Gli alleati degli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar, stanno finanziando l’Isis

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di Patrick Cockburn – 18 ottobre 2016

E’ una fortuna per l’Arabia Saudita e per il Qatar che le proteste per le buffonate sessuali di Donald Trump stiano impedendo che sia dedicata molta attenzione al più recente insieme di email fatte trapelare di e da Hillary Clinton. La più affascinante di esse è quella che si presenta come un documento del Dipartimento di Stato USA , datato 17 agosto 2014 [v. traduzione in calce],  sulla reazione appropriata alla rapida avanzata delle forze dell’Isis, che stavano dilagando in tutto l’Iraq settentrionale e la Siria orientale.

All’epoca il governo statunitense non ammetteva che l’Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti stessero sostenendo l’Isis e movimenti tipo al-Qaeda. Ma nel documento fatto trapelare, che afferma di attingere a “servizi d’informazione occidentali, servizi d’informazione statunitensi e fonti della regione” non c’è alcuna ambivalenza riguardo a chi sostiene l’Isis, che all’epoca della stesura del documento stavano massacrando e violentando abitanti di villaggio yazidi e macellando soldati iracheni e siriani catturati.

Il documento dice: “Dobbiamo usare le nostre risorse diplomatiche e più tradizionali mezzi dei servizi d’informazione per esercitare pressioni sui governi del Qatar e dell’Arabia Saudita, che stanno offrendo sostegno logistico e finanziario clandestino all’Isis e ad altri gruppi radicali nella regione”. Si trattava evidentemente di una visione comunemente accettata negli alti ranghi del governo statunitense, ma mai ammessa apertamente perché si riteneva che farsi nemici l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo, la Turchia e il Pakistan avrebbe fatalmente compromesso il potere degli Stati Uniti nel Medio Oriente e nell’Asia Meridionale.

Per un periodo straordinariamente lungo dopo l’11 settembre gli Stati Uniti si sono rifiutati di affrontare questi tradizionali alleati sunniti e hanno perciò fatto sì che la “Guerra al Terrore” decisamente fallisse; 15 anni dopo, al-Qaeda sotto le sue diverse vesti è più forte di quanto era, perché a sponsor dietro le quinte, senza i quali non sarebbe sopravvissuta, è stata data via libera.

Non è che Hillary Clinton, da Segretario di Stato, e la dirigenza della politica estera statunitense in generale non sapessero che cosa stava succedendo. Una precedente pubblicazione da parte di WikiLeaks di un dispaccio del Dipartimento di Stato trasmesso a suo nome nel dicembre del 2009 afferma che “l’Arabia Saudita rimane una base critica di sostegno finanziario per al-Qaeda, i talebani, LeT [Lashkar-e-Taiba in Pakistan]”. Ma la complicità saudita con tali movimenti non è mai divenuta un tema politico centrale negli Stati Uniti. Perché no?

La risposta è che gli Stati Uniti non pensavano fosse nel loro interesse dare il benservito ai loro tradizionali alleati sunniti e dedicarono un mucchio di risorse ad assicurarsi che ciò non accadesse. Schierarono giornalisti, accademici e politici compiacenti disposti a dare sostegno pubblico e celato alle posizioni saudite.

Le opinioni reali degli alti dirigenti della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato erano visibili solo periodicamente e, anche quando la loro franchezza faceva notizia, quello che dicevano era rapidamente dimenticato. In precedenza quest’anno, ad esempio, Jeffrey Goldberg ha scritto un articolo sul The Atlantic basato su numerose interviste a Barack Obama in cui Obama “ha messo in discussione, spesso aspramente, il ruolo che alleati arabi sunniti degli Stati Uniti svolgono nel fomentare terrorismo anti-statunitense. E chiaramente irritato per il fatto che l’ortodossia in politica estera lo obbliga a trattare l’Arabia Saudita da alleata”.

Merita di essere ricordato il cinismo della Casa Bianca riguardo a come l’ortodossia della politica estera a Washington era prodotta e a quanto facilmente la sua influenza poteva essere comprata.  Goldberg ha scritto che “un sentimento diffusamente condiviso presso la Casa Bianca è che molti dei più influenti gruppi di esperti di politica estera a Washington stanno eseguendo le istruzioni dei loro finanziatori arabi e filo-israeliani. Ho sentito un funzionario dell’amministrazione riferirsi a Massachusetts Avenue, sede di molti di questi studi di esperti, come a un ‘territorio occupato dagli arabi’”.

Nonostante questo le interviste televisive e giornalistiche ad autoproclamati esperti di questi stessi gruppi su Isis, Siria, Iraq, Arabia Saudita e sul Golfo ignorando testardamente o ignorano allegramente le loro simpatie di parte.

La e-mail di Hillary Clinton dell’agosto 2014 dà per scontato che l’Arabia Saudita e il Qatar finanzino l’Isis, ma questa non era la convinzione comune giornalistica o accademica del tempo. Invece vi era una forte affermazione che il neo-dichiarato califfato si autofinanziasse mediante la vendita di petrolio, tasse e antichità; ne seguiva perciò che l’Isis non aveva bisogno di fondi dall’Arabia Saudita e dal Golfo. Lo stesso argomento non poteva essere avanzato per spiegare il finanziamento di Jabhat al-Nusra, che non controllava alcun campo petrolifero, ma anche nel caso dell’Isis la convinzione della sua autosufficienza è stata sempre traballante.

Leader iracheni e curdi hanno affermato di non aver mai creduto una parola di ciò, dichiarando privatamente che l’Isis stava ricattando gli stati del Golfo minacciando violenze nei loro territori se non avessero pagato. I dirigenti iracheni e curdi non hanno mai presentato prove di ciò, ma sembrava improbabile che uomini così duri e feroci come i capi dell’Isis si sarebbero accontentati di tassare il traffico camionistico e i negozianti nei territori estesi ma poveri che governavano e non estorcessero somme più vaste a donatori privati e statali favolosamente ricchi nei produttori di petrolio del Golfo.

Passando alla più recente e-mail piratata, il Dipartimento di Stato e i servizi d’informazione statunitensi chiaramente non avevano dubbi che l’Arabia Saudita e il Qatar stessero finanziando l’Isis. Ma c’è sempre stata una bizzarra discontinuità tra ciò che l’amministrazione Obama sapeva dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo e ciò che diceva in pubblico. La verità occasionalmente trapelava, come quando il vicepresidente Joe Biden disse agli studenti di Harvard, nell’ottobre del 2014, che l’Arabia Saudita, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti “erano così decisi ad abbattere Assad ed essenzialmente a determinare una guerra sunnita-sciita per procura. Che cosa hanno fatto? Hanno riversato centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armamenti a chiunque fosse disposto a combattere Assad. Salvo che quelli foraggiati erano al-Nusra e al-Qaeda ed elementi jihadisti estremisti provenienti da ogni parte del mondo”.  Biden mostrò disprezzo per l’idea che ci fossero siriani “moderati” in grado di combattere contemporaneamente l’Isis e Assad.

Hillary Clinton dovrebbe essere molto vulnerabili per i fallimenti della politica estera statunitense negli anni in cui è stata Segretario di Stato. Ma tale è la crudezza della demagogia di Trump che lei non ha mai dovuto risponderne. Le sfide dei Repubblicani si sono concentrate su problemi – la morte dell’ambasciatore statunitense a Bengasi nel 2012 e il ritiro finale delle truppe USA dall’Iraq nel 2011 – dei quali lei non è stata responsabile.

Una presidenza di Hillary Clinton potrebbe significare un’amicizia più stretta con l’Arabia Saudita, ma gli atteggiamenti statunitensi nei confronti del regime saudita si stanno inacidendo, come dimostrato recentemente quando il Congresso a maggioranza schiacciante ha rovesciato un veto presidenziale su una legge che consente ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio il governo Saudita.

Un altro sviluppo sta indebolendo l’Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti. Il documento trapelato parla delle ambizioni rivali dell’Arabia Saudita e del Qatar di “dominare il mondo sunnita”. Ma ciò non è finito bene, con Aleppo est e Mosul, due grandi città sunnite, finite sotto attacco e destinate probabilmente a cadere. Qualsiasi cosa Arabia Saudita, Qatar, Turchia e altri pensavano di star facendo, non si è realizzata e i sunniti di Siria e Iraq stanno pagando un duro prezzo. E’ questo fallimento che informerà le relazioni future degli stati sunniti con la nuova amministrazione statunitense.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/us-allies-saudi-arabia-and-qatar-are-funding-isis/

Originale: The Independent

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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Testo della email di Hillary Clinton a John Podesta citato più sopra

Il 17 agosto 2014 alle 15:50 “H” [email protected] ha scritto:

Nota: Le fonti includono servizi d’informazione occidentali, servizi d’informazione statunitensi e fonti nella regione.

  1. Nonostante tutti i suoi tragici aspetti, l’avanzata dell’ISIL nella regione irachena dà al governo degli Stati Uniti un’opportunità di cambiare il modo in cui tratta la caotica situazione in Nord Africa e nel Medio Oriente. Il fattore più importante in questa materia consiste nel far uso delle risorse dei servizi d’informazione e delle truppe delle Operazioni Speciali in modo aggressivo, evitando le soluzioni della vecchia scuola che richiedono azioni militari più tradizionali.  In Iraq è importante che affrontiamo l’ISIL usando le risorse dei combattenti peshmerga del Governo Regionale Curdo (KRG) e qualsiasi, ove esistente, unità affidabile esista nell’esercito iracheno. I comandanti peshmerga sono truppe di duri combattenti aggressivi che hanno relazioni di lungo corso con funzionari della CIA e con operatori delle Forze Speciali.  Tuttavia avranno bisogno del continuo impegno di personale statunitense che collabori con loro e di pianificatori strategici, poiché la nuova generazione di comandanti peshmerga in larga misura non è stata messa alla prova in combattimenti tradizionali.  Detto questo, con l’aiuto statunitense le truppe curde possono infliggere una reale sconfitta all’ISIL.
  2. E’ importante che una volta che attacchiamo l’ISIL, come abbiamo fatto ora in modo limitato, noi e i nostri alleati proseguiamo fino a quando non è respinto subendo una sconfitta evidente. Qualsiasi cosa che sia meno di questo sarebbe considerata dagli altri combattenti nella regione, Libia, Libano e persino Giordania, come una sconfitta statunitense. Comunque se forniamo consiglieri e pianificatori, nonché sostegno aereo vicino per i peshmerga, quei soldati possono sconfiggere l’ISIL. Daranno al nuovo governo iracheno una possibilità di organizzarsi e di ristrutturare la resistenza sunnita in Siria, muovendo il centro del potere in direzione di forze moderate con l’Esercito Siriano Libero (FSA). Oltre al supporto aereo i peshmerga hanno bisogno anche di artiglieria e di mezzi corazzati per fronteggiare i blindati e gli altri armamenti pesanti catturati dall’ISIL all’esercito iracheno.
  3. In passato il governo degli Stati Uniti, in accordo con lo Stato Maggiore turco, non ha fornito tali armi pesanti ai peshmerga per la preoccupazione che finissero nelle mani di ribelli curdi all’interno della Turchia. La situazione attuale in Iraq, per non parlare del contesto politico in Turchia, rende obsoleta questa politica. Anche questi equipaggiamenti possono essere aerotrasportati direttamente nella zona del KRG.
  4. Armati di equipaggiamenti appropriati e collaborando con i consiglieri statunitensi i peshmerga possono attaccare l’ISIL con un’offensiva coordinata appoggiata dall’aria. Questo sforzo costituirà una sorpresa per l’ISIL, i cui leader credono che noi ci limiteremo sempre a bombardamenti mirati, e lo indebolirà sia in Iraq sia all’interno della Siria. Al tempo stesso dovremmo tornare a piani per fornire al FSA, o a qualche gruppo di forze moderate, equipaggiamenti che consentiranno loro di far fronte a un ISIL indebolito e di incrementare operazioni contro il regime siriano. Questo intero sforzo andrebbe condotto con un basso profilo, evitando le massicce operazioni militari tradizionali che sono le soluzioni temporanee migliori. Mentre questa operazione militare/paramilitare procede dobbiamo usare i nostri mezzi diplomatici e più tradizionali dei servizi d’informazione per esercitare pressioni sui governi di Qatar e Arabia Saudita, che stanno offrendo sostegno finanziario e logistico clandestino all’ISIL e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione. Questo sforzo sarà rafforzato dall’impegno accentuato nel KRG. I qatariani e i sauditi saranno messi in condizioni di equilibrare la politica tra la loro continua competizione per dominare il mondo sunnita e le conseguenze di una seria pressione statunitense. Nella stessa ottica la minaccia operazioni simili, realistiche, statunitensi servirà ad assistere forze moderate in Libia, Libano e persino in Giordania, dove gli insorti sono sempre più affascinati dal successo dell’ISIL in Iraq.
  5. [Apparentemente omesso – n.d.t.]
  6. Alla fine la situazione in Iraq è semplicemente l’esempio più recente e più pericolo della ristrutturazione regionale che sta avendo luogo in tutto il Nord Africa, lungo tutto il percorso fino al confine turco. Questi sviluppi sono importanti per gli Stati Uniti per motivi che spesso cambiano da paese a paese: energia e impegno morale in Iraq, temi energetici in Libia e impegno strategico in Giordania. Al tempo stesso mentre la Turchia si sposta a una nuova, più seria realtà islamica, sarà importante che si renda conto che siamo disposti a intraprendere azioni gravi, che possono essere sostenute per proteggere i nostri interessi nazionali. Questo corso d’azione offre un potenziale di successo, rispetto a campagne militari tradizionali su larga scala, che sono troppo costose e problematiche da mantenere nel tempo.
  7. (Nota: una fonte di Tripoli ha affermato riservatamente che quando l’ambasciata statunitense è stata evacuata, la presenza di due caccia della marina USA sulla città ha indotto i combattimenti a un fermo per diverse ore, poiché le forze islamiste non erano certe che tali velivoli non fornissero anche sostegno a terra a forze governative moderate.)
  8. Se non operiamo i cambiamenti necessari per rendere più realistica la nostra politica della sicurezza nella regione, c’è un pericolo reale che veterani dell’ISIL si spostino in altri paesi per agevolare le operazioni di forze islamiste. Questo sta già succedendo in Libia e in Egitto, dove i combattenti tornano dalla Siria per collaborare con forze locali. L’ISIL è solo l’esempio più recente e più violento di questo processo. Se non agiamo per sconfiggerlo in Iraq, si svilupperà qualcosa di ancor più violento e più pericoloso. Operazioni militari riuscite contro queste forze molto irregolari ma determinate possono essere portate a compimento solo utilizzando risorse di operazioni speciali/clandestine, in coordinamento con la forza aerea e con alleati locali consolidati. C’è, sfortunatamente, una stretta finestra di opportunità in questo problema, poiché dobbiamo agire prima che lo stato dell’ISIL divenga meglio organizzato e si estenda al Libano e alla Giordania.
  9. (Nota: E importante tener presente che in conseguenza di questa politica ci saranno probabilmente preoccupazioni nelle regioni sunnite dell’Iraq e nel Governo Centrale riguardo alla possibile espansione del territorio controllato dal KRG. Con consiglieri presso il comando peshmerga possiamo rassicurare le parti interessate che, in cambio di un’accresciuta autonomia, il KRG non escluderà il Governo iracheno dalla partecipazione alla gestione dei campi petroliferi attorno a Kirkuk e della centrale idroelettrica della diga di Mosul. Al tempo stesso saremo in grado di collaborare con i peshmerga mentre incalzano l’ISIL in aree contestate nella Siria orientale, coordinandosi con truppe del FSA che possono muovere contro l’ISIL dal nord. Questo assicurerà che Bashar al Assad non otterrà un vantaggio da queste operazioni. Infine, mentre oggi risulta che gli Stati Uniti stanno valutando un piano per offrire contrattisti come consulenti al ministero della difesa iracheno, saremo in condizioni di coordinare più efficacemente i peshmerga e l’esercito iracheno).

Fonte: https://wikileaks.org/podesta-emails/emailid/3774

 

 

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One thought on “Gli alleati degli Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar, stanno finanziando l’Isis

  1. attilio cotroneo il said:

    Solo un nemico pregiudizievole degli USA avrebbe potuto sostenere solo pochi anni fa che Sauditi, Israele e simili potessero condizionare le scelte di politica estera e strategia militare di Whashington ed ora ciò sembra persino banale nella sua ovvietà.