Crescita economica, cambiamento climatico e capitalismo

Redazione 11 luglio 2016 1
Print Friendly

jurys_out_xmas

di Robin Hahnel e Kevin Young – 9 luglio 2016

Una versione abbreviata di questa intervista è stata pubblicata su Truthout.

Si può avere crescita economica mentre si affronta il cambiamento climatico? In questa intervista l’economista radicale Robin Hahnel sostiene che la sostenibilità economica è perfettamente compatibile con l’aumento del benessere economico. Anche se dobbiamo ridurre drasticamente la materia fisica impiegata e scaricata nell’ambito dell’economia globale [throughput: “flusso fisico entropico che dalla fonte naturale si immette nell’economia e da lì fa ritorno all’ambiente naturale”; fonte letterainternazionale.it/wp-content/uploads/2015/02/daly_92.pdf – n.d.t.], possiamo contemporaneamente migliorare la vita della maggior parte delle persone. Combattere per una forma sostenibile di crescita economica deve essere centrale nel lavoro del movimento per la giustizia climatica.

Si può avere crescita economica riducendo drasticamente al tempo stesso le emissioni di gas serra (GHG)? Molti ambientalisti rispondono con un definitivo ‘no’, sostenendo che dobbiamo limitare la crescita economica o addirittura sottoporci a una decrescita. D’altro canto molti economisti sostengono che è possibile ‘disaccoppiare’ crescita ed emissioni, alimentando la ‘crescita verde’. Chi ha ragione?

Con poche eccezioni gli economisti si sono addormentati sull’acceleratore e sono rimasti del tutto ignari del fatto che il treno della nostra economia stava sfrecciando verso il disastro ambientale. Dunque siamo debitori di un enorme ‘grazie’ agli ambientalisti che hanno fatto risuonare l’allarme e ci hanno avvertito che il genere di crescita economica che siamo andati perseguendo non solo non farà che continuare a danneggiare l’ambiente in una miriade di modi, ma innescherà un cambiamento climatico cataclismico e irreversibile nel giro di pochi decenni se le emissioni di gas serra non saranno ridotte del 90 per cento nel giro dei prossimi trent’anni.

Comunque quelli che indicano che è perfettamente possibile che il benessere economico pro capite cresca indefinitamente pur proteggendo l’ambiente e prevenendo il cambiamento climatico sono nel giusto. Sì. La crescita verde è possibile. E quando i portavoce dei movimenti per il regime stazionario e la decrescita negano che la crescita verde sia possibile, quando affermano che dobbiamo adattarci a un tenore di vita stagnante o persino in declino per evitare il disastro ambientale, si sbagliano e causano un grosso danno al movimento per l’ambiente.

Quello che non può continuare a crescere indefinitamente è il throughput. Gli economisti ecologici definiscono il throughput come gli apporti fisici dall’ambiente naturale (solitamente intesi come materie prime) utilizzati come fattori dei processi produttivi. come il minerale di ferro o il suolo agricolo, così come risultati i fisici della produzione (solitamente intesi come scarti o inquinamento) quali particolati aerei e gas serra riscaricati nell’ambiente naturale in cui sono assorbiti in “discariche” naturali. Il throughput deve essere misurato in qualche unità fisica appropriata, come tonnellate di minerale di ferro, metri cubi di terreno agricolo, libbre di particolato e metri cubi di anidride carbonica.

D’altro canto quella che gli economisti definiscono crescita economica non è la stessa cosa che la crescita del throughput. Quando gli economisti si riferiscono alla crescita economica intendono crescita del PIL, il valore delle merci e servizi finali prodotti nel corso di un anno. In quanto variabile di “valore”, il PIL è misurato in dollari costanti, per tener conto dell’inflazione. Anche se la crescita del PIL reale è comunemente associata alla crescita del benessere economico, ovviamente la crescita del PIL reale non rappresenta crescita del benessere economico per una molteplicità di motivi che sono ben noti [1]. Ciò nonostante, ciò che gli economisti intendono per crescita economica è la crescita del benessere economico pro capite, supponendo che sia misurata appropriatamente, e non la crescita del throughput economico. E non c’è motivo che il benessere economico non possa crescere anche con il rimanere costante della produttività, o la sua diminuzione. In letteratura ciò è chiamato disaccoppiamento, il che significa separare la crescita del valore di ciò che produciamo dalla quantità di throughput che utilizziamo per produrlo.

Dove i critici hanno ragione è nel segnalare che la crescita economica di routine ha mancato il disaccoppiamento. In effetti la crescita convenzionale ci pone in una traiettoria suicida! Ma ciò non significa che sia impossibile un tipo diverso di crescita, una crescita che accresca l’efficienza del throughput parallelamente all’accresciuta produttività del lavoro e che pertanto non imponga ulteriore stress all’ambiente. Ed è questo che significa il disaccoppiamento: accrescere l’efficienza del throughput nella stessa misura in cui accresciamo la produttività del lavoro. Poiché se lo facciamo avremo completamente “disaccoppiato” la crescita in valore di ciò che produciamo da qualsiasi aumento del throughput utilizzato [2]. Inoltre vi è una quantità di prove che il disaccoppiamento è possibile. Lo stiamo facendo oggi nel campo del throughput dei gas serra. Naturalmente dobbiamo ridurre il throughput dei GHG ancora molto più rapidamente per evitare un cambiamento climatico cataclismico. Ma chiunque sostenga che il disaccoppiamento è impossibile sbaglia sia in campo teorico sia in campo empirico.

In sostanza si tratta di accrescere la velocità con cui disaccoppiamo la crescita del benessere economico dalla crescita del throughput. Sì, dobbiamo anche cambiare il modo in cui conseguiamo il benessere economico. Dobbiamo sostituire a un minor consumo materiale un maggior tempo libero. E dobbiamo cambiare la composizione dei nostri consumi materiali, sostituendo beni e servizi a minor intensità di throughput a beni e servizi a intensità maggiore di throughput. Ma non equivochiamo. Dobbiamo disaccoppiare AL MASSIMO l’aumento del benessere economico dal throughput. Più disaccoppiamo, più il benessere economico può aumentare senza ulteriore degrado dell’ambiente. Quelli che negano la possibilità di disaccoppiare si sbagliano e anche ci distolgono dal compito immediato.

Peggio ancora, rendono impossibile costruire una coalizione politica sufficientemente numerosa e potente per prevenire il cambiamento climatico. Perché le classi inferiori delle economie avanzate dovrebbero appoggiare un movimento che afferma che i loro figli non possono aspirare a un tenore di vita più elevato? Perché uno qualsiasi dei quattro miliardi di esseri umani che vivono in economie meno sviluppate che devono ancora godere i benefici dello sviluppo economico dovrebbe aderire a un movimento che dice loro che devono rinunciare a qualsiasi speranza di godere tali benefici? La risposta è che non dovranno rinunciare! La tragedia è che il nostro movimento ambientalista non deve predicare tale sermone autolesionista. Prevenire il cambiamento climatico e, più in generale, proteggere meglio l’ambiente è perfettamente compatibile con l’aumento del benessere economico.

E, visto che ci sono, lasciatemi segnalare ciò che dovrebbe essere ovvio: anche se domani avessimo una rivoluzione globale eco-socialista, anche se consegnassimo il capitalismo al cestino della storia una volta per tutte, come ampiamente merita, le nostre economie eco-socialiste dovrebbero ancora disaccoppiare altrettanto aggressivamente per prevenire il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente in altri modi. La differenza tra un’economia eco-socialista e un’economia capitalista è che la prima offrirebbe sostegno istituzionale e ideologico al disaccoppiamento, mentre la seconda erige barriere istituzionali e ideologiche contro di esso. Ma la quantità di disaccoppiamento necessaria è la stessa in entrambi i casi.

Alcuni sostengono che anche se una crescita ecologicamente sostenibile è ipoteticamente possibile, è impossibile all’interno di un sistema capitalista. Richard Harris, ad esempio, afferma che i sostenitori della crescita verde “presuppongono che il capitalismo sia sufficientemente malleabile perché i fondamentali capitalisti possano essere ‘invertiti’ in modo tale che le imprese possano, in un modo o nell’altro, essere indotte a subordinare il perseguimento del profitto al ‘salvare la Terra’”. Egli implica che il pubblico della crescita verde sia più interessato a preservare il capitalismo che alla sostenibilità ecologica.

Il capitalismo può diventare molto più verde di quanto sia stato sinora, il che è una dannata fortuna poiché la sostituzione del capitalismo con l’eco-socialismo non avverrà abbastanza alla svelta da prevenire il cambiamento climatico. I capitalisti perseguono il profitto scegliendo la via più facile. Naturalmente non salveranno la Terra per bontà di cuore. Ma non c’è motivo per cui non possiamo riuscire a rendere più difficile la via la profitto mediante l’estrazione e il consumo di combustibili fossili. E non c’è motivo per cui non possiamo rendere molto più lucrosa la via al profitto mediante la produzione di energie rinnovabili e l’ammodernamento degli edifici per conservare l’energia. Ci sono molti modi per intervenire sui mercati per cambiare i risultati e dovremo usarli tutti nei prossimi decenni, perché il genere di New Deal verde di cui abbiamo bisogno dovrà essere lanciato mentre le economie sono ancora molto capitaliste.

Sì, ci sono molti capitalisti verdi che sono più interessati a preservare il capitalismo che a prevenire il cambiamento climatico. In realtà la maggior parte di loro se ne frega del capitalismo per sé; sono solo interessati a conseguire profitti producendo energie rinnovabili, a conseguire profitti aumentando la conservazione dell’energia, eccetera. Ci sono anche socialisti più interessati a sostituire il capitalismo con il socialismo che a prevenire il cambiamento climatico. In altre parole ci sono opportunisti con “programmi non dichiarati” da entrambe le parti! Come in tutte le coalizioni politiche vincenti, la coalizione necessaria per lanciare un New Deal verde includerà opportunisti di vario genere. Poiché abbiamo davanti un compito politico gigantesco avremo bisogno di una grande coalizione. Ciò significa che dovremo accoglierli tutti!

Come sarebbe un “New Deal verde” all’interno del capitalismo? E ci sono precedenti di quel genere di grande svolta delle priorità economiche?

Sostituire i combustibili fossili con rinnovabili, trasformare non solo i trasporti ma anche l’industria e l’agricoltura per renderli molto più energeticamente efficienti e ricostruire l’intera infrastruttura edilizia per conservare l’energia sarà un’impresa immensa, storica. Quella di cui abbiamo bisogno, se vogliamo evitare un cambiamento climatico inaccettabile, è la più grande “ripartenza” tecnologica della storia economica, trasformando quello che potremmo considerare un sistema basato sui combustibili fossili in un sistema basato sul rinnovo e la conservazione. Questo è il solo modo per evitare di arrostire, letteralmente, a morte a un certo punto del secolo in corso e, aggiungerei, il solo modo per reimpiegare le decine di milioni che hanno perso il lavoro nella Grande Recessione e le centinaia di milioni di giovani che avranno bisogno di lavoro nei prossimi due decenni.

In che cosa consiste un New Deal Verde? In un grande stimolo fiscale verde, un enorme intervento governativo nel sistema creditizio per reindirizzare gli investimenti dalle bolle e dai beni di lusso ambientalmente distruttivi per i ricchi alle rinnovabili e alla conservazione dell’energia, a standard energetici rinnovabili per i servizi, a standard delle prestazioni delle automobili, a codici di efficienza energetica per l’edilizia, imposte sul carbonio, tetti alle emissioni, permessi di emissioni commerciabili, buona regolamentazione vecchio stile, e molto altro. Il precedente è la massiccia svolta delle priorità economiche vissuta dall’economia statunitense tra il 1939 e il 1942. Proprio come reagimmo alla minaccia del fascismo globale trasferendo più del 50 per cento della produzione dai beni di consumo a materiali bellici, abbiamo bisogno di una reazione simile alla minaccia ugualmente pericolosa del cambiamento climatico cataclismico.

Robert Pollin e collaboratori presso il Political Economy Research Institute hanno approfondito i dettagli di come sarebbe un New Deal Verde non solo negli Stati Uniti ma anche in molte altre parti del mondo. Si vedano Green Growth: A US Program e Global Green Growth: Clean Energy, Investment and Jobs. Una grande scoperta è quanto poco costerebbe al mondo nei prossimi decenni liberarsi dai combustibili fossili. In breve, Pollin e i suoi collaboratori dimostrano che le barriere alla prevenzione del cambiamento climatico sono politiche, non tecnologiche.

Nell’ottica del movimento per la giustizia climatica (CJM) quali sono le implicazioni concrete del dibattito sulla crescita?

Il Movimento per la Giustizia Climatica ha già commesso due grandi errori strategici. Non può permettersi di commetterne un terzo alleandosi con le forze della decrescita.

Al COP 21 di Parigi ogni paese ha annunciato il proprio impegno alla riduzione delle emissioni [Contributo Previsto Determinato Nazionalmente, INDC). Il CJM aveva l’occasione di lanciare una grande campagna internazionale per spiegare quali impegni erano coerenti con le responsabilità di un paese (riguardo alla creazione del problema) e con le sue capacità (di offrire contributi alla soluzione del problema). Prima degli incontri di Parigi ricercatori sull’equità avevano raggiunto un’unanimità generale su come giudicare le proposte e le valutazioni erano prontamente disponibili. Si veda ad esempio il Calcolatore dell’Equità Climatica sul sito www.equity.org. Ciò che queste valutazioni mostravano era che gli impegni dei paesi più sviluppati nella maggior parte dei casi erano inferiori alla loro giusta quota, mentre gli impegni dei paesi meno sviluppati erano coerenti nella maggior parte dei casi con la loro giusta quota. Il CJM avrebbe dovuto fare dell’appoggiare i paesi che si impegnavano correttamente e del criticare i paesi i cui impegni erano inadeguati la sua maggiore priorità a Parigi. Non facendo ciò il CJM ha mancato di fornire un appoggio palpabile ai governi dei paesi che si offrivano di fare la loro parte giusta e di mobilitare la pressione pubblica contro i governi dei paesi non all’altezza.

In precedenza il CJM aveva commesso l’errore di rifiutare categoricamente qualsiasi genere di scambi internazionali delle emissioni giudicandoli una truffa e una “falsa soluzione”. Ciò è molto infelice e miope perché il solo modo per far sì che i paesi più avanzati paghino la loro giusta quota delle emissioni globali consiste nel costringerli ad acquistare crediti di riduzione da paesi meno sviluppati. Indipendentemente da quanto “giusta” possa essere l’idea dei risarcimenti climatici, non c’è modo di far pagare i risarcimenti ai paesi ricchi. I paesi ricchi si sono già sottratti a impegni molto inferiori di fornire assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi più poveri. Solo rendendo interesse degli emittenti in paesi ricchi acquistare i crediti di emissione necessari dai paesi più poveri sarà evitato equamente il cambiamento climatico. Invece di cogliere questa occasione il CJM ha denunciato il commercio delle emissioni sotto qualsiasi forma, ha rifiutato di appoggiare modi semplici per correggere i sistemi di scambio al fine di renderli efficaci ed equi e battendosi il petto richiedendo risarcimenti senza alcun risultato (3).

Se il CJM abbraccia ora il movimento della decrescita si consegnerà ulteriormente al cestino della storia. Poiché la crescita economica è necessaria per migliorare la vita della popolazione mondiale, una piattaforma di “decrescita” è suicida nel tentare di costruire un movimento di massa per prevenire il cambiamento climatico.

Alcuni sostengono che, considerata la vasta ricchezza controllata dall’1% più ricco, una grande ridistribuzione della ricchezza potrebbe provvedere ai bisogni fondamentali di tutti senza altra crescita economica.

Spennare i ricchi per eliminare la povertà. Se solo fosse così facile! Non solo non è facile spennare i ricchi; non è vero che ciò eliminerebbe la povertà ridistribuendo il reddito dai ricchi ai poveri senza ulteriore crescita economica. Ci sono troppi poveri e troppo pochi ricchi.

E’ vero che questa situazione è un po’ mutata negli ultimi tre decenni. Il principale cambiamento è che l’1% al vertice ha molto più di un tempo. Dunque spremere i ricchi inciderebbe sulla povertà mondiale più di quanto avrebbe fatto a metà del ventesimo secolo quando la distribuzione del reddito era meno disuguale di quanto è oggi. Ma non è nemmeno vero che tutti negli Stati Uniti potrebbero oggi essere sollevati alla classe media inferiore togliendo ai ricchi negli USA. E certamente non è vero che i bisogni fondamentali di tutti sarebbero soddisfatti a livello mondiale semplicemente ridistribuendo globalmente il reddito. In breve, la crescita del benessere economico medio è tuttora necessaria per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti. Fortunatamente ciò è perfettamente possibile anche mentre eliminiamo rapidamente l’uso dei combustibili fossili nel mondo.

Questo non è un argomento contro il togliere ai ricchi. Dovremmo togliere loro ogni centesimo che ci riesce per elevare il tenore di vita dei poveri. Ma spremere i ricchi non è sufficiente per eliminare globalmente la povertà; dunque è necessaria anche una maggiore crescita economica. Indicherei anche che è solitamente più facile distribuire nuova ricchezza più equamente che trasferire la ricchezza esistente da quelli che hanno di più a quelli che hanno di meno. Non è un argomento morale contro il trasferimento della ricchezza; solo un’osservazione pratica. Nei prossimi trent’anni sotto forma di nuove quote azionarie, aumenti del valore delle proprietà nelle aree metropolitane e, cosa più importante, di diritti di emissione di GHG nell’atmosfera superiore sarà creata più ricchezza nuova di quanta ne esista oggi. Un approccio più produttivo a uniformare la distribuzione della ricchezza può ben concentrarsi su chi riceve la ricchezza nuova, anziché sul tentare di ridistribuire quella esistente.

In quale misura affrontare la crisi climatica richiede cambiamenti fondamentali nello stile di vita e di consumi del lavoratore medio del Nord globale?

Dovrà cambiare quello che consumiamo. Dovrà cambiare dove e come viviamo, lavoriamo e ci spostiamo. Un tenore di vita da classe media non consisterà più in una casa che disperde energia in un lotto da un quarto di acro con un garage per due auto in periferia e decine di migliaia di chilometri di pendolarismo ogni anno. Vivremo più compatti. Condivideremo spazi aperti più vasti, superiori a quelli di cui disponiamo oggi. Consumeremo più beni pubblici e meno privati. L’intensità del throughput ambientale del nostro paniere di consumi privati sarà molto inferiore. E con il raggiungimento di un nuovo genere di tenore di vita da classe media si avranno aumenti della produttività del lavoro più in termini di tempo libero e meno in termini di consumi. Ma non c’è motivo che il benessere economico non possa aumentare per le generazioni future del Nord globale, contemporaneamente proteggendo adeguatamente l’ambiente, anche mentre i cittadini del Nord globale accettano la loro giusta parte della responsabilità di farsi carico dei costi di una trasformazione tecnologica globale enorme nel corso del prossimo mezzo secolo. La de-carbonizzazione richiederà che viviamo in modo diverso; ma possiamo vivere tutti molto meglio, e questo è il messaggio che il movimento ambientalista deve sottolineare.

Sto pensando ai maggiori emittenti industriali di gas serra negli Stati Uniti (e globalmente): centrali elettriche, produzione industriale, sistema dei trasporti e agricoltura. Sembra che i primi due (centrali elettriche e industria) possono essere totalmente trasformati per funzionare mediante energia pulita senza che la quantità di energia influisca negativamente sul valore prodotto. Quanto al terzo, passare a trasporti di massa implicherebbe un cambiamento dello stile di comportamento di molti lavoratori e membri della classe media abituati a guidare, anche se non sarebbe necessariamente un cambiamento negativo. Ma tagliare le emissioni dall’ultima fonte – l’agricoltura commerciale – parrebbe richiedere un riorientamento parecchio drastico dalle diete a intenso consumo di carne della maggior parte delle persone. Anche in gran parte del Sud globale molti lavoratori mangiano carne ogni giorno.

Secondo l’Ente per la Protezione dell’Ambiente (EPA) le emissioni di GHG per settore negli USA nel 2011 sono state: energia elettrica 33%, trasporti 28%, industria 20%, edilizia 11% e agricoltura 8%. La rivoluzione dell’elettricità è già in corso poiché il re carbone è morto e il costo dell’energia eolica e solare sta precipitando. La grande sfida tecnologica nel settore dell’elettricità consiste nel ricostruire una griglia più flessibile ed efficiente. La maggior parte di noi supponeva che per ridurre le emissioni nei trasporti le automobili avrebbero dovuto essere largamente sostituite da trasporti pubblici e da cambiamenti della pianificazione urbana in modo tale che le persone non dovessero spostarsi molti, poiché potevano vivere, lavorare, frequentare la scuola e fare la spesa prevalentemente nei propri quartieri. Ora risulta che le auto elettriche domineranno le strade nel giro di un altro decennio, nel bene o nel male. Siamo sostanzialmente al passo con il trasferimento di gran parte dell’elettricità per i trasporti a un settore elettrico alimentato dalle rinnovabili. Alla fine probabilmente succederà che trasformare gran parte dell’industria per ridurre le emissioni sarà più facile che ridurre le emissioni in agricoltura, come suggerisci. Ma anche se nemmeno uno solo di noi che oggi mangia carne diventasse vegetariano, possiamo comunque compiere il 92% del cammino. In breve, essere vegetariani può essere una buona cosa, ma in tal caso è principalmente per motivi di salute e dei diritti degli animali, non perché possiamo prevenire il cambiamento climatico non mangiando carne.

Questo non è un argomento contro grandi cambiamenti nel sistema agricolo per renderlo più sostenibile e sano. Come parte di uno studio pluriennale delle “Iniziative per il futuro dell’economia”, il gruppo Economics for Equity and the Enviroment ha commissionato due casi di studio sull’agricoltura alternativa negli Stati Uniti, uno ad Harwick, Vermont, l’altro nella Pioneer Valley, nel Massachusetts occidentale. Gli interessati a una valutazione basata su dati dei benefici dell’agricoltura alternativa, alle chiavi del successo e agli ostacoli che l’agricoltura alternativa deve superare negli USA possono trovare gli studi presso www.futureecon.com.

Come potrebbe essere la crescita economica sostenibile in un sistema socialista?

Prima di affrontare come potrebbe essere in concreto l’eco-socialismo, permettimi di evidenziare un punto che sembra essere sfuggito a chi nella sinistra sostiene che il cambiamento climatico può essere evitato soltanto sostituendo il capitalismo globale con l’eco-socialismo globale e che perciò tutte le misure intermedie che non siano un “cambiamento di sistema” sono “soluzioni false”. Se tutti i paesi del mondo avessero economie eco-socialiste dovrebbero comunque negoziare un trattato internazionale sul clima. E sarebbe simile al trattato che ho delineato come necessario nel mondo di oggi [4]. I governi dei paesi eco-socialisti dovrebbero ancora:

  • Fissare un tetto globale alle emissioni coerente con quanto gli scienziati ci dicono necessario per evitare che le temperature medie salgano di più di 1,5 gradi Celsius.
  • Distribuire i restanti diritti di emissione equamente tra i paesi, cioè sulla base delle responsabilità e capacità differenziali.
  • Consentire ai paesi di negoziare tra loro i crediti di emissione.

La sola differenza internazionalmente sarebbe che i governi dei paesi eco-socialisti sarebbero presumibilmente più disposti a negoziare, firmare ed essere all’altezza di un simile trattato.

Internamente le economie nazionali eco-socialiste dovrebbero impegnarsi in una pianificazione dello sviluppo a lungo termine, in una pianificazione quinquennale degli investimenti e in una pianificazione partecipativa annuale sulla falsariga di ciò che alcuni di noi hanno proposto nel nostro modello di economia partecipativa [5]. Questo è il solo modo per assicurare che i limiti della natura siano rispettati, che si tenga conto dei danni delle emissioni nel processo decisionale e che gli aumenti di efficienza del throughput stiano al passo con gli aumenti della produttività del lavoro.

La maggior parte degli autoproclamati socialisti del Nord globale sembrano rigettare inequivocabilmente i mercati del carbonio considerandoli una truffa ideata dagli inquinatori per impedire il cambiamento reale. I movimenti sociali del Sud globale – ad esempio in America Latina – sembrano divisi sul tema. Gli oppositori citano spesso il Sistema di Scambio delle Emissioni dell’Unione Europea come prova che i mercati del carbonio non tagliano le emissioni nette di gas serra. Che cosa significa il fallimento del programma della UE e ci sono esempi contrari di programmi più riusciti di tetto-e-scambi?

La quantità di critiche male informate circa i mercati del carbonio, la borsa del carbonio, le compensazioni del carbonio, eccetera, scaturite dalla sinistra egli ultimi due decenni riempirebbe un oceano. Ci sono due cose alla base di tale furia: innanzitutto a nessuno piace l’idea di porre un prezzo alla natura e di mettere la natura in vendita. In altri termini il rifiuto dei mercati del carbonio in qualsiasi forma fa parte di un giustificabile disgusto per la commercializzazione della vita. In secondo luogo molti – anche se assolutamente non tutti nella sinistra – intendono i mercati come parte del problema. Il problema non è semplicemente la proprietà privata dei mezzi di produzione. Anche coordinare le nostre attività economiche interconnesse attraverso i mercati è parte integrante dell’economia della competizione e dell’avidità in cui ci troviamo invischiati e da cui abbiamo necessità di liberarci [6]. Dunque, ragionano le persone, se i mercati sono parte del problema, come può un mercato del carbonio essere parte della soluzione?

Ma a parte la grande ignoranza su ciò che i mercati del carbonio fanno e su come funzionano ecco che cosa molti a sinistra non capiscono: viviamo in un sistema di mercato. E fino a quando non ne usciremo il solo modo di cambiare ciò che accade consiste nell’intervenire sui mercati o regolarli in modo o nell’altro. I socialisti denunciano campagne per aumentare il salario minimo perché qualsiasi cosa che non sia l’eliminazione totale della schiavitù del salario è una “soluzione falsa”? No. Riconosciamo che fino a quando non saremo in grado di eliminare la schiavitù del salario un prezzo maggiore degli schiavi del salario e meglio di uno inferiore. Lo stesso vale per influire sulle emissioni di carbonio. Fino a quando non potremo sostituire il sistema del mercato dovremo intervenire in esso per ridurre le emissioni di GHG. Oggi quelli che considerano loro interesse violentare la natura immettendo GHG nell’atmosfera lo fanno senza pagare un centesimo, ed è questo il motivo di per cui troppe megatonnellate sono state, e sono, emesse. In un sistema di mercato un modo per ridurre le emissioni consiste nel costringere gli emittenti a pagare per il danno che causano addebitando loro un’imposta per unità di emissioni. Un altro modo consiste nel porre un tetto alle emissioni totali e nel prescrivere agli emittenti di acquistare permessi per qualsiasi immissione. In entrambi i casi stiamo svendendo diritti di violare la natura. Spiacente, ma fino a quando non sostituiremo il sistema del mercato non c’è altra scelta che consentire alle imprese di violare la natura gratis. In ogni caso gli effetti sono essenzialmente gli stessi sia con l’imposta sia con tetto-e-scambi, anche se l’imposta non crea un nuovo mercato mentre lo fa un programma di tetto-e-scambi.

La mia scelta preferita di uno strumento per ridurre le emissioni nazionalmente è generalmente l’imposta sul carbonio, in parte perché non crea un nuovo mercato. Tuttavia la fattibilità politica e le situazioni locali rendono spesso più efficace un altro strumento politico o combinazione di strumenti e gli attivisti del CJM sono spesso controproducenti quando denunciano l’uso di qualsiasi cosa che non sia una politica da loro favorita senza nemmeno capirla realmente, ragionando a priori.

Tuttavia la situazione è diversa quando consideriamo la politica internazionale. E questa è la seconda cosa che gli attivisti del CJM non capiscono. Molti di loro sono disposti ad appoggiare l’imposta sul carbonio ma denunciano un mercato internazionale del carbonio. Secondo il loro ragionamento tassare gli inquinatori va bene, ma i mercati sono un male. Ma qui sta l’ironia. Non c’è modo che un’imposta internazionale sul carbonio sia equa nei confronti dei paesi con minori responsabilità e potenziale. Un’imposta internazionale su carbonio imporrebbe ai paesi meno responsabili e capaci di pagare, per evitare il cambiamento climatico, lo stesso prezzo dei più responsabili e capaci [7]. D’altro canto se i tetti alle emissioni nazionali fossero fissati equamente e se i crediti delle emissioni potessero essere acquistati e venduti in un mercato internazionale del carbonio i paesi più responsabili e capaci sarebbero costretto a pagare la loro quota equa della prevenzione del cambiamento climatico e i paesi meno responsabili e capaci pagherebbero solo ciò che sarebbe giusto pagassero. In breve gli attivisti del CJM dovrebbero opporsi a proposte di un’imposta internazionale sul carbonio perché non sarebbe equa e dovrebbero appoggiare le proposte di una politica globale di tetto-e-scambi in cui i diritti nazionali di emissione fossero fissati sulla base delle responsabilità e capacità differenziali. Invece, più spesso che no, hanno fatto l’esatto contrario.

Il Sistema di Scambio delle Emissioni della UE è stato deludente. Il motivo è semplice. Sono stati emessi di gran lunga troppi permessi, il che equivale a fissare l’imposta sull’inquinamento a un livello così basso che ha scarsissimo effetto. Il Meccanismo dello Sviluppo Pulito, parte del Protocollo di Kyoto, è stato progettato male, anche se non è stato nemmeno lontanamente il fallimento che i critici del CJM hanno descritto e non è fallito per i motivi da loro sostenuti [8]. La legge AB 32 della California ha avuto un buon successo e ora Quebec e Ontario hanno aderito al sistema di scambio californiano. La RGGI [Iniziativa Regionale sui Gas Serra] del Nord-est è stata anch’essa efficace. In breve, quando ben progettati, questi programmi funzionano. Quando progettati male, no. Ma ciò che decisamente non funziona è rifiutarsi di appoggiare interventi ben ideati, denunciandoli come “soluzioni false” e aspettare che il capitalismo globale sia sostituito dall’eco-socialismo globale.

Hai scritto sull’importanza di ridurre le ore lavorative e di aumentare il tempo libero come parte del contrasto alla crisi ecologica. Perché è così importante?

Penso realmente che cambiare le abitudini delle persone riguardo al tempo libero rispetto ai consumi è molto più importante che cercare di convincere le persone a diventare vegetariane, almeno dal punto di vista del cambiamento climatico. Ma chi ha scritto in modo più competente sul consumismo è Juliet Schor, non io. Penso che lei sviluppi una tesi eccellente e oggi molti la ascoltano. La tesi è essenzialmente questa: una volta che la gente raggiunge un certo livello di consumo materiale, ulteriori consumi arrivano presto a ritorni calanti in termini di generazione di maggior felicità, o benessere. Ci sono sempre più prove che le cose stanno così. Non si tratta di un argomento contro continuare a sforzarsi di accrescere la produttività del lavoro. E’ invece un argomento a favore di sfruttare gli aumenti di produttività del lavoro per un maggior tempo libero, anziché per maggiori consumi materiali. Ovviamente se un aumento della produttività del lavoro conduce a minori ore lavorate anziché a maggiori beni prodotti, l’ambiente se la passa meglio perché non aumenterà il throughput ambientale. In breve, aumentare il tempo libero può risultare vincente sia per le persone sia per l’ambiente.

Tuttavia mi affretto ad aggiungere che dobbiamo aumentare i consumi per quelli che sono tuttora poveri nelle economie avanzate e per la vasta maggioranza nelle economie meno sviluppate che deve ancora beneficiare dello sviluppo economico. Quando non sono soddisfatti i bisogni fondamentali, maggior tempo libero non è un sostituto.

In un momento in cui gli scienziati del clima diffondono quasi quotidianamente avvertimenti terrificanti vedi qualche esempio promettente di organizzazione popolare sul clima?

Sì, gli avvertimenti sono effettivamente ogni giorno più sinistri. E dobbiamo tenerlo presente. Tuttavia sono più ottimista di alcuni anni fa circa la nostra reazione. Prima di tutto e soprattutto io credo che stiamo vincendo la battaglia ideologica e che i negazionisti stiamo diventando più isolati. In secondo luogo i costi dell’eolico e del solare stanno scendendo molto più rapidamente di quanto prevedevo. E, terzo, quanto possano realizzare buone politiche messe in atto da governi nazionali è dimostrato in luoghi come Germania e Cina.

Persino qui, negli Stati Uniti, ci sono stati molti progressi in alcune regioni, in California e nel Nord-Est in particolare. I miei eroi sono gli organizzatori e le ONG che hanno imparato come costruire vaste coalizioni progressiste per compiere reali progressi nel mondo del do ut des della politica locale e statale. Alcuni attivisti e gruppi CJM locali hanno avuto ruoli produttivi in questi sforzi. Tuttavia mi rincresce dire che penso che l’autoproclamato movimento internazionale per la giustizia climatica è stato sinora parecchio un disastro. Questa è davvero una disgrazia, perché il CJM potrebbe svolgere un ruolo molto utile internazionalmente. Sperabilmente il CJM imparerà dai propri errori e studierà come altri sono stati in grado di realizzare molto di più.

 

NOTE

[1] Per una discussione sui molti modi in cui il PIL manca di misurare il benessere economico e per una valutazione di vari tentativi di migliorare la nostra capacità di misurare quanto cresca il benessere economico si veda Robin Hahnel, Green Economics: Confronting the Ecological Crisis (Armonk, NY: M.E. Sharpe, 2011), capitolo 3, e “The Growth Imperative: Beyond Assuming Conclusions”, Review of Radical Political Economics, 45, No. 1 (2013): 24-41.

[2] Vedere Robin Hahnel, “Environmental Sustainability in a Sraffa Framework”, Review of Radical Political Economics (imminente), per una rigorosa dimostrazione che fintanto che il tasso di crescita della produttività non sale più rapidamente del tasso di crescita dell’efficienza del throughtput, il throughput non crescerà nemmeno se le ore lavorate resteranno le stesse e non ci sarà alcuna svolta nella composizione della produzione che sostituisca beni a minor intensità di thoughput a beni a maggiore intensità.

[3] Vedere Robin Hahnel “Left Clouds Over Climate Change Policy”, Review of Radical Political Economics 44, No.2 (2012): 141-159 e http://newpol.org/content/open-letter-climate-justice-movement New Politics 56 (2014): 76-83.

[4] Vedere Robin Hahnel, “Desperately Seeking Left Unity on Climate Change Policy”, Capitalism, Nature, Socialism 23, No.4 (2012): 83-99.

[5] Per una descrizione di come tale economia post-capitalista può funzionare, vedere Robin Hahnel, Of the People, By the People: The Case for a Participatory Economy (Oakland, CA: AK Press, 2012). Per un’analisi rigorosa di come l’inquinamento sarebbe trattato in tale economia vedere Robin Hahnel, “Wanted: A Pollution Damage Revealing Mechanism”, Review of Radical Political Economics (imminente).

[6] Vedere Robin Hahnel, “Against the Market Economy: Advice to Venezuelan Friends”, Monthly Review 59, No. 8, (2008).

[7] Solo se fosse un’agenzia internazionale a incassare l’imposta internazionale sul carbonio e a ridistribuirla ai paesi in base a responsabilità e capacità differenziali l’imposta internazionale sul carbonio potrebbe essere equa. Ma nessun paese permetterà a un’agenzia internazionale di incassare un’imposta dai suoi residenti e dalle sue aziende. Inoltre chiedetevi se potete immaginare il governo USA che mandi, ad esempio, in Cina una grossa fetta dell’imposta sul carbonio incassata dagli statunitensi. Poiché è questo che dovrebbe succedere perché un’imposta internazionale sul carbonio fosse equa.

[8] Vedere Hahnel “Left Clouds Over Climate Change Policy”.

 

Robin Hahnel è professore emerito all’American University di Washington, D.C., associato di ricerca alla Portland State University, docente ospite al Lewis and Clark College e co-direttore di Economics for Equity and the Environment. E’ anche autore, tra altri libri, di Green Economics: Confronting the Ecological Crisis (2011), Of the People, By the People: The Case for a Participatory Economy (2012), The ABCs of Political Economy (2014), and Alternatives to Capitalism: Proposals for a Democratic Economy (con Erik Olin Wright, 2016).

Kevin Young è assistente di storia alla University of Massachusetts Amherst.

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/economic-growth-climate-change-and-capitalism/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

1 Commento »

  1. attilio cotroneo 11 luglio 2016 alle 18:11 - Reply

    Il cambiamento climatico ha smesso tempo fa di essere una opzione e sarebbe diventato un obbligo morale se non fosse coinciso con la mancanza di consapevolezza programmata e indotta dai media. Questo distacco e la mancanza di ideologie che non siano pronte a rinunciare a loro stesse in nome del consenso sono alla base della perduta presa di coscienza. Scardinare il controllo del consenso e informare adeguatamente è difficile ma rimane l’unico modo per evitare il caos delle opinioni strumentale al pensiero capitalista.

Lascia un commento »

*
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: