Nei paesi del BRICS si opera dal basso: i movimenti di contropotere in Brasile, India e Sudafrica

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Nei paesi del BRICS si opera dal basso: i movimenti di contropotere in Brasile, India e Sudafrica

Di Patrick Heller

2 maggio 2015

Si è fatto un gran parlare della recente ondata di movimenti sociali contro il neo-liberalismo e il precariato. Dalla Primavera Araba ai movimenti  Occupy alle proteste studentesche contro il sistema educativo in Cile, i commentatori hanno scoperto un’ondata in stile Polany (http://it.wikipedia.org/wiki/Karl_Polanyi) di movimenti contrari alla globalizzazione neo-liberale.

Ma che cosa hanno esattamente in comune questi movimenti? I movimenti stessi non sono specificamente collegati, sono chiaramente radicati nei campi politici nazionali, e hanno mobilitato rivendicazioni  e hanno  espresso lagnanze  che sono tanto diverse quanto sono  localizzate. Come ha sostenuto da tempo la letteratura sulle economie morali, le persone non insorgono contro le avversità economiche ma piuttosto contro l’ingiustizia.

Quindi, se chiaramente non esiste una logica meccanica che costringe la gente a protestare quando le condizioni economiche sono difficili, possiamo parlare di un contro-movimento globale al neo-liberalismo? Sì, ma soltanto se possiamo  identificare chiaramente  i collegamenti tra la politica dei movimenti e le condizioni politiche contro cui reagiscono  e specificamente le crisi di legittimità che guidano i movimenti controversi.

I movimenti del contropotere

Le recenti ondate di protesta in Brasile, India e Sudafrica rivelano dei chiari modelli di quelli che si possono chiamare movimenti di contropotere, movimenti che contestano esplicitamente la strumentalizzazione del potere politico.

L’ondata di proteste che sono esplose alla vigilia della Coppa del Mondo in Brasile, il movimento “anti-corruzione” in India e la diffusione delle proteste per  la fornitura di servizi  in Sudafrica, hanno assunto varie forme e hanno percorso sentieri diversi, ma hanno tre caratteristiche significative.

Prima, tutti e tre i movimenti sono esplosi in democrazie molto consolidate dove le dimensioni procedurali della democrazia godono di un vasto sostegno. Questi movimenti non possono in quanto tali essere confusi con i movimenti contro i regimi autoritari. Seconda, tutti e tre sono attacchi contro ingiustizie percepite e in particolare contro l’usurpazione dello stato a opera delle élite. Terza, tutti e tre fanno critiche chiaramente articolate della società politica istituzionalizzata e cercano di mobilitare la società civile come forma di contropotere.

La oligarchizzazione del potere

Ci sono meno movimenti contro il neo-liberalismo che movimenti contro l’oligarchizzazione del potere in condizioni democratiche. Contestando l’usurpazione del potere, questi movimenti hanno rianimato la sfera pubblica, tematizzare di nuovo i valori centrali democratici di  responsabilità, deliberazione, consenso e l’interesse pubblico, e hanno spinto per avere altre forme partecipative di democrazia che sposterebbero l’equilibrio del potere dalla società politica a quella civile.

Sudafrica

Nell’ultimo decennio, il Sudafrica è stato travolto da un’ondata di cosiddette “proteste per la fornitura di servizi.” Nel decennio precedente al 2005 (il primo dopo la fine dell’apartheid) le proteste locali erano rare, ma a cominciare dal 2005 sono diventate  a migliaia all’ anno. Nel 2014 soni state registrate oltre  13.000 proteste, 1907 delle quali sono diventate violente.

Queste dimostrazioni molto sporadiche e molto limitate, sono formate di solito da poveri delle città che protestano contro la scarsità della fornitura di servizi negli insediamenti non ufficiali e nei sobborghi abitati da neri nel Sudafrica urbano. A causa della natura a quanto pare spontanea e limitata delle proteste, molti hanno suggerito che queste siano poco più che momenti populisti di rabbia; i funzionari del partito Congresso Nazionale Africano (ANC- African National Congress) hanno regolarmente ignorato le proteste in quanto opera di  “contro-rivoluzionari” o di opportunisti locali contrari all’ANC.

Tuttavia, malgrado il fatto che queste proteste siano state in realtà piuttosto vaghe e sporadiche, e che  fino a poco tempo fa fossero non collegate a forze politiche più ampie, questi disordini locali rivelano una logica anti-sistemica. Sebbene le dimostrazioni fossero fatte nominalmente per chiedere la “fornitura dei servizi”, riguardano chiaramente anche la politica e il potere.

La fornitura dei servizi nelle aree urbane in realtà si è estesa rapidamente, ma è cresciuto il senso di esclusione sociale. L’elemento più indicativo è il fatto che molte delle proteste hanno avuto come obiettivo i consiglieri a livello distrettuale  e che sono state innescate da relazioni sulla corruzione del governo locale, che hanno portato von Holdt a descrivere le dimostrazioni come “proteste subalterne contro l’ANC nel governo locale”. Anche Pithouse (2007) l’interpretazione di tipo economico e sostiene invece che le proteste riguardano la “cittadinanza” intesa come “benefici materiali di totale inclusione sociale…e anche come il diritto di essere presi sul serio quando si pensa e si parla per mezzo dell’organizzazione della comunità” (citato in: Peter Alexander, “Rebellion of the Poor: south Africa’s Service Delivery Protests – A preliminary analysis.” [La ribellione dei poveri: le proteste del Sudafrica per la fornitura dei servizi – Un’analisi preliminare].

http://www.cetri.be/IMG/pdf/alexander-rebellion.pdf

Più di recente , ci sono segnali che queste proteste potrebbero essere il fondamento per un progetto più ampio. Vish Satgar osserva che le proteste hanno luogo nel contesto di un insieme sempre più fitto di reti attiviste che si sovrappongono e che hanno generato un’ampia serie di campagne sulla riforma dell’educazione, sull’ambiente e il lavoro.

Crescenti tensioni tra le comunità e l’ANC che governa, si è ora estesa al movimento sindacale, contrassegnato in modo molto marcato dalla decisione del sindacato dei metalmeccanici di rompere con l’ANC, la prima importante spaccatura  nell’alleanza tra ANC e lavoro organizzato.

India

Passando all’India, il movimento più visibile del decennio passato è stato il movimento anti-corruzione. Guidato da un ex impiegato statale e rinomato attivista gandhiano, il movimento è comparso all’improvviso sulla pubblica scena nel 2011con campagne creative sui media sociali e con tattiche da movimento fuori moda come scioperi della fame e proteste su vasta scala nella capitale.

Domandare la creazione di un organismo indipendente con il potere di sradicare la corruzione politica, il movimento ha guadagnato un enorme appoggio popolare tra gli studenti ampie strisce della nuova classe media dell’India. In grande misura il movimento si è inserito nello scontento popolare causato da problemi endemici di governance, ma rifletteva anche il senso crescente di frustrazione che in un’India in rapida crescita la mobilità verso l’alto  veniva ostacolata dalla collisione corrotta di élite economiche e dello stato. Il movimento coltivava un forte messaggio contrario a un partito politico, indicando la complicità di tutti i partiti politici dell’India nel racket organizzato in cerca di rendita  che è diventata la politica indiana.

In termini legislativi il movimento ha fatto pochi progressi e una frazione nel movimento ha scelto di formare un partito politico che si chiamava, appropriatamente, Partito Aam Aadmi – AAP (Partito dell’uomo comune). Rifiutato da alcuni in quanto stravagante e da altri in quanto tradimento del messaggio anti-partiti del movimento, l’AAP ha dimostrato rapidamente la sua fattibilità politica, avanzando  nelle elezioni per l’assemblea legislativa di Delhi nel 2013 e mettendo poi a segno una vittoria sbalorditiva nel febbraio 2015, quando ha ottenuto 67 seggi su 70 a Delhi. Questa vittoria elettorale è arrivata meno di un anno dopo che il partito nazionalista Hindu BJP  aveva  ottenuto il potere con una maggioranza schiacciante  nelle elezioni nazionali. Resta da vedere se l’AAP farà molta differenza, e ci  sono già segni che gli imperativi elettorali stiano erodendo la democrazia interna del partito. Ma l’ascendente politico dell’AAP ha stimolato nuovi dibattiti nella sfera pubblica che pongono una sfida frontale al regime politico costituito.

Per prima cosa, l’APP è stato il primo partito venuto fuori da un movimento sociale dopo decenni, e il primo a interrompere  gli appelli chiari alle coalizioni di casta o religiose che sono state per lungo tempo il pane quotidiano dei partiti indiani. Con le sue radici nel movimento anti-corruzione, e i suoi feroci attacchi all’uso del denaro in politica, l’AAP ha sfruttato al meglio la disillusione crescente nei confronti di una classe politica che è considerata sempre di più come a se stante. Secondo, la base elettorale  del partito è unica: unisce elementi della classe media progressista (studenti e professionisti) ai poveri della città, cioè a una coalizione che ricorda il Partito dei Lavoratori in Brasile.

Terzo, l’AAP è il primo partito in India che ha mai chiesto esplicitamente la decentralizzazione e le democrazia partecipativa. In effetti il partito è andato al potere a Delhi impiegando scrupolosamente i volontari nei quartieri poveri di Delhi, organizzando incontri pubblici per produrre manifesti per lo sviluppo locale, denunciando la classica politica clientelare che alimenta le macchine della politica cittadina in India. Il fatto che i poveri delle città abbiano votato in massa di rifiutare i sussidi clientelari per impegni programmatici, è di per sé un cambiamento incredibile.

Brasile

Infine passiamo al Brasile. In nessun posto il contropotere è stato più preminente nella politica democratica che in Brasile. Il Partido dos Trabalhadores  PT (Partito dei Lavoratori) che ha avuto la presidenza negli ultimi tre mandati, è esso stesso il classico partito del movimento sociale, nato dai movimenti progressisti pro-democrazia degli anni ’80. Come parte della transizione democratica, i movimenti hanno inserito la partecipazione nella costituzione del 1988, e il Brasile ha probabilmente un    più vasto e più efficace di istituzioni partecipative di qualsiasi grande democrazia del mondo.

Queste variano  dai casi tanto celebrati di  pianificazione  partecipativa dei finanziamenti, ai consigli di settore che permettono la partecipazione alla società civile in una serie di ambiti politici che comprendono l’istruzione, la sanità e la pianificazione urbanistica.

I movimenti sociali con un’ampia base, ben organizzati, e le organizzazioni della società civile, in effetti si sono proiettate sullo stato,   la loro influenza sulle politiche ambientali, del lavoro, urbane e sociali.

Tuttavia, malgrado il fatto che nei due decenni passati i governi del PT abbiano fatto passi significativi nel ridurre la disuguaglianza e nel promuovere lo sviluppo sociale, il governo è stato scosso dalle proteste di massa del 2013.

Ampie  sezioni trasversali di brasiliani sono scesi nelle strade a protestare contro i proposti tagli ai servizi pubblici e arrabbiati per le spese   e gli sprechi nelle infrastrutture per la Coppa del Mondo di Calcio del 2014. Le proteste sono state grandi e rumorose e sono diminuite soltanto quando la polizia locale è ricorsa a tattiche repressive.

Le proteste sono state enfaticamente extra-politiche, cioè hanno rifiutato qualsiasi associazione con partiti politici malgrado il fatto che la miriade di organizzazioni locali che incanalavano la protesta erano di sinistra. Molti dei partecipanti si definivano del PT, ma, come ha scoperto Breno Bringel, erano molto critici dei limiti

delle sue politiche e della sua logica del “consenso di classe”. I protagonisti del movimento chiedevano più dialogo e partecipazione, spesso come critica di ciò che veniva visto come forme inefficaci di partecipazione istituzionalizzata.

Chiedendo un aumento per l’investimento in beni pubblici (compresi i trasporti, l’istruzione e i servizi sociali), il movimento non ha soltanto riaffermato l’agenda ridistributiva della sinistra, ma ha anche riaffermato il contropotere della società civile verso un governo del Partito dei Lavoratori che ha preso le distanze proprio dai movimenti sociali che lo avevano fatto nascere.

Quando i governi municipali hanno acconsentito rapidamente alle richieste di ridurre i costi dei trasporti , i dimostranti sono scesi di nuovo nelle strade scandendo lo slogan:Não é por 20 centavos, é por direitos: non si tratta dei 20 centavos, si tratta dei diritti. Il fatto che il movimento si occupasse di riequilibrare il rapporto tra potere politico e società civile è sottolineato anche dal fatto che ha richiesto con successo il ritiro della legislazione ( nota come PEC 37) che si considerava al Congresso che avrebbe ridotto i poteri del Ministério Público, un ministero rispettato pubblicamente per i procedimenti contro la corruzione politica.

Una democrazia fiorente

Che lezioni possiamo trarre da questi tre diversi movimenti di protesta? Primo, con tutto il parlare che si è fatto su come il liberalismo ha scavato la democrazia o ha pacificato la società civile, questi movimenti ci ricordano che dovunque si possa avere accesso alle fondamentali libertà democratiche, rimane molto reale la possibilità di politica contro-egemonica.

Seconda, per quanto i guadagni sociali dello sviluppo in America Latina siano stati collegati al successo elettorale dei partiti programmatici  di sinistra, è importante non confondere le condizioni necessarie con quelle sufficienti. Il partito ANC (Congresso Nazionale Africano) in Sudafrica è stato una delusione straordinaria sul fronte sociale

e la sua determinazione di mantenere il controllo è stata più che disponibile a  fare compromessi  sui principi democratici. Il Partito dei Lavoratori in Brasile è rimasto molto più vicino molto più vicino alla sua tradizionale politica redistributiva, ma il suo mandato  ha spostato l’equilibrio dall’ala del partito favorevole alla mobilitazione a quella organizzativa.

In India, il movimento contro la corruzione si è occupato di quello che in retrospettiva potrebbe essere stato il colpo fatale –il ripudio elettorale in massa,  nelle elezioni nazionali del 2014,  a un partito del Congresso che si è a lungo presentato come il partito del popolo, ma che è degenerato in una congrega di persone alla ricerca di rendita. Resta da vedere se il fatto che il movimento  sia diventato una formazione politica, produrrà un cambiamento elettorale permanente. Il movimento ha però, dimostrato la capacità della società civile di resistere alle implacabili forze del dominio politico che hanno lentamente sovvertito la vita democratica in India.

Terza, mentre tutti e tre i movimenti sono stati alimentati da aspettative socio-economiche non realizzate, che hanno accompagnato le transizioni democratiche in Brasile e in Sudafrica e una crescita esplosiva in India, quello che hanno più in comune è il rifiuto del legame crescente di potere politico ed economico e la subordinazione della democrazia al denaro.

La democrazia è sempre caotica, sempre in mutazione, e sempre regolamentata. Ma non vale nulla se non può bloccare il trasferimento del potere economico al potere politico. In questo senso, un contro Africa-EFF-service-delivery-protestpotere permanentemente organizzato è una condizione necessaria per una democrazia fiorente.

Nella foto: proteste in Sudfarica

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/brics-from-below-counterpower-movements-in-brazil-india-and-south-africa/

Originale : open democracy

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

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Un commento su “Nei paesi del BRICS si opera dal basso: i movimenti di contropotere in Brasile, India e Sudafrica

  1. attilio cotroneo il said:

    La globalizzazione inventata dai poteri finanziari é stata ovviamente bene interpretata subito dagli sfruttatori di uomini e risorse. In questo momento questo approccio avido é diventato sistema e peraltro la sua graduale instaurazione lo rende accettabile alla maggior parte della opinione pubblica. La presa di coscienza della globalizzazione come condivisione di lotta è un processo più lento cui devono dedicarsi tutte le forze antagoniste e variegate. Il medesimo obiettivo é la barriera alla priorità produttiva su uomo e ambiente che è la spregiudicata bandiera del neoliberismo. Il percorso non è né semplice né scientifico e richiede tanta fantasia e utopia.

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