressionante sulla vostra vita: l’ex partner della Goldman e prossimo Segretario al Tesoro Steven Mnuchin e il massimo consulente economico entrante, e presidente del Consiglio Economico Nazionale, Gary Cohn, ex presidente e “numero due” della Goldman. (Il Consiglio del quale sarà capo è stato responsabile della “politica sui temi economici nazionali e internazionali).

Ora, facciamo un passo nella storia per capire completamente perché questo conta più di quanto si immagini. A New York, circa nel 1932, l’allora governatore Franklin Delano Roosevelt annunciò la sua corsa alla presidenza. All’epoca la nostra nazione era nell’agonia della Grande Depressione. La Goldman Sachs era stata, di fatto, una delle banche al cento del famigerato crac del 1929 che aveva paralizzato il sistema finanziario e quasi distrutto l’economia. Era allora diretta da una figura dinamica, Sidney Weinberg, chiamato “il politico” da Roosevelt a causa del suo linguaggio raffinato e “Mister Wall Street” dal New York Times a causa della sua gamma di relazioni là. Weinberg comprese rapidamente che, per avere una possibilità di riscattare la reputazione della sua società dalle ceneri dell’opinione pubblica, avrebbe dovuto mirare davvero in alto. Così si rese indispensabile per la campagna di Roosevelt per la presidenza, presto radicandosi nel Comitato Esecutivo Nazionale della Campagna Democratica.

Dopo la vittoria non fu dimenticato. FDR lo nominò nel Comitato Consultivo dell’Economia del Dipartimento del Commercio, pur mentre continuava a dirigere la Goldman Sachs. In effetti avrebbe continuato a fare da consulente a cinque altri presidenti, mentre la Goldman sarebbe stata trasformata da una boutique bancaria in un leviatano globale con una linea diretta con ogni presidente in carica e un posto permanente al tavolo della Washington politica e finanziaria.

Ora facciamo un salto fino agli anni ’90, quando Robert Rubin, copresidente della Goldman Sachs, fece sua una pagina del copione di Weinberg. Egli riconobbe il potenziale di un giovane, carismatico governatore dell’Arkansas con un atteggiamento favorevole nei confronti delle banche. Poiché Bill Clinton era molto meno noto di quanto fosse stato FDR, Rubin in realtà non se lo ingraziò già dall’inizio. Fu un altro dirigente della Goldman Sachs, Ken Brody, che fece incontrare i due, ma Rubin alla fine avrebbe aiutato Clinton a conquistare credibilità presso Wall Street e il genere di finanziamenti che avrebbe reso possibile la sua riuscita corsa alla presidenza del 1992. Quelli furono favori che il nuovo presidente non avrebbe dimenticato. Come ricompensa, e perché si sentiva a proprio agio con la filosofia economica di Rubin, Clinton creò un posto speciale proprio per lui: primo presidente del nuovo Consiglio Economico Nazionale.

Fu allora solo questione di tempo prima che fosse elevato alla carica di Segretario al Tesoro. In tale posizione realizzò ciò che Ronald Reagan – il primo presidente a nominare un Segretario al Tesoro direttamente da Wall Street (l’ex amministratore delegato della Merrill Lynch, Donald Regan) – e George H.W. Bush non erano riusciti a fare. Avrebbe fatto revocare la legge Glass-Steagall del 1933 spingendo il presidente Clinton ad appoggiare tale mossa. FDR aveva firmato la legge per separare le banche d’investimento dalle banche commerciali, assicurando che pratiche bancarie rischiose e speculative non fossero finanziate con i depositi dei laboriosi statunitensi. La legge conseguì ciò che si proponeva. Vaccinò la nazione contro il comportamento in precedenza avventato delle sue banche più grandi.

Rubin, che aveva lasciato l’incarico governativo sei mesi prima, non era neppure a Washington quando, il 12 novembre 1999, Clinton firmò la legge Gramm-Leach-Bliley che revocava la Glass-Steagall. Circa due settimane prima, tuttavia,  egli era divenuto membro del consiglio del Citigroup, uno dei beneficiari principali di tale revoca.

Da Segretario al Tesoro, Rubin aveva anche contribuito al parto dell’Accordo Nord-Americano di Libero Scambio (NAFTA). Successivamente egli convinse sia il presidente Clinton, sia il Congresso a saccheggiare i fondi dei contribuenti statunitensi per “aiutare” il Messico quando il suo sistema bancario e il peso crollarono a causa del NAFTA. In realtà, naturalmente, stava dando una mano alle banche statunitensi esposte con il Messico. Il successivo salvataggio da 25 miliardi di dollari avrebbe protetto la Goldman Sachs, e anche altre grandi banche di Wall Street, dal perdere barcate di soldi. Consideratelo un giro di prova per il grande salvataggio del 2008.

Un mondo costruito dalla e per la Goldman Sachs

Passando alla storia più recente, considerate per un momento quando ancora un altro goldmaniano fu al timone dell’economia. Dal 1970 al 1973 Henry (“Hank”) Paulson aveva ricoperto varie posizioni nell’amministrazione Nixon. Nel 1974 entrò nella Goldman Sachs diventando suo presidente e amministratore delegato nel 1999. All’epoca io ero alla Goldman Sachs (ne sono uscita nel 2002). Ricordo le costanti chiacchiere interne su se una banca d’investimenti come la Goldman potesse continuare a competere con le super-banche che la revoca della Glass-Steagall aveva creato. Le voci erano che se alla Goldman e a banche d’investimenti simili fosse stato permesso di indebitarsi di più a fronte dei loro attivi (“effetto leva” in gergo bancario) non avrebbero dovuto usare i depositi individuali come collaterale per i loro affari più rischiosi.

Nel 2004 Paulson contribuì a convincere la Securities and Exchange Commission (SEC) a modificare le sue norme in modo tale che le banche d’investimenti potessero operare come se avessero il genere di collaterale o di supporto per i loro affari che avevano giganti come Citigroup e JP Morgan Chase.  In conseguenza Goldman Sachs, Lehman Brothers e Bear Stearns, per citare le tre che sarebbero diventate tristemente famose nel crollo economico solo quattro anni dopo (e per le quali tutte ho un tempo lavorato) usarono al massimo la leva. Mentre lo facevano, George W. Bush nominò Paulson a suo terzo e finale Segretario al Tesoro. Con tale potere Paulson riuscì a ignorare completamente la crisi che stava montando come conseguenza diretta della revoca della Glass-Steagall, quello che previdi in arrivo in Other People’s Money [I soldi degli altri], il libro che scrissi quando lasciai la Goldman.

Nel 2006 Paulson fu interrogato sui suoi evidenti conflitti d’interesse e risposte: “I conflitti sono un fatto inevitabile in molte istituzioni, se non addirittura nella maggior parte di esse, a partire dall’arena politica e governativa ai media e all’industria. La chiave è come li gestiamo.” All’epoca io scrissi: “La domanda non è come è un conflitto di interessi per Paulson presiedere l’economia del nostro paese, bensì come non lo è.” Per uomini come Paulson, dopotutto, tali conflitti non coinvolgono solo le loro proprietà aziendali. Coinvolgono anche l’ideologia associata a tali proprietà, che per lui all’epoca consisteva in una profonda convinzione nel perseguire la liberalizzazione a tutto campo dell’attività bancaria.

Paulson fu, naturalmente, Segretario al Tesoro nel periodo in cui la crisi finanziaria del 2008 si stava gonfiando e poi scoppiò. Quando accadde, egli fu quello che dovette decidere quali banche sarebbero sopravvissute e quali sarebbero morte. Sotto le sue cure la Lehman Brothers morì; la Bear Stearns fu consegnata alla JPMorgan Chase (assieme a una quantità di sostegno finanziario governativo) e non sarete sorpresi di apprendere che la Goldman Sachs prosperò. Nell’organizzare tale esito sotto la pressione del momento, Paulson implorò Nancy Pelosi di premere sui Democratici nella Camera dei Rappresentanti perché appoggiassero uno sbalorditivo salvataggio da 700 miliardi di dollari. Tutti quei dollari dei contribuenti accompagnarono la Legge d’Emergenza per la Stabilità Finanziaria che avrebbe salvato il sistema bancario (sotto gli auspici di salvare l’economia) e l’avrebbe lasciato splendidamente trionfatore (bonus inclusi) persino mentre i pignoramenti aumentavano del 21 per cento l’anno seguente.

Ancora una volta fu un mondo costruito dalla e per la Goldman Sachs.

La Goldman rincasa (alla Casa Bianca)

Candidarsi da esterno è una cosa. Invitare istantaneamente Wall Street una volta che si ottiene la carica è un’altra cosa. Ora, sembra che Donald Trump ci stia presentando il nuovissimo capitolo della lunga saga Casa Bianca-Goldman Sachs. E contate su Steven Mnuchin e Gary Cohn per qualche nuova trovata riguardo a quella vecchia alleanza.

Cohn è stato uno degli associati che gestivano la divisione Reddito Fisso, Valute e Materie Prime (FICC) della Goldman. E’ stato quello che ha beneficiato di più dalla leva, dall’intermediazione finanziaria e dalla complessità degli intrugli finanziari di Wall Street, quali le obbligazioni con collaterale debitorio (CDO) piene di derivati collegati a mutui ipotecari di infima qualità (subprime). Si potrebbe dire che è stato l’effetto leva a contribuire a far salire Cohn lungo la catena alimentare della Goldman.

Steven Mnuchin si è dimostrato particolarmente abile nel capire tali intrugli. Ha lasciato la Goldman nel 2002. Nel 2004, con altrui due ex associati della Goldman, ha creato il fondo speculativo Dune Capital Management. Dopo la crisi finanziaria del 2008 la Dune si è data agli acquisti, come Wall Street ama fare, di roba a poco prezzo che potesse convertire in grandi profitti. Mnuchin e i suoi amici hanno trovato la preda perfetta in una banca di Pasadena, la IndyMac, che era fallita nel luglio del 2008, prima che la crisi finanziaria mettesse le marce alte, ed era stata incamerata dall’Agenzia Federale di Assicurazione dei Depositi (FDIC). Si sono presi i suoi attivi per quattro soldi.

Nelle sue audizioni di conferma Mnuchin ha minimizzato il suo ruolo nel cacciare, dopo tale acquisto, i proprietari (compresi membri dell’esercito) dalle loro case fortemente ipotecate. Si è dipinto invece come un vero eroe, il tizio che aveva convocato un gruppo di squali della finanza per aiutare, non danneggiare, i clienti della banca che, senza la loro benevolenza, se la sarebbero passata molto peggio. E’ apparso profondamente onesto nel parlare del suo ruolo di salvatore degli uomini e delle donne comuni (o forse, nell’era di Trump, “dimenticati”). Forse persino ci credeva.

Ma la filosofia di scendere in picchiata, attaccare un bersaglio di opportunità del tipo Indy Mac e convertirlo in una fortuna per sé (e problemi per tutti gli altri) è stata un marchio della sua carriera. Trasferire questa versione di opportunismo iper-amplificato dell’uno per cento nelle sale del potere politico è certamente una nuova definizione, in linguaggio trumpiano, di restituire il governo al “popolo”. Forse quello che il nostro nuovo presidente intendeva era “il popolo alla Goldman Sachs”. Consideratelo, in ogni caso, un sovraccarico di mentalità da avvoltoio in un abito firmato, l’esatto atteggiamento che ha un tempo alimentato l’ascesa al potere della Goldman Sachs.

Mnuchin ha ripetutamente accusato la FDIC e altre agenzie governative di non aver aiutato lui ad aiutare i proprietari di case. “Sulla stampa è stato detto che io ho gestito una ‘macchina di pignoramenti’”, ha detto. “Al contrario, mi sono dedicato a modifiche dei prestiti mirate a bloccare i pignoramenti. Ho gestito una ‘macchina di modifica dei prestiti’. Ogni volta che potevamo modificare i prestiti l’abbiamo fatto, ma molte volte la FDIC, la FNMA, la FHLMC e curatori bancari hanno imposto norme rigide di disciplina dell’elaborazione di tali prestiti”. Nulla, cioè, è stato e mai sarà colpa sua, riflettendo la sua incapacità di assumere la minima responsabilità per il suo ruolo innegabile nel cacciare persone dalle loro case quando avrebbero potuto rimanervi. E’ indubbiamente la caratteristica perfetta di un Segretario al Tesoro in un governo dell’un per cento dell’un per cento.

Mnuchin ha anche incolpato la Federal Reserve di aver suggerito che la Norma Volcker – parte della legge Dodd-Frank del 2010 mirata a limitare attività di intermediazione rischiose – stava danneggiando la liquidità bancaria e poteva essere un problema. Il modo in cui lo ha fatto è stato tipicamente viscido. Ha dichiarato di appoggiare la Norma Volcker, proprio mentre sottolineava la preoccupazione della Fed al riguardo. In questo modo è riuscito sia a mostrarsi correttissimo e anche ha pubblicamente aperto la porta a una possibile “revisione” trumpiana di tale norma che sarebbe mirata a indebolire il suo intento e a liberalizzare ancora una volta le attività di intermediazione finanziaria delle banche.

Analogamente, in tali audizioni di conferma ha affermato (come aveva fatto in precedenza Trump) che avevamo bisogno di aiutare le banche locali contro quelle più grandi mediante norme meno onerose. Anche se ciò può in effetti essere vero, è anche garantito che sarà un’altra mossa del genere specchietto per le allodole che probabilmente porterà alla liberalizzazione anche delle banche grandi, rendendole alla fine ancora più grandi e più pericolose non solo per quelle banche locali ma anche per tutti noi.

In realtà ogni proposta di ridurre la dimensione delle grandi banche è stata accantonata. Anche se Mnuchin ha effettivamente detto che quattro banche enormi non dovrebbero governare il paese, non ha detto che dovrebbero essere smembrate. Non lo dirà. Né lo farà Cohn. In risposta a una domanda della senatrice Democratica Maria Cantwell ha aggiunto: “No, non sono a favore di un ritorno alla Glass-Steagall così com’è. Ciò di cui abbiamo parlato con il presidente eletto è stato che forse abbiamo bisogno di una Glass-Steagall del ventunesimo secolo. Ma no, non sono a favore di prendere una legge vecchissima e di affermare che dovremmo attenerci a essa così com’è”.

Così, anche se il ripristino della Glass Steagall faceva parte della piattaforma elettorale Repubblicana del 2016, è probabile che si dimostrerà un’altra delle molte tattiche di Trump per guadagnare voti, in questo caso dai sostenitori di Bernie Sanders e dagli ultraliberali che considerano le istituzioni troppo grandi per fallire e la politica di salvataggio delle grandi banche sbagliate e pericolose. State certi, tuttavia, che Mnuchin e i suoi amici della Goldman Sachs consentiranno ai maggiori protagonisti di Wall Street di restare tanto virulenti e parassitari quando lo sono ora, se non di più.

La stessa Goldman ha appena annunciato di essere stata per il sesto anno consecutivo la principale consulente mondiale delle fusioni e acquisizioni. In altre parole, il vero affarista non è l’ex decisore di The Celebrity Apprentice, bensì la Goldman Sachs. Il governo può cambiare, ma la Goldman rimane la stessa. E l’accumulo di traffico di personalità della Goldman all’angolo di Trump ha costruito le sue fortune facendo affari, e non del genere che ha procurato benefici al pubblico.

Un ex collega della Goldman mi ha recentemente chiesto se era appena possibile che Mnuchin fosse una brava persona. Su questo non so rispondere. E’ qualcosa che solo lui sa con certezza. Ma indipendentemente da quanto onesto o solidale con i piccoli egli abbia cercato di mostrarsi davanti al comitato di conferma del Senato, una cosa in realtà la so: è anche uno squalo. E gli squali fanno ciò che riesce loro meglio e che è meglio per loro. Annusano il sangue nell’acqua e partono per uccidere. Consideratelo l’effetto Goldman Sachs. Nelle acque dell’era Trump-Goldman non dubitate neppure per un secondo che il sangue non sarà il nostro.

Nomi Prins, collaboratrice regolare di TomDispatch, è autrice di sei libri. Quello più recente è All the Presidents’ Bankers: The Hidden Alliances That Drive American Power [Tutti i banchieri del presidente: le alleanze nascoste che muovono il potere statunitense] (Nation Books). E’ un’ex dirigente di Wall Street. Ringraziamenti particolari al ricercatore Craig Wilson per il suo lavoro superbo per questo articolo.

Questo articolo è apparso in origine su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative da Tom Engelhardt, a lungo direttore di edizione, co-fondatore dell’American Empire Project, autore di ‘The End of Victory Culture’ e di un romanzo, ‘The Last Days of Publishing’. Il suo libro più recente è ‘Shadow Government: Surveillance, Secret Wars, and a Global Security State in a Single-Superpower World’ (Haymarket Books).

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-goldman-sachs-effect/

Originale: tom

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 1 febbraio 2017 alle 07:40 -

    Non sapremo come procederà l’eccentrica presidenza di Trump ma sappiamo o dovremmo sapere che sarebbe meglio valutarla per ciò che è e come se dovesse durare. Questo approccio servirà a non ridicolizzare mai gli aspetti esteriori volgari trascurando il sostanziale atteggiamento fascista e plutocratico.

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