Holloway: Considerazioni Critiche contro l’Idra Capitalistica

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Zapatistas
Intervento di John Holloway presentato al Seminario Zapatista “Considerazioni Critiche contro l’Idra del Capitalismo” a San Cristobal del las Casas, Messico, il 7 Maggio 2015

E’ un onore, una gioia essere qui. Mi metterei quasi a ballare, ma non lo faro’; provero’ a focalizzarmi su quanto mi e’ stato chiesto di fare. Devo parlare delle considerazioni critiche e spiegare come riusciremo a mozzare la testa all’idra del capitalismo. Proprio questa e’ l’essenza dell’intero problema: noi parliamo di idra non per spaventarci da soli ma per pensare a come sconfiggerla. Il mito dell’idra ha un finale positivo e anche noi dobbiamo raggiungere un risultato positivo.
Qundo parlo di pensiero critico io non intendo il pensiero catastrofico ma il pensiero che cerca la speranza in un mondo dove non sembra esistere piu’. Il pensiero critico e’ quello che apre cio’ che e’ chiuso, che mette in movimento cio’ che e’ immobile. Il pensiero critico e’ il tentativo di capire il temporale e anche oltre: e’ il capire che c’e’ qualcosa al centro del temporale che apre la via verso mondi diversi.
La tempesta sta arrivando, o meglio e’ gia’ qui. E’ gia’ qui ed e’ molto probabile che peggiorera’ ancora di piu’. Abbiamo un nome per questa tempesta che e’ gia’ qui ed e’:Ayotzinapa. Ayotzinapa come orrore e come simbolo di tanti altri orrori. Ayotzinapa come l’espressione concentrata della IV Guerra Mondiale.
Da dove arriva la tempesta? Non dai politici- essi non fanno niente altro che mettere in pratica la tempesta. Non dall’imperialismo: non e’ il prodotto degli Stati, neanche di quegli Stati piu’ potenti di tutti. La tempesta origina dal modo in cui la societa’ e’ organizzata. E’ l’espressione della disperazione, della fragilita’, della debolezza di una forma di organizzazione sociale che e’ oltre la sua data di scadenza, e’ un’espressione della crisi del capitale.
Il capitale, di per se’, e’ un’aggressione costante. E’ un’aggressione che ci dice ogni giorno “dovete modellare cio’ che fate in un certo modo; la sola attivita’ che ha valore in questa societa’ e’ l’attivita’ che contribuisce all’espansione del profitto capitalista”.
L’aggressione-capitale ha una sua dinamica. Per sopravvivere dipende da tutti noi, dipende dal nostro essere disponibili o capaci di accettare cio’ che ci viene imposto. Se noi diciamo “ mi dispiace ma oggi voglio prendermi cura del mio giardino” o “oggi voglio giocare con i miei bambini” oppure “ oggi voglio dedicare il mio tempo a qualcosa che e’ importante per uno studio” o semplicemente “ no, noi non ci inginocchiamo” allora il capitale non puo’ estrarre il profitto che gli e’ necessario, la quota di profitto precipita e il capitale va in crisi.
In altre parole, noi siamo la crisi del capitale, la nostra dignita’, la nosta umanita’. Noi, in questo costituiamo la crisi del capitale, in quanto soggetti con dignita’ e non in quanto vittime, noi siamo la speranza che viene ricercata dal pensiero critico.
Noi siamo la crisi del capitale e ne siamo fieri; siamo fieri di costituire la crisi del sistema che ci sta uccidendo.
Il capitale in queste situazioni diventa disperato. Cerca in tutti i modi di imporre la subordinazione di cui ha bisogno: l’autoritarismo, la violenza, le controriforme del lavoro, le controriforme dell’istruzione. Introduce persino un gioco, una finzione: se non possiamo estrarre il profitto che vogliamo, allora pretendiamo che esista comunque; creeremo una rappresentazione monetaria del valore che non e’ stato prodotto, espanderemo il debito per sopravvivere e proveremo a imporre la disciplina che e’ necessaria. Quesa espansione del debito costituisce allo stesso tempo l’espansione del capitale finanziario, epressione della debolezza violenta del capitale in quanto relazione sociale.
Ma questa rappresentazione fittizia aumenta l’instabilita’ del capitale e in ogni caso non riesce a imporre la disciplina necessaria. I pericoli di questa espansione fittizia per il capitale diventano evidenti quando consideriamo il collasso finanziario del 2008; allora diventa chiaro che l’unica via di uscita per il capitale e’ l’inasprimento dell’autoritarismo. I negoziati sul debito Greco nella sua complessita’ ci dicono che non esiste nessuna possibilita’ di un capitalismo piu’ umano, che l’unica via di preseguimento per il capitale e’ la via dell’austerita’, della violenza. La tempesta e’ gia’ qui; il temporale sta arrivando.
Noi siamo la crisi del capitale, noi che diciamo NO, noi che diciamo Basta con il Capitale, noi che diciamo che e’ tempo di smetterla di creare capitale, e’ ora di creare un altro modo di vivere. Il capitale dipende da noi perche’ se noi non creiamo profitto (plusvalore) direttamente o indirettamente, il capitale non puo’ esistere. Noi creiamo il capitale e se il capitale e’ in crisi e’ perche’ noi non stiamo producendo il profitto necessario alla sua stessa esistenza. Questa e’ la ragione per cui ci attaccano con cosi’ tanta violenza.
In questo tipo di situazioni ci sono due sole alternative tra cui scegliere. Possiamo dire:” OK, va bene, noi continueremo a promuovere l’accumulazione di capitale ma vogliamo condizioni di vita migliori per tutti”. Questa e’ l’opzione dei partiti di sinistra e dei governi: di Syriza, di Podemos, dei governi del Venezuela e della Bolivia. Il problema e’ che pero’, sebbene essi possano migliorare la qualita’ della vita sotto alcuni punti di vista, la profonda disperazione del capitale fa si’ che le possibilita’ che un capitalismo dal volto umano possa esistere sono estremamente limitate.
L’altra possibilita’ e’ il dire:” Addio capitale, e’ ora che te ne vada, noi vogliamo creare altri modi di vita, altri modi di relazionarci gli uni con gli altri, sia tra umani che tra umani e altre forme di vita; modi di vita che non siano determinati dai soldi e dal perseguimento del profitto, ma dalle nostre proprie decisioni collettive.
In questo seminario ci troviamo nell’epicentro della seconda opzione. Qui e’ il punto d’incontro tra gli Zapatisti e i Kurdi e le migliaia di altri movimenti che rigettano il capitalismo e che stanno cercando di costruire qualcosa di diverso. Noi tutti diciamo:” Capitale hai fatto il tuo tempo, adesso te ne devi andare, noi stiamo costruendo qualcos’altro”. Lo diciamo in molti modi diversi: stiamo determinando delle crepe nel muro del capitale e stiamo promuovendo la loro confluenza; stiamo costruendo le comunita’, ci stiamo relazionando come comunita’, noi siamo il movimento dell’uso contro il valore, della dignita’ contro un mondo basato sull’umiliazione. Non e’ molto importante come lo esprimiamo, la cosa importante e’ che, in questo momento, stiamo creando un mondo composto da molti mondi.
Non abbiamo abbastanza forza? Abbiamo abbastanza forza da dire che noi non siamo interessati negli investimenti capitalistici, che non siamo interessati nel lavorare per il sistema capitalistico? Abbiamo abbastanza forza per rifiutare totalmente la nostra dipendenza attuale dal capitalismo per sopravvivere? Abbiamo abbastanza forza per dire addio al capitale? E’ possibile che non abbiamo ancora forza sufficiente. Molti di noi, di quelli che siamo qui, abbiamo i nostri stipendi e le nostre borse di studio o di ricerca che vengono dall’accumulazione di capitale e, se non e’ cosi’, allora la prossima settimana dobbiamo tornare indietro per cercarci un lavoro nel mercato capitalista. Il nostro rifiuto del capitale e’ un po’ un rifiuto schizofrenico: vogliamo tagliare i ponti con esso ma non ne siamo capaci o e’ estremamente difficile. Non c’e’ purezza in questa lotta. La lotta per fermare la creazione del capitale e’ anche una lotta contro la nostra dipendenza dal capitale. Il che vuol dire che e’ la lotta per emancipare le nostre capacita’ creative, la nostra forza produttiva, le nostre capacita’ di produrre.
Questo e’ dove ci troviamo ora e questo e’ il motivo per cui siamo venuti qui. Si tratta di un problema di autoorganizzazione, certo, ma non di creare un’Organizzazione con la “O” maiuscola, ma di organizzarci in molti modi diversi per vivere oggi e adesso nel mondo che vogliamo creare.
Questa settimana il comandante ci ha ha richiesto di formulare delle riflessioni provocatorie. Credo che il mio discorso possa essere riassunto in 3 provocazioni teoriche:
1- Il pensiero critico non e’ il pensiero che descrive la catastrofe ma quello che cerca la speranza dentro la catastrofe.
2- Noi costituiamo la crisi del capitale e ne siamo fieri. Tutte le considerazioni circa il temporale partono da qui.
3- L’unico modo per sconfiggere l’idra e’ di smettere di creare capitale e di dedicarci alla creazione di altri mondi basati non sui soldi e sul profitto ma sulla dignita’ e l’autodeterminazione.
Sembra facile, me ne rendo conto, ma sappiamo che non lo e’. Allora come possiamo andare avanti, come possiamo camminare? Chiediamo di camminare, chiediamo mentre ci abbracciamo e ci organizziamo.

John Holloway e’ un professore nell’Instituto de Ciencas Sociales y Humanidades, Posgrade de Sociologia Benemerita Universidad Autonoma de Puebla. Il suo libro piu’ recente e’ Crack Capitalism (Pluto, 2010).

Da Z Net Italy- Lo spirito della Resistenza e’ Vivo
www.znetitaly.org
http://roarmag.org/2015/john-holloway-capitalist-hydra/
Traduzione di Francesco D’Alessandro
Copyright 2015 ZNet Italy- Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

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Un commento su “Holloway: Considerazioni Critiche contro l’Idra Capitalistica

  1. attilio cotroneo il said:

    Il capitalismo non é più solo un modello economico e non lo é mai stato ma é una visione incurante della vita fatta di relazioni umane, qualità e rapporto proficuo tra uomo e natura. È tutto questo per una evidente logica quantitativa che non può non seguire e che per quanto edulcorata non può che ricrescere tra gli organi della società come un tumore di divisione e conflitto, di isolamento e perdita.

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