Far parlare i morti

Redazione 10 gennaio 2017 1
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Far parlare i morti

Di Robert Fisk

10 gennaio 2017

Quando ho telefonato a Justin Huggler, per dirgli che stavo arrivando a Berlino, mi ha avvertito che adesso aveva la barba. Non è un po’ pericoloso in questi giorni? Gli ho chiesto? “Non come è dove vivi,” mi disse. Questo accadeva pochi giorni prima che Anis Army che aveva la barba, entrasse con il camion nel mercatino di Natale a Berlino.

“Naturalmente,” ha aggiunto Huggler in modo tetro, “da queste parti di solito gli piacevano i baffi.” Come per ogni cosa che diceva quando coprivamo insieme la guerra in Iraq, ci sono voluti un paio di secondi perché il suo umorismo diventasse evidente. Germania. Baffi. Hitler. Ho capito.

Dovrei aggiungere che Huggler sa citare tutto Shakespeare a memoria. Lo nega, ma non ha mai sbagliato una sola astrusa citazione, da Amleto al Titus Andronicus simile all’Isis, ai sonetti. Di solito gli dicevo che era meglio che memorizzare l’intero Corano. “Non sono sicuro che dovresti dire questa cosa qui,“  borbottava a Baghdad.

Pochi anni fa, Huggler ha scritto un romanzo basato su periodo trascorso come inviato in Iraq. Si chiama The Burden of the Desert, il titolo quasi più stupido nella storia del mondo. E’ però un capolavoro  assoluto, una rivelazione del cinismo e della vigliaccheria dei giornalisti, dell’immoralità dei diplomatici e della furia degli arabi.

Lo strappo del corpetto è piuttosto banale, la violenza sconvolgente. In effetti il giornalista eroe (sospetto che a Huggler piacerebbe essere così) ha un autista e riparatore chiaramente riconoscibile come il nostro vero autista in Iraq, un tipo coraggioso che si chiama Haider al-Safi che in realtà nel libro viene ucciso. Haider ha perdonato Huggler per la sua “morte” perché, mi ha detto, perché riteneva il libro così esageratamente buffo e, inoltre, Huggler alla fine lo fa tornare in vita. Justin Lazarus  Huggler era sempre un po’ così, faceva parlare i morti.

Undici anni fa in Iraq, pubblicò su The Independent la notizia di un ragazzo iracheno di 19 anni  spinto verso la morte nel fiume Tigri da cinque soldati americani. Zeidun Fahdil non sapeva nuotare ed è affogato. Suo fratello ha detto che i soldati ridevano quando lo hanno spinto nel fiume. Sua madre ha perfino consegnato ad Huggler una lettera per il Presidente Bush. “Abbiamo trovato il suo giubbotto nel fiume,” ha scritto. “Lo terremo come ricordo della giustizia che mio figlio ha ottenuto dai soldati americani.”

Quattro di quei soldati sono stati accusati di omicidio volontario, di assalto e di altri reati. Due dei soldati hanno avuto una condanna di soltanto 6 mesi e 45 giorni di prigione; le accuse contro  gli altri due sono state respinte.

Ora a Berlino, in quanto freelance, Huggler è quasi rassegnato riguardo a quell’episodio. “Ero depresso, ma non sorpreso,”  ha detto. “Forse sto diventando cinico riguardo al fallimento degli eserciti quando vogliono portare davanti alla giustizia dei membri del loro personale. Abbiamo però ragione di indagare su questi fatti… per lo meno le persone sanno che cosa è accaduto; non possono dire che non lo sapevano…”

Penso invece che la “giustizia” è quella riguardo alla quale cui noi – Huggler e tutti noi giornalisti – cercano, o dovrebbero cercare di scrivere nei nostri articoli quotidiani. Ed ora ecco qui Huggler, con sua mogli Anu, che vive nella capitale di un paese i cui abitanti, appena  prima che nascessi, hanno commesso i crimini più vergognosi contro l’umanità nella storia moderna.

All’inizio ho pensato che forse Berlino non lo turbava tanto quanto temevo. Insisteva nel dire che l’odio contro i migranti non era così profondo nella moderna società tedesca come supponevamo, e a lui piaceva Angela Merkel: viveva in un nomale appartamento con suo marito, faceva la spesa nel al supermercato locale, non era interessata alla pubblicità su se stessa. Ma quando Huggler, Anu, mia moglie e io siamo andati in macchina a visitare la Villa Wannsee dove i criminali di guerra di Hitler pianificavano il lato industriale dell’Olocausto degli ebrei nel 1942, la maschera è caduta.

Ci siamo aggirati furtivamente nella stanze di questa deliziosa pensione delle SS sulle rive di un lago, con le sue magnifiche finestre, il parquet, le statue e i giardini dove Adolf Eichmann, Reinhardt Heydrich, Roland Freisler (in seguito presidente del Tribunale nazista del popolo) e altri mostri si incontravano per pianificare la distruzione di 11 milioni di ebrei che nel 1933 vivevano in terre che potevano cadere nelle mani della Germania.

Tra le fotografie del verbale di Eichmann dell’incontro, c’erano le statistiche di questa impresa di terribile monumentalità. Ebrei in Lituania: 34,000; in Belgio: 43,000; in Olanda: 160,800…Anche la neutrale Irlanda era sulla lista con 4,000. E, naturalmente  l’occhio è scivolato verso il Medio Oriente. In Siria, 22,000 ebrei; in Palestina, 230,000; in Egitto,  63,000; in Iraq 125,000 (quasi il doppio che in  Grecia); in Iran 95,000; in Libia 27,000; in Tunisia, 88,000; in Algeria 117,000; in Marocco 180,000; in Turchia, 81,000.

I nazisti hanno ucciso ben più di metà degli 11 milioni di ebrei che erano sulla loro oscena scheda segnapunti e ho notato Huggler vagava tra  gli armadi dei documenti,     indicando le firme. “Heydrich,” diceva, puntando il dito sul nome che c’era alla fine della pagina. “Goering, Himmler – sono tutti là. Tutti sono stati incriminati,   tranne Hitler!” Ahimè! E’ tutto troppo vero. Il più grosso Moloch * tra loro non ha lasciato le impronte delle sue zampe su un documento dell’Olocausto, permettendo ai negazionisti di sostenere che Hitler non sapeva nulla del destino di un popolo che aveva giurato di distruggere.

Abbiamo guardato, perché dovevamo guardarle, le fotografie delle deportazioni, delle stazioni terminali, degli ebrei scelti per essere uccisi con il gas e della cremazione presso le rampe dove avveniva la selezione, in Polonia. Stavano tornando in macchina a Berlino, quando Huggler ruppe il silenzio: “La capacità di comprendere del tutto gli orrori, si esaurisce,” ha detto. “Si deve ritornare più e più volte.”

E’ stato un sollievo andare a guardare una memoria della Guerra Fredda, il ponte di Glienicke, fuori dal quartiere di Wannsee, dove le spie e i prigionieri venivano scambiati  di notte nella nebbia tra russi e americani nella Berlino divisa. Ricordate la spia russa Rudolf Abel (Mark Rylance) e James Donovan (Tom Hanks) nel film: Il ponte delle spie? E’ stato girato proprio qui, sul vero ponte di Glienicke – con la Merke che si era presentata senza avvertire, per osservare delle scene del film.

Huggler indicò il fiume a monte. “Ho intervistato un uomo che aveva nuotato nel canale Tetlow laggiù. Un uomo straordinario. Riflettori puntati sull’acqua per cercarlo. Poi è stato attaccato da…un cigno.!”

Questo era lo stesso reporter in cui mi ero imbattuto dopo che una serie di bombe erano esplose tra i pellegrini che andavano al santuario musulmano sciita di Karbala, più di dieci anni prima. “Incredibile. Tutte quelle bombe che esplodevano,  proprio tra le gente, riducendola a pezzetti,” mi ha detto quando era tornato a Baghdad. “E gli sciiti continuavano ad andare e venire dentro e fuori del santuario! Per loro questo era più importante delle bombe.

Terminammo quella gelida giornata nevosa a Berlino, al Palazzo Cecilienhof, dove Truman, Stalin e Churchill    fino a quando perse la elezione del 1945 si incontrarono per decidere il futuro della Europa del dopo-guerra. La stanza di Stalin è piccola: dormiva su un lettino da campo, quel dittatore ultra spietato e potente per sopravvivere, che arrivava con migliaia di soldati sovietici a proteggerlo. ”Ossessionato dalla sicurezza,” borbottava Huggler. Pensavo a un dittatore iracheno con lo stesso problema.

Churchill, la cui stanza a Potsdam è ancora rivestita di libri di storia, aveva già sacrificato la Polonia a Stalin con una spietatezza da Trump, anche se con maggiori conoscenze storiche che il prossimo presidente americano non possiederà mai. Il tavolo per la conferenza dei Tre Grandi, è ancora là, con le sue sedie per i consiglieri e i segretari. Qui a Potsdam Truman ha parlato a Stalin della bomba atomica e Stalin, le cui spie gli avevano detto tutto al riguardo, non dimostrò alcuna emozione.

Fuori stava nevicando di nuovo,  ci siamo ‘accartocciammo’ di nuovo  nella nostra macchina attraversando di nuovo il Glienicke da quella che 25 anni fa era stata Berlino Est. “Si può sempre capire che si è in quello che era la zona est, perché hanno ancora i tram,” ha osservato freddamente Huggler. “Se i russi avevano i tram, tutti gli altri nell’Europa dell’Est pensavano che dovevano avere i tram.

Il giorno successivo sono partito per Varsavia e ho cambiato treno a Francoforte sull’Oder dove il confine polacco, spostato a occidente dopo la guerra, ora tiene al sicuro la Germania fuori dal controllo tedesco. Naturalmente, le case più vecchie sembrano ancora tedesche sull’altro lato del fiume. “Lo sai che è illegale usare la parola ‘Prussia’ in Germania in qualsiasi senso legale? Mi aveva domandato Huggler.

Cambiate le parole, cancellate i nomi, e la storia scivola via dalla vista. La verità si è trasformata in bugie. Credo che è qui che entra il giornalismo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Moloch_(divinità)

Nella foto,  Stalin, Truman  e Churchill a Potsdam, il 17 luglio del 1945.

Robert Fisk scrive per The Independent, dove questo articolo è apparso per la prima volta

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte : http://www.counterpunch.org/2017/01/10/making-the-dead-talk

Originale : The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0450717 Stalin Truman Churchill

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 11 gennaio 2017 alle 05:29 -

    Raccontare la storia mentre accade non deve richiedere analisi o previsioni ma solo la possibilità di riportare i fatti per come sono e consegnarli a chi legge e a chi ricercherà.

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