Nauru, suicidio e punizione

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Nauru, suicidio e punizione

Di Binoy Kampmark

18 aprile 2016

Può sembrare noioso, ma il problema non è meno orribile. Nauru* ha smesso di essere un paese, uno stato di  qualsiasi valore, e lo ha assunto valore  soltanto come campo di concentramento/detenzione  per coloro che cercano asilo e per i rifugiati che l’Australia non vuole. Un campo profughi designato a criminalizzare invece che a esentare, a condannare invece che a valutare, e che è diventato il più crudele esempio del moderno trattamento e  atteggiamento nei riguardi del rifugiato.

La conseguenza di “animalizzare” gli umani ha risultati prevedibili. Vengono seminate confusione e disperazione. Nel giugno 2015, sono venute fuori delle notizie dal centro di detenzione di Nauru circa dei “patti suicidi” fatti da diversi individui. Secondo Natasha Blucher, un’assistente sociale impegnata nel centro: “C’era una sola donna adulta…c’era un gruppo di ragazze di età compresa tra i 13 e i 19 anni, c’era un gruppo di padri, c’era un gruppo di madri.” [1]

Insieme alla sua amica assistente sociale, Michele Groeneveld, Natasha ha fatto dei rapporti sulle condizioni di profonda disumanizzazione. I detenuti, osservava la Blucher, tendevano a essere identificati dalle ID(“targhe)” della  loro barca con la quale arrivavano. In altri casi veniva mostrata una grottesca ultra familiarità da parte  delle guardie del campo, desiderosi di “prede” di rapporti sessuali. “Dicevano frasi come: ‘ehi, piccola, vieni a sederti sulle mie ginocchia’.” Nel complesso la strategia  in questo ambiente, sostiene la Blucher, è di una crudeltà consapevole che non vuole stendere la mano per dare conforto.

La reazione dei funzionari di Canberra è stata di licenziare persone come la Blucher e la Groeneveld che erano state entrambe operatrici nell’organizzazione Save the Children. Il loro licenziamento costituì una specie di punizione contro coloro che erano ritenuti alleati dei rifugiati. Questi testimoni oculari delle crudeltà commesse nel campo erano state un fastidio fin  dall’inizio. Il loro allontanamento è stato fatto di proposito.

Di recente è stata usata anche un’altra tattica per annientare lo spirito dei rifugiati. In un caso particolare, un individuo era stato accusato di avere tentato il suicidio. Una dichiarazione da parte del governo di Nauru fatta il 12 aprile, ha rivelato l’assurdità fosca e perfino anacronistica:

“Osservando che l’accusa non è usuale ma che comunque è un reato penale, l’imputato si dichiarò colpevole dopo essere stato accusato di Tentato Suicidio, contrario alla sezione 312 del Codice Penale del 1899, in seguito a  un incidente avvenuto a Nibok Lodge il 21 gennaio 2016.” [2]

Il linguaggio usato nel documento è brutalmente diretto contro la dissuasione, usando una vecchia legge da applicare a una circostanza moderna ma comunque antichissima. Il termine “rifugiato” è menzionato nel titolo e scompare poi davanti a     suggerimenti di criminalità opportunistica. “Sono state fatte presentazioni scritte dall’Accusa per infliggere una pena detentiva che andava da uno a due mesi per scoraggiare altri probabili trasgressori che ricorrono ad atti di autolesionismo compiuti per evitare azioni legali contro di loro o per ottenere quello che vogliono.”

I tentativi di suicidio sono quindi trattati come armi che danneggiano e destabilizzano. Questo si adatta, almeno, a una tendenza storica: i tentativi compiuti dalle autorità di punire l’individuo che ha osato ricorrere al privarsi dell’essenza vitale di se stesso.

Mantenere vivo  qualcuno  in circostanze di crudeltà sarebbe il più grande successo per lo stato, la chiesa o l’autorità. Il fatto, invece, che  quella persona si tolga  la vita,

sarebbe un’ammissione di sconfitta da coloro che sono desiderosi di possedere e controllare quella vita.

Non si è trattato assolutamente sempre di questo. Storie riguardanti il suicidio mostrano una varietà di reazioni sociali al fenomeno di togliersi la vita. La reazione di coloro che vivevano nell’Europa antica era meno incline ad aborrire quell’atto.

L’assunzione di veleno contenuto in farmaci  o in  animali  (quello del serpente era comune), sono motivi dominanti, spesso incoraggiati dal potere e dalle autorità.

La risposta  moderna alle tendenze al suicidio nel centro di detenzione di Nauru è di renderlo un fatto patologico, un prodotto di sconvolgimento psichico ritenuto connaturato nel rifugiato da “manipolare”. Non è permesso togliersi la vita – sarebbe un’indulgenza, un’esagerazione delle circostanze.

Le  autorità dello Stato avevano fatto dei passi già nel diciannovesimo secolo e poi nel ventesimo, periodi che videro la completa  considerazione dal punto di vista medico del suicidio come forma di degenerazione. Questo non avvenne senza discussioni. Il sociologo francese Émile Durkheim indicò che gli atti suicidi dovevano essere considerati fatti sociali, condizioni cii danno inizio l’ambiente e la storia. Il suo studio del 1897 era notevole in quando indicava quattro tipi di suicidio dove il suicidio altruistico è il risultato di circostanze di  regolamenti e di disciplina estremi.*  https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89mile_Durkheim#Lo_studio_del_suicidio

La marcia della brigata medica riguardo a questo era, tuttavia, irreprensibile. La persona che voleva togliersi la vita era considerata malata, e il suo disturbo doveva essere monitorato e controllato. L’ospedale psichiatrico  ha incontrato “l’asilo” dei rifugiati  e nel moderno centro di detenzione vediamo scontri titanici tra le forze che controllano la vita e l’autonomia dei detenuti stessi.

Queste “rotture”  della vita non sono considerate circostanze strazianti di sicurezza privatizzata, di guardie rapaci, e i governi australiani desiderosi di rifiutare tutto questo per paura che si possa  trasformare in un suicidio per loro. Il suicidio, solo tentato o altro, resta una delle ultime frontiere della libertà umana.

Nella foto: tende usate come case nel campo di Nauru.

Note

[1] http://www.abc.net.au/news/2015-06-29/desperate-nauru-refugees-formed-‘suicide-pacts’:-social-worker/6581906 [I rifugiati disperati di Nauru hanno stretto “patti suicidi”]

[2] https://pbs.twimg.com/media/CgCwOt8UsAIs5Jb.jpg

Binoy Kampmark è stato Commonwealth  Scholar al  Selwyn College, di Cambridge. Insegna all’Università RMIT a Melbourne.

Email: [email protected]

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Nauru

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2016/04/18/nauru-suicide-and-punishment/

Originale: Non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

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One thought on “Nauru, suicidio e punizione

  1. attilio cotroneo il said:

    In realtà i cosiddetti paesi evoluti occidentali non hanno superato i loro crimini del secolo scorso.