L’America deve optare per la diplomazia invece che per la guerra

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L’America deve optare per la diplomazia invece che per la guerra

Di Phyllis Bennis

30 dicembre 2016

L’elezione del 2016 con il suo terrificante seguito, hanno spinto milioni di americani in un vortice di razzismo, xenophobia, isterismo anti-immigrati e islamofobia, che contemporaneamente riflette e prepara il terreno per una politica estera anche più militarizzata, spinta dal profitto privato, anti musulmana e anti-immigrati. Non sappiamo ancora se  la politica estera di Donald Trump rifletterà il suo precedente flirt con l’isolazionismo oppure se si avvicinerà al rabbioso  interventismo militare preferito da così tanti dei generali da lui scelti. Anche senza saperlo, però, dovremmo identificare come sembrerebbe una nuova politica estera non imperialista, realmente internazionalista, una politica in cui la legge internazionale, i diritti umani e la solidarietà globale sostituiscono la “Guerra Globale al Terrore.” Questo inizia con il taglio dei bilanci militari e con la fine delle guerre, delle occupazioni e delle ingiustizie climatiche che stanno producendo le molte crisi mondiali dei  rifugiati.

Una nuova politica estera deve avere ampiezza di visione e di scopo e deve riconoscere che la guerra non può sconfiggere il terrorismo. Malgrado delle buone intenzioni e dei discorsi potenti e dopo aver definito con altri nomi  la “Guerra Globale al Terrore, (cioè: “operazioni d’oltremare”, e “contrasto all’estremismo violento” , n.d.t.), Obama non è stato in grado di staccarsene; infatti ha finito con l’estendere sensibilmente la loro portata,   con l’uso delle Forze Speciali Statunitensi, e con le crescenti campagne di bombardamenti in Siria, Libia e Yemen e in altri luoghi, in aggiunta a Iraq e Afghanistan. Un ulteriore aumento di quella politica da parte dell’amministrazione Trump, porterebbe soltanto all’escalation del fallimento.

Attuare una politica estera progressista significa porre fine all’abitudine di privilegiare economicamente e politicamente gli speculatori militari. Significa elevare la diplomazia al di sopra della guerra, allo stesso tempo rifiutando l’isolazionismo e riconoscendo gli obblighi che derivano dall’essere la più ricca e la più potente nazione della storia.

Gli Stati Uniti hanno un debito  globale di appoggio nei confronti delle persone e dei paesi di tutto il mondo. E’ un debito che andrebbe ripagato tagliando il nostro bilancio militare di molti miliardi. Quei miliardi – ancora circa 54 centesimi di ogni tassa discrezionale nel bilancio federale – dovrebbero essere reindirizzati per urgenti priorità domestiche: posti di lavoro, istruzione, protezione ambientale, sanità e altro, lasciandone molti allo stesso tempo per incrementare l’assistenza non militare a popoli e nazioni in tutto il mondo. Questo è particolarmente importante per i paesi le cui economie e tessuti sociali sono stati devastati dalle guerre e dalle sanzioni statunitensi. Tra le altre cose, la nostra nuova politica estera aumenterebbe ampiamente l’appoggio umanitario ai rifugiati ed altri costretti a spostarsi altrove a causa delle guerre e delle crisi climatiche.

Con quell’allontanamento dalle spese militari, possiamo immaginare una politica estera che favorisca la diplomazia rispetto alla guerra. Dovrebbe cominciare con la protezione dei successi diplomatici del Presidente Obama: il patto nucleare con l’Iran, la normalizzazione delle relazioni con Cuba, e l’accordo di Parigi per il clima. Tutti sono fondamentali per l’eredità di Obama, ma sono tutte minacciate da Trump e dal Congresso controllato dai Repubblicani.

Analoghe campagne di alto profilo e con alti investimenti a favore della diplomazia invece che della guerra e del militarismo, dovrebbero essere intraprese riguardo alla Siria e al Medio Oriente più ampio, che riflettano l’ammissione del Presidente Obama spesso ripetuta (ma spesso ignorata), che “non c’è nessuna soluzione militare.” Queste dovrebbero iniziare ritirando le forze militari statunitensi e fermando gli attacchi aerei. Dovrebbero essere seguite da un serio impegno con altre potenze globali e regionali – prima di tutte la Russia – a porre fine alla guerra in Siria. E’ necessario che gli Stati Uniti e la Russia appoggino un cessate il fuoco permanente e che facciano pressione sui loro rispettivi alleati – Arabia Saudita, Turchia, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti e l’opposizione siriana armata da un lato, e i governi siriano e iraniano ed Hezbollah dall’altro – per accordarsi su un totale embargo delle armi da tutti i lati. Impedire che i nostri proxies regionali  mandino armi statunitensi in Siria (e che mettano fine alla guerra dell’Arabia Saudita contro loYemen) rafforzerebbe la capacità di Washington per convincere la Russia ad accordarsi su     questa distensione.

Nel problema Israele/Palestina, una nuova politica estera basata sulla giustizia, significherebbe che il “processo di pace” orchestrato dagli Stati Uniti, basato su una soluzione dei due stati e che si strascina da quasi un quarto di secolo, è stato un fallimento clamoroso. La forza crescente del movimento per i diritti palestinesi attivo negli Stati Uniti – e il conseguente cambiamento nel comune discorso americano su questo problema fondamentale – forniscono un’opportunità senza precedenti per i leader politici di rielaborare la politica statunitense in maniera che si accordi con l’opinione pubblica. I decisori politici dovrebbero consegnare il controllo della diplomazia su questo tema all’Assemblea Generale dell’ONU e porre fine all’appoggio di Washington per l’apartheid e l’occupazione israeliana, sostenendo invece una politica basata sulla legge internazionale, i diritti umani e l’uguaglianza per tutti, senza privilegiare gli ebrei o discriminarli rispetto ai non-ebrei.

Finora, la politica estera di Trump è in gran parte opaca. Ma la nostra politica estera progressista rimane chiara: è basata sulla giustizia, l’internazionalismo e i diritti umani. Nessuna elezione può cambiare questo.

Correzione: Nell’elenco degli alleati statunitensi e russi  nella guerra civile siriana, un errore di revisione ha omesso uno degli alleati di Mosca: il governo siriano. Il testo è stato aggiornato. Le nostre scuse all’autrice.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle-america-must-choose-diplomacy-over-war/

Originale: The Nation

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0n_92395_1

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Un commento su “L’America deve optare per la diplomazia invece che per la guerra

  1. attilio cotroneo il said:

    L’agenda politica estera statunitense non é dettata dagli umori del presidente.

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