Lotte globali per il dominio

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Lotte globali per il dominio

Di Noam Chomsky e CJ Polychroniou

18 agosto 2016

L’ISIS ha preso piede in Europa? La Turchia di Erdogan è in procinto di fare un grosso spostamento geopolitico che cambierà l’equilibro del potere in una delle regioni più instabili del mondo? La NATO e gli Stati Uniti stanno andando verso la pace o la guerra con la Russia? In questa recentissima intervista esclusiva per Truthout, Noam Chomsky ci offre opinioni uniche su questi argomenti, contestando le narrazioni prevalenti su ciò che accade ora nel mondo.

CJ Polychroniou: L’ascesa dell’ISIS (noto anche come Daesh o ISIL) è un diretta conseguenza dell’invasione e dell’occupazione americana dell’Iraq e oggi rappresenta di gran lunga la più brutale e pericolosa organizzazione terrorista che abbiamo visto in tempi recenti. Sembra anche che i suoi tentacoli siano arrivati oltre i “buchi neri” creati dagli Stati Uniti in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan e che abbiano preso piede in Europa, fatto riconosciuto di recente organizzati o ispirati dell’ISIS sono avvenuti ogni 48 ore in città in paesi diversi da quelli summenzionati, fin dal giugno 2016. Perché paesi come la Germania e la Francia sono diventato obiettivi dell’ISIS?

Noam Chomsky: Penso che dobbiamo essere cauti quando interpretiamo le rivendicazioni dell’ISIS riguardo alla loro responsabilità degli attacchi terroristici. Considerate il peggiore di quelli recenti, a Nizza. E’ stato discusso da Akbar Ahmed, uno degli analisti più attenti e acuti dell’Islam radicale. In base alle prove disponibili, che il perpetratore dell’attacco, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, probabilmente era “non un musulmano devoto. Aveva precedenti penali, beveva alcolici, mangiava carne di maiale, si drogava, non digiunava, non  pregava e non frequentava regolarmente la moschea e non era affatto religioso. Era crudele con sua moglie che lo aveva lasciato. Questo non è quello che molti musulmani solitamente considerano un riflesso della loro fede, in particolare coloro che si considerano osservanti per quanto concerne la religione.” L’ISIS si è attribuita (in ritardo) “il merito” dell’attacco, come fa regolarmente, indipendentemente dai fatti, ma Ahmed considera altamente dubbia la rivendicazione, in questo caso. Riguardo a questo e ad altri attacchi simili, egli conclude che “la realtà è che, mentre l’ISIS può influenzare questi Musulmani in modo generale, la loro ostilità proviene dalla loro posizione di immigrati indesiderati in Europa, specialmente in Francia, dove sono ancora non trattati come francesi, sebbene siano nati lì. La comunità nel suo insieme ha una popolazione sproporzionata di giovani disoccupati con scarsa istruzione e alloggi miseri ed è costantemente bersaglio di umiliazione culturale. Non è una comunità integrata,  alcune onorevoli eccezioni. Da questa provengono i giovani uomini come Lahouaiej Bouhlel. Il modello di piccolo delinquente si può osservare  negli altri recenti attacchi terroristici in Europa, compresi quelli a Parigi e a Bruxelles.

L’analisi di Ahmed corrisponde a quella di altri che hanno fatto indagini estese su chi viene reclutato per l’ISIS, in particolare Scott Atran e il suo gruppo di ricerca. E penso che debba essere presa seriamente, insieme alle sue indicazioni che sono vicine anche a quelle di altri esperti analisti: “fornire alla comunità musulmana opportunità formative e lavorative, programmi per i giovani, e promuovere l’accettazione, la diversità e la comprensione. C’è molto che i governi possono fare per fornire preparazione linguistica, culturale e religiosa per la comunità che contribuiranno a risolvere, per esempio, il problema degli imam stranieri che hanno difficoltà a trasferire il loro ruolo di guide nella società locale.”

Soltanto per fare un esempio del problema da affrontare, Atran fa notare che “soltanto il 7%//8% della popolazione francese è musulmana, mentre il 60/70% della popolazione carceraria è musulmana.” Vale la pena di prendere nota di un recente rapporto del Consiglio Nazionale della Ricerca che ha rilevato che “rispetto al contesto politico, il terrorismo e il pubblico che lo sostiene sembra essere incoraggiato da modi di estrema repressione politica e scoraggiate da politiche che includono in modo responsabile sia i dissidenti che i gruppi moderati nella società civile e nel processo politico.

E’ facile dire: “Reagiamo con violenza” – cioè repressione della polizia, bombardarli a tappeto per farli entrare nel dimenticatoio (Ted Cruz), ecc. – proprio quello che al-Qaida e l’ISIS hanno sperato e che probabilmente intensificherà i problemi, come, di fatto, è accaduto fino adesso.

Qual è lo scopo dell’ISIS quando prende di mira civili innocenti, come nel caso dell’attacco nella città di mare di Nizza, in Francia, dove sono state uccise 84 persone?

Come ho detto, dovremmo, penso, essere cauti sulle rivendicazioni e le accuse  dell’iniziativa dell’ISIS, o anche il suo coinvolgimento. Quando però sono coinvolti in tali atrocità, la strategia è abbastanza chiara. Analisti attenti ed esperti dell’ISIS e di insorgenze violente (Scott Atran, William Polk e altri) generalmente tendono a prendere in parola l’ISIS. Talvolta citano il “programma” in cui viene esposto il nocciolo della strategia usata dall’ISIS, scritta un decennio fa dall’ala Mesopotamica del gruppo affiliato ad al-Qaida che poi si trasformò in ISIS.

Ecco i due primi assiomi (citazione presa da un articolo di Atran):

[Assioma 1: ] – Colpire i bersagli facili: ‘Diversificate e ampliate gli attacchi     vessatori contro il nemico Criciato-Sionista in ogni luogo del mondo islamico, e anche fuori da questo, se possibile, in modo da diffondere gli sforzi dell’alleanza del nemico e così drenarne le forze il più possibile.’

[Assioma 2:] Attaccate quando le vittime potenziali hanno abbassato la guardia per poter massimizzare la paura nella popolazione comune e prosciugare le loro economie: ‘Se viene colpita una località turistica che i Crociati proteggono, …tutte le località turistiche in tutti gli stati del mondo dovranno essere messe al sicuro con l’opera di forze aggiuntive che sono il doppio del normale quantità, e con un enorme aumento delle spese.’

E la strategia ha avuto molto successo, sia nel diffondere il terrorismo che nell’imporre grossi costi ai “Crociati” con poca spesa.

E’ stato riferito che in Francia i turisti saranno protetti dalle forze armate e dai soldati nei luoghi di villeggiatura, comprese le spiagge. Quanto di queste novità sono legate alla crisi dei rifugiati in Europa, dove milioni di persone hanno  continuato ad arrivare negli scorsi due anni da regioni devastate dalla guerra in tutto il mondo?

E’ difficile da giudicare. I crimini in Francia non si fanno risalire ai rifugiati recenti, per quanto ho visto. Sembra piuttosto che siano casi più simili a quello di Lahouaiej Bouhlel. C’è però una grande paura dei rifugiati, molto al di là di qualsiasi prova che li colleghi al reato. Più o meno lo stesso sembra che sia vero negli Stati Uniti, dove la retorica di stile Trump sul fatto che il Messico ci mandi criminali e violentatori, indubbiamente spaventa le persone, anche se le limitate prove statistiche indicano che “gli immigrati di prima generazione sono predisposti verso tassi minori di criminalità rispetto a coloro che sono nati in America,” come viene riferito da Michelle Ye Hee Lee sul Washington Post.

In che misura direbbe che la Brexit è stata motivata dalla xenofobia e dal massiccio flusso di immigrati in Europa?

Ci sono stati tanti servizi che davano quell’impressione, ma ho visto a malapena dei dati. E vale la pena ricordare che l’afflusso di migranti è dall’UE, non sono  quelli che fuggono dai conflitti. Vale anche la pena ricordare che la Gran Bretagna ha avuto un ruolo non di poco conto nel “creare” immigrati: l’invasione dell’Iraq, tanto per fare un esempio; molti altri, se consideriamo una maggiore profondità storica Il peso di affrontare le conseguenze dei crimini di Stati Uniti e Regno Unito, ricadono principalmente sui paesi che non hanno avuto responsabilità per loro, come il Libano, dove si stima che circa il 40% della popolazione sia costituita da immigrati.

Gli Stati Uniti e le maggiori potenze occidentali sono realmente impegnate in una guerra contro l’ISIS? Questo sembrerebbe dubbio a un osservatore esterno, data la crescente influenza dell’ISIS e la continua abilità dell’organizzazione di reclutare soldati per la sua causa dall’interno dell’Europa.

Ipotesi a questo scopo sono   dilaganti   in Medio Oriente, ma non penso cha abbiano alcuna credibilità. Gli Stati Uniti sono potenti, mano onnipotenti. C’è la tendenza ad attribuire tutto quello che avviene nel mondo, alla CIA o a qualche diabolico piano dell’Occidente.  Ci sono un sacco di cose da condannare duramente. E gli Stati Uniti sono davvero potenti, ma per nulla ciò che spesso si crede.

Sembra che nel ruolo politico regionale della Turchia ci sia in corso uno spostamento geopolitico, che potrebbe essere stato la causa ultima dietro il fallito colpo di stato del luglio 2016. Lei rileva questo cambiamento?

C’è stato certamente un cambiamento nella politica regionale rispetto alla “Politica con zero problemi” dell’ex Primo Ministro turco Davutoğlu, ma questo accade perché i problemi abbondano. Lo scopo di diventare una potenza regionale, talvolta descritta come neo-Ottomana, sembra continuare se non anche accelerare. Le relazioni con l’Occidente stanno diventando più tese dato che il governo di Erdogan continua la sua forte deriva verso un dominio autoritario, con misure repressive estreme. Questo, naturalmente, spinge la Turchia a cercare alleanze altrove, specialmente con la Russia. La prima visita di Erdogan dopo il golpe è stata Mosca, per ripristinare “l’asse di amicizia tra Mosca e Ankara” (nelle sue parole) come era prima che la Turchia abbattesse un jet russo nel novembre 2015 quando presumibilmente attraversò il confine turco per pochi secondi, durante una missione di bombardamenti in Siria. Sfortunatamente, c’è pochissima opposizione da parte dell’Occidente all’escalation violenta e brutale di atrocità contro la popolazione curda nel sudest del paese che secondo alcuni osservatori si stanno avvicinando agli orrori degli anni ’90. In quanto al colpo di stato, il suo contesto per ora rimane oscuro. Non conosco prove del fatto che i cambiamenti nella politica regionale vi abbaino svolto un ruolo.

Il colpo di stato contro Erdogan ha assicurato il consolidamento di un regime estremamente autoritario in Turchia: Erdogan ha fatto arrestare migliaia di persone e ha fatto chiudere gli organi di stampa, le scuole e le università in seguito al golpe. Gli effetti di questo potrebbero, di fatto, perfino rafforzare il ruolo dei militari negli affari politici, dato che andranno sotto il controllo diretto dello stesso presidente, mossa che Erdogan ha già cominciato. In che modo questo influenzerà le relazioni della Turchia con gli Stati Uniti e le potenze europee, data la presunta preoccupazione di queste ultime per i diritti umani e la democrazia all’interno della Turchia e per la ricerca di Erdogan di più stretti legami con Putin?

La parola giusta è “presunta.” Durante gli anni ’90, il governo turco compiva atrocità spaventose, prendendo di mira la popolazione curda – diecine di migliaia di persone uccise, migliaia di villaggi e di città distrutte, centinaia di migliaia (forse milioni) cacciati dalla loro case, ogni immaginabile forma di tortura. L’ottanta per cento delle armi arrivava da Washington, e aumentava con l’aumentare delle atrocità. Nel solo anno 1997, quando le atrocità raggiunsero il culmine, mandò una quantità di armi maggiore della loro somma totale (inviate in Turchia) durante tutta l’era post-bellica fino all’inizio della campagna di contro insorgenza. I media hanno praticamente ignorati tutto. Il New York Times aveva  un ufficio ad Ankara, ma non riferì  quasi nulla. Naturalmente i fatti erano ampiamente noti in Turchia e altrove a coloro che si prendevano la pena di guardare. Ora che le atrocità stanno di nuovo raggiungendo l’apice, come ho detto, l’Occidente preferisce guardare altrove.

Cionondimeno, le relazioni tra il regime di Erdogan e l’Occidente stanno diventando più tese e c’è una grande rabbia contro l’Occidente tra i sostenitori di Erdogan a causa degli atteggiamenti occidentali verso il golpe (blanda critica, ma troppo per il regime). Infatti c’è un’ampia convinzione che gli Stati Uniti abbiano dato il via al colpo di stato.

Gli Stati Uniti sono anche condannati per aver chiesto le prove prima di estradare Gulen che Erdogan incolpa per il golpe. Non c’è poca ironia in questo. Ci possiamo ricordare che gli Stati Uniti avevano bombardato l’Afghanistan perché i Talebani avevano si erano rifiutati di consegnare Osama bin Laden senza prove. Oppure prendiamo il caso di [Emmanuel “Toto”] Constant, il capo della forza terrorista FRAPH (Front for the Advancement and Progress of Haiti – Fronte per l’avanzata e il progresso di Haiti) che  dilagava  ad Haiti quando governava la dittatura militare all’inizio degli anni’90. Quando la giunta fu rovesciata da un’invasione di marine, scappò a New York dove viveva in maniera confortevole. Haiti voleva che venisse estradato e aveva prove più che sufficienti. Clinton però, si rifiutò e molto probabilmente perché Constant avrebbe rivelato i legami di Clinton con la giunta militare assassina.

Il recente accordo sulla migrazione tra la Turchia e l’UE sembra si stia sgretolando, dato che  Erdogan è arrivato perfino a dire pubblicamente che “i leader europei non si stanno dimostrano onesti”. Quali potrebbero essere le conseguenze per le relazioni tra Turchia ed UE, e per gli stessi rifugiati, se l’accordo dovesse sfasciarsi?

Fondamentalmente, l’Europa ha dato una tangente alla Turchia per impedire che gli infelici rifugiati molti dei quali scappano dai reati per i quali l’Occidente non ha poca responsabilità, raggiungano l’Europa. E’ simile agli sforzi di Obama di affidarsi al sostegno del Messico per impedire che i rifugiati del Centro America, spesso certamente vittime delle politiche statunitensi, comprese quelle dell’Amministrazione Obama, raggiungano il confine con gli Stati Uniti. E’ moralmente mostruoso, ma meglio che lasciarli affogare nel Mediterraneo. Il deterioramento delle relazioni renderà probabilmente anche peggiore il loro calvario.

La NATO, che è ancora un’alleanza militare dominata dagli Stati Uniti, ha di recente aumentato la sua presenza nell’Europa orientale, dato che è decisa a fermare il revival della Russia che crea divisioni tra Europa e Russia. Gli Stati Uniti stanno cercando un conflitto militare con la Russia, o queste mosse sono motivate dalla necessità di mantenere intatto il complesso militare-industriale in un mondo da dopo Guerra Fredda?

La NATO è certamente un’alleanza militare dominata dagli Stati Uniti. Quando crollò l’Unione Sovietica, Michail Gorbaciov propose un sistema di sicurezza per tutto il continente che gli Stati Uniti rifiutarono, insistendo sul conservare la NATO ed espanderla. Gorbaciov accettò di permettere che la Germania unificata entrasse nella NATO, una concessione notevole, alla luce della storia. Ci fu, tuttavia, una contropartita: la NATO non doveva espandersi di “un centimetro a est”, intendendo la Germania Est. Questo fu promesso dal presidente Bush padre e dal Segretario di Stato James Baker, ma non per iscritto; fu un impegno verbale, e in seguito gli Stati Uniti sostennero che significava che non era vincolante.

Attente ricerche di archivio condotte da Joshua R. Itzkowitz Shifrinson, pubblicate la primavera scorsa dalla prestigiosa rivista International Security, edita da Harvard e dal MIT rivela molto plausibilmente che questo era stato un inganno intenzionale, una scoperta molto significativa che sostanzialmente risolve penso, dispute erudite sull’argomento. La NATO si allargò alla Germania Est e negli ultimi anni al confine russo. Questi piani furono aspramente condannati da George Kennan e da altri opinionisti molto rispettati perché era molto probabile che portassero a una nuova Guerra Fredda, dato che la Russia, naturalmente, si sentiva minacciata. La minaccia divenne più grave quando la NATO, nel 2008 e nel 2013 invitò l’Ucraina a entrare. Come riconoscono gli analisti occidentali, questo estende la minaccia al nucleo delle preoccupazioni strategiche della Russia, argomento discusso, per esempio, da John Mearsheimer nell’articolo principale nell’importante rivista dell’establishment, Foreign Affairs.

Non credo, tuttavia, che lo scopo sia di fermare la rinascita  della Russia o di mantenere intatto il complesso militare-industriale. E gli Stati Uniti non vogliono certamente un conflitto militare che distruggerebbe entrambe le parti (e il mondo). Penso, piuttosto, che sia lo sforzo normale di una grande potenza estendere il suo dominio globale. Accresce, però la minaccia di una guerra, anche solo involontariamente, come George Kennan e altri hanno avvertito in modo preveggente.

Secondo lei, un guerra nucleare tra gli Stati Uniti e la Russia rimane una possibilità molto reale nel mondo attuale?

Una possibilità molto reale che, di fatto sta aumentando. Non è soltanto un mio giudizio, ma è anche quello di esperti che hanno caricato l’Orologio dell’Apocalisse, https://it.wikipedia.org/wiki/Orologio_dell%27apocalisse, dell’ex Segretario alla Difesa, William Perry, uno degli esperti con maggior esperienza e più rispettati in questi argomenti; e numerosi altri che  non sono affatto allarmisti. La documentazione dei quasi incidenti che avrebbero potuto essere finali, è impressionante, per non parlare di un avventurismo molto pericoloso. E’ quasi un miracolo che siamo sopravvissuti all’era delle armi nucleari, e giocare col fuoco è da irresponsabili fino all’eccesso. Queste armi dovrebbero essere tolte dalla terra, come riconoscono anche molti degli analisti più conservatori: Henry Kissinger, George Shultz e altri.

CJ Polychroniou è uno studioso di politica e di economia politica che insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi  nel campo della ricerca  sono: l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico-economico del neo-liberalismo. Collabora regolarmente con Truthout ed è anche membro del Truthout Public Intellectual Project. Ha pubblicato diversi libri e i suoi articoli sono apparsi su una serie di periodici, riviste, quotidiani e su famosi siti web di informazione.  Molte delle sue pubblicazioni sino state tradotte in molte lingue straniere tra le quali: croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/global-struggles-for-dominance/

Originale: Truthout

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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Un commento su “Lotte globali per il dominio

  1. attilio cotroneo il said:

    Credo che molti eventi attuali non possano essere sempre pianificati da chi li mette in essere. In una parola, la fuga di notizie e le strategie sono oggi molto più fluide e quindi dovremmo allenare la nostra capacità di analisi più che rifugiarci in dietrologie.

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