L’integrazione europea si sta smontando?

Redazione 27 gennaio 2016 1
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di Noam Chomsky e CJ Polychroniou – 26 gennaio 2016

L’Europa è in fermento. Le migrazioni e la crisi dei profughi stanno minacciando di smontare l’intero progetto di integrazione europea. Non disposti ad assorbire le ondate di persone che fuggono dalle loro case in Medio Oriente e in Africa del Nord, molti stati membri dell’Unione Europe (UE) hanno imposto controlli ai confini.

Ma non sono solo siriani e iracheni, come suggerirebbe la narrazione mediatica dominante, a cercare di raggiungere l’Europa di questi tempi. I profughi arrivano dal Pakistan e dall’Afghanistan e da nazioni dell’Africa sub-sahariana. I numeri sono impressionanti e sembrano crescere ogni mese che passa. Nel frattempo sentimenti anti-immigrati si stanno diffondendo come un incendio in tutta Europa, facendo crescere voci estremistiche che minacciano le fondamenta stesse dell’UE e la sua visione di una società “aperta e democratica”.

Alla luce di queste sfide dirigenti della UE mettono in campo tutto il possibile nel loro tentativo di gestire la crisi dell’immigrazione e dei profughi, offrendo assistenza sia tecnica sia economica agli stati membri nella speranza che faranno la loro parte nell’evitare la disintegrazione del progetto di integrazione europea. Se ci riusciranno o no resta da vedere. Ciò che è tuttavia indubbio e che la crisi migratoria e dei profughi in Europa s’intensificherà ulteriormente con i 4 milioni di migranti e profughi che ci si aspetta raggiungeranno l’Europa nei prossimi due anni.

Noam Chomsky, uno dei maggiori intellettuali critici del mondo, ha offerto le sue idee a Truthout sulla crisi migratoria e dei profughi in Europa e sugli attuali sviluppi europei – compresa la continua crisi finanziaria in Grecia – in un’intervista esclusiva a C.J.Polychroniou.

C.J.Polychroniou: Noam, grazie per questa intervista sugli attuali sviluppi in Europa. Vorrei cominciare ponendoti questa domanda: perché pensi la crisi dei profughi in Europa stia avendo luogo ora?

Noam Chomsky: La crisi è andata costruendosi per un lungo periodo. Sta colpendo l’Europa ora perché ha fatto saltare i legami, dal Medio Oriente all’Africa. Due mazzate occidentali hanno avuto un effetto enorme. La prima è stata l’invasione statunitense-britannica dell’Iraq, che ha sferrato un colpo quasi mortale a un paese che era già stato devastato da un massiccio attacco militare vent’anni prima, seguito da sanzioni statunitensi-britanniche virtualmente genocide. Massacri e distruzioni a parte, la brutale occupazione ha innescato un conflitto settario che oggi sta facendo a pezzi il paese e l’intera regione. L’invasione ha reso profughi milioni di persone, molte delle quali sono fuggite e sono state assorbite da paesi confinanti, paesi poveri che sono lasciati a gestire in un modo o nell’altro i detriti dei nostri crimini.

Un prodotto dell’invasione è la mostruosità dell’ISIS/Daesh, che sta contribuendo all’orrenda catastrofe siriana. Di nuovo, i paesi confinanti hanno assorbito il flusso dei profughi. La sola Turchia ha più di 2 milioni di profughi siriani. Contemporaneamente sta contribuendo al flusso con le sue politiche in Siria, appoggiano gli estremisti del Fronte al-Nusra e altri islamisti radicali e attaccando i curdi che sono la principale forza sul terreno che si oppone all’ISIS, che ha anche beneficiato del non così tacito sostegno turco. Ma l’inondazione non può più essere contenuta all’interno della regione.

La seconda mazzata ha distrutto la Libia, oggi un caso di gruppi in lotta tra loro, una base dell’ISIS, una ricca fonte di jihadisti e di armi dall’Africa Occidentale al Medio Oriente e un imbuto del flusso di profughi dall’Africa. Ciò improvvisamente fa crescere fattori a più lungo termine. Per secoli l’Europa ha torturato l’Africa o, per dirlo più moderatamente, l’Africa è stata sfruttata per lo sviluppo dell’Europa, per adottare la raccomandazione del principale pianificatore statunitense, George Kennan, dopo la seconda guerra mondiale.

La storia, che dovrebbe essere familiare, va oltre il grottesco. Per limitarci a un unico caso, si consideri il Belgio, che oggi geme sotto la crisi dei profughi. La sua ricchezza è derivata in non piccola misura dallo “sfruttamento” del Congo con una brutalità che superava persino i suoi concorrenti europei. Il Congo alla fine ha conquistato la propria libertà nel 1960. Avrebbe potuto diventare un paese ricco e avanzato una volta liberato dalla stretta belga, anche spronando lo sviluppo dell’Africa. C’erano prospettive reali, sotto la guida di Patrice Lumumba, una delle figure più promettenti dell’Africa. Era stato messo nel mirino dalla CIA per essere assassinato, ma i belgi arrivarono prima. Il suo corpo fu fatto a pezzi e sciolto nell’acido solforico. Gli USA e i loro alleati appoggiarono il cleptomane Mobutu. Ormai il Congo orientale è il palcoscenico dei peggiori massacri del mondo, assistiti dal Ruanda, favorito degli USA, mentre milizie in guerra tra loro alimentano la fame delle multinazionali occidentali di minerali per telefoni cellulari e altre meraviglie dell’alta tecnologia. Il quadro è generalizzata in troppa parte dell’Africa, esacerbato da crimini innumerevoli. Per l’Europa tutto questo diventa una crisi dei profughi.

Le ondate di migranti (ovviamente molti di loro sono migranti, non semplicemente profughi da regioni devastate dalla guerra) che penetrano nel cuore dell’Europa rappresentano un qualche genere di “disastro naturale” o si tratta puramente di una conseguenza delle politiche?

C’è un elemento di disastro naturale. La terribile siccità in Siria che ha mandato a pezzi la società è stata presumibilmente la conseguenza del riscaldamento globale, che non è esattamente naturale. La crisi del Darfur è stata in parte la conseguenza della desertificazione che ha spinto popolazioni nomadi in aree d’insediamento. L’orrenda carestia centroafricana oggi può anche far parte dell’aggressione all’ambiente nel corso dell’”antropocene”, la nuova era geologica in cui le attività umane, prevalentemente l’industrializzazione, sono andate distruggendo le prospettive di una sopravvivenza decente, e continueranno a farlo se non frenate.

I dirigenti dell’Unione Europea stanno incontrando difficoltà eccessive nell’affrontare la crisi dei profughi perché molti stati membri della UE non sono disposti a fare la loro parte accettando più che solo un pugno di profughi. Che cosa ci dice questo del governo della UE e dei valori di molte società europee?

Il governo della UE funziona molto efficacemente quanto all’imporre dure misture d’austerità che devastano i paesi più poveri e avvantaggiano le banche del nord. Ma è crollato quasi completamente nell’affrontare una catastrofe umana che è in misura considerevole la conseguenza di crimini dell’occidente. L’onere è ricaduto sui pochi disposti, almeno temporaneamente, a fare più che muovere un dito, come la Svezia e la Germania. Molti altri hanno semplicemente chiuso i loro confini. L’Europa sta tentando di indurre la Turchia a tenere i miserabili relitti lontano dai propri confini, proprio come stanno facendo gli USA, premendo sul Messico perché impedisca a quelli che cercano di scappare dalle rovine di crimini statunitensi in America Centrale di raggiungere i confini statunitensi. Questa è persino descritta come una politica umana che riduce l’”immigrazione illegale”.

Che cosa ci dice questo riguardo ai valori prevalenti? E’ persino difficile usare il termine “valori”, per non parlare di commentare. Particolarmente quando si scrive negli Stati Uniti, forse il paese più sicuro del mondo, oggi consumati da un dibattito su ammettere siriani o non ammetterli affatto, perché uno potrebbe essere un terrorista che si finge medico, o agli estremi, il che disgraziatamente è il pensiero corrente negli USA, se ammettere qualsiasi mussulmano, mentre un grande muro ci protegge dai migranti che fuggono dalla devastazione a sud del confine.

E riguardo alla tesi che è semplicemente impossibile per molti paesi europei accogliere così tanti migranti e profughi?

La Germania ha fatto il massimo, assorbendo circa un milione di profughi in un paese molto ricco di più di 80 milioni di abitanti. Confrontiamola con il Libano, un paese povero con gravi problemi interni. La sua popolazione è per circa il 25 per cento siriana, oltre ai discendenti degli espulsi dall’ex Palestina. Inoltre, diversamente dal Libano, la Germania ha un forte bisogno di immigrati per mantenere la propria popolazione, con la fertilità in diminuzione tesa a derivare dall’istruzione delle donne, in tutto il mondo. Kenneth Roth, il capo di Human Rights Watch, ha sicuramente ragione nell’osservare che “questa ‘ondata di persone’ è più simile a uno sgocciolio quando la si consideri in confronto con il mare che l’assorbe… Considerando la ricchezza della UE e la sua economia avanzata, è difficile sostenere che l’Europa sia priva dei mezzi per assorbire questi nuovi venuti”, particolarmente in paesi che hanno bisogno di immigrati per la loro salute economica.

Molti dei profughi che cercano di arrivare in Europa non concludono mai il viaggio, con molti morti trascinati sulle coste della Grecia e dell’Italia. Di fatto, secondo l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, l’UNHCR, più di 2.500 persone sono morte nella sola estate scorsa (2015) cercando di attraversare il Mediterraneo verso l’Europa, con la costa sud-occidentale della Turchia divenuta il punto di partenza di migliaia di profughi che attirati su imbarcazioni fatiscenti da trafficanti turchi di uomini. Perché l’Europa non impone una pressione maggiore al governo turco di (del presidente turco Recep Tayyip) Erdogan perché faccia qualcosa riguardo a questa situazione orribile?

I principali sforzi europei, come già detto, sono consistiti nell’esercitare pressioni sulla Turchia perché tenesse la miseria e la sofferenza lontana da noi. In modo molto simile agli Stati Uniti con il Messico. Il loro destino, una volta che noi siamo al sicuro dal contagio, è di molto minore interesse.

Giusto di recente hai accusato Erdogan di doppio metro sul terrorismo, quando ti ha attaccato personalmente per una petizione firmata da centinaia di accademici che contestavano le azioni della Turchia contro la popolazione curda, definendoti, di fatto, un terrorista. Puoi dire qualcosa riguardo a questa faccenda, visto che si è evoluta in un incidente internazionale?

E’ parecchio semplice. Un gruppo di accademici turchi ha avviato una petizione per contestare la grave e montante repressione governativa della sua popolazione curda. Io sono stato uno dei molti stranieri invitati a firmarla. Immediatamente dopo un attacco terrorista omicida a Istanbul, Erdogan ha lanciato una filippica attaccando ferocemente i firmatari della dichiarazione, affermando in stile Bush che o state con noi o state con i terroristi. Poiché mi aveva scelto come bersaglio di un flusso di invettive, mi è stato chiesto da media e amici turchi di reagire. L’ho fatto, brevemente, come segue: “La Turchia ha incolpato l’ISIS, che Erdogan ha aiutato in molti modi, anche appoggiando il Fronte al-Nusra, che è ben poco diverso. Egli poi ha lanciato una filippica contro quelli che condannano i suoi crimini contro i curdi, che capita siano la principale forza sul terreno che si oppone all’ISIS sia in Siria sia in Iraq. C’è bisogno di altri commenti?”

Accademici turchi che avevano firmato la petizione sono stati incarcerati e minacciati; altri sono stati aggrediti fisicamente. Nel frattempo la repressione statale continua a intensificarsi. I giorni buoi degli anni ’90 non sono certo svaniti dalla memoria. Come in passato, gli accademici turchi e altri hanno dimostrato un considerevole coraggio e integrità nell’opporsi vigorosamente ai crimini dello stato, in un modo che raramente si riscontra altrove, rischiando e a volte subendo gravi punizioni per la loro onorevole posizione. Fortunatamente c’è un crescente sostegno nei loro confronti, anche se non ancora quello che meritano.

In una corrispondenza che abbiamo avuto, ti sei riferito a Erdogan come al “dittatore dei suoi sogni”. Cosa intendi con questo?

Per molti anni Erdogan ha compiuto passi per consolidare il suo potere, rovesciando i passi incoraggianti verso la democrazia e libertà in Turchia di anni precedenti. Egli mostra ogni segno di cercar di diventare un governante estremamente autoritario, prossimo alla dittatura, ed estremamente duro e repressivo.

La crisi greca prosegue ininterrotta e i creditori internazionali del paese stanno costantemente pretendendo altre riforme di un tipo che nessun governo democratico dovunque altrove in Europa sarebbe in grado di attuare. In alcuni casi, in realtà, le loro richieste di altre riforme non sono accompagnate da misure specifiche, dando l’impressione che ciò che sta accadendo non è altro che una dimostrazione di sadismo brutale nei confronti del popolo greco. Qual è il tuo parere al riguardo?

Le condizioni imposte alla Grecia negli interessi dei creditori hanno devastato il paese. L’obiettivo proclamato consisteva nel ridurre il carico del debito, che è aumentato sotto tali misure. Poiché l’economia è stata indebolita, il PIL è naturalmente diminuito e il rapporto debito-PIL è aumentato nonostante tagli radicali della spesa pubblica. Alla Grecia è stato offerto un sollievo dal debito, in teoria. In realtà è diventata un canale attraverso il quale aiuti europei sono affluiti alle banche del nord che avevano concesso prestiti a rischio e volevano essere salvati dai contribuenti europei, una caratteristica familiare delle istituzioni finanziarie nell’era neoliberista.

Quando il governo greco ha suggerito di chiedere al popolo greco di esprimere la propria opinione sul suo destino la reazione delle élite europee è stato di assoluto orrore per l’impudenza. Come possono i greci osare di considerare la democrazia un valore da rispettare nel paese in cui è nata? Gli eurocrati dominanti hanno reagito con assoluto sadismo, imponendo pretese ancor più dure di ridurre la Grecia in rovine, appropriandosi contemporaneamente, senza dubbio, di tutto ciò che possono. L’obiettivo del sadismo non è specificamente il popolo greco, bensì chiunque osi immaginare che il popolo possa avere diritti che comincino a paragonarsi con quelli delle istituzioni e degli investitori finanziari. Molto in generale le misure d’austerità durante una recessione non hanno alcun senso economico, come riconosciuto persino dagli economisti del FMI (anche se non dai suoi protagonisti politici). E’ difficile considerarle come altro che guerra di classe, alla ricerca di smontare le conquiste democratiche che sono state uno dei maggiori contributi dell’Europa alla civiltà moderna.

E le tue idee sul governo a guida Syriza, che ha rinnegato le sue promesse pre-elettorali ed ha finito per firmare un nuovo accordo di salvataggio, diventando così ancora un altro governo greco che impone misure d’austerità e antipopolari?

Non mi sento abbastanza a conoscenza della situazione per commentare le specifiche scelte di Syriza e per valutare percorsi alternativi che avrebbero potuto essere seguiti. Le loro scelte sarebbero state considerevolmente rafforzate se avessero ricevuto un sostegno significativo da forze popolari altrove in Europa, cosa che penso sarebbe stata possibile.

L’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, sta per lanciare un nuovo partito il cui obiettivo consiste nel portare avanti, come ha detto, “un’idea semplice ma radicale: democratizzare l’Europa”. Ho due domande per te al riguardo. La prima: perché la socialdemocrazia sta sempre più diventando una cosa del passato in molte società europee e, la seconda, fino a che punto si può “democratizzare” il capitalismo?

La socialdemocrazia, non solo la sua variante europea ma anche altre, è stata sotto forte attacco in tutto il periodo neoliberista della passata generazione, che è stato dannoso per la popolazione generale quasi dovunque, avvantaggiando contemporaneamente minuscole élite. Un esempio dell’oscenità di queste dottrine è rivelato dallo studio appena pubblicato dall’Oxfam che ha rilevato che l’un per cento più ricco della popolazione mondiale presto deterrà più di metà della ricchezza del mondo. Contemporaneamente negli Stati Uniti, la società più ricca tra le principali del mondo e con vantaggi incomparabili, milioni di bambini vivono in famiglie che cercano di sopravvivere con due dollari il giorno. Persino tale miseria è sotto attacco da parte dei cosiddetti conservatori.

Fin dove possono spingersi le riforme nelle attuali varietà del capitalismo di stato è materia di possibile discussione. Ma è assolutamente indubbio che possono spingersi molto più in là dell’esistente. Né è in dubbio che ogni sforzo dovrebbe essere compiuto per spingerle oltre i loro limiti. Questo dovrebbe essere l’obiettivo anche di quelli impegnati alla rivoluzione sociale radicale, che condurrebbe soltanto a orrori peggiori se non sorgesse dalla dedizione della grande massa della popolazione che giungesse a rendersi conto che i centri del potere bloccheranno qualsiasi passo in avanti.

La crisi europea dei profughi ha spinto numerosi stati membri della UE, tra cui Austria, Svezia, Danimarca e Olanda, a sospendere l’Accordo di Schengen. Pensi che siamo nel mezzo della testimonianza della disintegrazione del progetto di integrazione UE, compresa forse la moneta unica?

Penso che dovremmo distinguere tra la moneta unica, per la quale le circostanze non erano appropriate, e il progetto d’integrazione UE che, penso, è stato un grande progresso.  E’ sufficiente ricordare che per centinaia di anni l’Europa è stata dedica a massacri reciproci di portata orrenda. Superare le ostilità nazionali ed erodere i confini è una conquista considerevole. Sarebbe una grande vergogna se l’Accordo di Schengen crollasse sotto una minaccia percepita che non dovrebbe essere difficile gestire in modo umano e che potrebbe in effetti contribuire alla salute economica e culturale della società europea.

C.J.Polychroniou è un economista politico e politologo che ha insegnato e lavorato in università e centri di ricerca in Europa e negli Stati Uniti. I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’integrazione economica europea, la globalizzazione, l’economia politica degli Stati Uniti e la decostruzione del progetto politico economico del neoliberismo. E’ un collaboratore regolare di Truthout e membro del Public Intellectual Project di Truthout. Ha pubblicato numerosi numeri e i suoi articoli sono apparsi in una molteplicità di riviste, periodici, giornali e siti web popolari. Molte delle sue pubblicazioni sono state tradotte in diverse lingue straniere, tra cui croato, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e turco.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/is-european-integration-unraveling/

Originale: Truthout

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 27 gennaio 2016 alle 21:54 -

    L’oligarchia plutocratica é arrivata a un tale punto di cinismo nella ostentazione della propria politica di disuguaglianza che e guerra permanente, che basterebbe un minimo di buon senso per sviluppare lo spirito critico necessario a non credere a tutto ciò che ci viene detto.

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