L’austerità è un vicolo cieco

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RUSSIA-GREECE-POLITICS-ECONOMY

di Alexis Tsipras e Kostas Arvanitis – 4 agosto 2015

Il 29 luglio Sto Kokkino, la stazione radio politicamente vicina e SYRIZA, ha trasmesso una lunga intervista al primo ministro greco. Seguono, autorizzati, estratti sostanziali che offrono una visione unica dei feroci negoziati tra Atene e i suoi creditori e del colpo di stato finanziario diretto contro il governo di sinistra greco.

Parliamo di questi sei mesi di negoziati. Come li sintetizzerebbe?

Alexis Tsipras: Dobbiamo essere obiettivi nelle nostre conclusioni. Sono stati sei mesi di grandi tensioni ed emozioni e l’autoflagellazione non serve a nessuno. Sono emersi sentimenti di gioia, orgoglio, dinamismo, decisione e tristezza. Ma penso che, tirate le somme, se cerchiamo di guardare obiettivamente a questo processo possiamo solo essere orgogliosi di aver condotto questa battaglia. In condizioni avverse e con un difficile rapporto di forze in Europa e nel mondo, abbiamo cercato di affermare il punto di vista di un popolo e la possibilità di una via alternativa. Alla fine, anche se i potenti sono stati in grado di imporre la loro volontà, quel che resta è l’assoluta conferma a livello internazionale che l’austerità è un vicolo cieco. Questo processo ha creato un paesaggio completamente nuovo in Europa.

E per quanto riguarda il mandato conferito a SYRIZA? I memorandum non sono stati stracciati. L’accordo è particolarmente duro …

Alexis Tsipras: Il mandato che ci era stato conferito dal popolo greco era di fare tutto il possibile per creare condizioni, a qualsiasi costo politico, per bloccare l’emorragia del popolo greco.

Lei aveva detto che i memorandum sarebbero stati annullati con una singola legge.

Alexis Tsipras: Prima delle elezioni io non ho detto che i memorandum potevano essere annullati con una singola legge. Non l’ha detto nessuno. Non abbiamo mai promesso al popolo greco una passeggiata nel parco. E’ per questo che esso è consapevole delle difficoltà che abbiamo incontrato, che esso stesso affronta con considerevole sangue freddo. Abbiamo detto che avremmo condotto la lotta per uscire dal quadro asfissiante imposto al paese in conseguenza delle decisioni politiche prese prima del 2008, che generarono deficit e debiti che dopo il 2008 ci hanno legato le mani. Avevamo un programma e abbiamo chiesto il sostegno del popolo nel negoziare in condizioni difficili per realizzare tale programma. Abbiamo negoziato in condizioni difficili di strangolamento finanziario senza precedenti. Abbiamo negoziato per sei mesi e al tempo stesso siamo stati in grado di realizzare la maggior parte del nostro programma elettorale, per sei mesi, costantemente preoccupati di poter pagare salari e pensioni alla fine del mese e di adempiere i nostri obblighi nel paese nei confronti di quelli che lavorano. Questa è stata la nostra ansia costante. E in questo contesto siamo riusciti ad approvare la legge sulla crisi umanitaria. Migliaia di nostri compatrioti stanno oggi beneficiando di questa legge. Siamo stati in grado di porre rimedio a gravi ingiustizie, come quelle causate dal ministero delle finanze alle casalinghe, ai bidelli, ai dipendenti della stazione radiotelevisiva ERT, che ha riaperto. Pur non cercando di edulcorare la situazione, non dovremmo neppure dipingerla peggio di quanto sia. Se alcuni pensano che la lotta di classe si evolva in modo lineare, che si vince in un’elezione e che non implica una lotta costante, o al governo o all’opposizione, che ce lo spieghino e ci forniscano esempi. Siamo di fronte all’esperienza completamente nuova di un governo di sinistra radicale all’interno di un’Europa neoliberista. Ma possiamo apprendere da esperienza di governi di sinistra di periodi precedenti e sappiamo che vincere le elezioni non significa avere accesso alle leve del potere da un giorno all’altro. Condurre una battaglia a livello governativo non è sufficiente. Deve essere combattuta sul terreno delle lotte sociali.

Perché ha deciso di indire un referendum?

Alexis Tsipras: Non avevo altra scelta. Si deve considerare che cosa avevamo di fronte il 25 giugno io e il governo greco, l’accordo che ci stavano offrendo. Devo ammettere che è stata una decisione molto rischiosa. Non solo la volontà del governo greco andava contro le pretese dei creditori; essa entrava in collisione con il sistema finanziario internazionale, con il sistema politico e mediatico greco. Erano tutti contro di noi. La probabilità che perdessimo il referendum era così forte che i nostri partner europei ci scommisero con la loro decisione di chiudere le banche. Ma per noi era la sola via, poiché ci stavano offrendo un accordo con misure molto difficili, in parte simili a quelle che abbiamo nell’accordo attuale, ma un po’ peggiori, ma in ogni caso misure difficili e anche inefficaci, a mio parere. Al tempo stesso non ci hanno offerto alcuna possibilità di sopravvivenza. Poiché, in cambio di queste misure, ci offrivano 10,6 miliardi in cinque mesi. Volevano che la Grecia, una volta adempiuti i suoi obblighi, prendesse quel che restava del programma precedente in termini di finanza, senza un euro di più, perché questo è ciò che pretendevano Olanda, Finlandia e Germania. Il principale problema politico dei governi del nord era che loro volevano a tutti i costi evitare di presentarsi ai loro parlamenti per dare anche un solo euro “nuovo” alla Grecia, perché erano intrappolati nel clima politico che essi stessi avevano fomentato, in cui le loro popolazioni erano indotte a pensare che stavano pagando per i pigri greci. Questo è naturalmente del tutto falso perché esse pagavano per le loro banche, non per i greci. Quale è stato il risultato della forte posizione del popolo greco, contro ogni aspettativa, al referendum? E’ stata in grado di internazionalizzare il problema, di diffonderlo oltre i propri confini, di togliere la maschera all’immagine dei partner e dei creditori europei. E’ stata in grado di mostrare all’opinione pubblica internazionale l’immagine non di un popolo pigro, bensì di un popolo che resiste e pretende giustizia e un futuro. Abbiamo messo alla prova i limiti dell’eurozona. Abbiamo avuto un impatto sul rapporto di forze. Francia, Italia e i paesi del nord avevano tutti posizioni diverse. Il risultato, certo, è molto difficile ma d’altro canto l’eurozona è stata portata al limite della sua resistenza e coesione. I prossimi sei mesi saranno critici e il rapporto di forze che sarà costruito in questo periodo è semplicemente altrettanto cruciale. A questo punto il destino e la strategia dell’eurozona sono stati posti in discussione. Ci sono diverse possibilità. Quelli che dicevano “nemmeno un altro euro” alla fine hanno deciso non solo un euro bensì 83 miliardi. Perciò dai 10,6 miliardi in cinque mesi fa siamo arrivati a 83 miliardi in tre anni, con la caratteristica cruciale dell’impegno alla riduzione del debito, da discutere a novembre. Questo è un tema chiave che decide se la Grecia può avviarsi su un percorso che la porti fuori dalla crisi. Dobbiamo por fine alle storie raccontate dai signori Samaras e Venizelos che affermavano che stavano uscendo dai memorandum. La verità è che c’era un vuoto in tale racconto e tale vuoto è il debito. Con un debito al 180 – 200 per cento del PIL non si può avere un’economia stabile. La sola via che possiamo imboccare è quella della riduzione del debito, della cancellazione e del sollievo. La condizione perché il paese sia in grado di conquistare qualche margine finanziario è che non sia più obbligato a conseguire grandi avanzi di bilancio destinati a un debito che non è rimborsabile.

Il ‘no’ al referendum era un ‘no’ all’austerità …

Alexis Tsipras: Il quesito referendario aveva due parti. C’era la parte A, che riguardava le misure pretese in precedenza, e la parte B, che riguardava il calendario finanziario. Per essere del tutto onesto, senza abbellire nulla, l’accordo che è seguito al referendum è, in termini della parte A, simile a quello che il popolo greco aveva rifiutato. D’altro canto, in termini della parte B, anche qui dobbiamo essere onesti e sotto questo aspetto c’è una differenza dal giorno alla notte. Prima avevamo cinque mesi e 10,6 miliardi; cinque mesi [in cui i nostri esborsi per spesa pubblica erano con speciale attenzione] vagliati. Ora abbiamo 83 miliardi, il che significa una copertura totale delle necessità finanziarie di medio termine (2015-2018), di cui 47 miliardi sono per i rimborsi all’estero, 4,5 miliardi per gli arretrati del settore pubblico e 20 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche e, infine, c’è il cruciale impegno sulla questione del debito. Così in termini della parte A c’è una ritirata da parte del governo greco, ma quanto alla parte B c’è un miglioramento: il referendum ha avuto una funzione. Il mercoledì prima del voto certi ambienti stavano preparando le basi per un colpo di stato nel paese, proclamando la necessità di attaccare l’ufficio del primo ministro, che il governo stava portando il paese a una tremenda catastrofe economica, segnalando le code alle banche. Devo dire che il popolo greco è stato capace di mantenere la calma in misura tale che i canali giornalistici televisivi hanno avuto difficoltà a trovare persone che si lamentassero della situazione; il sangue freddo della popolazione è stato davvero incredibile. Quella sera mi sono rivolto al popolo greco e ho detto la verità. Non ho detto “sto indicendo un referendum per uscire dall’euro”. Ho detto: “Sto indicendo un referendum che ci dia una dinamica negoziale”. Il “no” al cattivo accordo non è stato un “no” all’euro, un “sì” alla dracma. Posso essere accusato di aver fatto calcoli mediocri, di aver coltivato illusioni, ma in ogni momento ho detto le cose con chiarezza; ho informato il parlamento due volte; ho detto la verità al popolo greco.

Con in mano il 61,2 per cento che i greci le avevano dato, quale sarebbe stato l’accordo che l’avrebbe soddisfatta al suo ritorno da Bruxelles?

Alexis Tsipras: La mattina di venerdì 25 giugno, il giorno dell’ultimatum, nel corso di un incontro che avevamo a Bruxelles, con prospettive di umiliazione senza via d’uscita, abbiamo deciso di procedere con il referendum. Per loro era un prendere o lasciare. “Il gioco è finito” è ciò che ha detto ripetutamente Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo. Non hanno usato giri di parole; volevano un cambiamento politico in Grecia. Non avevamo scelta; abbiamo scelto la via della democrazia dando la parola al popolo greco. Tornando in Grecia quella sera ho convocato il consiglio del governo e abbiamo preso la decisione. Ho interrotto la riunione per comunicare con Angela Merkel e François Hollande. Ho comunicato loro la mia decisione; quella stessa mattina avevo spiegato loro che quella che proponevano non era una soluzione onesta. Mi hanno chiesto che cosa avrei consigliato al popolo greco e ho risposto che l’avrei consigliato di votare ‘no’, non nel senso di uno scontro ma come opportunità di rafforzare la posizione negoziale della Grecia. Ho chiesto loro di aiutarmi a completare questa procedura positivamente e nella calma, di aiutarmi a indurre l’Eurogruppo, che doveva riunirsi 48 ore dopo, a concedere una proroga di una settimana del programma in modo che il referendum avesse luogo in condizioni di sicurezza e non di strangolamento, con le banche chiuse. In quel momento entrambi mi hanno assicurato che avrebbero fatto tutto il possibile a tal fine. Solo la Cancelliera mi ha avvertito che avrebbe rilasciato una dichiarazione pubblica sul referendum, ma presentandolo come una domanda su se la Grecia voleva restare nell’euro. Le ho detto che ero assolutamente in disaccordo al riguardo, che la questione non era l’euro o la dracma ma che lei era libera di dire quel che voleva. E’ lì che la conversazione si è interrotta. La promessa non è stata mantenuta. Quarantott’ore dopo l’Eurogruppo ha preso una decisione molto diversa. La decisione è stata presa nel momento in cui il parlamento greco stava votando per approvare il referendum. In 24 ore la decisione dell’Eurogruppo ha determinato la decisione della BCE di non aumentare il tetto dell’ELA [n.d.r.: il meccanismo di liquidità d’emergenza da cui dipendono le banche greche], che ci ha costretto a introdurre controlli sui capitali per bloccare il collasso del sistema bancario. La decisione di chiudere le banche è stata, credo, una decisione vendicativa contro la scelta di un governo di rivolgersi al proprio popolo.

Si aspettava quel risultato?

Alexis Tsipras: Confesso che fino a mercoledì [n.d.r.: il mercoledì prima del referendum] avevo l’impressione che il risultato sarebbe stato incerto. Arrivati a giovedì ho cominciato a rendermi conto che il “no” avrebbe vinto e venerdì ne sono stato convinto. In questa vittoria è entrata in gioco la promessa da me fatta al popolo greco di non giocare d’azzardo con una catastrofe umanitaria. Non ho giocato con la sopravvivenza del paese e dei suoi segmenti popolari. Dopo di ciò a Bruxelles sono stati messi sul tavolo diversi scenari terrificanti. Sapevo che nel corso delle diciassette ore in cui avevo dovuto condurre quella battaglia, in condizioni difficili, se avessi fatto quello che il mio cuore voleva – alzarmi, picchiare il pugno sul tavolo e andarmene – le filiali estere delle banche greche sarebbero crollate quello stesso giorno. In 48 ore la liquidità che consentiva i prelievi di 60 euro quotidiani si sarebbe prosciugata e, peggio, la BCE avrebbe deciso una riduzione del collaterale delle banche greche e avrebbe persino preteso rimborsi che avrebbero determinato il collasso dell’intero sistema bancario. In quel caso il collasso non si sarebbe tradotto in una riduzione dei risparmi ma nella loro scomparsa. Nonostante tutto ho condotto quella lotta cercando di conciliare logica e passione. Sapevo che se mi fossi alzato e me ne fossi andato avrei dovuto tornare in condizioni ancora più svantaggiose. Avevo di fronte un dilemma. L’opinione pubblica mondiale stava proclamando “#questo è un colpo di stato”, al punto che quella sera era diventato il principale hashtag su Twitter su scala mondiale. Da una parte c’era la logica, dall’altra la sensibilità politica. Dopo aver riflettuto resto convinto che la decisione giusta sia stata scegliere di proteggere le classi popolari. Diversamente aspre rappresaglie avrebbero distrutto il paese. Ho fatto una scelta responsabile.

Lei non crede in questo accordo e tuttavia ha chiesto ai parlamentari di votare a suo favore. Che cosa ha in mente?

Alexis Tsipras: Io penso, e l’ho detto al parlamento, che quella che i nostri partner e creditori europei hanno conseguito con la forza è una vittoria di Pirro, ma che al tempo stessa essa rappresenta una grande vittoria morale per la Grecia e per il suo governo di sinistra. E’ un compromesso doloroso, sia a livello economico sia a livello politico. Sapete, il compromesso è un elemento della realtà politica e un elemento delle tattiche rivoluzionarie. Lenin è il primo a parlare di compromesso nel suo libro L’estremismo: malattia infantile del comunismo, in cui dedica numerose pagine a spiegare che il compromesso fa parte delle tattiche rivoluzionarie. In un passaggio egli fornisce l’esempio di un bandito che ti punta la pistola contro e dice “o la borsa o la vita”. Che cosa deve fare un rivoluzionario? Dare la vita? No, deve dare il denaro al fine di rivendicare il suo diritto a vivere e a continuare la lotta. Abbiamo affrontato un dilemma coercitivo. Oggi i partiti d’opposizione e i media del sistema stanno producendo un’enorme trambusto, al punto di esigere l’incriminazione penale di Yanis Varoufakis. Siamo del tutto consapevoli di rischiare le nostre teste nello scatenare una lotta a livello politico. Ma la stiamo scatenando insieme con la schiacciante maggioranza del popolo greco dalla nostra parte. E’ questo che ci dà forza.

***

Intervista condotta da Kostas Arvanitis (STO Kokkino), pubblicato in francese su L’Humanité il 31 luglio 2015.

Tradotta [in inglese] (versione non ufficiale) da Eric Canepa

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/austerity-is-a-dead-end/

Originale: transform!

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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Un commento su “L’austerità è un vicolo cieco

  1. attilio cotroneo il said:

    La storia giudicherà quanto e se si sarebbe dovuti essere radicali in una guerra che é tutt’altro che vicina alla fine.

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