L’Iran ha conquistato gli accordi di Vienna accettando di smettere di fare ciò che non stava mai facendo

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IranNuclearDeal

di William O. Beeman – 18 luglio 2015

L’Iran ha vinto la battaglia diplomatica a Vienna sul suo programma nucleare. Il suo successo non è stato dovuto all’incapacità dei negoziatori statunitensi, come sono stati rapidi ad affermare i critici repubblicani e il primo ministro Netanyahu. L’Iran è stato in grado di vincere perché gli è stato molto facile bluffare, rinunciando ad attività in cui non si era mai impegnato e non aveva mai inteso impegnarsi.

Sull’altro lato del tavolo negoziale gli Stati Uniti avevano già abbandonato il loro obiettivo dell’era Bush di attuare un cambiamento di regime in Iran, rendendo la propria posizione negoziale considerevolmente più debole. Inoltre i colloqui sono stati rigidamente limitati dal Trattato sulla Non Proliferazione Nucleare (NPT) del 1968 che garantiva all’Iran e a tutti gli altri 190 firmatari del trattato il “diritto inalienabile” allo sviluppo nucleare pacifico, a condizione che tale sviluppo sia attuato a fini pacifici.

Sul programma nucleare iraniano sono state raccontate molte bugie che hanno reso difficili i negoziati:

1. Il programma nucleare iraniano è stato portato avanti in segreto. In realtà il programma risale a più di quarant’anni fa ed è stato promosso dagli Stati Uniti. Sono stati gli Stati Uniti a fornire all’Iran il primo reattore nucleare di ricerca.

2. L’Iran aveva o ha o avrà un programma di armamento nucleare. Non c’è alcuna prova in nessun luogo che un tale programma esista o sia mai esistito, come verificato dalla Stima dell’Intelligence Nazionale USA e dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (IAEA). I capi dell’Iran hanno regolarmente denunciato le armi nucleari come non islamiche.

3. L’arricchimento dell’uranio è equivalente a un programma di armamento nucleare. In realtà ci sono diciannove altri firmatari del NPT che non dispongono di armi nucleari e che arricchiscono l’uranio proprio come l’Iran. Diversi di essi non sono mai stati presi di mira dagli Stati Uniti o da altre potenze nucleari, rafforzando l’affermazione dell’Iran di essere preso particolarmente di mira non per le proprie attività nucleari bensì soltanto perché è l’”Iran”. Considerata la dichiarazione dell’era Bush che gli Stati Uniti volevano un cambiamento di regime in Iran e che stavano usando il tema delle armi nucleari per guadagnarsi il sostegno del pubblico statunitense, ciò è molto plausibile.

4. L’Iran potrebbe pianificare una qualche specie di programma clandestino per la “corsa” a una bomba. Questa fantasticheria non sembra morire mai. Il fatto è che l’Iran non ha infrastrutture per produrre materiale fissile di tipo bellico, produrre una bomba o sviluppare un sistema di lancio per tale bomba. All’Iran ci sono voluti anni per produrre uranio a basso arricchimento (meno del 5%) sufficiente per produrre persino una sola bomba. Tale uranio dovrebbe essere arricchito al livello del 95% e anche se l’Iran riuscisse in qualche modo una bomba in tempi stretti, essa dovrebbe essere sperimentata e allora non ci sarebbe alcuna bomba. Inoltre una tale attività sarebbe immediatamente individuata dagli ispettori dell’IAEA.

I dialoghi sono stati ulteriormente inibiti da persone che hanno insistito nell’aggiungere ogni sorta di argomenti estranei all’ambito dei dialoghi. Il principale tra questi è stato un embargo alla vendita di armi convenzionali all’Iran, che non aveva nulla a che fare con la questione nucleare. Altri temi includevano un qualche genere di garanzia di liberazione di detenuti politici, riconoscimento di Israele e ritiro del sostegno al regime di Assad in Siria, tutte cose totalmente irrilevanti per i dialoghi. Indipendentemente da quanto hanno detto Ted Cruz, Tom Cotton, Lindsay Graham o il primo ministro Netanyahu, questi problemi erano del tutti estranei all’ordine del giorno.

L’Iran ha così avuto uno spazio enorme per negoziare. Gli era già garantita la conservazione del suo programma nucleare in virtù del NPT. L’idea di smantellare completamente il suo potenziale nucleare avrebbe avuto un impatto su tutti gli altri firmatari del NPT e avrebbe creato il caos nel mondo del controllo degli armamenti.

E’ stato anche facile per l’Iran rinunciare a un programma di armamenti nucleari che non era mai esistito e che il paese non aveva mai inteso attuare. Come posizione negoziale questa è inattaccabile, mentre la tua controparte al tavolo insiste e insiste su qualcosa che non ha valore ed è possibile accedere a tali pretese vuote per ottenere altre concessioni. Una mossa simile è in effetti un bluff e gli Stati Uniti, condizionati dall’affermazione dell’era Bush che l’Iran stava costruendo una bomba, non hanno mai potuto far marcia indietro al riguardo senza estremo imbarazzo.

Nella parte iraniana la dirigenza di Teheran ha ricavato negli anni considerevoli vantaggi dall’inimicizia con gli Stati Uniti. Di ogni fallimento della politica economica e sociale sono stati incolpati gli Stati Uniti e l’ostilità ufficiale nei confronti degli Stati Uniti ha puntellato per decenni quelli al potere. Rinunciare a questo vantaggio in politica interna sarebbe stato difficile, ma poteva essere fatto se la popolazione poteva essere indotta a considerare gli accordi come un sacrificio. Questo è stato un altro bluff, ma un bluff diretto al pubblico iraniano. Il giubilo nelle strade dell’Iran dimostra che questa è stata una mossa ottima. Rinunciando al vantaggio degli attacchi agli Stati Uniti, la dirigenza dell’Iran ha in effetti aumentato la propria popolarità.

Le sanzioni hanno concretamente aiutato l’Iran in molti modi. Lungi dall’essere “paralizzanti”, hanno costretto l’Iran a divenire autosufficiente in quasi ogni attività industriale e commerciale convenzionale e in agricoltura. Di certo l’Iran non avrebbe potuto vivere indefinitamente sotto le sanzioni. La mancanza di accesso al sistema bancario internazionale era debilitante, ma è indubbio che l’economia interna dell’Iran era sufficientemente forte da continuare per molti sotto tali restrizioni. La crescita del PIL dell’Iran, così come misurata dal FMI e dalla Banca Mondiale, è stata del 3 per cento l’anno scorso, e il suo tasso di proprietà è stato inferiore a quello degli Stati Uniti.

Sono tornato recentemente, il 21 giugno, da un viaggio di tre settimane in Iran e dovunque erano evidenti l’incredibile sviluppo dell’infrastruttura industriale e anche le ricche forniture agricole.

Migliaia di investitori stranieri erano dovunque, persino in cittadine di provincia, a sbavare alle opportunità che sarebbero emerse dopo una riuscita conclusione degli accordi. Un industriale tedesco ha detto: “Non avevo idea di quanto ricco e sviluppato fosse l’Iran. Non avremo necessità di costruire nulla qui. Dovremo solo ampliare le attività commerciali che già esistono e aumentare gli sforzi di marketing. Faremo un mucchio di soldi”.

Non molto noto è il fatto che l’Iran è oggi diventato quasi autosufficiente nella produzione di armi convenzionali. In realtà l’Iran è un esportatore di armi. Negli accordi finali di Vienna è stato sottoscritto un accordo per mantenere un embargo al commercio delle armi convenzionali. Si è trattato di un altro bluff. L’Iran non realtà non ha bisogno di importare granché quanto ad armi, ma mettendo su un gran teatro di opposizione, i negoziatori hanno creato una posta negoziale che in realtà non esisteva.

Gli Stati Uniti avrebbero conseguito risultati migliori se, prima di avviarsi a questi negoziati, avessero realmente saputo qualcosa a proposito dell’Iran o si fossero fatti realisti riguardo alla loro iperbolica retorica a proposito del rischio del programma nucleare dell’Iran. La soluzione di questa situazione sarà sicuramente un bene per il mondo ma gli statunitensi dovrebbero essere chiari sul fatto che questa è stata una crisi prodotta da noi e che la maggior parte dell’energia spesa dalla nostra squadra di negoziatori negli ultimi 18 mesi è stata diretta a salvare la faccia e a far marcia indietro dagli errori della crisi strombazzata nell’era Bush e che non è mai realmente esistita.

William O. Beeman è docente e presidente della facoltà di antropologia dell’Università del Minnesota. Ha vissuto e condotto ricerche in Iran per quarant’anni e parla un fluente persiano. Il suo libro del 2008 “The ‘Great Satan’ vs the ‘Mad Mullahs’: How the United States and Iran Demonize Each Other[Il ‘grande Satana’ e i ‘mullah folli’: come gli Stati Uniti e l’Iran si sono demonizzati a vicenda] mostra come è sorta l’attuale crisi nucleare. Ha viaggiato per tre settimane in Iran a giugno.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/iran-won-the-vienna-accords-by-agreeing-to-stop-what-it-never-was-doing/

Originale: New American Media

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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Un commento su “L’Iran ha conquistato gli accordi di Vienna accettando di smettere di fare ciò che non stava mai facendo

  1. attilio cotroneo il said:

    Quando si conclude un accordo internazionale tra governi per capire se si tratta di un buon accordo basta considerare due semplici aspetti: la sua universalizzazione sostenibile o meno è il vantaggio delle popolazioni in termini di vita di relazione e espressioni di eguaglianza nelle opportunità. Tolti qtesti aspetti è difficile reperire un interesse comune. Senza maggiori garanzia per una denuclearizzazione del Medio Oriente e maggiore democrazia per i cittadini statunitensi e iraniani, questo accordo rimarrà un esercizio diplomatico che peraltro qualcuno non smetterà di destabilizzare.

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