Dicono che il Paraguay è in Africa: mosaico d’orrore

Redazione 25 luglio 2015 1
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di Andre Vltchek – 24 luglio 2015

Ho sempre amato questo paese di terra rossa, fiumi potenti e strade di selciato grezzo. Ne ho amato le buganvillee, le sue lunghe notti silenziose e i suoi infiniti spazi aperti.

Ma per il popolo paraguaiano, o almeno per la sua minoranza indigena, è andato storto tutto quello che poteva andar storto.

Prima che Evo Morales diventasse presidente la Bolivia era il paese indigente dell’America del Sud. Il Paraguay era situato leggermente “sopra”, la seconda nazione più povera. Oggi, con maggior probabilità, è il più indigente.

***

Fuori fa buio pesto e la strada è allagata. Come in altri paesi di estrema destra di tutto il mondo, dall’Indonesia al Kenya, il sistema fognario è lungi dall’essere una priorità per i governanti.

Sono all’interno di un museo impressionante, il Museo de Barra, un ritrovo di intellettuali locali, prevalentemente di sinistra. Di là dal tavolo, davanti a me, siede Lia Colombino, curatrice e una delle direttrici del museo. Un piano più sotto una grande mostra illustra gli orrendi massacri di indigeni avvenuti a Curuguaty nel 2012. Dovunque c’è arte potente: fotografie, filmati artigianali e dipinti.

La signora Lia è chiaramente depressa per lo stato del suo paese:

“Non pare di essere in America del Sud, vero? E’ più come l’America Centrale …”

So esattamente che cosa intende dire.

Per me la sensazione è ancora di America del Sud, ma molto prima che la grande ondata di rivoluzioni cambiasse totalmente il paese. Ma capisco che cosa intende. Il Paraguay non pare America Centrale, simile a Honduras o Guatemala, dove gli indigeni sono trattati con assoluto disprezzo, come “non persone”, dove il proprietario di una piantagione non esiterebbe a far saltare le cervella a un “peon”, solo perché è di umor nero o sente il bisogno di accarezzare un grilletto. Il due per cento del popolo in Paraguay possiede più del 75 per cento di tutta la terra. Questo dice parecchio.

“Il Paraguay potrebbe anche trovarsi in Africa”, mi è stato detto da un medico paraguayano, a bordo di un aereo in rotta da Buenos Aires ad Asuncion: “Il mio paese mi ricorda alcune deprimenti nazioni sub-sahariane saccheggiate, ancora controllate da interessi dell’occidente. So di che cosa parlo; ho trascorso molti anni in Africa. Là ho assistito alla stessa mancanza di rispetto per la vita umana cui sto assistendo qui”.

Vicino al mio albergo c’è un’esposizione di Porsche e a solo pochi minuti di distanza c’è un centro commerciale di lusso. “Shopping del Sol” vanta il suo lucente design moderno e marche di lusso. Ma in entrambe le sue librerie non si poteva trovare nemmeno un solo libro di Eduardo Galeano o Elena Poniatowska.

Giusto al di là della strada dal mio albergo c’è un ristorante di lusso specializzato in bistecche ma non c’è modo di attraversare la strada, niente strisce pedonali. Attraversare è umiliante. Le auto accelerano. Chi non sta a un volante è trattato da sub-umano.

Tutt’attorno stanno crescendo grattacieli moderni, ma in mezzo a loro, come in Indonesia, ci sono case fatiscenti e baracche, vicoli e strade sporche senza marciapiedi.

In tutto il paese vivono tuttora comodamente i discendenti dei nazisti europei, che godono d’impunità e persino di rispetto. I servizi segreti britannici e statunitensi facilitarono la fuga in America del Sud di migliaia di notori nazisti europei, spesso con il bottino di denti d’oro provenienti dai campi di concentramento, dopo che avevano contribuito a demolire i partiti politici di sinistra prima delle elezioni postbelliche. Si ritiene che il famigerato Hotel del Lago di San Bernardino (a quaranta chilometri da Asuncion) abbia offerto rifugio a numerosi nazisti di spicco, tra cui Joseph Mengele, l’Angelo della Morte, un ufficiale tedesco delle SS e medico nel campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau.

Ma San Bernardino, sul lago Ypacarai, è tristemente noto anche per vergognosi accaparramenti di terre. Non c’è quasi accesso pubblico al lago, le cui rive sono gradualmente “privatizzate” dalle “élite” del paese e dai loro “club nautici”.

La situazione sociale in Paraguay è così brutta che decine di migliaia dei suoi cittadini attraversano regolarmente il confine verso la più ricca e per certi versi socialista Argentina, dove è loro offerta assistenza medica gratuita e istruzione gratuita per i loro figli.

A centinaia di chilometri di distanza dalla capitale, nelle campagne, la popolazione prevalentemente indigena vive tuttora nelle condizioni più orribili.

Sbattuto nel mezzo dell’America del Sud, il Paraguay è un fedele alleato dell’occidente, circondato da una parte del mondo in rapido cambiamento e sempre più socialista.

“Il Paraguay è stato la dittatura più violenta e malvagia e il luogo d’origine dell’Operazione Condor, in cui molte persone di tutto il continente furono torturate e uccise. Il Paraguay è una località vitale e strategica che si trova sopra le più vaste falde acquifere del mondo, con terre molto fertili. La popolazione vive a mezzadria nella campagna, in condizioni simili a quelle che si trovavano negli Stati Uniti dopo la guerra civile, o peggio” ha commentato Joseph J. Garcìa, assistente ospite all’Università del Nuovo Messico.

***

La dittatura più malvagia … Forse lo è stata, anche se in America del Sud ci sono stati tanti contendenti a quel triste premio.

Al pian terreno del Palazzo di Giustizia, la signora Rosa M. Palau, coordinatrice del “Centro di Documentazione e Archivio per la Difesa dei Diritti Umani”, sta estraendo un documento storico sconvolgente dopo l’altro.

“Ecco, questi sono archivi della polizia … tutto ciò che lei vede qui, passati attraverso i servizi segreti dell’esercito. Può leggere qui riguardo a tutto quel lavoro sporco fatto dalla polizia … l’”Operazione Condor” … C’è della corrispondenza tra gli Stati Uniti e i governi regionali. In questi documenti lei può leggere dell’”istruzione” che gli Stati Uniti hanno fornito alla polizia locale e anche dei centri di tortura ad Asuncion”.

Sono nel mezzo di quelli che sono chiamati gli “Archivi del Terrore”, un’enorme quantità di documenti e parte del Programma della Memoria del Mondo dell’Organizzazione della Scienza, Istruzione e Cultura delle Nazioni Unite (UNESCO). Secondo l’UNESCO:

“Gli Archivi del Terrore sono documenti ufficiali della repressione poliziesca nel corso dei trentacinque anni della dittatura di Alfredo Stroessner. Contengono anche prove delle attività dell’Operazione Condor come parte di una campagna di repressione politica che comprese assassinii e operazioni dei servizi segreti attuata ufficialmente nel 1975 dai dittatori di destra del Cono Sud dell’America meridionale”.

Gli Archivi descrivono i destini di innumerevoli latinoamericani che furono segretamente sequestrati, torturati e uccisi dai servizi di sicurezza, dall’esercito e dalla polizia in Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay, prevalentemente nell’interesse della politica estera statunitense. E’ questa la barbara e coordinata azione terroristica nota come Operazione Condor.

Secondo gli archivi furono assassinate 50.000 persone, 30.000 scomparvero e 400.000 furono incarcerate. Molti degli incarcerati furono torturati e violentati.

Seduto qui, circondato da cartelle e documenti, ho continuato a ricordare quei giorni, quasi due decenni fa, in cui gli archivi furono resi pubblici, per la prima volta, nel quartiere di Asuncion chiamato Lambare. Tutti noi, che eravamo venuti a indagare da parti diverse dell’America Latina e del mondo, eravamo sopraffatti, emotivamente e professionalmente. Quello che avevamo sempre sospettato era improvvisamente davanti a noi, nero su bianco, prova dopo prova, a dimostrare che gli Stati Uniti, insieme con le élite locali appoggiate dai servizi di “sicurezza”, avevano sistematicamente liquidato persone colpevoli di coltivare desideri di vivere in patrie giuste, ugualitarie e socialiste.

Tutti prendevamo appunti, fotografavamo, passando di pagina in pagina attraverso le orribili prove. Alcuni sedevano sul pavimento, stringendosi la testa tra le mani. Altri piangevano.

Un giorno un mio amico avvocato mi avvicinò in un caffè del quartiere. Mi si sedette accanto e dichiarò lentamente:

“Pensi che sia cambiato qualcosa in Paraguay? Loro, i responsabili degli orrori, ti guardano scorrere quei documenti e ti ridono dietro, perché sanno che in questo paese non cambierà mai davvero nulla. Ridono anche dietro a me. Sono stato torturato ferocemente. Mi hanno strappato le unghie e mi hanno fracassato i testicoli. E oggi quando vado a vedere una partita di calcio allo stadio li vedo, i miei torturatori, e non c’è nulla che io possa fare. Ci salutiamo, educatamente. Facciamo finta che tutto vada bene, che non sia realmente accaduto nulla … E poi, la notte, io urlo”.

E come se leggesse i miei pensieri la signora Rosa M. Palau improvvisamente rompe il silenzio. Fatica a contenere le sue emozioni:

“Questo è stato un capitolo terribile della nostra storia! In seguito sono successe molte cose, durante il periodo della transizione. Ma oggi sta diventando evidente che non abbiamo imparato molto riguardo alla democrazia. Non abbiamo imparato quasi nulla!”

***

Due colpi di stato successivi – in Honduras e Paraguay – sono spesso citati come prova che gli Stati Uniti non hanno mai davvero “chiuso gli occhi” e mollato la loro eterna vittima, l’America Latina.

Il 3 luglio 2012 Bill Van Auken ha pubblicato la sua analisi del colpo di stato in Paraguay sul sito The World Socialist Web Site:

“C’è ogni motivo per ritenere che l’affrettata incriminazione di Lugo – fatta passare a forza attraverso entrambe le camere del parlamento paraguaiano in appena 30 ore dopo essere stato accusato dai due partiti tradizionali dell’oligarchia al potere nel paese – sia stata messa in atto con l’indispensabile complicità dell’imperialismo statunitense.”

“Ex prete cattolico e promotore della Teologia della Liberazione, Lugo era stato eletto nel 2008 con la promessa di combattere la corruzione e di promuovere un ‘capitalismo socialmente responsabile’”.

“Impegnato alla difesa della proprietà privata e con tutte le leve reali del potere rimasta nelle mani dei liberali e di Colorados di Stroessner, che avevano retto il paese per sei decenni prima delle elezioni del 2008, Lugo fu in grado di realizzare poco quanto a riforme, mentre si adattava in continuazione alla reazione paraguaiana”.

“Ciò nonostante l’oligarchia dominante e gli interessi agricoli transnazionali trovarono intollerabile la sua presidenza, temendo che stesse generando false aspettative nelle masse dei lavoratori e degli oppressi del Paraguay. In particolare c’era la preoccupazione che masse di contadini senza terra, non ricevendo nulla dal governo in termini di una vera riforma agraria, potessero prendere in mano la situazione”.

“Il pretesto principale per l’incriminazione fu il massacro scatenato dalle forze di sicurezza paraguaiane mentre tentavano di cacciare circa 100 contadini che occupavano la terra di un ex politico Colorado dell’era Stroessner. Rimasero uccisi undici contadini e sei poliziotti, mentre dozzine di altri furono feriti e arrestati. I partiti di destra del Congresso paraguaiano incolparono Lugo non di aver abbattuto contadini, bensì di non aver attuato una repressione più completa.”

La signora Clyde Soto, una ricercatrice sociale del “Centro de Documentacion y Estudios” (CDE) di Asuncion mi ha parlato degli eventi del 2012, iniziati con il massacro di Curuguaty:

“Il massacro del 15 giugno 2012 fu ben pianificato. Fu attuato al fine di cacciare i contadini che avevano deciso di occupare le terre, chiedendo la riforma agraria. I contadini sapevano che si trattava di terre di cui si erano appropriati ingiustificatamente Blas N. Riquelme e la sua società Campos Morombi, con un lungo e inestricabile processo legale riguardante il caso; la strategia sistematica di appropriazione di terre e territori ancora appartenenti a contadini e popoli indigeni. Questo piano era identico, nella sostanza, a quella che aveva avuto luogo in tutta la storia dello stato post-coloniale del Paraguay (dove la definizione di “post-coloniale” e molto discutibile). Il secondo obiettivo del massacro fu di creare “spazio” per un “colpo di stato morbido” che rimosse Fernando Lugo dal potere, mediante un processo politico pieno di irregolarità. Quello che è successo a Curuguaty ha chiaramente servito gli interessi, sia legali sia illegali, dei potenti e delle imprese.”

Poi ha aggiunto:

“Sabato 27 giugno, di mattina presto, un gruppo di contadini di Curuguaty ha occupato di nuovo le terre di Marina Kue, dove ha avuto luogo il massacro nel 2012. Hanno chiesto sia chiarimenti su ciò che è successo tre anni fa, sia i titoli di proprietà delle terre”

Pare che il Paraguay, ancora una volta, stia giungendo al punto di ebollizione. La gente è ora pronta a combattere, a rischiare la propria vita. Le élite politiche ed economiche hanno perso la sua fiducia, interamente. E così della terra si appropriano i contadini, in numerose località.

Una sera il signor Fernando Rojas mi ha dato un passaggio. Lui e i suoi compagni di “Decidamos” (una campagna dei cittadini) erano diretti a nord, ad ancora un’altra area in cui i contadini avevano osato intraprendere un’azione decisiva e occupare la terra che un tempo apparteneva loro.

“Dobbiamo controllare quello che succede nelle province”, ha spiegato Fernando. “ Per assicurarci che quello che è successo a Curuguaty non succeda mai più di nuovo”.

La stessa sera, al Museo de Barro di Asuncion è proiettato un film sul massacro di Curuguaty. E’ intitolato “Fuera de campo”, diretto da Hugo Gimenez, che è effettivamente presente alla proiezione.

Fuera de campo è un’opera d’arte minimalista, onesta, sperimentale. Sullo schermo le persone parlano lentamente, con decisione. I contadini stanno ancora protestando, ancora sognando una patria migliore … una madre ricorda suo figlio, il suo amore per questo paese: “Dobbiamo resistere … Se ci uccidono, allora che ci uccidano!” Ci sono immagini di poliziotti feriti, portati via dalle ambulanze … mentre i contadini feriti sono giustiziati, a bruciapelo.

***

“Due settimane fa l’esercito marciava cui, nel corso dell’anniversario dell’Accademia Militare del Paraguay. Marciava fianco a fianco con il personale militare statunitense che opera in questo paese”, ricorda la signora Rosa M. Palau.

Non può esserci alcun dubbio che gli Stati Uniti stanno tentando di rendere solida la loro presenza militare ed economica in questa regione, inimicandosi nazioni progressiste vicine, come Bolivia, Brasile e Argentina.

La presenza USA in Paraguay è costituita da basi dell’esercito e dell’aviazione e da basi di sorveglianza utilizzate per spiare i paesi della regione.

Come chiaramente dimostrato negli “Archivi del Terrore”, gli USA hanno, storicamente, grandi legami sia con le élite sia con l’esercito del Paraguay; legami che sono stati utilizzati per torturare, assassinare e imprigionare decine di migliaia di patrioti sudamericani.

Gli USA stanno conducendo regolarmente operazioni segrete, particolarmente nelle aree prossime al confine boliviano e anche nello spazio in cui si incontrano Paraguay, Brasile e Argentina.

C’è già un’enorme base dell’aviazione militare statunitense a Mariscal Estigarribia, Paraguay, che si trova a soli 200 chilometri dal confine con la Bolivia e può essere utilizzata dall’esercito statunitense nel caso ci sia un colpo di stato appoggiato dagli USA contro il governo socialista di Evo Morales in Bolivia. Tale base è in grado di ospitare più di 16.000 soldati. Vicino a Mariscal Estigarribia ci sono le riserve di gas naturale della Bolivia, le seconde più vaste dell’America Latina. L’area ha anche un grande significato, poiché il bacino Guarani è una delle maggiori riserve d’acqua del mondo.

Due anni fa Nikolas Kozloff ha scritto per Al-Jazeera:

“Recentemente una quantità di singoli e organizzazioni di tutta l’America Latina ha richiamato l’attenzione sullo stato tumultuoso della politica in Paraguay, dove il presidente democraticamente eletto Fernando Lugo è stato incriminato dal Congresso del paese in circostanze piuttosto dubbie. In una lettera di protesta i firmatari hanno abbozzato una teoria piuttosto provocatoria. Affermano, ad esempio, che il Comando Sud degli USA voleva la cacciata di Lugo come leader paraguaiano che si era opposto alla militarizzazione statunitense del suo paese.”

“’Sappiamo già chi ha rovesciato Fernando Lugo è perché’, hanno aggiunto. ‘Non può essere permesso che … El Chaco appartenga [al Paraguay] … né al suo popolo; [la regione è] destinata all’occupazione e allo sfruttamento da parte di multinazionali attraverso megaprogetti e terrorismo finanziato con risorse pubbliche. Il colpo di stato in Paraguay, come altri simili in tutta l’America Latina, è stato attuato dalle multinazionali e dai loro partner nelle élite locali e nel loro interesse.’”

Fernando Lugo non era realmente un socialista. Non è mai stato della stessa lega di Chavez, Morales o Correa. E’ un sacerdote della teologia della liberazione, un ex vescovo. Dopo essere stato deposto non ha lasciato il paese, diventando alla fine senatore. Ma persino il suo governo di centrosinistra era divenuto intollerabile per gli interessi statunitensi e per le ‘élite’ paraguaiane.

La signora Lilian Soto, ex candidata alla presidenza, e politica e socialista e femminista paraguaiana di primo piano, mi ha descritto la situazione politica inquietante del suo paese:

“Di questi tempi in Paraguay i leader politici difendono gli interessi della grande industria e dei suoi proprietari; conseguentemente governano il nostro paese in modo che serva quegli interessi e non quelli del popolo paraguaiano. Questi leader stanno spingendo a un consumismo estremo, promuovendo accordi che servono gli interessi delle grandi multinazionali, mettendo a rischio la nostra sovranità nazionale, consentendo interventi militari stranieri, scatenando cosiddette “guerre alla droga” che si trasformano nella scusa per la presenza delle forze armate statunitensi in Paraguay. Ciò rovescia radicalmente il rapporto tra USA e America Latina, fino al punto degli interventi militari diretti, simili a quelli che solevano verificarsi in Paraguay durante la Guerra Fredda degli anni ’70, quando il Paraguay era un pilastro dell’aggressione statunitense contro la regione”.

***

Negli anni ’90, da giovane giornalista, ho assistito a numerose operazioni congiunte dell’esercito paraguaiano e degli agenti dell’Agenzia Antidroga (DEA) statunitense. Ho volato due volte a bordo di elicotteri militari fino al confine con il Brasile dove numerose piantagioni di marijuana sono state bruciate a beneficio dei nostri obiettivi, di noi corrispondenti stranieri.

Era tutta una farsa, ma ben orchestrata. La “guerra alla droga” è sempre stata una delle principali “giustificazioni” e coperture per la presenza militare statunitensi in Paraguay.

Oggi alla lista è aggiunta la “guerra al terrore”. Nella regione dei tre confini (Paraguay, Argentina e Brasile) attorno a Ciudad del Este diverse migliaia di cittadini di origine siriana e libanese sono accusate di raccogliere fondi per Hezbollah in Libano, un’organizzazione amata in Libano ma odiata in occidente, e che conseguentemente compare sulla lista statunitense dei terroristi. Gli Stati Uniti si “sentono obbligati” a controllare la situazione.

In realtà quella che è in gioco è l’indipendenza stessa dell’America Latina e delle sue rivoluzioni. Gli Stati Uniti stanno tentando di destabilizzare paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina, attraverso la cooperazione con le “élite” locali, ma anche mediante le loro basi militari in Colombia, Guyana e Paraguay.

Nel processo sono sacrificati milioni di poveri, prevalentemente indigeni.

La signora Rosa M. Palau lamenta:

“Qui, di nuovo, i poveri, che sono prevalentemente indigeni, sono interamente allo scoperto, non protetti. Sappiamo tutti che sono coinvolti gli Stati Uniti. In questo continente in rapido cambiamento il Paraguay sta diventando un paese isolato”.

Benvenuti ad Asuncion

Benvenuti ad Asuncion

Archivi dell'orrore - sezione Cile

Archivi dell’orrore – sezione Cile

Hotel del Lago, dove soleva risiedere Mengele

Hotel del Lago, dove soleva risiedere Mengele

Rosa M. Palau, coordinatrice, Archivi dell'orrore

Rosa M. Palau, coordinatrice, Archivi dell’orrore

Tristezza

Tristezza

Ricordo del massacro di indigeni

Ricordo del massacro di indigeni

Quasi come a Giacarta: marciapiedi di Asuncion

Quasi come a Giacarta: marciapiedi di Asuncion

Baraccopoli di Asuncion

Baraccopoli di Asuncion

Esercito statunitense in marcia ad Asuncion

Esercito statunitense in marcia ad Asuncion

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. I suoi libri più recenti sono “Exposing Lies of the Empire [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism[Lotta contro l’imperialismo occidentale]. La sua discussione con Noam Chomsky “On Western Terrorism[Sul terrorismo occidentale]. Point of No Return[Punto di non ritorno] è il suo romanzo politico acclamato dalla critica. Oceania – un libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico meridionale. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia: “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia, l’arcipelago della paura]. Andre realizza documentari per teleSUR e Press TV. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Medio Oriente. Può essere raggiunto sul suo sito web o su Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2015/07/24/they-say-paraguay-is-in-africa-mosaic-of-horror/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 25 luglio 2015 alle 23:59 -

    Ancora più orribile del silenzio dell’opinione pubblica statunitense che non può non sapere cosa il suo governo continua a fare, è il silenzio delle popolazioni europee che non sanno sviluppare un pensiero critico dopo essere state spettatrici di massacri e nefandezze che vengono replicate nel mondo sotto la bandiera ipocrita della democrazia.

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