Il problema non è Trump. Siamo noi

Redazione 19 gennaio 2017 1
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Il problema non è Trump. Siamo noi

Di John Pilger

17 gennaio 2016

Il giorno in cui Trump si insedierà da presidente, migliaia di scrittori negli Stati Uniti esprimeranno la loro indignazione: “Per guarire e andare avanti …” dice l’associazione Writers Resist “desideriamo evitare il discorso politico diretto, e preferiamo invece concentrarci su un futuro stimolante, e su modo in cui, in quanto scrittori,  possiamo essere una forza unificante per far avanzare le democrazia.”

E: “Esortiamo gli organizzatori e gli oratori locali a evitare di usare i nomi dei politici o di adottare un ‘anti’ linguaggio come punto centrale del loro evento di Writers Resist. E’ importante assicurarsi che le organizzazioni no profit, alle quali è proibito fare campagne politiche, si sentiranno sicuri quando parteciperanno e  sosterranno questi eventi.”

Si deve quindi evitare la protesta diretta, perché non è esente da tasse.

Paragonate questa banalità con le dichiarazioni del Congresso degli Scrittori Americani, svoltosi alla Carnegie Hall di New York nel 1935, e di nuovo due anni dopo. Erano eventi elettrizzanti, dove gli scrittori come affrontare gli infausti avvenimenti in Abissinia, Cina e Spagna. I telegrammi inviati da Thomas Mann, C Day Lewis, Upton Sinclair and Albert Einstein venivano letti ad alta voce e riflettevano la paura che i grandi poteri  erano ora dilaganti e che era diventato impossibile discutere di arte e letteratura senza la politica o, addirittura, senza un’azione politica  diretta.

“Uno scrittore,” disse la giornalista Martha Gellhorn durante il secondo congresso, “deve essere un uomo d’azione, adesso…un uomo che ha dato un anno della sua vita agli scioperi dei metalmeccanici, o ai disoccupati, o al problema dei pregiudizi razziali non ha perduto o sprecato il suo tempo. E’ un uomo che è consapevole della sua appartenenza.  Se doveste sopravvivere a un’azione del genere, quello che avrete da dire dopo in proposito sarà la verità,  necessaria  e  reale e che durerà.”

Le sue parole echeggiano in tutto il falso compiacimento e la violenza dell’era di Obama e del silenzio di coloro che sono stati collusi con i suoi inganni.

E’ un fatto incontrovertibile che la minaccia di un potere rapace e rampante fin da prima dell’ascesa di Trump, sia stato accettato dagli scrittori, molti dei quali privilegiati e famosi, e da coloro che sorvegliano i cancelli della critica letteraria, e della cultura, compresa quella popolare. Non è adatta a loro l’impossibilità di scrivere e promuovere la letteratura priva di politica. Non è adatta a loro la responsabilità di far sentire la propria voce, indipendentemente da chi occupi la Casa Bianca.

Oggi il falso simbolismo è tutto. La ‘identità’ è tutto. Nel 2016, Hillary Clinton marchiò milioni di elettori come “una massa di miserabili, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi, islamafobi – chi più ne ha, più ne metta”. Le sue offese sono state “dispensate” a una dimostrazione di LGBT, come parte della sua cinica campagna per conquistarsi le minoranze maltrattando una maggioranza per lo più bianca e della classe operaia. Questo si  chiama: dividere e comandare (divide et impera, dicevano già gli antichi romani, n.d.t.), oppure politica di identità, in cui la razza e il genere nascondono la classe e permettono di combattere una guerra di classe. Trump lo ha capito.

“Quando la verità è sostituita dal silenzio,” diceva il poeta russo dissidente, Yevtushenko, “il silenzio è una bugia.”

Questo non è un fenomeno americano. Alcuni anni fa, Terry Eagleton, allora professore di letteratura inglese all’Università di Manchester, reputava che “per la prima volta in due secoli, non c’è nessun eminente poeta inglese o drammaturgo o romanziere che metta in discussione le basi del modo di vivere occidentale.”

Nessuno Shelley parla per i poveri, nessun Blake parla per i sogni utopici, nessun Byron maledice la corruzione della classe governante, nessun Thomas Carlyle e John Ruskin rivelano il disastro morale del capitalismo. William Morris, Oscar Wilde, HG Wells, George Bernard Shaw, attualmente non hanno equivalenti.  Harold Pinter è stato l’ultimo che ha fatto sentire la sua voce. Tra le attuali voci insistenti del femminismo da consumisti, echeggia quella di Virginia Woolf che descriveva “le arti del  dominare altre persone…di governare, uccidere, di  acquisire  terra e capitale”.

C’è qualcosa di venale e di profondamente stupido riguardo a scrittori famosi quando di avventurano fuori del mondo viziato e si dedicano a un “problema.” Nella sezione Recensioni, del Guardian del 10 dicembre, c’era una fotografia di un Barack Obama sognante che guardava il cielo, e le parole “Amazing Grace”  (Grazia Straordinaria, è un è un famoso inno cristiano del ‘700) e “Addio al capo”.

La piaggeria scorreva come un ruscello inquinato mormorante, pagina dopo pagina. “Era un personaggio vulnerabile per molti aspetti… Ma la grazia. La grazia onnicomprensiva: nei modi e nella forma,  nella discussione e nell’intelletto, con umorismo e bravura.

E’ un  vivo tributo a ciò che è stato e che può essere di nuovo…Sembra pronto a continuare a lottare e resta un campione formidabile da avere dalla nostra parte…La grazia, i livelli quasi surreali della sua grazia…”

Ho fuso insieme queste citazioni. Ce ne sono altre perfino più agiografiche  e prive di      attenuazione. Il principale difensore di Obama del Guardian, Gary Younge, è stato sempre attento ad attenuare,  a dire che il suo eroe “avrebbe potuto fare di più”: oh, ma c’erano le “soluzioni calme, misurate e consensuali…”

Nessuna di queste citazioni potrebbe, tuttavia, superare lo scrittore Ta-Nehisi Coates, il beneficiario di una borsa di studio per “i geni”, del valore di 625.000 dollari, assegnato da una fondazione liberale. In un saggio interminabile per The Atlantic, intitolato: “My President Was Black” (Il mio presidente era nero), Coates ha portato una nuova connotazione alla parola “prostrazione”. Nel “capitolo” finale, intitolato “Quando te nei sei andato, hai preso tutto me stesso con te, un verso di una canzone del cantautore Marving Young , scrive di aver visto gli Obama “uscire dalla limousine, uscire dalla paura, sorridendo,  sfidando  la disperazione, la storia, la gravità”. L’Ascensione, come minimo..

Uno degli elementi persistenti nella vita politica americana, è un estremismo cultuale che si avvicina al fascismo. A questo è stata data espressione ed è stato rafforzato durante i due mandati di Barack Obama. “Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere,” ha detto Obama che ha esteso il passatempo militare preferito dell’America, e gli squadroni della morte (operazioni speciali”), come nessun altro presidente aveva fatto fin dalla Guerra Fredda.

Secondo un’inchiesta del Consiglio per le relazioni internazionali, nel 2016 soltanto, Obama ha fatto cadere 26.171 bombe, cioè 72 bombe al giorno. Ha bombardato le persone più povere del mondo in Afghanistan, Libia, Yemen, Somalia, Siria, Iraq, Pakistan.

Ogni martedì, ha riferito il New York Times, sceglieva personalmente coloro che sarebbero stati uccisi per lo più  dai missili Hellfire  lanciati dai droni. Sono stati colpiti matrimoni, funerali, pastori, insieme a coloro che cercavano di raccogliere le parti dei corpi che  “decoravano” il cosiddetto “bersaglio terrorista”.

Un importantissimo senatore Repubblicano, Lindsay Graham, ha stimato approvandoli,  che i droni di Obama avessero ucciso 4.700 persone. “Delle volte si uccidono persone innocenti, ed è una cosa che odio,” ha detto Obama, “ma abbiamo fatto fuori dei membri molto importanti di Al Qaida.”

Come il fascismo degli anni ’30, le grosse bugie vengono  espresse  con la precisione di un metronomo: grazie a dei media onnipresenti la cui descrizione ora si adatta a quella dell’accusatore di Norimberga: “prima di ogni importante aggressione, con alcune eccezioni basate  sull’opportunità, hanno iniziato una campagna di stampa basata calcolata per indebolire le loro vittime e per preparare psicologicamente i Tedeschi….Nel sistema di propaganda… la radio e la stampa quotidiana erano le armi più importanti.

Consideriamo la catastrofe in Libia. Nel 2011 Obama disse che il presidente della Libia, Muammar Gaddafi stava pianificando il “genocidio” contro il suo stesso popolo.  “Sapevamo…che se avessimo aspettato un altro giorno, Bengasi, una città grande come Charlotte, avrebbe potuto subire un massacro che si sarebbe riverberato in tutta la regione e avrebbe macchiato la coscienza del mondo.”

Questa fu la nota bugia delle milizie islamiste di fronte alla sconfitta a opera delle forze del governo libico. Divenne la storia dei media; la Nato, guidata da Obama e da Hillary Clinton – lanciò 9.700 attacchi contro la Libia, di cui più di un terzo mirati a obiettivi civili. Si usarono testate a uranio; le città di Misurata e di Sirte vennero bombardate a tappeto. La Croce Rossa individuò fosse comuni, e l’Unicef riferì che “la maggior parte [dei bambini uccisi] avevano meno di 10 anni.”

Durante l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno esteso le operazioni segrete delle “forze speciali” a 138 paesi, o al 70% della popolazione del mondo. Il primo presidente afro-americano ha dato il via quella che è stata equivalente a un’invasione su vasta scala dell’Africa. Ricordando la “Corsa all’Africa” alla fine del 19° secolo, il Comando Africano degli Stati Uniti (Africom), ha costruito una rete di “supplicanti”  tra regimi africani collaborazionisti, desiderosi di mazzette e di armamenti. La dottrina “da soldato a soldato” dell’Africom include ufficiali statunitensi a ogni livello di comando, dal generale al maresciallo. Mancano soltanto i caschi da esploratore.

E’ come se l’orgogliosa storia di liberazione dell’Africa, da Patrice Lumumba a Nelson Mandela, venisse consegnata all’oblio da un’ élite coloniale nera di un nuovo padrone, la cui “missione storica”, avvertiva Frantz Fanon mezzo secolo fa, è la promozione di “un capitalismo rampante anche se camuffato.”

E’ stato Obama che, nel 2011, annunciò quello che divenne noto come il “perno dell’Asia”, in cui quasi due terzi delle forze navali statunitensi sarebbero state trasferite nell’Asia del Pacifico per “confrontarsi con la Cina”, nelle parole del suo Segretario alla Difesa. Non c’era alcuna minaccia dalla Cina; tutta quella impresa non era necessaria. Era una provocazione estrema per fare contenti il Pentagono e i suoi alti ufficiali dementi.

Nel 2014, l’amministrazione Obama ha supervisionato e pagato un colpo di stato guidato da fascisti in Ucraina, contro il governo eletto democraticamente, minacciando la Russa sul suo confine occidentale attraverso il quale Hitler invase l’Unione Sovietica, con una perdita di 27 milioni di vite umane. E’ stato Obama a che ha piazzato i missili nell’Europa dell’Est, puntati verso la Russia, ed è stato il vincitore del Premio Nobel per la Pace che ha aumentato la spesa per le testate nucleari a un livello più alto di quello di qualsiasi amministrazione fin dalla guerra fredda – avendo promesso, in un discorso emozionante a Praga, di “contribuire a liberare il mondo dalle armi nucleari”.

Obama, l’avvocato costituzionalista, ha perseguito più “talpe”  di qualsiasi altro presidente della storia, anche se la costituzione degli Stati Uniti li protegge. Ha dichiarato Chelsea Manning colpevole prima della fine di un processo che era una farsa. Ha rifiutato di perdonare Manning che ha sofferto anni di trattamento inumano che l’ONU dice equivale alla tortura. Si è dedicato a un caso completamente fasullo contro Julian Assange. Ha promesso di chiudere Guantanamo e non lo ha fatto.

In seguito al disastro delle pubbliche relazioni di George W. Bush, Obama, il tranquillo organizzatore di comunità da Chicago attraverso Harvard, è stato reclutato per ripristinare quella che chiama la “leadership” in tutto il mondo. La decisione del comitato del comitato del Premio Nobel, faceva parte di questo: il tipo di stucchevole razzismo al contrario che ha beatificato l’uomo per nessun altro motivo se non quello che piaceva alle sensibilità liberali e, naturalmente, al potere americano, se non ai bambine che uccide nei paesi poveri e per lo più musulmani.

È questo il richiamo di Obama. Non è diverso da quello di un fischietto per cani: non può essere udito dalla maggior parte delle persone, ma è  irresistibile per gli infatuati e i tonti, in particolare per “i cervelli liberali marinati nella formaldeide della politica dell’identità”, come disse Luciana Bohne. “Quando Obama entra in una stanza”, diceva, esaltato, George Clooney, “si vuole  seguirlo e da qualche parte, da qualsiasi parte.”

William I. Robinson, professore presso l’Università della California, e componente di un gruppo incontaminato di pensatori strategici americani che hanno mantenuto la loro indipendenza durante gli anni dei richiami intellettuali per cani fin dall’11 settembre, la settimana scorsa ha scritto:

“Il presidente Barack Obama… potrebbe aver fatto più di chiunque altro per assicurare la vittoria di [Donald] Trump. Mentre l’elezione di Trump ha innescato una rapida espansione delle correnti fasciste della società civile negli Stati Uniti, un esito di tipo fascista per il sistema politico è lungi dall’essere inevitabile… Ma quella reazione richiede chiarezza su come siamo arrivati ad un precipizio così pericoloso. I semi del fascismo del 21° secolo sono stati piantati, fertilizzati e innaffiati dall’amministrazione Obama e dall’élite liberale politicamente fallita”.

Robinson sottolinea che “sia nel 20° secolo che nelle sue emergenti varianti del 21° secolo, il fascismo è, soprattutto, una risposta alla profonda crisi strutturale del capitalismo, come quella del 1930 e come quella che ha avuto inizio con la crisi finanziaria nel 2008… C’è una linea quasi retta qui da Obama a Trump… il rifiuto delle élite liberali di sfidare la rapacità del capitale transnazionale, e il suo marchio di identità politica sono serviti a nascondere il linguaggio delle classi lavoratrici e popolari… spingendo i lavoratori bianchi dentro una ‘identita’ di nazionalismo bianco e aiutando i neofascisti ad organizzarli”.

Il semenzaio è la Repubblica di Weimar di Obama, un paesaggio di povertà endemica, di polizia militarizzata e di prigioni barbariche: è la conseguenza di un estremismo “di mercato”, che, sotto la sua presidenza, ha indotto il trasferimento di $14 miliardi di dollari di denaro pubblico alle imprese criminali di Wall Street.

Il suo più grande “lascito” è forse la cooptazione e il disorientamento di una vera opposizione. La “rivoluzione” illusoria di Bernie Sanders non fa testo. La propaganda è il suo trionfo.

Le bugie sulla Russia – nelle cui elezioni gli Stati Uniti sono apertamente intervenuti – hanno reso i giornalisti più boriosi del mondo lo zimbello di tutti. Nel paese con la stampa più libera al mondo costituzionalmente, il giornalismo libero ora esiste soltanto nelle sue lodevoli eccezioni.

L’ossessione di Trump è una copertura per molti di coloro che si definiscono “liberali di sinistra”, quasi volessero rivendicare una decenza politica. Essi non sono “di sinistra”, e non sono neppure particolarmente “liberali”. Molte delle aggressioni degli Stati Uniti verso il resto dell’umanità sono arrivate dalle cosiddette amministrazioni democratiche liberali – come quella di Obama. Lo spettro politico americano si estende dal mitico centro ad una destra lunare. La “sinistra” sono i traditori senzatetto che Martha Gellhorn ha descritto come “una rara e totalmente lodevole confraternita”. Escludeva chi confonde la politica con la fissazione per il proprio ombelico.

Mentre “guariscono” e “vanno avanti”, gli attivisti di Writer Resist ed altri anti-Trumpisti rifletteranno su tutto questo? Più precisamente: quando sorgerà un vero e proprio movimento di opposizione? Arrabbiato, eloquente, tutti-per-uno-e-uno-per tutti. Fino a quando la vera politica non tornerà nella vita delle persone, il nemico non è Trump, siamo noi stessi.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-issue-is-not-trump-it-is-us

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 20 gennaio 2017 alle 09:57 -

    Essere di sinistra significa cercare le contraddizioni e gli esiti di esse non in destini strani o in capri espiatori comodi ma nella nostra azione intellettuale, nel nostro impegno, nella capacità che abbiamo di comunicare con la coscienza di rimetterci in termini di privilegi, tutto il nostro sostegno ai deboli e agli ultimi.

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