Le lacrime nascoste del Punjab

Redazione 3 maggio 2015 1
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di Andre Vltchek – da Counterpunch 1-3 maggio 2015

Un vicolo, uno stretto ingresso al Giardino Jallianwala Bagh nella vecchia città di Amritsar, nello stato del Punjab. E’ un monumento oggi, una delle testimonianze della follia e dei crimini commessi dall’Impero Britannico durante il suo regno coloniale nel sub-continente.

E’ qui che il 13 aprile 1919 si riunirono migliaia di persone e chiedere la liberazione dei loro leader detenuti, il dottor Satyapal e il dottor Saifuddin. Era appena prima del giorno del Baisakhi, la principale festa Sikh, e i pellegrini erano arrivati nella città, in moltitudini, da ogni angolo del Punjab.

Il generale di brigata britannico Reginald Dyer portò cinquanta fucilieri gurkha su una banchina sopraelevata e poi ordinò loro di sparare sulla folla.

Bipan Chandra, uno storico indiano, ha scritto nella sua opera iconica ‘India’s Struggle for Independence’ [La lotta dell’India per l’indipendenza]:

“Agli ordini del generale di brigata Reginald Dyer l’esercito sparò sulla folla per dieci minuti, indirizzando le sue pallottole in larga misura verso i pochi cancelli aperti attraverso i quali la gente cercava di fuggire. I dati diffusi dal governo britannico parlarono di 370 morti e di 1.200 feriti. Altre fonti pongono il numero dei morti ben sopra i 1.000”.

Leggendo la bozza di questo articolo il mio amico e compagno, il rinomato avvocato internazionale canadese Christopher Black, ha aggiunto:

“ … All’inchiesta sul massacro di Amritsar il generale Dyer disse che il suo unico rammarico era di non averne ucciso di più. Egli usò anche auto corazzate per bloccare gli ingressi e sulla folla furono anche usate mitragliatrici. Dopo di ciò i britannici costrinsero la gente per la strada a strisciare sul ventre quando incontrava un ufficiale britannico. Cose terribili, terribili; e ciò che i britannici fecero in Kenya negli anni ’50 e anche peggiore di ciò che i nazisti fecero in Europa”.

Jallianwala Bagh è oggi un monumento, una testimonianza, un monito. Ci sono fori di proiettili chiaramente contrassegnati in bianco che penetrarono le pareti degli edifici circostanti. C’è un pozzo, dove caddero i corpi di innumerevoli vittime. Alcuni scelsero di balzarvi dentro, per sfuggire alle pallottole.

C’è un museo, che contiene documenti storici: dichiarazioni di disprezzo e livore di dirigenti del British Raj, e anche dichiarazioni di molti dissidenti indiani, tra cui Rabindranath Tagore, uno dei maggiori scrittori dell’India, che rigettò il suo cavalierato in faccia agli oppressori britannici quando seppe del massacro.

Ci sono vecchie foto in bianco e nero di cittadini del Punjabi legati a pali, il sedere denudato, frustrati da soldati britannici in calzoncini corti che apparentemente si godevano il loro atto odioso.

C’è anche una dichiarazione dello stesso generale Dyer. E’ una dichiarazione raggelante, arrogante e impenitente:

“Ho sparato e continuato a sparare fino a quando la folla si è dispersa e considero che si sia trattato della minor quantità di fuoco che avrebbe prodotto il necessario effetto morale e diffuso che era mio dovere produrre se dovevo giustificare la mia azione. Se fossero stati disponibili altri soldati le vittime sarebbero state in proporzione più numerose. Non era più una questione di semplicemente disperdere la folla, bensì di produrre un effetto morale sufficiente da un punto di vista militare non solo sui presenti ma più specialmente in tutto il Punjab. Che la severità potesse essere eccessiva era fuori discussione.”

Non tutti in India sono indignati per i vecchi crimini dell’Impero Britannico. Alcuni vogliono dimenticare e “passare oltre”, specialmente quelli intimamente legati alla classe dirigente, alla nuova India industriale e filo-occidentale, in cui l’istruzione è in corso di privatizzazione, i media di massa sono controllati da grandi interessi economici e le ideologie progressiste sono sepolte sotto strati disgustosi di avidità.

Sul terreno di Jallianwala Bagh, Anand P. Mishra, docente all’Università Globale O.P.Jindal, di Haryana, allarga le braccia:

“Questo è successo quasi cento anni fa e io non provo più alcun rancore nei confronti dei britannici”.

Ma quando avvicino la signorina Garima Sahata, una studentessa del Punjab, lei non nasconde i suoi sentimenti nei confronti dell’Impero Britannico e dell’occidente:

“Provo rabbia, pensando a quello che hanno fatto al nostro popolo. Penso sia importante per noi venir qui a vedere quel che resta del massacro. Sono ancora arrabbiata contro il popolo britannico, ancora adesso … ma in modo diverso … Non ci uccidono allo stesso modo in cui ci uccidevano in passato, tuttavia ci stanno uccidendo”.

***

L’Impero Britannico era in realtà basato sull’imposizione di una sottomissione e obbedienza totale ai sudditi locali, in ogni angolo del pianeta; era basato sulla paura e il terrore, sulla disinformazione, la propaganda, concetti suprematisti e sulla vergognosa collaborazione di “élite” locali. “Legge e ordine” furono mantenuti usando la tortura ed esecuzioni stragiudiziali, strategie di “divide et impera” e costruendo infinite prigioni e campi di concentramento.

Uccidere 1.000 o più “negracci”, per mutuare il colorito dizionario razzista di Lloyd George, primo ministro britannico tra il 1916 e il 1922, non è mai stato qualcosa di cui gli imperi occidentali provassero vergogna. Per secoli il Regno Britannico ha ucciso allegramente, in tutta l’Africa e il Medio Oriente, così come in Punjab, Kerala, Gujarat, di fatto in tutto il sub-continente. A Londra di atti di distruzione di nazioni insubordinate erano considerati qualcosa di “normale”, persino degno di lode. Comandanti responsabili di massacri di migliaia di persone nelle colonie erano promossi, non retrocessi, e le loro statue hanno decorato innumerevoli piazze ed edifici governativi.

L’Impero Britannico è stato al di sopra della legge. Si è riservato ogni diritto di punire i “locali”. Ma i cittadini britannici non sono stati quasi mai puniti per gli orrendi crimini da loro commessi in terre straniere.

Quando i nazisti s’impossessarono del potere in Germania cominciarono immediatamente a godere di un seguito devoto presso le élite del Regno Unito. E’ perché il colonialismo britannico e il nazismo tedesco essenzialmente non erano diversi l’uno dall’altro.

L’Impero Occidentale odierno sta chiaramente seguendo i suoi predecessori. Non è cambiato molto. E’ migliorata la tecnologia e questo è praticamente tutto.

***

Presso il monumento della carneficina coloniale in Punjab ho ricordato dozzine di crimini orrendi dell’Impero Britannico, commessi in tutto il mondo.

Ho pensato a quei campi di concentramento in Africa e alle stazioni in cui gli schiavi, che erano stati prima cacciati come animali, erano incatenati e battuti, poi messi su navi e costretti a subire viaggi verso il “nuovo mondo”, viaggi cui la maggior parte di loro non riusciva a sopravvivere. Ho pensato agli assassinii, alle torture, alle fustigazioni, agli stupri di donne e uomini, alla distruzione di interi paesi, tribù e famiglie. E’ tutto collegato: colonialismo, rivolte odierne a Baltimora, orribili rovine in Africa.

In Kenya, vicino a Voi, mi è stato mostrato un carcere britannico per quadri della resistenza, che era circondato dalla natura selvaggia e da animali pericolosi. E’ qui che i capi delle rivolte locali erano incarcerati, torturati e sterminati.

In Uganda mi sono state raccontate storie su come i colonizzatori britannici umiliavano i locali e ne spezzavano l’orgoglio: nei villaggi scovavano l’uomo più alto e più forte; lo incatenavano, lo picchiavano e poi l’ufficiale britannico lo violentava, lo sodomizzava in pubblico, in modo che non restassero dubbi su chi comandava.

In Medio Oriente la gente ricorda ancora quei feroci bombardamenti chimici dei “locali”, lo sterminio di intere tribù. Winston Churchill lo disse esplicitamente, in numerose occasioni: “Non capisco il disagio a proposito dell’uso del gas”, disse alla Camera dei Comuni in un discorso dell’autunno del 1937. “Sono fortemente a favore dell’uso di gas venefici contro tribù incivili”.

In Malesia, mi è stato raccontato, quando si avvicinarono i giapponesi, i soldati britannici incatenarono i locali ai cannoni, costringendoli a combattere e morire.

I britannici scatenarono innumerevoli carestie in tutta l’India, uccidendo dozzine di milioni di persone. Per loro gli indiani non erano umani. Quando Churchill fu implorato di inviare cibo nel Bengala devastato dalla carestia nel 1941 egli replicò che era colpo loro per essersi “moltiplicati come conigli” e che la calamità stava “felicemente” selezionando la popolazione. Morirono almeno tre milioni.

Dovunque l’Impero Britannico, o qualsiasi altro governo europeo, abbia assunto il controllo del territorio – in Africa, Caraibi, Medio Oriente, Asia, nel Sub-continente, in Oceania – hanno regnato la brutalità e l’orrore.

***

V. Arun Kumar, dottore in filosofia in organizzazione internazionale e ricercatore presso l’Università Jawaharlal Nehru, ha espresso i suoi sentimenti a proposito della Partizione, indubbiamente una delle conseguenze più terribili della politica di “divide et impera” britannica:

“India e Pachistan, due figli nati dal grembo della stessa madre, sono ossi giunti a una fase critica che nessuna madre potrebbe tollerare. Dalla nascita e lungo più di sessant’anni di storia India e Pachistan si sono guadagnati l’etichetta di arcinemici. Questi due paesi hanno combattuto numerosi guerre su un filo sottile che chiamano confine. La macchina statale di entrambe le parti ha costruito grandi programmi di propaganda dell’odio, che assicurano la costante creazione di psicosi di paura nella mente di un popolo contro l’altro. Persino quando i due paesi non sono in un vero stato di guerra, sono sempre in uno stato di guerra. Visitando il confine di Wagah tra India e Pachistan si può vedere la parodia della pace, quando i soldati di entrambe le parti mettono in atto una manovra militare aggressiva simile alla guerra quando aprono le barriere al confine. E il mare di gente su entrambe le parti applaude entusiasticamente urlando slogan offensivi contro l’altro paese, dimenticando che stanno insultando i loro stessi fratelli.”

Magnificamente detto, e così vero!

A soli 30 chilometri da Amritsar ha luogo uno degli eventi più grotteschi della terra, l’”Ammainabandiera” sul confine indiano-pachistano. Qui, quella che è spesso descritta come la perfetta espressione coreografica dell’odio, ha luogo di fronte a migliaia di visitatori di entrambi i paesi.

Il confine di Wagah ha persino tribune per accogliere spettatori aggressivi. Funziona ogni giorno così:

“Morte al Pakistan! Viva l’India”

“Morte all’India! Viva il Pakistan!”

“Industaaaaaaaaan Zindabad!!!!” Urlano qui. “Viva l’India” e quegli innumerevoli spasimi sono immediatamente seguiti da abbaiamenti che glorificano l’India e insultano il Pakistan. E viceversa.

Le guardie di confine, maschi e femmine, eseguono poi brevi marce a un ritmo enormemente aggressivo e  veloce, verso la sbarra di confine. Il pubblico, esausto per il caldo assassino e l’idiozia nazionalista, i discorsi e le urla fascisti, ruggisce.

Mentre sono fatto sedere sul marciapiede, proprio vicino alla barra di confine di Wagah, strizzato tra due donne corpulente che indossano sari inzuppati di sudore, mosche ronzano a coprire le mie macchine fotografiche. Qui avverto l’onnipresenza dell’odio: c’è odio espresso dalla folla indiana contro il Pakistan, odio delle guardie di confine contro la loro stessa folla indisciplinata, persino odio della folla contro di me, un forestiero che ha osato venire, molto probabilmente, per prendersi gioco di questa insensata cerimonia marziale.

La materia è così esplosiva che i miei amici della vicina Lahore hanno convenientemente “dimenticato” di fornirmene il preventivo. Anche alcuni a Nuova Delhi se ne sono “dimenticati”.

***

Oggi il Punjab è diviso, perché il vecchio schema del “divide et impera” è stato applicato meticolosamente qui, come lo stato quasi dovunque nel Sub-continente.

I britannici non se ne sono mai andati davvero: vivono nelle menti delle élite indiane.

Il Punjab ha sofferto terribilmente durante la Partizione e anche in seguito per la brutalità dello stato indiano. Di fatto quasi l’India intera sta oggi soffrendo, incapace di scuotersi di dosso questi pregiudizi razzisti, religiosi e sociali.

Delhi si comporta come un padrone colonialista in Kashmir (dove sta commettendo uno dei più brutali genocidi della terra), nel Nord-est e in numerose altre aree. Le élite indiane sono quasi tanto feroci e barbariche quanto lo furono i colonizzatori britannici; le facce cambiano, ma il sistema di potere è rimasto quasi intatto.

Superfluo dire che le élite indiane, discepole e ammiratrici del British Raj, stanno trattando il loro stesso popolo con disprezzo e crudeltà simili.

***

I semi gettati dal British Raj sono stati ereditati da numerosi stati successivi del Sub-continente. Stanno ora crescendo, fiorendo in un’enorme follia tossica e omicida. Invece di rivoltarsi contro le élite omicide, la maggioranza povera urla slogan nazionalisti.

Tutto qui è profondamente collegato: le torture coloniali, i genocidi post-coloniali, la prostituzione delle élite locali che si offrono ai dominatori occidentali del mondo, l’iper-militarizzazione, il disprezzo istituzionalizzato per i poveri e per le caste e classi inferiori.

La confusione è onnipresente. Parole ed espressioni hanno perso i loro significati. Polvere, ingiustizia, dolore e insicurezza sono dovunque.

Tutti coloro che affermano che il colonialismo è morto sono bugiardi o folli.

E se questa – la diretta conseguenza del colonialismo – è “democrazia” allora dovremmo tutti, immediatamente, prendere un autobus per la direzione opposta!

Nazisti britannici

Nazisti britannici

Fustigazione di un cittadino del Punjab da parte di un colonialista britannico

Fustigazione di un cittadino del Punjab da parte di un colonialista britannico

Confine tra India e Pachistan

Confine tra India e Pachistan

Sito del massacro del 1919

Sito del massacro del 1919

Ressa al confine tra India e Pachistan

Ressa al confine tra India e Pachistan

 

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. I suoi libri più recenti sono “Exposing Lies of the Empire [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism[Lotta contro l’imperialismo occidentale]. La sua discussione con Noam Chomsky “On Western Terrorism[Sul terrorismo occidentale]. Point of No Return[Punto di non ritorno] è il suo romanzo politico acclamato dalla critica. Oceania – un libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico meridionale. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia: “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia, l’arcipelago della paura]. Andre realizza documentari per teleSUR e Press TV. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Medio Oriente. Può essere raggiunto sul suo sito web o su Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://www.counterpunch.org/2015/05/01/the-hidden-tears-of-punjab/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 3 maggio 2015 alle 14:14 -

    Quando vedremo all’orizzonte materializzarsi il sogno concreto della nostra idea di sempre, nella forma di un impero che promette di elargire libertà e giustizia per tutti, dobbiamo far risaltare alla nostra mente solo la parola impero e capire che un impero non libera mai da un altro ma si sostituisce ad esso.

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