Il mondo visto da Donald Trump

Redazione 17 gennaio 2017 1
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Il mondo visto da Donald Trump

Di Michael T. Klare

15 gennaio 2017

Nella visione del mondo di Trump, l’America viene per prima e chiunque altro è un bene o un ostacolo. L’Europa merita meno attenzione della Russia con cui i rapporti dovrebbero migliorare a breve, e della Cina che si ipotizza terrà sotto controllo la Corea del Nord.

Non è stato facile capire la politica estera di Donald Trump. Al contrario di tanti altri presidenti designati, non ha pubblicato complicati documenti ufficiali sulle sue politiche preferite e non ha fatto discorsi prolissi. Tutto ciò su cui possiamo basare la nostra opinione, sono alcune interviste e apparizioni durante la campagna elettorale, e ora le sue scelte delle massime cariche di governo. Secondo alcuni osservatori, questo indica un approccio alla politica non informato e incoerente, derivato in gran parte di dai titoli dei giornali e dalla sua esperienza di uomo d’affari che va in giro per il mondo. Ma guardatele da vicino, e cominceranno ad apparire degli schemi definiti. Donald Trump ha un visione perspicace del mondo e del posto che vi ha l’America, e in un certo senso le sue percezioni sono di gran lunga più in accordo con le realtà del mondo rispetto a quelle degli stimati sapientoni e decisori politici di Washington.

Passate un tempo ragionevolmente lungo  nella capitale del nostro paese e alla fine riuscirete a vedere il mondo in un certo modo. Questo è un universo di cerchi concentrici che si allargano all’esterno dalla Casa Bianca: nel primo cerchio ci sono Canada, Gran Bretagna e altri paesi alleati di lingua inglese; le restanti potenze della NATO, più Giappone, Corea del Sud e Israele sono nel secondo; partner economici e militari come Taiwan, le Filippine e l’Arabia Saudita, nel terzo, e così via. Per decenni la politica estera degli Stati Uniti ha avuto come obiettivi il rafforzamento dei legami con e tra i paesi amici di Washington e il tentativo di indebolire e isolare gli estranei. A volte questo ha significato andare in guerra per proteggere chi è nella rete esterna di alleanze, affinché i paesi dei cerchi interni non venissero esposti al pericolo.

Trump non ha trascorso molto tempo all’interno della Beltway di Washington e non condivide il punto di vista centrato su Washington della maggior parte dei decisori politici statunitensi. E’ un uomo d’affari di New York City con interessi in tutto il mondo, completamente separato da qualsiasi concezione strutturale di alleati, amici e nemici. In questo è molto simile Rex W. Tillerson, amministratore delegato della Exxon Mobil, scelto da Trump come Segretario di Stato. Per entrambi questi personaggi, il mondo è una vasta giungla di competizione che ha opportunità e pericoli dovunque, indipendentemente da qualsiasi presunta lealtà o ostilità verso Washington.

Nel mondo come è visto da Donald Trump, gli Stati Uniti non sono il centro di una famiglia estesa di stati dipendenti che devono proteggere, ma uno dei molti centri di potere che competono per la ricchezza e il vantaggio su una scacchiera globale intensamente competitiva. Lo scopo della politica estera degli Stati Uniti in questo ambito è di far progredire gli interessi dell’America al di sopra di tutte le altre cose,  e di frustrare i piani di tutti coloro che cercano vantaggi a sue spese. In questo ambiente competitivo, dove ogni governo sarà giudicato unicamente da ciò che può fare per promuovere gli interessi dell’America o per ostacolarne il progresso, Trump userà ogni strumento a sua disposizione per ricompensare i suoi partner o per punire gli oppositori. I collaboratori disponibili possono aspettarsi visite di stato alla Casa Bianca, accordi commerciali favorevoli ed esenzione da analisi riguardo ai diritti umani; gli avversari dovranno affrontare tariffe alte sulle importazioni, isolamento diplomatico e, nel caso  di provocazione estrema, un’azione militare. Non si può prevedere che forma potrebbe assumere, dato che Trump ha detto poco sull’argomento, ma è probabile che sia di natura aggressiva  (presumibilmente attacchi aerei e con missili contro obiettivi di alto valore).

Per assicurare che  Washington sia capace   entrambe le parti di questa equazione, Trump ha assemblato una squadra dirigenziale importante, composta di persone che sanno in che modo ricompensare i collaboratori con accordi vantaggiosi (Tillerson come segretario di stato), insieme a coloro che sono esperti a esercitare la forza contro i nemici della nazione (il Generale Michael T. Flynn come consigliere della sicurezza nazionale e il Generale James N. Mattis come Segretario alla Difesa). Inoltre, per essere sicuro che i suoi generali saranno in una posizione preponderante se e quando richiesti di utilizzare l’opzione militare, ha chiesto una massiccia espansione delle forze armate – e specialmente della marina – il servizio più adatto per le operazioni dimostrative di potere militare e di attacchi rapidi (1).

La guerra contro l’ISIS

Come si svolgerà tutto questo nelle relazioni degli Stati Uniti con particolari zone e paesi? Consideriamo prima il Medio Oriente e la guerra contro l’ISIS (il cosiddetto Stato Islamico). Proprio dall’inizio, Trump ha chiarito che il suo massimo obiettivo d’oltremare, sarebbe stato quello di ‘distruggere  l’ISIS’ e di annullare altri segnali di ‘terrorismo islamico radicale’. ‘Immediatamente dopo essermi insediato nella mia carica,’ ha dichiarato a Filadelfia l’8 settembre 2016, ‘chiederò ai miei generali di presentarmi un piano entro 30 giorni per sconfiggere e distruggere l’ISIS (2).

In misura notevole, la guerra degli Stati Uniti contro l’ISIS è più un problema di politica interna che di politica estera: la determinazione dichiarata, di Trump, di distruggere quel gruppo, deriva in gran parte dalla paura dei suoi sostenitori della sua portata internazionale e dalla loro fobia dell’Islam militante. Con il contrattacco all’ISIS, ha promesso, non ci saranno mezze misure: ogni strumento a disposizione delle forze armate sarà scatenato in una campagna implacabile di annientamento; se i membri della famiglia e civili associati all’ISIS verranno intrappolati nel vortice, così sia.

Ma, mentre la campagna contro l’ISIS sarà in gran parte delegata ai militari, non solleva significative considerazioni di politica estera. Tanto per cominciare c’è la questione sulla persona a cui si potrebbe chiedere aiuto nella lotta finale contro l’ISIS. E’ molto degna di nota la discussione di Trump circa Putin come probabile alleato. ‘Non sarebbe bello se potessimo metterci insieme alla Russia e colpire con forza  l’ISIS?’ ha detto durante una manifestazione nel luglio 2016 nella Carolina del Nord (3). Trump ha anche accennato a un probabile rapporto di lavoro con Bashar al-Assad della Siria. ‘Non mi piace affatto Assad, ma Assad sta distruggendo l’ISIS,’ ha detto durante il secondo dibattito con Hillary Clinton il 9 ottobre. I leader di questi paesi si aspetteranno, naturalmente, alcune concessioni in cambio – per la Russia il riconoscimento della sua annessione della Crimea e a revoca delle sanzioni; per Assad, la cessazione di qualsiasi ai ribelli anti-governativi.

Trump cercherà accordi anche con altri importanti protagonisti nella regione. Dovremmo ipotizzare un accordo anticipato con il presidente Recep Tayyip Erdoğan in base al quale i turchi aumenteranno la loro pressione sull’ISIS in cambio di un appoggio ridotto per le milizie curde nella Siria settentrionale – anche se questi gruppi si sono dimostrati la forza combattente più efficace nella campagna di terra contro l’ISIS. Erdoğan è stato tra i primi leader stranieri a congratularsi con Trump dopo la sua vittoria alle elezioni, e si dice che i due hanno parlato di una migliorata collaborazione nelle attività anti-terroristiche. E’ anche possibile che Trump accetterà di estradare l’ecclesiastico turco che si era auto-esiliato, Fetullah Gulen, accusato da Ankara del fallito colpo di stato del luglio 2016 (4).

I rapporti di Washington con l’Arabia Saudita potrebbero soffrire per la conseguenza di una spinta intensificata contro l’ISIS. La sua dirigenza, come quella dell’Arabia Saudita, è in gran parte composta da sunniti e molti di coloro che è probabile che soffrano di qualsiasi aumento di attacchi aerei statunitensi contro le posizioni dell’ISIS, sono civili sunniti. Tuttavia, molte delle forze che combattono l’ISIS sul terreno, sono composte da Sciiti: sia che si tratti di milizie appoggiate dall’Iran in Iraq, o degli Alawiti e dei loro alleati in Siria. Inevitabilmente, una vittoria delle milizie e la sopravvivenza di Assad, sarebbero considerate a Riyadh un trionfo per l’Iran, il più grosso rivale dell’Arabia Saudita nella lotta per il dominio della più amia regione del Golfo. Può dimostrarsi difficile riparare le tese relazioni degli Stati Uniti con Riyadh, specialmente considerata l’insistenza di Trump che l’Arabia Saudita dovrebbe pagare a caro prezzo la protezione che sostiene che riceve dagli Stati Uniti.

A prima vista, gli iraniani hanno molto da temere dall’ascesa di Trump alla Casa Bianca. Durante tutta la sua campagna, ha definito il patto nucleare con l’Iran che ufficialmente è il Piano d’azione congiunto globale – ‘il peggior accordo della storia’ e ha promesso di ‘smantellarlo’ appena assumerà la carica. Flynn, nominato alla Sicurezza nazionale, è un oppositore particolarmente esplicito dell’Iran e ci si può aspettare che mantenga la pressione su Trump per portare a termine quanto promesso (5). La priorità di sconfiggere l’ISIS potrebbe, però avere la precedenza sulla spinta di isolare l’Iran; Trump potrebbe vedere qualche vantaggio in una tacita intesa con Teheran circa l’urgenza di combattere l’ISIS adesso e di posporre altri problemi in un periodo successivo.

La luna di miele tra Stati Uniti e Russia

Se c’è una cosa che è probabile cambierà durante i primi giorni dell’amministrazione Trump, sono le relazioni degli Stati Uniti con la Russia. Trump ha parlato in parecchie occasioni della sua ammirazione per Vladimir Putin, offrendosi di incontrarlo nel tentativo di migliorare le relazioni bilaterali. Dopo aver conferito per telefono con il presidente eletto ma non ancora in carica, il Cremlino ha rilasciato una dichiarazione che indicava che i due leader erano d’accordo a normalizzare le relazioni e a perseguire una cooperazione costruttiva su una gamma di problemi più ampia possibile (6). Molti osservatori credono anche che Trump abbia scelto Tillerson come Segretario di Stato in parte per i suoi legami di lunga data con il Cremlino riguardo all’energia, forgiati per mezzo di complicate iniziative imprenditoriali congiunte tra la Exxon e ditte russe,  nell’Artico e nell’isola di Sakhalin.

Sarebbe però un errore per Putin supporre che qualsiasi luna di miele nelle relazioni russo-americane si dimostreranno durature. Come ha chiarito molto bene Trump, il suo interesse primario è di promuovere gli interessi degli Stati Uniti su tutte le altre cose, e questo non permetterà nessun accordo che potrebbe essere interpretato come una resa alla posizione dominante dell’America sulla scacchiera globale. Non possiamo prevedere a che punto un’azione risoluta della Russia nell’Eurpa dell’Est potrebbe verificare quella posizione, ma Trump non permetterà che la Russia abbia l’etichetta di indecisa o di volontà debole in qualunque di questi confronti. Ingerenze segrete della Russia negli stati baltici o balcanici, potrebbero suscitare la sua ira, ma un assalto dichiarato a un alleato degli Stati Uniti provocherebbe indubbiamente una dura reazione.

Il regime di Putin deve anche preoccuparsi dell’intenzione di Trump di rafforzare l’esercito degli Stati Uniti. Mentre molte delle sue proposte, come una rilevante espansione della marina, sembrano mirate principalmente alla Cina, alcune si dimostreranno frustranti per la Russia. Queste comprendono l’invito di Trump per la modernizzazione della flotta di bombardieri strategici, e l’acquisizione di un ‘sistema missilistico di difesa all’avanguardia’. Mentre sono minacciose per la Cina, queste iniziative si dimostrerebbero particolarmente preoccupanti per la Russia, data la sua pesante dipendenza dalle armi nucleari per impedire un’azione militare da parte dell’Occidente. Putin stesso ha espresso preoccupazione per queste proposte nel suo annuale discorso sullo stato della Nazione, tenuto il 1° dicembre 2016. ‘Mi piacerebbe sottolineare che i tentativi di infrangere la parità strategica sono estremamente pericolosi e possono provocare una catastrofe globale.”

In tutta la sua campagna elettorale, Trump ha rimproverato i cinesi per aver usato pratiche commerciali scorrette contro gli Stati Uniti e per aver mancato di rispetto al Presidente Obama per mezzo delle loro sfacciate attività di costruzione di basi nel Mar Cinese Meridionale. ‘La Cina sta giocando con noi …quando costruiscono nel Mar Cinese meridionale,’ ha detto al New York Times il 26 marzo. ‘Non hanno rispetto per il nostro paese e non hanno rispetto per il nostro presidente.’

Il dilemma della Cina

Trump prevede una relazione più  polemica con Pechino e cerca di fare pressione contro ciò che considera come una posizione di sfruttamento e non rispettosa verso gli Stati Uniti. Questa porterà a un rapporto completamente antagonista o perfino a un conflitto militare? Quando gli hanno chiesto se avrebbe usato la forza per far “sloggiare” i  cinesi dalle loro basi nel Mar Cinese Meridionale, Trump ha risposto: ‘Forse…ma abbiamo un grande potere economico sulla Cina…il potere del commercio.’ Senza approfondire, Trump voleva dire che preferisce usare le tariffe e altri meccanismi commerciali per cambiare il comportamento della Cina. La telefonata di Trump al Presidente Tsai Ing-wen di Taiwan del 1° dicembre, la prima conversazione nota tra un presidente degli Stati Uniti o un presidente eletto ma non ancora in carica con un leader di Taiwan fin da prima che gli Stati Uniti rompessero le relazioni diplomatiche con l’isola nel 1979 – può essere vista allo stesso modo, come un avvertimento di future misure più severe, se la Cina non asseconderà le preferenze degli Stati Uniti. Lasciata inespressa ma chiaramente compresa dai leader cinesi, c’è la prospettiva di ulteriori “batoste”: il riconoscimento di Taiwan, per esempio, o gli attacchi militari contro le istallazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale.

“La Cina sta giocando con noi …quando costruiscono nel Mar Cinese meridionale, Non hanno rispetto per il nostro paese e non hanno rispetto per il nostro presidente”.

(Frase di Donald Trump).

Cionondimeno, capisce che riguardo a certi problemi fondamentali, deve assicurarsi l’aiuto della Cina. Questo è particolarmente vero riguardo alla minaccia che pone la Corea del Nord – uno più urgenti problemi di sicurezza nazionale che Trump affronterà quando assumerà la carica. Anche se sono tagliati fuori dalla maggior parte del mondo, i nordcoreani evidentemente sono riusciti ad ampliare il loro arsenale nucleare e a sviluppare missili balistici in grado di colpire il Giappone e i territori statunitensi nel Pacifico. I cinesi sembrano aver paura di un crollo del regime che probabilmente provocherebbe una marea di rifugiati nella Cina Settentrionale e la creazione di una Corea unita sotto la tutela degli Stati Uniti – e hanno fornito al paese un appoggio materiale fondamentale.

Trump riconosce che se deve costringere  Pyongyang ad abbandonare il suo programma nucleare, avrà bisogno della promessa cinese di ridurre considerevolmente il commercio con la Corea del Nord. ‘La Cina dovrebbe risolverci quel problema,’ ha dichiarato Trump nel primo dialogo con la Clinton. Questo, naturalmente, comporterà complessi negoziati con Pechino e ci dovrà essere un compromesso. Mentre aspetta una ritirata da parte della Cina da alcuni ambiti che sono importanti per lui, come quello  del commercio, comprende del tutto che avrà bisogno della collaborazione di Pechino in altre zone di interesse, e dovrà essere pronto a fare concessioni personali.

L’Europa e la NATO

Ma è nel probabile approccio di Trump all’Europa e all’alleanza con la  NATO, che è particolarmente evidente il suo disgiungimento tra le sue opinioni e quelle dei suoi predecessori. Mentre tutti i precedenti presidenti americani consideravano la NATO come il fondamento della politica di sicurezza degli Stati Uniti e consideravano l’Europa il baluardo dell’ordine mondiale  liberale, Trump non ha queste convinzioni. Per quanto lo riguarda, l’Alleanza Atlantica è come se fosse  scomparsa  nella lotta più importante di questi tempi: la guerra contro il terrorismo islamico radicale. E l’Europa, in quanto entità collettiva, manca della capacità esecutiva di far progredire gli interessi fondamentali degli Stati Uniti, e merita quindi meno attenzione di altre potenze più risolute, come la Russia e la Cina.

In una conversazione telefonica del 18 novembre con il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, Trump ha confermato la sua convinzione nella ‘importanza duratura’ dell’alleanza; da allora, tuttavia, non ha offerto nessun altra assicurazione del suo impegno, e nessuna delle sue scelte importanti  militari fa pensare a un’enfasi sul teatro europeo delle operazioni. In effetti, il suo interesse per la NATO sembra si riduca soltanto a due affermazioni fondamentali: i membri dell’alleanza devono pagare di più per la difesa comune la NATO deve partecipare con più forza alla guerra contro l’ISIS. Su tutti gli altri problemi rilevanti, come la difesa del ‘fianco orientale’ contro un potenziale assalto russo, ha mostrato scarsa preoccupazione, anche se, come si è  osservato, è  costretto a reagire energicamente  a qualsiasi mossa da parte di Mosca che sembri mettere in dubbio l’onore e la determinazione degli Stati Uniti.

Al momento l’Europa è un sito  secondario  di contesa sulla scacchiera globale. A meno che non si incroci con gli interessi fondamentali degli Stati Uniti, è probabile che venga ignorata. Questo, naturalmente, si adatta allo schema più ampio della politica estera di Trump: l’America viene per prima, chiunque altro importa soltanto nella misura in cui sia un bene o un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi fondamentali degli Stati Uniti.

Michael T. Klare è professore di studi sulla pace e la sicurezza del mondo presso l’Hampshire College a Amherst, nel Massachusets, e autore,  recentissimamente del libro: The Race for What’s Left (Picador, 2012) (La corsa a quello che è rimasto).

(1) Cf. « Transcript of Donald Trump’s speech on national security in Philadelphia », The Hill, 7 settembre 2016. [Trascrizione di un discorso di Donald Trump sulla sicurezza nazionale a Filadelfia].

(2) Stessa fonte.

(3) « Trump says he would consider alliance with Russia over Islamic State », Reuters, 25 luglio 2016. Trump dice che potrebbe considerare [la possibilità di un’alleanza con la Russia per lo Stato Islamico.]

(4) « Trump, Turkey’s Erdogan discuss boosting ties, fighting terrorism : sources », Reuters, 9 novembre 2016. [Trump ed Erdogan della Turchia, discutono per promuovere  i legami, per  combattere il terrorismo

(5) Cf. Matthew Rosenberg, Mark Mazzetti et Eric Schmitt, « In Trump’s security pick, Michael Flynn, “sharp elbows” and no dissent », The New York Times, 3 dicembre 2016. [La scelta di Trump per la sicurezza: Michael Flynn, aggressivo e non dissidente]

(6) Neil MacFarquhar, « Putin and Trump talk on phone and agree to improve ties, Kremlin says », The New York Times, 14 novembre 2016. [“Putin e Trump parlano al telefono e accettano di migliorare i legami, dice il Cremlino.”

(7) Andrew Higgins, « A subdued Vladimir Putin calls for “mutually beneficial” ties with US », The New York Times, 1° dicembre 2016. [Un  Vladimir Putin mogio, chiede legami con gli USAreciprocamente vantaggiosi].

Nella foto: un murale a Vilnius, in Lituania che mostra Donald Trump che bacia Vladimir Putin.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://mondediplo.com/2017/01/02trump-world

Originale: Le Monde Diplomatique – English Edition

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 17 gennaio 2017 alle 07:38 -

    Prendi un bel po’ di convinzioni e di luoghi comuni uniti a un certo modo di fare grossolano e approssimativo condito di libere deduzioni come se gli Stati fossero persone e la storia non esistesse e poi guarda se tutto ciò non può portare verso un disastro enorme.

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