Primavera francese

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NuitDebout3

 

di Jonah Birch – 29 aprile 2016

In Francia sta prendendo forma un nuovo movimento contro la liberalizzazione del mercato del lavoro. Da febbraio, quando il governo del Partito Socialista (PS) di François Hollande e Manuel Valls ha annunciato una proposta di riforma del codice francese del lavoro (code du travail) un’ondata di proteste ha spazzato il paese. Il 9 marzo 500.000 persone hanno partecipato a una giornata nazionale d’azione; altre 1,2 milioni hanno partecipato a dimostrazioni sindacali il 31 marzo e il 9 aprile decine di migliaia di altre hanno marciato a Parigi e in altre città francesi contro la legge.

Uno degli aspetti impressionanti del nuovo movimento è il gran numero di città e paesi in cui sono state organizzate le proteste: più di 250 solo il 31 marzo. Quel giorno il cattivo tempo ha scoraggiato l’affluenza nella capitale francese. Ma nonostante la pioggia centinaia di dimostranti si sono riuniti quella sera nella Place de la République di Parigi nella prima delle occupazioni di “Nuit Debout”.

Nelle settimane a seguire eventi emulatori di Nuit Debout hanno cominciato a spuntare in tutta la Francia. Decine di migliaia di persone sono affluite a République per partecipare alle riunioni serali di massa.

L’occupazione ha polarizzato l’opinione pubblica francese. Il filosofo conservatore Alain Finkielkraut ha denunciato i manifestanti di Nuit Debout come “fascisti”, dopo che era stato sonoramente insultato quando aveva tentato di insinuarsi in una riunione. Il Fronte Nazionale (FN) della Le Pen ha rilasciato una dichiarazione che chiedeva la soppressione del movimento, definendolo una “fonte di violenza e di degrado”.

E giusto questa settimana l’ex presidente Nicolas Sarkozy ha tenuto un discorso in cui ha attaccato i dimostranti come “deficienti” e li ha definiti “teppisti”. Uno che non ha peli sulla lingua, Sarkozy ha paragonato l’occupazione di République a un “incendio che mina l’autorità dello stato”.

Tutto questo arriva in un momento di accresciuta repressione e violenza poliziesca. Nonostante lo “stato di emergenza” in vigore dagli attacchi del 13 novembre a Parigi, i dirigenti si sono sino astenuti da un divieto diretto ai raduni. Ma la sospensione governativa delle libertà civili ha dato semaforo verde alla polizia nazionale francese, notoriamente violenta, per un giro di vite sulle proteste contro la legge sul lavoro.

Le dimostrazioni sono state fatte oggetto di gas lacrimogeni; i manifestanti sono stati dispersi con la violenza; in molte città attivisti sono stati malmenati e arrestati. Studenti delle superiori hanno subito misure particolarmente aspre: a fine marzo un video di uno studente di una scuola superiore del nord di Parigi picchiato dalla CRS [agenti antisommossa – n.d.t.] ha suscitato indignazione nazionale (inducendo pubblici ministeri a depositare accuse contro uno degli agenti coinvolti).

Nella sinistra anglofona è stato scritto molto sulle proteste di Nuit Debout. Molti osservatori hanno segnalato le somiglianze tra questi raduni e Occupy Wall Street o gli Indignados in Spagna. Minore attenzione è stata tuttavia riservata alla lotta che dato inizio a Nuit Debout: il movimento contro la proposta di legge governativa di riforma.

Ciò è sorprendente, perché le due cose sono strettamente connesse: Nuit Debout è nata dalle proteste contro la bozza di legge sul lavoro ed è stata alimentata dall’energia popolare liberata da essere. Alla fine, il suo destino è legato al successo di tale movimento.

Molto dipende, allora, da che cosa ne sarà della bozza di legge sul lavoro. Sinora l’opinione pubblica è stata a favore delle proteste contro la bozza di legge: secondo un sondaggio di fine marzo quasi tre quarti del pubblico si oppongono alla bozza di legge sul lavoro e più del cinquanta per cento vuole che le proteste continuino.

Con una giornata d’azione a guida sindacale proposta per domani e il parlamento che ha in programma di iniziare il dibattito sulla misura il 3 maggio, il movimento contro la legge sul lavoro sta entrando in una fase critica.

Rovesciare la gerarchia

La posta in gioco di questa lotta è elevata. La proposta del governo (nota come legge El Khomri, dal nome del ministro del lavoro Myriam El Khomri) rivedrebbe gran parte del codice del lavoro francese.

Ad esempio modificherebbe le norme sull’orario di lavoro consentendo alle aziende maggior flessibilità nel superare il tetto legale alle ore di lavoro dei dipendenti. Attualmente la settimana lavorativa francese fissata dalla legge consente straordinari fino a dieci ore al giorno e quarantotto ore alla settimana per i lavoratori a tempo pieno. La proposta del governo aumenterebbe il massimo legale giornaliero a dodici ore, “nel caso di attività aumentata o per motivi legati all’organizzazione dell’impresa”.

La legge El Khomri consentirebbe anche al ministero del lavoro di aumentare temporaneamente il limite settimanale a sessanta ore se lo richiedessero “circostanze eccezionali”. Contemporaneamente la legge ridurrebbe considerevolmente il premio pagato ai dipendenti che lavorano più di trentacinque ore la settimana.

Di uguale significato sono le norme della legge che ridurrebbero il tetto dei risarcimenti legali per “licenziamento ingiusto”. In Francia i lavoratori che perdono il posto senza “giusta causa” hanno titolo ha chiedere risarcimento attraverso i tribunali del lavoro. Ciò significa che se si è licenziati perché l’azienda non produce utili, il datore di lavoro deve pagare un compenso commisurato all’anzianità di servizio.

La legge El Khomri ridurrebbe il limite legale dei risarcimenti in modo tale che, ad esempio, un lavoratore con vent’anni di servizio potrebbe finire con l’incassare solo l’importo corrispondente a dodici mesi di salario.

La proposta modificherebbe anche le norme sui licenziamenti, rendendo più facile alle imprese licenziare dipendenti per motivi economici. La legge francese prescrive che le aziende che vogliono licenziare dipendenti senza giusta causa presentino una giustificazione valida; con la legge El Khomri un’affermazione che i licenziamenti sono economicamente necessari sarebbe sufficiente.

Forse in modo più controverso la proposta permetterebbe alle imprese di negoziare “accordi aggressivi” a livello aziendale. Tali accordi potrebbero erodere gli standard esistenti sui livelli di remunerazione, gli orari di lavoro e altri aspetti del contratto d’impiego. In passato le imprese che volevano negoziare questo genere di accordi aziendali dovevano dimostrare che essi erano necessari per prevenire la bancarotta o evitare fallimenti.

Ora le imprese che vogliono espandere le loro attività o entrare in nuovi mercati potrebbero chiedere concessioni ai loro dipendenti anche se tali ristorni violassero le condizioni degli accordi stabiliti mediante la contrattazione collettiva o le leggi esistenti sul lavoro. Inoltre la legge renderebbe più facile alle imprese negoziare accordi con rappresentanti dei dipendenti se essi sono appoggiati dal 30 per cento della manodopera.

Nel complesso queste modifiche sarebbero molto vantaggiose per i datori di lavoro.

Dal punto di vista delle imprese la legge francese sul lavoro è piena di restrizioni legali “rigide” di costose prescrizioni normative: dalle norme sui licenziamenti e sull’orario di lavoro all’elevato salario minimo le aziende considerano il codice del lavoro un fardello intollerabile. La legge El Khomri sarebbe un grosso passo avanti verso l’alleggerimento di tale fardello.

Ciò non significa che alle aziende piace tutto della proposta del governo, specialmente poiché è stata rivista dopo l’annuncio iniziale. Versioni più recenti della proposta hanno incluso un numero di concessioni agli oppositori della misura.

Per placare i critici, ad esempio, la seconda versione della legge ha incluso un’imposta sui contratti di lavoro temporaneo. Questa norma, intesa a scoraggiare l’eccessivo ricorso a dipendenti a breve termine a spese dei lavoratori a tempo pieno, si è attirata le ire del principale gruppo lobbistico delle imprese, il MEDEF.

Il MEDEF sta ora chiedendo che il governo torni alla sua proposta originale. Ha minacciato di rifiutarsi di collaborare alle modifiche proposte al sistema francese della disoccupazione nel caso Hollande non soddisfi le sue richieste, come sembra probabile.

L’atteggiamento del MEDEF nei confronti della legge sul lavoro riflette la linea dura dei rappresentanti delle imprese in Francia che a questo punto non vogliono rinunciare a nessuna delle loro richieste. Se l’opposizione conservatrice alla proposta di legge fosse sufficientemente forte, il governo sarebbe costretto a ricorrere a procedure straordinarie per far passare la legge in parlamento.

Ciò sarebbe un colpo per il governo. Ma non cambierebbe il fatto che la proposta di legge è, indiscutibilmente, una vittoria per l’opposizione delle imprese al code du travail.

Per il mondo del lavoro la legge El Khomri sarebbe una catastrofe: se approvata, la misura distruggerebbe conquiste ottenute a caro prezzo in decessi di lotte. Minerebbe la sicurezza del lavoro, incoraggerebbe concessioni su salari e condizioni di lavoro e renderebbe la settimana lavorativa legale di trentacinque ore praticamente priva di significato.

Peggio di ogni altra cosa, la legge svuoterebbe il code du travail, permettendo ai datori di lavoro di eludere le sue norme regolamentari medianti accordi a livello aziendale. Per le organizzazioni sindacali francesi questo è il problema più grosso della proposta. Come segnala Philippe Martinez, capo del CGT (la principale federazione sindacale francese): “Il principio fondamentale della nostra opposizione a questa legge è che essa consente a ciascuna azienda di avere il proprio codice del lavoro”.

In questo modo El Khomri rovescerebbe la “gerarchia delle norme” del mercato francese del lavoro. Tradizionalmente le norme sull’impiego discendevano dal code du travail: la legge fissava il quadro del contratto d’impiego che era ulteriormente disciplinato dagli accordi della contrattazione collettiva negoziati a livello settoriale.

Ora tale gerarchia si muoverebbe nella direzione opposta: gli accordi aziendali, raggiunti con lavoratori che possono essere rappresentati da un sindacato o non esserlo, diverrebbero il terreno centrale delle contrattazioni collettive. La negoziazione decentrate prevarrebbe sulla disciplina legale e sui negoziati di settore. La proposta di legge consentirebbe in tal modo un’aggressione sostenuta agli standard del lavoro fissati dal code du travail.

L’azzardo di Hollande

Nessuna meraviglia che la proposta abbia provocato un contraccolpo così forte. Persino all’interno del Partito Socialista la misura dell’opposizione è stata impossibile da nascondere. Un esempio eclatante è stato l’opposizione di Martine Aubry, l’ex ministro del lavoro e leader del PS nella città settentrionale francese di Lille.

Nei tardi anni ’90, durante il suo mandato di ministro del governo della “Sinistra plurale” di Lionel Jospin, la Aubry aveva patrocinato la legge che introduceva la settimana lavorativa di trentacinque ore. Nelle settimane recenti lei ha reso palese il suo disgusto la proposta di riforma dell’amministrazione attuale: dopo aver partecipato a una riunione nel quartier generale del Partito Socialista con El Khomri e altri, la Aubry ha dichiarato alla stampa che la legge era fondamentalmente difettosa: “Ho spiegato a Myriam El Khomri che la riforma del Codice del Lavoro non migliora la competitività delle imprese e non aumenta la protezione dei dipendenti; è estremamente pericolosa”.

Non sorprendentemente, nei due mesi successivi all’annuncio della proposta di legge il Partito Socialista ha assistito a una costante emorragia di membri. Contemporaneamente il governo è riuscito ad alienarsi molti dei suoi precedenti alleati: ad esempio l’UNEF, il principale sindacato studentesco francese, che tradizionalmente aveva legami stretti con il PS, è stato in prima linea nel movimento contro la legge e ha contribuito a organizzare la giornata d’azione del 9 marzo.

In assenza di un’alternativa percorribile alla sinistra del PS, nulla di tutto questo ha probabilità di provocare una scissione nel partito, almeno non a breve. Ma la profondità della rabbia che la legge ha suscitato è indicativa di dove si colloca il sentimento del pubblico.

La ricaduta della proposta di legge ha così esacerbato il declino del sostegno pubblico al governo. Sondaggi mostrano che la percentuale di approvazione al presidente Hollande, già a minimi storici prima di febbraio, è ora scesa al solo 15 per cento.

Tutto questo è un cattivo presagio per le prospettive di Hollande di conquistare la rielezione, nel caso si candidi l’anno prossimo. Considerato quanto è impopolare, molti si sono chiesti se Hollande sarà davvero il candidato dei Socialisti nel 2017, in una campagna che attualmente è guidata dal FN di Marine Le Pen e in cui l’ex primo ministro conservatore Alain Juppé parrebbe essere il favorito.

Hollande ha ripetutamente affermato che perseguirà la rielezione, ma la maggior parte degli elettori socialisti e gran parte della dirigenza del PS sembrano preferire altri contendenti del PS (con Valls e il ministro delle finanze Emanuel Macron, un ex banchiere d’investimenti, che emergono come favoriti alla sostituzione di Hollande).

Le percentuali sconcertantemente basse di approvazione di Hollande riflettono la diffusa rabbia per le politiche economiche da lui perseguite dopo l’insediamento. In un periodo in cui la Francia deve ancora riprendersi dagli effetti della crisi finanziaria del 2008, la sua amministrazione non è stata capace di incidere sulla disoccupazione cronicamente elevata.

In precedenza quest’anno il tasso di disoccupazione ha toccato il 10,6 per cento (in aumento rispetto al 9 per cento quando Hollande ha assunto la carica), un massimo da vent’anni a questa parte. I lavoratori giovani, in particolare, hanno avvertito l’assenza di opportunità di impiego: la disoccupazione giovanile è oggi superiore al 25 per cento.

In reazione Hollande ha adottato una strategia di liberalizzazione del mercato del lavoro. La chiave per promuovere la crescita dell’economia stagnante, egli sostiene, è creare un clima più favorevole per le imprese.

A tal fine ha fatto approvare una serie di riforme intese ad accrescere la “flessibilità” dell’occupazione e a ridurre il carico normativo imposto dal code du travail. Queste misure hanno reso più semplice e meno costoso per le aziende licenziare i lavoratori, hanno consentito ad aziende malate di negoziare accordi aziendali che hanno minato gli standard del lavoro e hanno offerto considerevoli sussidi fiscali ai datori di lavoro (con poco o nulla da dimostrare per averli).

Il programma di riforme di Hollande si è dimostra intensamente impopolare presso gli elettori, per non citare la stessa delegazione parlamentare del PS. In effetti solo l’anno scorso, quando il governo ha tentato di far approvare la Legge Macron – che, tra altre modifiche, eliminava le protezioni del lavoro per una varietà di occupazioni e riduceva i limiti statutari al lavoro notturno e nei fine settimana – la proposta ha incontrato un’opposizione tale da parte dei parlamentari socialisti che l’amministrazione è stata costretta a usare un’arcana norma costituzionale che le ha consentito di aggirare il parlamento.

La reputazione già danneggiata del presidente ha subito un altro colpo in conseguenza della ricaduta della proposta di legge governativa di riforma della legge sul lavoro. A sommarsi a tale debolezza, il governo ha sofferto un’altra battuta d’arresto il mese scorso, quando è stato costretto a rinunciare a piani di una modifica costituzionale che consentiva che ai titolari di doppia nazionalità fosse tolta la cittadinanza francese per attività collegate al terrorismo.

Tale legge, annunciata sulla scia degli attentati del 13 novembre, aveva incontrato una forte opposizione, in particolare da parte di membri dello stesso Partito Socialista di Hollande.

Emergenza economica e sociale

Dati gli evidenti costi politici, perché Hollande sta accelerando i suoi sforzi di riforma?

Egli stesso ha descritto le sue proposte come una risposta inevitabile alle strette disperate in cui si trova l’economia francese. Come il presidente ha detto a gennaio (annunciando una proposta di misura che assegnerebbe sussidi fiscali extra alle imprese per un valore di due miliardi di euro), la Francia sta affrontando un’”emergenza economica e sociale” a causa di “un clima economico incerto e di una disoccupazione persistente”. “Il nostro paese”, ha proseguito Hollande, “ha affrontato una disoccupazione strutturale per due o tre decenni e questo richiede che creare posti di lavoro divenga la nostra prima e unica lotta”.

Tuttavia ci sono pochi motivi per pensare che la più recente riforma governativa della legge sul lavoro farà molto per promuovere la crescita dell’occupazione, specialmente nel breve termine. Come potrebbero aumentare il tasso di occupazione riforme che rendono più facile ai datori di lavoro costringere i loro dipendenti a lavorare più a lungo e consentono loro di licenziare i lavoratori a proprio piacimento?

Una spiegazione plausibile è che Hollande stia scommettendo di essere in grado di dividere il voto della destra nelle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Accaparrandosi una parte della base elettorale della destra, Hollande potrebbe farcela a correre contro Marine Le Pen e a quel punto gli elettori anti FN non avrebbero altra scelta che coalizzarsi attorno a lui per impedire che vinca lei.

Se quella è effettivamente la sua strategia, non pare stia funzionando. I sondaggi mostrano che se le elezioni si tenessero oggi Hollande non si avvicinerebbe ad arrivare al secondo turno.

Ma la sua missione va oltre queste ambizioni immediate di carriera. Egli vuole trasformare il terreno politico per i futuri dibattiti sulle riforme in Francia. In molti modi Hollande si considera l’omologo francese dell’ex primo ministro tedesco Gerhard Schroeder, il cui governo di coalizione Rosso-Verde era meglio noto per le sue controverse riforme economiche. Le riforme Hartz dello stato sociale da parte di Schroeder lo hanno reso una specie di modello dei governi socialdemocratici della Terza Via di tutto il continente.

Per il presidente francese quello di Schroeder è un esempio che gli piacerebbe emulare. Hollande ha spiegato la sua ammirazione per l’ex cancelliere tedesco nel 2013, in un discorso tenuto alla celebrazione del centocinquantesimo anniversario del Partito Socialdemocratico tedesco a Lipsia. Schroeder, ha detto Hollande, era un “vero socialdemocratico”, alla cui decisione di spingere in avanti le riforme del mercato del lavoro, con grande costo politico personale, era stata resa giustizia dalla rapida ripresa della Germania dopo la crisi finanziaria del 2008.

Dal punto di vista di Hollande la grande virtù di Schroeder è stata la sua capacità di riconoscere che il “progresso” per la sinistra non è riguarda solo il perseguimento di obiettivi socialdemocratici tradizionali, quali l’ampliamento delle protezioni sociali o l’aumento dei salari; “è anche questione di fare scelte difficili in tempi duri … e prevedere il cambiamento industriale”.

In realtà gli sforzi di riforma di Schroeder hanno contribuirono a un’impennata della povertà e della disuguaglianza. Anche se l’occupazione è cresciuta negli anni dopo le riforme Hartz, i nuovi posti creati erano quasi tutti a tempo parziale, a basso salario o precari: un numero crescente era costituito da “mini lavori” temporanei.

Molti promotori di riforme in Francia considerano l’esempio tedesco come degno di emulazione. Ma sinora il pubblico si è opposto a sforzi di seguire la via tedesca alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Se Hollande volesse davvero dare il via alla crescita dell’occupazione se la caverebbe meglio tornando a una strategia adottata da precedenti governi socialisti in Francia: la riduzione dell’orario di lavoro. Era questa l’ispirazione dietro il passaggio alla settimana lavorativa legale di trentacinque ore alla fine degli anni ’90 (attraverso le due Leggi Aubrey, approvate rispettivamente nel 1998 e nel 2000).

Sovvenzionando un taglio dell’orario di lavoro a tempo pieno – senza alcuna riduzione dei salari – il governo della “Sinistra Plurale” sperava di incoraggiare la crescita dell’occupazione. Fino a un certo punto tale tentativo è riuscito: nel mezzo decennio dopo l’istituzione della legge sulle trentacinque ore la Francia ha vissuto il maggior periodo di crescita dell’occupazione dagli anni ’70. Dei circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore privato creati in questi anni si stima che da 300.000 a 500.000 siano stati generati dalla riduzione dell’orario di lavoro (secondo stime del governo).

Naturalmente quasi dal momento stesso in cui il governo della Sinistra Plurale istituì la misura, esso cominciò a far marcia indietro da tale strategia. Le stesse Leggi Aubry contenevano numerose norme che minavano lo standard legale delle trentacinque ore. In seguito le norme sull’orario di lavoro dei dipendenti sono state indebolite ancor di più da una serie di modifiche introdotte dai governi di destra.

La reazione del sindacato

Ma la strategia di promuovere la crescita dell’occupazione mediante una riduzione dell’orario di lavoro dei dipendenti resta rilevante oggi. Tale strategia è contenuta, per esempio, nell’appello della CGT a un passaggio alla settimana lavorativa di trentadue ore – una mossa che il capo della CGT Phillipe Martinez afferma creerebbe 4,5 milioni di nuovi posti di lavoro – e da cambiamenti per modificare le norme sulla contrattazione collettiva, per rendere più difficile alle imprese negoziare accordi con sindacati non rappresentativi.

Se la sinistra francese fosse più forte, questo genere di proposte potrebbe essere utilizzato come base per un programma politico radicale. Oggi, tuttavia, è troppo debole per perseguire seriamente un simile programma. Negli ultimi anni, mentre le percentuali di approvazione di Hollande precipitavano, la sinistra radicale francese non fatto che diventare più debole e più frammentata.

Mentre solo un decennio fa era in grado di guidare lotte reali (come la riuscita campagna del 2005 contro il Trattato sulla Costituzione Europea), la sua influenza è oggi più limitata e la sua base attivista più contenuta. In anni recenti le organizzazioni della sinistra sono rimaste impantanate nella stagnazione, punteggiata da scoppi di crisi interne.

In tale contesto il Fronte Nazionale di estrema destra è stato in grado di posizionarsi come la sola alternativa vitale ai partiti del sistema. Il FN fa appello agli elettori mediante i suoi attacchi razzisti contro gli immigrati, i mussulmani e simili, ma anche mediante le sue denunce delle élite cosmopolite, del “globalismo” economico e del capitalismo a piede libero. Promette di difendere i lavoratori francesi dai pericoli gemelli dell’immigrazione incontrollata e della liberalizzazione economica.

Questa marca di nativismo economico ha trovato eco presso gli elettori preoccupati della crescente insicurezza economica: in tal modo, negli ultimi pochi anni, la destra estrema ha fatto grandi progressi nelle ex regioni industriali della Francia settentrionale, un tempo bastione del sostegno della classe lavoratrice al PS ma ora sede di un crescente numero di elettori dell’estrema destra.

Tutto questo è indicativo delle difficoltà che la sinistra ha di fronte. Ma nel contesto della crescente ondata di proteste di questa primavera, le fortune della sinistra sembrano cambiare in meglio. Esattamente di quanto dipenderà da se la lotta contro il governo guadagnerà vigore o no.

La storia recente della Francia offre una quantità di esempi di una lotta sostenuta contro governi di austerità. Nel corso degli ultimi due decenni i governi francesi hanno visto ripetutamente sconfitti i loro sforzi di riforma da proteste sociali esplosive: ad esempio nell’ondata di scioperi del settore pubblico a dicembre 1995, quando la proposta di legge di riforma delle pensioni dell’amministrazione Juppé scatenò settimane di proteste e di blocchi del lavoro, che alla fine costrinsero Juppé e a ritirare la misura. Più di recente dimostrazioni studentesche contro il Contratto di Primo Impiego neoliberista nell’autunno del 2006 indusse un altro governo conservatore a ritirare la proposta.

Nel 2010 un movimento ancora più vasto si è sviluppato in reazione a un’altra riforma delle pensioni, questa volta proposta dall’allora presidente Sarkozy. Alla fine, tuttavia, non è riuscito a fermare la legge: nonostante scioperi e dimostrazioni che avevano coinvolto milioni di persone Sarkozy si è rifiutato di ritirare la sua proposta e la misura è stata alla fine approvata.

Quella sconfitta è stata un duro colpo per la sinistra francese; una battuta d’arresto da cui deve ancora riprendersi appieno.

La lotta contro la proposta di riforma della legge sul lavoro sembra offrire un’occasione per invertire il declino della sinistra. Ma questo movimento ha anche di fronte un numero considerevole di sfide.

Una è l’assenza di una qualsiasi forza sociale evidente che possa essere il motore della lotta contro la legge sul lavoro: nel 1995, ad esempio, gli scioperi del settore pubblico contro la riforma Juppé furono capeggiate dai lavoratori delle ferrovie; nel 2006 fu il movimento studentesco che spinse avanti la lotta; e nel 2010 gli straordinari lavoratori delle raffinerie di petrolio che per un breve periodo bloccarono le consegne di benzina nelle stazioni di tutto il paese.

Oggi non è chiaro esattamente chi potrebbe svolgere quel ruolo. Non c’è alcuna forza sociale evidente con la capacità di mettersi alla guida di un movimento come questo. Le organizzazioni popolari sono deboli e dopo anni di caduta della densità sindacale e di ristrutturazioni economiche, il sindacato ha perso gran parte della sua capacità di mobilitare nel luogo di lavoro contro la direzione. A sommarsi a tale declino c’è la crescente divisione al cuore del movimento del lavoro, tra i sindacati più moderati, “riformisti”, guidati dalla CFDT (la seconda confederazione sindacale francese) e le federazioni più militanti, a guida CGT.

Dopo le elezioni di Hollande la CFDT è rimasta una stretta alleata della sua amministrazione e la confederazione ha costantemente aderito alle sue controverse proposte di riforma. Ciò ha consentito a Hollande di presentare le sue riforme come trionfi del “dialogo sociale” e della collaborazione di classe.

La CGT, d’altro canto, è stata una critica aperta dei tentativi di riforma del governo. Oggi la CGT resta la forza più vasta e più visibile della sinistra radicale in Francia. Si oppone con forza alla bozza di legge sul lavoro. Da febbraio il capo della CGT, Phillipe Martinez, insiste che il suo sindacato non accetterà nulla di meno del “ritiro del testo”.

Al tempo stesso la CGT ha proposto una “convergenza sindacale” per bloccare la legge sul lavoro, un’offerta mirata principalmente alla CFDT. Ma dopo essersi inizialmente opposto alla proposto, il capo della CFDT Laurent Berger ha cambiato opinione, commentando che la seconda bozza della legge era “potenzialmente” un passo verso “il progresso per i giovani e per i lavoratori”.

Il rifiuto della CFDT di unirsi alla lotta significa che il lavoro organizzato non sarà in grado di presentare un volto unito al governo. Inevitabilmente questo condurrà a domandarsi se l’ala militante del movimento del lavoro può condurre una vera lotta da sola, cosa che la CGT non è stata in grado di fare in passato, quando è stata isolata nella sua opposizione a riforme controverse.

Questo è stato uno dei punti centrali di discussione al congresso nazionale della CGT la settimana scorsa. I mille delegati riuniti a Marsiglia sono stati frustrati dall’incapacità della confederazione di proporre una strategia chiara per sconfiggere la legge sul lavoro.

Molti di loro volevano che il sindacato diffondesse un appello a uno sciopero generale continuato (cioè più di un giorno di fermo del lavoro). La dirigenza confederata ha proposto di diffondere un appello limitato ad assemblee sul luogo di lavoro per discutere i prossimi passi della lotta.

Martinez ha messo in dubbio che la federazione potesse diffondere un appello a uno sciopero generale, dicendo ai delegati “ogni movimento sociale da amplificare, solleva la questione dello sciopero generale … tutti sono d’accordo su questo … Ma siamo onesti tra noi; lo sciopero generale non sarà decretato a Montreuil [dove si trova il quartier generale della CGT]”.

Alla fine i delegati hanno votato per diffondere un testo di compromesso chiedendo la partecipazione alla giornata d’azione di oggi e ad assemblee di massa in ciascun luogo di lavoro per decidere come meglio approfondire la lotta … e, potenzialmente, prendere in considerazione uno sciopero continuato per forzare il ritiro della proposta di legge.

Punto di svolta

Se a questo appello seguirà qualcosa non è chiaro. L’affluenza di oggi sarà una verifica importante: se le dimostrazioni saranno vaste abbastanza da essere visibili al pubblico sarà un segno che il movimento è in ascesa. Una scarsa affluenza, tuttavia, indurrebbe molti a concludere che la lotta contro la legge sul lavoro sta perdendo vigore.

Le prossime settimane sono decisive. Se il governo sarà capace di far passare la sua proposta di legge di riforma con relativa facilità ciò deprimerà le speranze di una rinascita della sinistra. Una simile sconfitta rafforzerebbe la convinzione che i movimenti sociali di massa – del tipo di quelli scoppiati ripetutamente tra il 1995 e il 2010 – non è più in grado di rallentare la marea delle liberalizzazioni. Il maggiore beneficiario sarebbe probabilmente il FN la cui affermazione di essere la sola alternativa ai partiti del sistema sembrerebbe confermata.

D’altro canto il movimento ha parecchie cose che vanno a suo favore. Il governo non è in una posizione politica forte, preso com’è tra i duri della destra e i suoi molti critici a sinistra. Gli avversari della bozza di legge sul lavoro nuotano oggi nel verso dell’onda dell’opinione pubblica. Tale opposizione è stata rafforzata dagli eventi della primavera.

Se il movimento contro la legge sul lavoro sarà in grado di tracciare una via in avanti, avrà il potenziale di trasformare la situazione politica in Francia. Una sconfitta del governo segnerebbe una svolta spettacolare. Creerebbe un contesto in cui la radicalizzazione incarnata dal movimento studentesco e da Nuit Debout potrebbe essere approfondita ed estesa.

Arrivare a quel punto non è un compito semplice. Ma gli eventi degli ultimi due mesi hanno dimostrato che c’è ancora indignazione popolare sufficiente perché il capitale francese sia sfidato.

Jonah Birch è un laureando in sociologia presso l’Università di New York e collaboratore di Jacobin.

 

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/a-french-spring/

Originale: Jacobin

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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One thought on “Primavera francese

  1. attilio cotroneo il said:

    Se la Francia resisterà potrebbe mutare il corso delle cose.