Gli Stati Uniti di Trump e il nuovo ordine mondiale

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di Noam Chomsky e CJ Polychroniou – 7 gennaio 2017

Le selezioni del suo gabinetto e di altre posizioni amministrative di vertice da parte di Donald Trump sono indicative di un uomo che è pronto a “drenare la palude”? Il presidente eletto è intenzionato a mettere la Cina sulla difensiva? Che cosa ha in mente per il Medio Oriente? E perché Barack Obama ha scelto in questa congiuntura – cioè verso la fine della sua presidenza – di far astenere gli Stati Uniti da una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani? Stanno emergendo nuove tendenze nell’ordine mondiale? In questa intervista esclusiva a Truthout Noam Chomsky affronta queste domande cruciali giusto due settimane prima che la Casa Bianca riceva il suo nuovo inquilino.

C.J.Polychroniou: Il governo del presidente eletto è pieno di alti papaveri della finanza e dell’industria e di leader militari. Tali scelte si conciliano male con le premesse di Trump, prima dell’elezione, di “drenare la palude”, dunque che cosa dovremmo aspettarci da questo populista megalomane e falso per quanto riguarda il futuro della dirigenza di Washington?

Noam Chomsky: Sotto questo aspetto – nota la precisazione – la rivista Time l’ha detta piuttosto giusta (in un articolo di Joe Klein del 26 dicembre): “Anche se alcuni dei suoi sostenitori possono non essere d’accordo, la decisione di Trump di abbracciare quelli che hanno sguazzato nel fango di Washington ha diffuso una sensazione di sollievo nella classe politica della capitale. ‘Dimostra’, dice un consulente del Partito Repubblicano vicino alla transizione del presidente eletto, ‘che governerà come un Repubblicano normale’”.

C’è sicuramente della verità in questo. Affaristi e investitori la pensano chiaramente così. Il mercato azionario è esploso appena dopo l’elezione, guidato da società finanziarie che Trump aveva denunciato durante la sua campagna, particolarmente il principale Satana della sua retorica, la Goldman Sachs. Secondo Bloomberg News “l’impennata del prezzo delle azioni della società” salite del 30 per cento nel mese successivo all’elezione “è stata il principale motore dietro il balzo dell’Indice Industriale Medio Dow Jones verso quota 20.000.” Il risultato stellare di Goldman Sachs sul mercato è basato in larga misura sulla dipendenza di Trump dal Satana per gestire l’economia, rafforzato dalla promessa revoca di regolamenti, preparando il terreno per la prossima crisi finanziaria (e il prossimo salvataggio a carico dei contribuenti). Altre che hanno guadagnato molto sono le imprese energetiche, le assicurazioni sanitarie e le imprese di costruzioni, che si aspettano tutte enormi profitti dai piani annunciati dall’amministrazione. Essi includono un programma fiscale in stile Paul Ryan di tagli fiscali ai ricchi e alle imprese, un aumento della spesa militare, la consegna del sistema sanitario ancor più alle compagnie assicurative con conseguenze prevedibili, munificenza dei contribuenti a favore di una forma privatizzata di sviluppo infrastrutturale a credito e altri regali “Repubblicani normali” alla ricchezza e al privilegio a spese dei contribuenti. Piuttosto plausibilmente l’economista Larry Summers descrive il programma fiscale come “l’insieme più mal diretto di modifiche fiscali della storia statunitense [che] favorirà in misura massiccia l’un percento al vertice dei percettori di reddito, minaccerà una crescita esplosiva del debito federale, complicherà il codice fiscale e farà poco o nulla per spronare la crescita”.

Ma sono grandi notizie per quelli che contano.

Ci sono, tuttavia, dei perdenti nel sistema industriale. Dall’8 novembre le vendite di armi, che erano più che raddoppiate sotto Obama, sono precipitate, forse a motivo di minori timori che il governo ci porterà via i fucili automatici e gli altri armamenti di cui abbiamo bisogno per proteggerci dai federali.  Le vendite erano salite nel corso dell’anno con i sondaggi che mostravano la Clinton in testa, ma dopo l’elezione, ha riferito il Financial Times, “le azioni dei produttori di armi, quali Smith & Wesson e Sturm Ruger, sono precipitate”. A metà dicembre “le due società avevano perso il 24 e il 17 percento, rispettivamente, dopo l’elezione”. Ma non tutto è perso per l’industria. Come spiega un portavoce: “Guardando in prospettiva, le vendite statunitensi di armi al dettaglio sono maggiori di quelle del resto del mondo messo insieme. E’ un mercato parecchio grosso”.

I Repubblicani normali plaudono alla scelta di Trump per l’Ufficio dell’Amministrazione e del Bilancio, Mick Mulvaney, uno dei falchi fiscali più estremi, anche se sorge un problema. Come gestirà un falco fiscale un bilancio mirato ad aumentare enormemente il deficit? In un mondo post-fattuale forse questo non conta.

Ugualmente confortante per i “Repubblicani normali” è la scelta del radicalmente antisindacale Andy Puzder a Segretario del Lavoro, anche se pure qui può essere in agguato una contraddizione sullo sfondo. Da amministratore delegato ultraricco di catene di ristoranti egli dipende dalla manodopera più facilmente sfruttata per il lavoro sporco, normalmente immigrati, il che non va molto d’accordo con i piani di deportarli in massa. Lo stesso problema sorge per i programmi infrastrutturali; le società private destinate a trarre profitto da queste iniziative dipendono pesantemente dalla stessa manodopera, anche se forse tale problema può essere abilmente aggirato riprogettando il “magnifico muro” in modo che tenga fuori solo i mussulmani.

Questo sta a dire che Trump sarà un Repubblicano “normale” da quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti?

Per gli aspetti citati più sopra Trump si è dimostrato molto rapidamente un Repubblicano normale, anche se sul versante estremista. Ma per altri aspetti può non essere un Repubblicano normale, se questo significa qualcosa come una Repubblicano della dirigenza tradizionale, persone come Mitt Romney, che Trump ha fatto di tutto per umiliare nel suo stile famigliare, proprio come ha fatto con McCain e altri di tale categoria. Ma non è solo il suo stile che offende e preoccupa. Lo fanno anche le sue azioni.

Prendi solo i due problemi più considerevoli che abbiamo di fronte, i più significativi che gli umani abbiano mai affrontato nella loro breve storia sulla terra; problemi che pesano sulla sopravvivenza della specie: la guerra nucleare e il riscaldamento globale. Brividi hanno percorso la schiena di molti “Repubblicani normali” e quella di altri che si preoccupano del destino della specie quando Trump ha twittato che “Gli Stati Uniti devono grandemente rafforzare ed espandere il loro potenziale nucleare fino a quando il mondo non rinsavirà a proposito delle armi nucleari”. Espandere il potenziale nucleare significa gettare al vento i trattati che hanno fortemente ridotto gli arsenali nucleari e che analisti razionali sperano possano ridurli molto di più, in effetti a zero, come caldeggiato da Repubblicani normali quali Henry Kissinger e il Segretario di Stato di Reagan, George Shutz, e da Reana, in alcuni dei suoi momenti. Le preoccupazioni non si sono ridotte quando Trump ha proseguito dicendo al co-conduttore del programma televisivo Morning Joe: “Che sia la corsa alle armi. Li supereremo a ogni passo.” E non è stato troppo confortante nemmeno quando la sua squadra della Casa Bianca ha cercato di spiegare che “Il Donald” non aveva detto quello che aveva detto.

Né le preoccupazioni si riducono perché Trump stava presumibilmente reagendo alla dichiarazione di Putin: “Dobbiamo rafforzare il potenziale militare delle forze nucleari strategiche, specialmente con complessi missilistici che possano affidabilmente penetrare quando sistema di difesa antimissile esistente o futuro. Dobbiamo controllare attentamente ogni cambiamento nell’equilibrio delle forze e nella situazione politico-militare del mondo, specialmente lungo i confini russi, e adattare rapidamente piani per neutralizzare minacce al nostro paese”.

Qualsiasi cosa si pensi di tali parole, esse hanno uno stampo difensivo e, come ha sottolineato Putin, sono in gran parte una reazione all’installazione fortemente provocatoria di un sistema di difesa missilistica al confine russo con il pretesto di difendersi da inesistenti armi iraniane. Il tweet di Trump intensifica paure su come egli potrebbe reagire quando incontrasse, ad esempio, l’indisponibilità di qualche avversario a piegarsi alla sua vantata abilità negoziale. Se il passato insegna, egli potrebbe dopotutto trovarsi in una situazione in cui dovrebbe decidere nel giro di minuti se far saltare in aria il mondo.

L’altro problema cruciale è la catastrofe ambientale. Non si sottolineerà mai abbastanza che Trump ha conseguito due vittorie l’8 novembre: quella minore nel collegio elettorale e quella maggiore a Marrakech, dove circa 200 paesi stavano cercando di dare mordente alle promesse dei negoziati di Parigi sul cambiamento climatico. Il giorno dell’elezione la conferenza stava ascoltando un sinistro rapporto sullo stato dell’antropocene da parte dell’Organizzazione Metereologica Mondiale. Con l’uscita dei risultati dell’elezione gli attoniti partecipanti hanno virtualmente abbandonato i lavori, chiedendosi se qualcosa poteva sopravvivere alla ritirata dello stato più potente della storia mondiale. Né si può sottolineare troppo spesso lo stupefacente spettacolo del mondo che ripone le sue speranze di salvezza sulla Cina, mentre il leader del mondo libero si mette per conto suo come una macchina di distruzione.

Anche se – sorprendentemente – i più hanno ignorato questi eventi strabilianti, i circoli della dirigenza hanno in effetti avuto una certa reazione. Su Foreign Affairs, Varun Sivaram e Sagatom Saha hanno ammonito sui costi per gli USA di “cedere la guida del clima alla Cina” e sui pericolo per il mondo perché la Cina “starebbe alla guida dei problemi del cambiamento climatico solo nella misura in cui farlo promuoverebbe i suoi interessi nazionali”, diversamente dagli altruistici Stati Uniti che si suppone lavorino disinteressatamente solo per il bene dell’umanità.

Quanto Trump sia intenzionato a portare il mondo nel precipizio è stato rivelato dalle sue nomine, tra cui la sua scelta di due negatori militanti del cambiamento climatico, Myron Ebell e Scott Pruit, a responsabili dello smantellamento dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, fondata sotto Richard Nixon, con un alto negatore in lista per dirigere il Dipartimento dell’Interno.

Ma questo è solo l’inizio. Le nomine del governo sarebbero comiche se le implicazioni non fossero così gravi. Al Dipartimento dell’Energia un uomo che ha detto che dovrebbe essere eliminato (quando riusciva a ricordarne il nome) e che forse non sa che il suo principale interesse sono le armi nucleari. Al Dipartimento dell’Istruzione un’altra milionaria, Betsy DeVos, che è impegnata a minare e forse a eliminare il sistema della scuola pubblica e che, come ci ricorda Lawrence Krause sul New Yorker, è una cristiana fondamentalista membro di una corrente protestante che ritiene che “tutte le teorie scientifiche siano soggette alle Scritture” e che “l’umanità è creata a immagine di Dio, tutte le teorizzazioni che minimizzano questo fatto e tutte le teorie dell’evoluzione che negano l’attività creatrice di Dio sono respinte”. Forse il Dipartimento dovrebbe richiedere finanziamenti da patroni sauditi delle madrasse wahabite per contribuire al processo.

La nomina della DeVos è indubbiamente attraente per gli evangelici che si sono fioccati sotto la bandiera di Trump e costituiscono una vasta parte della base del Partito Repubblicano di oggi. Dovrebbe essere anche in grado di collaborare amichevolmente con il vicepresidente eletto, Mike Pence, uno dei “valorosi combattenti di una cricca di maligni fanatici che da lungo desiderano una teocrazia cristiana estremista”, come dettaglia Jeremy Scahill su The Intercept passando in rassegna il suo impressionante passato anche su altre questioni.

E via di questo passo, un caso dopo l’altro. Ma non preoccupiamoci. Come assicurò James Madison ai suoi colleghi mentre redigevano la Costituzione, una repubblica nazionale avrebbe “estratto dalla massa della Società i personaggi più puri e più nobili che essa contiene”.

E riguardo alla scelta di Rex Tillerson quale Segretario di Stato?

Un’eccezione parziale a quanto sopra è la scelta dell’amministratore delegato della ExxonMobil, Rex Tillerson, a Segretario di Sato, che ha suscitato delle speranze tra gli appartenenti allo spettro che sono giustamente preoccupati per la crescita e le tensioni estremamente pericolose con la Russia. Tillerson, come Trump in alcuni suoi pronunciamenti, ha sollecitato la diplomazia invece dello scontro, il che è assolutamente per il bene, fino a quando non ci ricordiamo della linea dello zibellino del raggio di sole. Il motivo sta nel consentire alla ExxonMobil di sfruttare vasti campi petroliferi siberiani e accelerare così la corsa al disastro cui sono dediti Trump e soci, e il Partito Repubblicano piuttosto in generale.

E riguardo al personale della sicurezza nazionale di Trump? Sono coerenti con il modello dei Repubblicani “normali” o fanno parte dell’estrema destra?

I Repubblicani normali potrebbero essere un po’ ambivalenti riguardo al personale della sicurezza nazionale di Trump. E’ guidato dal Consigliere della Sicurezza Nazionale generale Michael Flynn, un islamofobo radicale che dichiara che l’Islam non è una religione ma piuttosto un’ideologia politica, come il fascismo, che è in guerra contro di noi, cosicché noi dobbiamo difenderci, presumibilmente contro l’intero mondo mussulmano, una bella ricetta per generare terroristi, per non parlare di conseguenze molto peggiori. Come la Minaccia Rossa d’un tempo, questa ideologia islamica sta penetrando in profondità nella società statunitense, declama Flynn. Sono, dice, aiutati dai Democratici, che hanno votato per imporre la legge della sharia in Florida, in larga misura come i loro predecessori avevano servito i Comunisti, come notoriamente dimostrò Joe McCarthy. In effetti ci sono “più di 100 casi nel paese”, compreso il Texas, ha avvertito Flynn in un discorso a San Antonio. Per respingere la minaccia imminente Flynn è membro del consiglio di ACT!, che promuove leggi statali che mettono al bando la legge della Sharia, chiaramente una minaccia imminente in stati come l’Oklahoma, dove il 70 per cento degli elettori ha approvato leggi per impedire che i tribunali applichino questa grave minaccia al sistema giudiziario.

Secondo a Flynn nell’apparato della sicurezza nazionale è il Segretario alla Difesa generale James “cane rabbioso” Mattis, considerato un relativo moderato. Cane Rabbioso ha spiegato che “è divertente sparare a certa gente”. Ha costruito la sua fama guidando l’assalto a Fallujah nel novembre del 2004, uno dei crimini più detestabili dell’invasione dell’Iraq. Un uomo che è “semplicemente grande”, secondo il presidente eletto: “la cosa più prossima al generale George Patton che abbiamo”.

Secondo te Trump è incline a una rotta di collisione con la Cina?

Difficile dirlo. Sono state manifestate preoccupazioni circa l’atteggiamento di Trump nei confronti della Cina, di nuovo pieno di contraddizioni, particolarmente il suo pronunciamento sul commercio, che sono pressoché insignificanti nell’attuale sistema di globalizzazione societaria e di complesse catene internazionali di fornitura. Sono state suscitate perplessità circa il suo deciso allontanamento dalla politica consolidata nella sua telefonata alla presidente di Taiwan, ma ancor più dalla sua implicazione che gli Stati Uniti potrebbero rigettare gli interessi della Cina su Taiwan a meno che la Cina non accetti le sue proposte sul commercio, collegando così la politica commerciale “a un problema di politica di grande potenza in ordine alla quale la Cina può essere disposta a entrare in guerra”, ha ammonito la stampa finanziaria.

E riguardo alle idee e alla posizione di Trump sul Medio Oriente? Sembrano in linea con quelle dei Repubblicani “normali”, giusto?

Diversamente dalla Cina, i Repubblicani normali non sembrano costernati dalle scorrerie di Trump su Twitter a proposito della diplomazia sul Medio Oriente, di nuovo in rottura con il protocollo standard, con la richiesta che Obama opponesse il veto alla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; e poi informando Israele che può ignorare l’amministrazione uscente e semplicemente attendere fino al 20 gennaio, quando tutto andrà a posto. In quale modo? Resta da vedere. L’imprevedibilità di Trump impone cautela.

Quello che conosciamo sinora è l’entusiasmo di Trump per l’ultradestra religiosa in Israele e per il movimento dei coloni. Tra i suoi più importanti contributi in beneficienza ci sono donazioni all’insediamento di Beth El nella West Bank in onore di David Friedman, la sua scelta come ambasciatore in Israele. Friedman è presidente degli Amici Statunitensi delle Istituzioni di Beth El. L’insediamento, che è all’estremo religioso ultranazionalista del movimento dei coloni, è anche un beniamino della famiglia di Jared Kushner, genero di Trump, che sarebbe uno dei più stretti consiglieri di Trump. Uno dei principali beneficiari dei contributi della famiglia Kushner, scrive la stampa israeliana, “è un centro di studi ebraici diretto da un rabbino militante che ha sollecitato i soldati israeliani a disobbedire agli ordini di evacuare gli insediamenti e che ha sostenuto che le tendenze omosessuali derivano dal consumare determinati alimenti”. Altri beneficiari includono “un centro di studi ebraici a Yitzhar che è servito da base per attacchi violenti contro villaggi palestinesi e forze di sicurezza israeliane”.

Isolato dal mondo, Friedman non considera illegali gli insediamenti israeliani e si oppone a un divieto di costruzioni per i coloni israeliani nella West Bank e a Gerusalemme Est. In realtà egli pare favorire l’annessione israeliana della West Bank. Ciò non porrebbe un problema allo stato ebraico, spiega Friedman, poiché il numero dei palestinesi che vivono nella West Bank è esagerato e perciò dopo l’annessione rimarrebbe una vasta maggioranza ebrea. In un mondo post-fattuale tali pronunciamenti sono legittimi, anche se potrebbero diventare accurati nel noioso mondo dei fatti dopo un’altra espulsione di massa. Gli ebrei che appoggiano il consenso internazionale su una soluzione a due stati non solo si sbagliano, dice Friedman, sono “peggio dei capò”, gli ebrei che controllavano altri detenuti al servizio dei loro padroni nazisti nei campi di concentramento, il massimo insulto.

Nel ricevere notizia della sua nomina, Friedman ha affermato che attendeva di trasferire l’ambasciata statunitense nell’”eterna capitale di Israele, Gerusalemme”, in accordo con i piani annunciati di Trump. In passato tali proposte erano state ritirate, ma oggi potrebbero essere effettivamente realizzate, forse in preparazione della prospettiva di una guerra con il mondo mussulmano, come pare raccomandare il Consigliere della Sicurezza Nazionale di Trump.

Tornando alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (UNSC) 2334 e al suo interessante seguito, è importante riconoscere che la risoluzione non è nulla di nuovo. La citazione di prima non era dalla UNSC 2334 bensì dalla Risoluzione UNSC 446, approvata il 12 marzo 1979, ripetuta in essenza nella UNSC 2334.

La UNSC 446 era stata approvata con 12 voti contro zero, con l’astensione degli Stati Uniti e con l’adesione del Regno Unito e della Norvegia. Sono seguite numerose risoluzioni, riaffermando la 446. Una risoluzione di particolare interesse era anche più forte delle 446 e 2334, sollecitando Israele “a smantellare gli insediamenti esistenti” (Risoluzione UNSC 465, approvata nel marzo del 1980). Questa risoluzione è stata approvata all’unanimità, senza astensioni.

Il governo di Israele non aveva dovuto aspettare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (e più recentemente il Tribunale Mondiale) per apprendere che i suoi insediamenti sono in grossolana violazione della legge internazionale. Nel settembre del 1967, solo settimane dopo la conquista israeliana dei territori occupati, in un documento di massima segretezza, il governo era stato informato dal consigliere legale del Ministero degli Affari Esteri [di Israele], l’illustre avvocato internazionale Theodor Meron, che “gli insediamenti civili in territori amministrati [la definizione israeliana dei territori occupati] contravviene a previsioni esplicite della Quarta Convenzione di Ginevra”. Meron spiegava inoltre che il divieto di tale trasferimento di coloni nei territori occupati “è categorico e non condizionato dai motivi del trasferimento o dai suoi obiettivi. Lo scopo è prevenire l’insediamento in territori occupati di cittadini del territorio occupante”. Meron perciò consigliava che “se si decide di procedere con insediamenti ebrei nei territori amministrati, mi pare vitale, pertanto, che gli insediamenti siano attuati da entità militari e non civili. E’ anche importante, secondo me, che tali insediamenti siano nel quadro di accampamenti e siano, apparentemente, di natura temporanea, anziché permanente.”

Il consiglio di Meron è stato seguito. Gli insediamenti sono stati spesso mascherati con il sotterfugio suggerito, con le “entità militari temporanee” successivamente trasformate in insediamenti civili. Il meccanismo dell’insediamento militare ha anche il vantaggio di offrire un mezzo per espellere i palestinesi dalle loro terre con il pretesto che è creata una zona militare. L’inganno è stato scrupolosamente pianificato, a cominciare da quando l’autorevole rapporto di Meron è stato consegnato al governo. Come documentato dallo studioso israeliano Avi Raz, nel settembre del 1967, nel giorno in cui fu realizzato il secondo insediamento civile nella West Bank, il governo decise che “come ‘copertura’ ai fini della campagna diplomatica [israeliana]” i nuovi insediamenti dovevano essere presentati come insediamenti militari e ai coloni dovevano essere date le istruzioni necessarie nel caso fosse loro richiesta la natura del loro insediamento. Il ministero degli esteri impartì direttive alle missioni diplomatiche israeliane di presentare gli insediamenti nei territori occupati come “roccaforti” militari e di sottolineare la loro presunta importanza per la sicurezza.

Pratiche simili proseguono ancor oggi.

In risposta alle ordinanze del Consiglio di Sicurezza del 1979-80 di smantellare gli insediamenti esistenti e di non crearne di nuovi, Israele ha intrapreso una rapida espansione di insediamenti con la collaborazione di entrambi i maggiori blocchi politici israeliani, Labor e Likud, sempre con generoso sostegno materiale statunitense.

Le differenze principali oggi sono che gli Stati Uniti sono ora soli contro il mondo intero e che quest’ultimo è un mondo differente. Le flagranti violazioni israeliani delle ordinanze del Consiglio di Sicurezza e della legge internazionale sono ormai molto più estreme di quanto lo erano 35 anni fa e stanno suscitando una condanna molto maggiore in gran parte del mondo. I contenuti delle Risoluzioni 446-2334 sono perciò presi più sul serio. Di qui le rivelatrici reazioni alla 2334 e alla spiegazione del voto statunitense da parte del Segretario di Stato John Kerry.

Nel mondo arabo le reazioni sembrano essere state pacate: l’abbiamo già visto. In Europa sono state in generale favorevoli. Negli Stati Uniti e in Israele, per conto, la copertura e i commenti sono stati estesi e c’è stato considerevole isterismo. Queste sono ulteriori indicazioni del crescente isolamento degli Stati Uniti sul palcoscenico mondiale. Sotto Obama, cioè. Sotto Trump l’isolamento degli Stati Uniti crescerà probabilmente ancor di più e in effetti, è già successo, ancor prima che egli assuma la carica, come abbiamo visto.

Perché Obama ha scelto l’astensione dal voto all’ONU sugli insediamenti israeliani a questo punto, cioè solo circa un mese prima della fine della sua presidenza?

Esattamente perché Obama abbia scelto l’astensione anziché il veto è una questione aperta; non abbiamo prove dirette. Ma ci sono alcune ipotesi plausibili. Ci sono state alcune onde di sorpresa (e di ridicolo) dopo il veto di Obama, nel febbraio del 2011, di una Risoluzione dell’UNSC che chiedeva l’attuazione della politica ufficiale statunitense ed egli può aver sentito che sarebbe stato troppo ripetersi se doveva salvare qualcosa della sua dimessa eredità tra i settori della popolazione che hanno dell’interesse per la legge internazionale e per i diritti umani. Vale anche la pena di ricordare che tra i Democratici liberali, se non nel Congresso, e particolarmente tra i giovani, l’opinione su Israele-Palestina si è spostata verso la critica delle politiche israeliane in anni recenti, tanto che il 60 per cento dei Democratici “appoggia l’imposizione di sanzioni o altri interventi più pesanti” in reazioni agli insediamenti israeliani, secondo un sondaggio del Brookings Institute del dicembre 2016. Ormai il cuore del sostegno alle politiche di Israele negli USA si è spostato nell’estrema destra, compresa la base evangelica del Partito Repubblicano. Forse sono stati questi i fattori della decisione di Obama, con in mente la sua eredità.

L’astensione del 2016 ha suscitato furore in Israele e anche nel Congresso statunitense, sia tra i Repubblicani sia tra Democratici di spicco, comprese proposte di definanziare l’ONU per rappresaglia contro il delitto del mondo. Il primo ministro israeliano Netanyahu ha denunciato Obama per le sue iniziative “anti-israeliane subdole”. Il suo ufficio ha accusato Obama di “collusione” dietro le quinte con questa “comunella” del Consiglio di Sicurezza, producendo briciole di “prove” che a malapena arrivano al livello di un umorismo malsano. Un alto dirigente israeliano ha aggiunto che l’astensione “ha rivelato il vero volto dell’amministrazione Obama”, aggiungendo che “ora possiamo capire con chi abbiamo avuto a che fare negli ultimi otto anni”.

La realtà è parecchio diversa. In realtà Obama ha superato ogni record nel sostegno a Israele, sia diplomatico sia finanziario. La realtà è descritta accuratamente dallo specialista del Financial Times sul Medio Oriente, David Gardner: “I rapporti personali di Obama con Netanyahu possono essere stati velenosi, ma egli è stato il più filo-israeliano dei presidenti: il più prodigo di aiuti militari e il più affidabile nell’esercitare il veto statunitense al Consiglio di Sicurezza … L’elezione di Donald Trump ha gettato sulla bilancia poco più che dei tweet turbo-schiumanti su questi e altri nodi geopolitici. Ma i presagi sono nefasti. A un governo irredentista in Israele inclinato verso l’ultradestra si unisce ora un’amministrazione nazionale populista a Washington che erutta islamofobia”.

I commenti pubblici circa la decisione di Obama e la giustificazione di Kerry sono stati divisi. I sostenitori in generale hanno concordato con Thomas Friedman che “Israele è oggi chiaramente sulla via di assorbire i 2,8 milioni di palestinesi della West Bank … che pongono una sfida demografica e democratica”.  In un’analisi del New York Times della condizione della soluzione a due stati difesa da Obama-Kerry e minacciata di estinzione dalle politiche israeliane, Max Fisher chiede: “Ci sono altre soluzioni?” Poi egli passa alle possibili alternative, tutte “versioni multiple della cosiddetta soluzione a uno stato” che pone una “sfida demografica e democratica”: troppi arabi – forse presto la maggioranza – in uno “stato ebraico e democratico”.

Secondo la moda convenzionale i commentatori suppongono che ci siano due soluzioni: la soluzione a due stati sostenuta dal mondo, o qualche versione di una soluzione a “un solo stato”. Ignorata costantemente è la terza alternativa, quella che Israele è andato attuando molto sistematicamente da poco dopo la guerra del 1967 e che oggi sta chiaramente prendendo forma davanti ai nostri occhi: un Grande Israele, primo o poi incorporato nell’Israele in senso stretto, comprendente una Gerusalemme vastamente ampliata (già annessa in violazione delle ordinanze del Consiglio di Sicurezza) e qualsiasi altro territorio che Israele ritenga di valore, escludendo contemporaneamente le aree di forte concentrazione della popolazione palestinese e trasferendo lentamente i palestinesi dalle aree di prevista incorporazione nel Grande Israele. Come in generale nelle neo-colonie, le élite palestinesi saranno in grado di godere di standard occidentali a Ramallah, con “il 90 per cento della popolazione della West Bank residente in 165 ‘isole’ separate, apparentemente sotto il controllo [dell’Autorità Palestinese]” ma in effetti sotto il controllo israeliano, come scritto da Nathan Thrall, analista capo del Gruppi Internazionale di Crisi. Gaza resterà sotto uno schiacciante assedio, separata dalla West Bank, in violazione degli Accordi di Oslo.

La terza alternativa è un altro pezzo della “realtà” descritta da David Gardner.

In un commento interessante e rivelatore Netanyahu ha denunciato la “comunella” del mondo come prova dei “pregiudizi del vecchio mondo contro Israele”, un’espressione che ricorda la distinzione Vecchia Europa-Nuova Europa di Donald Rumsfeld nel 2003.

Si ricorderà che gli stati della Vecchia Europa erano i cattivi, i principali stati dell’Europa, che osavano rispettare le opinioni della schiacciante maggioranza delle loro popolazioni e dunque si rifiutavano di unirsi agli Stati Uniti nel crimine del secolo: l’invasione dell’Iraq. Gli stati della Nuova Europa erano i buoni, che decidevano contro una maggioranza ancora maggiore e obbedivano al padrone. Il più onorevole dei tizi buoni era lo spagnolo Jose Maria Aznar, che aveva respinto l’opposizione in Spagna virtualmente unanime alla guerra ed era ricompensato con l’invito a unirsi a Bush e Blair nell’annunciare l’invasione.

Questa esibizione molto illuminante di totale disprezzo per la democrazia, assieme ad altre simili nello stesso tempo, è passata virtualmente ignorata, comprensibilmente. Il compito all’epoca era applaudire Washington per la sua appassionata dedizione alla democrazia, come illustrato dalla “promozione della democrazia” in Iraq, che improvvisamente divenne la linea del partito dopo che la “sola domanda” (Saddam rinuncerà alle sue armi di distruzione di massa?) aveva trovato la risposta sbagliata.

Netanyahu sta adottando in larga misura la stessa posizione. Il vecchio mondo che coltiva pregiudizi contro Israele è l’intero Consiglio di Sicurezza dell’ONU; più specificamente chiunque al mondo abbia una persistente dedizione alla legge internazionale e ai diritti umani. Fortunatamente per l’estrema destra israeliana, ciò esclude il Congresso statunitense e – con gran forza – il presidente eletto e i suoi associati.

Il governo israeliano è, ovviamente, consapevole di questi sviluppi. Perciò sta cercando di spostare la sua base di supporto verso stati autoritari, come Singapore, Cina e l’India nazionalista hindu di destra di Modi, che oggi sta diventando un alleato molto naturale con la sua svolta verso l’ultranazionalismo, politiche interne reazionarie e odio per l’Islam. I motivi per i quali Israele guarda in questa direzione per sostegno sono delineati da Mark Heller, principale ricercatore associato dell’Istituzione per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale di Tel Aviv. “Nel lungo termine”, egli spiega, “ci sono problemi per Israele nelle sue relazioni con l’Europa occidentale e con gli Stati Uniti” mentre, per contro, i paesi asiatici importanti “non sembrano indicare un grande interesse riguardo a come Israele si comporta con i palestinesi, gli arabi o chiunque altro”. In breve, Cina, India, Singapore e altri alleati favoriti sono meno influenzati dal genere di preoccupazioni liberali e umane che pongono crescenti minacce a Israele.

Siamo dunque nel mezzo di nuove tendenze nell’ordine mondiale?

Penso di sì, e le tendenze che si sviluppano nell’ordine mondiale meritano una certa attenzione. Come indicato, gli Stati Uniti stanno diventando ancor più isolati di quanto lo siano stati in anni recenti, quando sondaggi statunitensi – non riferiti negli USA ma certamente noti a Washington – rivelavano che l’opinione mondiale considerava gli Stati Uniti di gran lunga la principale minaccia alla pace mondiale con nessun altro nemmeno prossimo a loro. Sotto Obama gli Stati Uniti sono oggi soli nell’astensione sugli insediamenti israeliani illegali, contro l’altrimenti unanime Consiglio di Sicurezza. Con il presidente Trump che si unisce ai suoi sostenitori bipartisan al Congresso su questo tema, gli USA saranno ancor più isolati nel mondo a sostegno dei crimini di Israele.

Dall’8 novembre gli Stati Uniti sono isolati sulla questione cruciale del riscaldamento globale, una minaccia alla sopravvivenza della vita umana organizzata in qualcosa di simile alla sua forma attuale. Se Trump manterrà la sua promessa di uscire dall’accordo con l’Iran, è probabile che altri partecipanti vi rimarranno, lasciando gli Stati Uniti ancora più isolati dall’Europa.

Gli Stati Uniti sono anche molto più isolati che nel passato dal loro “cortile” latinoamericano, e saranno ancora più isolati se Trump farà marcia indietro dai passi esitanti di Obama per normalizzare le relazioni con Cuba, intrapresi per prevenire la probabilità che gli Stati Uniti siano in larga misura esclusi dalle organizzazioni dell’emisfero a causa delle loro continue aggressioni contro Cuba nell’isolamento internazionale.

Gran parte della stessa cosa sta accadendo in Asia con alleati anche stretti degli Stati Uniti (Giappone escluso) e persino con il Regno Unito che affluiscono nella Banca Asiatica di Investimenti Infrastrutturali con sede in Cina e nel Partenariato Economico Regionale Complessivo, con sede in Cina, in questo caso Giappone compreso. L’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) con sede in Cina incorpora gli stati dell’Asia Centrale, la Siberia con le sue ricche risorse, l’India, il Pakistan e presto, probabilmente, l’Iran e forse la Turchia. La SCO ha respinto la richiesta statunitense di status di osservatore e ha chiesto che gli Stati Uniti rimuovano dalla regione tutte le basi militari.

Immediatamente dopo l’elezione di Trump abbiamo assistito all’intrigante spettacolo della cancelliera tedesca Angela Merkel che ha assunto la guida nel dare a Washington lezioni sui valori liberali e i diritti umani. Contemporaneamente, dall’8 novembre, il mondo guarda alla Cina per la guida per salvare il mondo dalla catastrofe ambientale, mentre gli Stati Uniti, ancora una volta in splendido isolamento, si dedicano a minare tali sforzi.

L’isolamento statunitense non è completo, naturalmente. Come è stato reso molto chiaro dalla reazione alla vittoria elettorale di Trump, gli USA hanno il sostegno entusiastico dell’ultradestra xenofoba in Europa, compresi i suoi elementi neofascisti. Il ritorno della destra in parti dell’America Latina offre agli Stati Uniti opportunità per alleanze anche là. E gli Stati Uniti mantengono la loro stretta alleanza con le dittature del Golfo e dell’Egitto, e con Israele, che si sta anche separando dai settori più liberali e democratici dell’Europa e si sta collegando con regimi autoritari che non sono interessati alle violazioni israeliane della legge internazionale e ai duri attacchi a diritti umani elementari.

Il quadro che si sta sviluppando suggerisce l’emergere di un Nuovo Ordine Mondiale, parecchio diverso dalle presentazioni consuete nel sistema dottrinale.

C.J.Polychroniou è un economista politico e politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca sono l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neoliberismo. Collabora regolarmente a Truthout ed è anche membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi libri e suoi articoli sono apparsi in una varietà di giornali, riviste e siti web popolari. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trumps-america-and-the-new-world-order/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2017 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “Gli Stati Uniti di Trump e il nuovo ordine mondiale

  1. attilio cotroneo il said:

    Trump è il migliore esempio attuale di menzogna elettorale e la prima presa della sua condotta ha avuto un mirabile effetto suo filo-putiniani antiamericani che hanno gioito della distensione internazionale che sarebbe derivata dalla sua ascesa.