Un’anticipazione del film: L’imminente guerra tra America e Cina

Redazione 22 luglio 2016 1
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Un’anticipazione del film: L’imminente guerra tra America e Cina

Di John Pilger, Maki Sunagawa e Daniel Broudy

20 luglio 2016

John Pilger è un giornalista, regista di documentari e scrittore noto in tutto il mondo. Ha ottenuto due volte il più importante premio della Gran Bretagna per il giornalismo. I suoi film hanno ottenuto premi televisivi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Due dei suoi documentari, sulla Cambogia e su Timor Est, sono  valutati come i più importanti del 20° secolo. The Coming war between America and China [La Guerra imminente tra America e Cina] è il suo 60° film.

Daniel Broudy: Lei sta completando il lavoro per il suo più recente progetto il cui titolo sembra che possa anche scatenare sensazioni di notevole paura. La Guerra imminente, forse è d’accordo, è abbastanza “forte”. Ci può descrivere l’impulso per questo particolare sguardo agli eventi mondiali, specialmente quando li vede in svolgimento nell’Asia Orientale?

John Pilger: Il film raccoglie il tema di gran parte della mia opera. Si prefiggerà di spiegare in che modo il grande potere si impone alla gente e si maschera, e i pericoli che richiama. Questo film tratta degli Stati Uniti – non più sicuri del loro dominio – che riaccendono la Guerra Fredda che è iniziata di nuovo su due fronti – contro la Russia e contro la Cina. Mi concentro sulla Cina in un film sull’Asia del Pacifico. E’ ambientato nelle Isole Marshall (fanno parte dell’Oceania, n.d.t.) dove gli Stati Uniti avevano fatto esplodere 67  bombe nucleari, tra il 1946 e il 1958, lasciando quella parte di mondo gravemente danneggiata, in termini umani e ambientali. Questo  assalto alle Marshall continua. Sull’isola più grande, Kwajalein, c’è un’importante base clandestina degli Stati Uniti, denominata Ronald Reagan Test Facility, (Impianto per i test nucleari Ronald Reagan), istituita negli anni ’60 – come chiarisce l’archivio che stiamo usando – “per combattere la minaccia che arriva dalla Cina.”

Il film dimostrerà che la resistenza nell’isola Okinawa era stata notevole, efficace e poco conosciuta nel mondo in generale. Okinawa ha 32 installazioni militari  statunitensi.

Il cielo è spesso pieno di velivoli militari; l’assoluta arroganza di un occupante è una presenza fisica quotidiana. Okinawa è grande quasi quanto Long Island. Immaginate

un’affollata base cinese proprio accanto a New York.

Ho filmato nell’Isola Jeju, al largo dell’estremità meridionale della Corea, dove era accaduto qualcosa di molto simile. Gli abitanti dell’isola cercarono di fermare la costruzione di una base importante e provocatoria, a circa 645 km da Shangai. La marina sudcoreana la terrà pronta per gli Stati Uniti.

E’ davvero una base americana dove i caccia torpedinieri Aegis Class ormeggeranno a fianco di sottomarini nucleari –proprio accanto alla Cina. Come Okinawa, Jeju ha una storia di invasione, di sofferenza e di resistenza.

In Cina, ho deciso di concentrarmi su Shangai che ha visto così tanta storia e tanti tumulti violenti, e moderni ripristini. Mao e i suoi compagni fondarono lì il Partito Comunista Cinese il 1° luglio 1921. La casa dove si incontrarono in segreto è circondata dai simboli del consumismo: una caffetteria della catena  Starbucks è direttamente di fronte. Le ironie della Cina attuale riempiono gli occhi.

La parte finale del film è ambientata negli Stati Uniti, dove ho intervistato coloro che

pianificano  e fanno una guerra usando le strategie  di un gioco di guerra con la Cina, e coloro che ci mettono in guardia dai pericoli. Ho incontrato delle persone notevoli: Bruce Cummings, lo storico il cui libro più recente sulla Corea affronta una storia segreta, e David Vine, la cui opera completa sulle basi militari statunitensi è stata pubblicata l’anno scorso. Ho filmato un’intervista al Dipartimento di Stato con il Vice Segretario di Stato per l’Asia e il Pacifico, Daniel Russell, che ha detto che gli Stati Uniti “non si occupavano più delle basi militari.” Gli Stati Uniti hanno circa 5.000 basi – 4.000 negli Stati Uniti e quasi mille in ogni continente. Raggruppare tutto, trovarne il senso, rendere la maggior giustizia possibile a ognuno, è il piacere e la sofferenza di fare un film. Quello che spero comunicherà questo mio lavoro è che ci sono grandi rischi che non sono stati riconosciuti. Devo dire che è stata quasi una cosa dell’altro mondo essere stare negli Stati Uniti durante una campagna elettorale che non si occupa di nessuno di questi rischi.

Questo non è del tutto corretto. Donald Trump ha assunto quello che sembra un interesse passeggero. Stephen Cohen, il famoso esperto individuato questo, facendo notare che Trump ha chiarito che vuole avere rapporti amichevoli con la Russia e con la Cina. Hillary Clinton ha attaccato Trump per questo. Tra l’altro, lo stesso Cohen è stato trattato male per aver fatto capire che Trump non è un maniaco omicida riguardo alla Russia. Da parte sua, Bernie Sanders è stato zitto e, in ogni caso, ora sta dalla parte della Clinton. Come dimostrano le sue email, Hilllary sembra che voglia distruggere la Siria allo scopo di proteggere il monopolio nucleare di Israele. Ricordatevi che cosa ha fatto alla Libia e a Gheddafi. Nel 2010, quando era Segretario di stato, trasformò la disputa regionale sul Mar Meridionale della Cina, in una disputa dell’America. La elevò a problema internazionale, fino un punto critico. L’anno seguente, Obama annunciò il suo “perno in Asia”, che in gergo indica il più grosso accumulo di forze militari statunitensi in Asia fin dalla Seconda Guerra Mondiale. L’attuale Segretario alla Difesa, Ash Carter, ha di recente annunciato che missili  e uomini saranno di base nelle Filippine, di fronte alla Cina. Questo avviene mentre la NATO continua il suo strano accumulo di truppe  in Europa, proprio ai confini con la Russia. Negli Stati Uniti, dove i media in tutte le loro forme sono onnipresenti, e la stampa è per natura la più libera del mondo, non c’è alcuna discussione a livello nazionale, non parliamo poi di dibattito, riguardo a questi programmi. In un certo senso, lo scopo del mio film è di contribuire a rompere il silenzio.

Daniel Broudy: E’ piuttosto sorprendente vedere che i due maggiori candidati democratici in pratica non abbiano detto e nulla di consistente sulla Russia e la Cina, su che cosa stanno facendo gli Stati Uniti; come lei ha detto, è un’ironia che Trump, che è un uomo di affari, parli in questo modo della Cina.

John Pilger: Trump è imprevedibile, ma ha affermato chiaramente che non ha nessun desiderio di andare in guerra con la Russia e la Cina. A un certo punto ha perfino detto che  sarebbe  perfino neutrale riguardo al Medio Oriente. E’un’eresia e ha fatto marcia indietro su questo. Stephen Cohen ha detto di essere stato attaccato soltanto per aver pronunciato le osservazioni di Trump. Di recente ho scritto qualcosa di analogo e ho sconvolto un sub-strato di media sociali.

Maki Sanagawa: Vorrei passare a parlare di una parte del suo lavoro che tratta di fatti attuali. Nel suo film “Stealing a Nation” [Rubare una nazione], Charlesia Alexis parla dei suoi più cari ricordi dell’isola di Diego Garcia, facendo notare che: “Potevamo mangiare qualsiasi cosa, non ci mancava mai nulla e non compravamo mai nulla, tranne i vestiti che avevamo addosso.” Queste parole mi ricordano i luoghi tranquilli e intatti e le culture di tutto il mondo che esistevano prima che le classiche tecniche di colonizzazione fossero applicate ai popoli e agli ambienti indigeni. Potrebbe descrivere un po’ più i dettagli che ha scoperto durante la sua ricerca su Diego Garcia che spieghino i fatti riguardanti questa forza insidiosa che sopportiamo ancora oggi?

John Pilger: Quello che è accaduto agli abitanti di Diego Garcia è stato un crimine epico. Sono stati espulsi tutti, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La vita che lei ha appena descritto, quella di Charlesia, è stata distrutta di proposito. Fin dalla loro espulsione, iniziata negli anni ’70, gli abitanti delle Isole Chagos hanno organizzato una resistenza infaticabile. Come lei fa capire, la loro storia rappresenta quella del popolo indigeno in tutto il mondo. In Australia gli Indigeni sono stati espulsi dalle loro comunità e trattati in modo violento. In Nord America, c’è una storia analoga. Gli Indigeni sono molto minacciosi per le società dei coloni; rappresentano, infatti,  un’altra vita, un altro modo di vedere; forse accettano la superficie del nostro modo di vita, spesso con tragici risultati, ma il loro senso di se stessi non è prigioniero. Se noi “modernisti” fossimo tanto intelligenti quanto crediamo di essere, impareremmo da loro. Invece preferiamo il conforto apparente della nostra ignoranza e del nostro pregiudizio. Ho avuto molto a che fare con gli Indigeni australiani. Ho fatto molti film su di loro e sui loro oppressori e ammiro la loro resistenza e la loro capacità di ripresa. Hanno molto in comune con gli isolani di Diego Garcia.

Certamente l’ingiustizia e la crudeltà sono simili: gli abitanti delle Chagos sono stati indotti con l’inganno e intimiditi per costringerli a lasciare la loro terra natia. Per terrorizzarli al punto di andarsene, le autorità coloniali britanniche uccisero i loro amati cani, misero gli abitanti su un vecchio cargo che aveva un carico di feci di uccelli, e li scaricarono nei quartieri poveri delle Isole Mauritius e delle Seychelles. Questo orrore è descritto con dettagli di tono quasi sprezzante nei documenti ufficiali. Uno di questi, scritto dal legale del Ministero degli Esteri, è intitolato: “Avallare la finzione.” in altre parole: in che modo    una grossa bugia. Il governo britannico mentì alle Nazioni Unite dicendo che gli abitanti delle Chagos  erano “lavoratori  con contratto a tempo determinato”. Dopo che gli isolani furono espulsi, le isole furono aerografate in un documento del Ministero della Difesa si è perfino dichiarato che non c’era mai stata una popolazione.

E’ stato un quadro grottesco di moderno imperialismo: una parola, tra paretesi, cancellata quasi con successo dal dizionario. Poche settimane fa, i Chagossiani, si sono visti rifiutare il loro appello alla Suprema Corte Britannica. Avevano fatto ricorso contro una decisione della Camera dei Lord del 2009 che rifiutava loro il diritto di andare in patria, anche se una serie di sentenze dell’Alta Corte aveva già preso una decisione in loro favore. Quando la magistratura britannica è chiamata a decidere a favore o dei diritti umani o di quelli di una grande potenza, la sua decisone può essere quasi puramente politica.

Daniel Broudy:  Avendo sentito, nei due decenni passati, la gente che parlava della grande bellezza di Diego Garcia e delle stupefacenti attività di svago riservate a chiunque sia abbastanza fortunato da essere destinato o assegnato temporaneamente lì, sono colpito costantemente dall’ignoranza ostinata di coloro che si interessano saltuariamente e allegramente impassibili,  alla storia dell’isola. Forse sono i media che molta gente consuma, che hanno la loro parte nel creare questa consapevolezza distaccata. La linea netta che una volta separava la pubblicità commerciale per i civili e le pubbliche relazioni militari, sembra essere effettivamente sparita in queste comunicazioni di massa. Oggi le pubblicazioni civili hanno titoli, tipo: Le migliori classificate tra le città delle basi militari di oltremare. L’autore di un recente articolo fa notare che i membri del servizio ammettono il loro sogno di “vedere il mondo” come ragione principale che motiva il loro servizio militare. Mi chiedo se il sistema attuale permetta, incoraggi a considerare se stesso una specie di viaggiatore cosmopolita e che, quindi aiuti a sviluppare in sé un senso superficiale di mondo più ampio che nasconde anche realtà e storie orribili come quelle di Diego Garcia che sono nascoste alla vista. Pensa che forse il processo di commercializzare e di rendere attraenti queste attività militari abbiano avuto una certa parte nel mantenere il sistema globale delle basi?

John Pilger: Per convincere dei giovani e delle giovani a entrare come volontari nell’esercito si deve offrire loro il tipo di sicurezza che non otterrebbero in tempi economici difficili e si deve farla apparire come un’avventura. Si deve aggiungere a

questo anche una propaganda di patriottismo sciovinista. Le basi militari sono come delle piccole Americhe; si può stare oltremare in climi esotici, ma non realmente; è una vita virtuale. Quando si incontrano casualmente dei “locali”, si può supporre che l’avventura in cui vi trovate comprenda il permesso di trattarli male: non fanno parte della piccola America, quindi si possono maltrattare. Gli abitanti di Okinawa lo sanno fin troppo bene.

Ho guardato degli interessanti filmati di archivio riguardanti una delle basi a Okinawa. La moglie di uno dei soldati di base lì, mi ha detto: “Cerchiamo di andare  fuori una volta al mese per mangiare il cibo locale e avere un’idea di dove siamo.” L’anno scorso, quando siamo partiti in aereo dalle Isole Marshall, la mia troupe ed io siamo passati dal Sito per i test missilistici, Ronald Reagan, situato sull’atollo di Kwajelein. E’ stata un’esperienza kafkiana. Ci hanno preso le impronte digitali, ci hanno registrato le iridi, ci hanno misurato l’altezza, ci hanno fotografato da tutte le angolazioni. Sembrava che fossimo in stato di arresto. Questa era la porta a una piccola America con il campo da golf e i percorsi per il jogging, e le piste ciclabili, i cani e i bambini. Le persone che annaffiano i campi da golf e che controllano il cloro nelle piscine, provengono da un’isola dall’altra parte della baia, Ebeye, dove vengono trasportati avanti e indietro dai militari. Ebeye è lunga circa 1.600 m. e ci sono 12.000 persone stipate lì; sono profughi fuggiti all’epoca dei test nucleari alle isole Marshall. La fornitura d’acqua e i servizi igienici a malapena funzionano. E’ l’apartheid nel Pacifico. Gli americani che abitano nella base non hanno idea del modo in cui vivono gli isolani. Loro [i membri della comunità militare] fanno barbecue davanti a tramonti tropicali. Qualcosa del genere accadde sull’Isola Diego Garcia. Dopo l’espulsione della gente, i barbecue e lo sci d’acqua hanno potuto iniziare.

A Washington, il vice-segretario di stato che avevo intervistato mi disse che gli Stati Uniti sono realmente anti-imperialisti. Era serio e, probabilmente, sincero, anche se scialbo. Non è eccentrico. Si può dire a persone di levatura accademica negli Stati Uniti: “Gli Stati Uniti hanno il più grande impero che il mondo abbia visto e questo ne è il motivo e la prova.” Non è improbabile che queste parole siano accolte con un’espressione di incredulità.

Daniel Broudy: Alcuni degli argomenti di cui lei parla mi ricordano qualcosa che appresi da precedenti amici del Dipartimento di Stato. C’è sempre il rischio che degli  impiegati del Dipartimento di Stato che vi lavorano o persone che fanno il soldato oltremare si “assimilino alla gente del posto, ”cominciando ad avere un’empatia con persone della popolazione locale.

John Pilger: Sono d’accordo. Quando si stabilisce un’empatia, si rendono conto che forse che tutti i motivi per cui stanno lì, sono delle sciocchezze. Alcune delle persone che dicono la verità nel modo più efficace, sono ex-militari.

Daniel Broudy: Forse le recinzioni, più che tenere gli stranieri [la gente locale] fuori da quell’area [all’interno] devono ricordare alle persone all’interno della linea di recinzione che c’è una barriera e che talvolta non viene permesso di superarla.

John Pilger: Sì, si tratta di “loro e noi.” Se si va fuori della linea della recinzione, c’è sempre il rischio di arrivare a una certa comprensione di un’altra società. Questo può provocare domande sul perché la base sia lì, ma non accade spesso perché un’altra linea di recinzione percorre la consapevolezza militare.

Maki Sunagava: Quando ripensa ai siti che ha esplorato a Okinawa o quando ha    fatto delle riprese per questo progetto, quali sono alcuni dei ricordi indimenticabili e/o sconvolgenti che ha? Ci sono delle scene o delle conversazioni che le sono rimaste dentro?

John Pilger: Bene, ce ne sono parecchi. Mi sono sentito privilegiato ad avere incontrato Fumiko [Shimabukuro], una persona stimolante. Coloro che erano riusciti a far eleggere il Governatore Onaga e ad assicurare la baia di Henoko e il problema di tutte le basi fossero nel programma d’azione giapponese, sono tra le persone di principio più dinamiche che abbia incontrato: fantasiose e gentili.

Ascoltare la madre di uno dei giovani che alla fine è morto per le terribili ferite quando un caccia americano si schiantò contro una scuola a Ishikawa nel 1959, mi ha ricordato bruscamente la paura con cui quelle persone convivono. Un’insegnante mi

disse che non ha mai smesso di guardare con ansia in alto ogni volta che sentiva il ronzio di un aereo al di sopra dell’aula in cui si trovava. Quando stavamo facendo le riprese all’esterno di Camp Schwab, siamo stati (così come gli altri dimostranti) deliberatamente molestati da enormi elicotteri del tipo Sea Stallion, che continuavano a volare sopra di noi. Era un assaggio di quello che gli abitanti d Okinawa avevano dovuto sopportare giorno dopo giorno. Suggerirei ai liberali delle società agiate che si trovano di fronte a delle verità sgradite, spesso si lamentano: “E allora che cosa posso fare per cambiare le cose?” che facciano come gli abitanti di Okinawa: non cedere, andare avanti.

“Resistenza” non è una parola che si sente spesso in Occidente, o che si vede sui media. E’ considerata una parola ‘diversa’ non usta dalle persone educate e rispettabili. E’ una parola difficile da distorcere  e da cambiare. La resistenza che avevo trovato a Okinawa è ispiratrice.

Maki Sunagawa: Sì, suppongo che quando si fa parte di una resistenza, non è così facile vederne bene l’efficacia. E così, spesso, quando faccio ricerca sul campo, intervisto, prendo appunti e scrivo, mi ci vuole un po’ di tempo per fare un passo indietro e guardare più oggettivamente ai dettagli per comprendere la storia più ampia che vedo. Mi chiedo se, durante la fase di montaggio di questo suo nuovo film, lei può parlare di qualsiasi nuova e importante intuizione che ha già avuto mentre la trama si è formata.

John Pilger: Ebbene, fare un film come questo, è davvero un viaggio di scoperta. Si inizia con un abbozzo e un insieme di idee e di ipotesi che ho raccolto, e non si sa mai realmente dove andrà a finire. Non ero mai stato a Okinawa e quindi qui c’erano nuove idee ed esperienze; un nuovo senso della gente, e voglio che il mio film rifletta questo.

Anche le Isole Marshall erano nuove per me. Qui, dal 1946, gli Stati Uniti, ogni giorno per 12 anni hanno testato l’equivalente di una bomba come quella di Hiroshima. Gli abitanti delle Marshall sono ancora trattati come cavie. Vengono sparati  dei missili balistici intercontinentali (IBCM)  dalla California verso le lagune che ci sono sull’Atollo di Kwajelein e intorno ad esso. L’acqua è avvelenata, il pesce non è commestibile. Le persone sopravvivono mangiando porcherie trattate e messe in scatola. Ho incontrato un gruppo di donne sopravvissute ai test nucleari eseguiti attorno agli atolli di Bikini e di Rongelap. Avevano tutte perduto le loro ghiandole tiroidee. Erano donne sulla sessantina. Incredibilmente, erano sopravvissute. Avevano un’indole molto generosa e un tipo macabro di umorismo. Cantavano per noi, ci offrivano doni e ci dicevano che erano contente che fossimo andati a fare il film. Anch’esse fanno parte di una resistenza invisibile.

Maki Sunagawa è una ricercatrice con laurea specialistica presso la Scuola di Specializzazione di Comunicazione Interculturale all’Università di Okinawa. Attualmente sta elaborando un libro basato sulla sua ricerca della propaganda di stato e delle aziende e dei loro usi ed effetti  a Okinawa fin dalla fine della II Guerra Mondiale.

Daniel Broudy è professore di Retorica e di linguistica applicata alla Christian University di Okinawa. Le sue attività di ricerca comprendono l’analisi critica delle rappresentazioni testuali e simboliche del potere che sono prevalenti in una cultura post-industriale. E’ condirettore della rivista Synaestesia: Comunicazione attraverso le culture, e membro di “Veterani per la Pace”. Scrive circa le pratiche del discorso contemporaneo che modellano il pensiero comune.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-preview-of-the-coming-war-between-america-and-china/

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 22 luglio 2016 alle 22:46 -

    Per fare accettare ad un popolo uno stato di guerra permanente attraverso i secoli è necessario uno stordimento mediatico continuo e una forma patologica di pedagogia sociale che crea nemici e convinca di una sorta di superiorità razzista.

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