Galeano è morto

Redazione 27 aprile 2015 1
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Eduardo Galeano al Cafe Brasilero, Montevideo

Eduardo Galeano al Cafe Brasilero, Montevideo

di Andre Vltchek – da Counterpunch 24-26 aprile

“Val la pena di morire per cose senza le quali non varrebbe la pena di vivere”.

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano se n’è andato. Per molti giorni non l’ho saputo. Ero in India, nel Punjab diviso, a lavorare. Poi qualcuno mi ha scritto una email informandomi che il mio amico, una delle persone più grandi che io abbia mai conosciuto in questo mondo, non c’è più.

La mia prima reazione è stata di panico assoluto. “Significa che la rivoluzione è finita?” ho pensato. Ero esausto, sovraccarico. Non ero in grado di pensare correttamente. Stavo lasciando l’India, il mio aereo per Doha stava caricando. Mi stavo trasferendo fino a Beirut.

Dopo aver riposato per diversi minuti sul mio sedile mi sono reso conto di quanto profondo fosse il mio dolore ma anche di quanto irrazionale fosse la mia paura.

Eduardo Galeano non c’era più. Per me, come per molti altri, egli era uno dei simboli più potenti dell’umanesimo dell’America Latina e delle sue Rivoluzioni. La prima ondata di rivoluzioni, rappresentata da Fidel, Che e Salvador Allende lo aveva formato e lo aveva reso quello che era. Poi la sua grande voce di giustizia, poesia, fiabe e sogni hanno plasmato la seconda ondata, che nel corso degli ultimi due decenni ha attraversato Venezuela, Ecuador, Bolivia e molti altri paesi latinoamericani.

Tutti i grandi rivoluzionari latinoamericani dagli anni ’90 a oggi sono sognatori, sono cresciuti sui libri di Eduardo Galeano, sul suo ‘Las venas abiertas de América Latina’ (Le vene aperte dell’America Latina) e sulla monumentale trilogia spesso descritta come “la più possente denuncia letteraria del colonialismo nelle Americhe”: ‘Memoria del fuego’ (Memoria del fuoco).

Sono cresciuto sui suoi libri da bambino. La sua opera ha avuto un’enorme influenza su di me, convincendomi a diventare combattente internazionalista e poi anti-imperialista.

Sono certo che Hugo Chavez non avrebbe deciso di guidare i suoi uomini contro il degenerato regime filo-occidentale di Caracas se non fosse stato ispirato da “Vene aperte dell’America Latina”, se non fosse rimasto indignato dai potenti esempi offerti da questo libro degli stupri e dei saccheggi del suo amato continente da parte dei colonialisti spagnoli e, successivamente, dei suprematisti nordamericani.

Evo Morales e Rafael Vicente Correa non avrebbero provato un mandato morale così forte ad agire per difendere sia gli indigeni sia i poveri nei loro paesi se non avessero sentito il peso terribile di più di 500 anni di stupri del loro continente, così meticolosamente, vigorosamente e magnificamente descritti in ‘Memoria del fuoco’.

L’opera di Galeano è stata, per decenni, un simbolo potente di ribellione all’imperialismo nordamericano. Chavez donò “Vene aperte dell’America Latina” a Obama, a Trinidad e Tobago, alla sessione d’apertura, il 17 aprile 2009, del Quinto Vertice delle Americhe. Un anno dopo lo stesso Galeano commentò l’elezione di Obama: “La Casa Bianca sarà per un po’ la casa di Obama, ma quella Casa Bianca fu costruita da schiavi neri. E mi piacerebbe, spero, che egli non dimentichi mai, mai questo”.

In America Latina Eduardo Galeano era venerato come un gigante delle lettere, come un simbolo di ribellione, di rivoluzione e di lotta per la giustizia.

E’ per questo che, inconsciamente, ero rimasto sopraffatto dalla paura, dopo aver appreso della morte di Eduardo Galeano: paura che qualcosa di grande e di importante fosse appena finito e che non avrebbe potuto continuare.

Ma presto mi sono calmato un po’; il mio amico, un uomo, un magnifico essere umano, Eduardo Galeano, non c’è più. Ma la rivoluzione che ha contribuito ad accendere continuerà, fino alla vittoria finale!

***

 

“L’Utopia è all’orizzonte”, ha scritto una volta Galeano. “Mi avvicino di due passi ed essa si allontana di due passi. Faccio altri dieci passi e l’orizzonte corre via di altri dieci passi. Per quanto io cammini non lo raggiungerò mai. Dunque qual è il senso dell’utopia? Il senso è questo: continuare a camminare”.

Galeano mi disse di essere innamorato di due signore, entrambe splendide, entrambe fragili, entrambe enormemente desiderabili. Una si chiamava Utopia, l’altra Realtà.

Entrambe sono pericolose per i padroni del mondo, per l’Impero, perché una raccoglie sogni, compresi sogni di un mondo migliore, mentre l’altra dice coraggiosamente la verità.

Eravamo seduti nel vecchio Cafè Brasilero di Montevideo quando improvvisamente dichiarò:

“Sono un cacciatore di storie; ascolto le storie e poi le restituisco alla gente dopo averle fatte passare per un processo creativo. La mia posizione è sempre che al fine di non essere muti, non si deve essere sordi. Per parlare si deve essere capaci di ascoltare. Io sono un ascoltatore appassionato. Ascolto la realtà. La realtà è una signora magica, a volte molto misteriosa. Nei miei confronti è molto appassionata. E’ reale, non solo quando è sveglia, in cammino lungo le strade, ma anche di notte, quando sogna o quando sta avendo incubi. Quando scrivo rendo sempre omaggio a lei, a quella signora chiamata Realtà. Cerco di non deluderla.”

Utopia, donchisciottismo, poesia; sono questi i materiali essenziali di cui è fatto ogni grande rivoluzionario.

Anche la realtà è assolutamente essenziale.

Galeano è volato in profondità nel passato del suo continente e ha visualizzato un grande futuro per il suo popolo. Ha immaginato e sognato, deprecando l’ingiustizia, pretendendo l’impossibile.

C’erano giorni in cui sceglieva di separarsi totalmente dalla realtà, almeno per un po’: “Sto lavorando ogni sera a un libro, insieme con il mio grande amico, un pittore messicano … che è vissuto 150 anni fa. Stiamo avendo delle conversazioni molto significative …”

C’erano giorni in cui rispondeva a ogni domanda che gli ponevo con una storia, una favola:

“Le vene dell’America Latina sono ancora aperte, Eduardo?”

Mi sorrise, attese alcuni secondi e poi rispose:

“Sì … naturalmente sì. Penso lo siano. Non molto tempo fa ho incontrato Dracula a Buenos Aires. Cercava uno psicanalista argentino. L’Argentina produce molti psicanalisti. Alcuni hanno detto a Dracula che uno psicanalista argentino poteva curarlo. Ho trovato il conte Dracula in uno stato terribile, davvero depresso, magro, terribile …”

Stetti al gioco: “C’è un sacco di concorrenza in giro, vero?”

“Esattamente. Dracula stava soffrendo di un enorme complesso d’inferiorità, vedendo come si comportano le grandi industrie del mondo moderno. Perciò stava andando in giro per strada a cercare qualcuno che lo curasse”.

Io chiesi: “Ma un vampiro come lui, in questo mondo ha probabilmente molti amici, non solo concorrenti…”

Galeano insistette: “Li vedeva tutti come concorrenti. E mi ha detto che nulla ha più senso. Vedendo come si comporta il mondo, nulla aveva senso per lui”.

Mentre Galeano parlava del suo incontro con Dracula bevevamo caffè e acqua e non ricordo cos’altro. Il Cafe Brasilero è il più vecchio caffè di Montevideo, fondato nel 1877, e naturalmente era il “suo caffè”. Galeano diceva che era stregato, un po’ come il Cafe Tortoni a Buenos Aires. Ho letto da qualche parte che l’hanno chiuso molti anni fa, ma ora lo cerco in rete ed è ancora lì. Forse un’altra favola da Montevideo?

Ogni volta che c’incontravamo là mi sentivo colpevole. C’erano dozzine di uomini e donne, la maggior parte molto giovani, che cercavano di rubare almeno pochi secondi di tempo a Eduardo: per ottenere un autografo, per porgli quell’”unica domanda significativa, essenziale”. I ragazzi chiedevano una dedica così potevano regalare un libro firmato all’amata: “Per favore scriva ‘Per Laurita”, Magda, Daniela …”

Avevo molti impegni a Montevideo: proiezioni del mio documentario sul colpo di stato del 1965 in Indonesia alla leggendaria Cinemateca Uruguaya, e a tenere discorsi, o erano lezioni?, alla Scuola di Cinema”.

Ma continuammo a incontrarci, prevalentemente discutendo di ciò che era più importante per entrambi: il futuro dell’America Latina e della sua rivoluzione.

A quel punto Eduardo aveva ispirato centinaia di milioni di persone, ma non aspirava a essere una guida.

Con grande ammirazione mi resi conto che allora il suo obiettivo era molto più umile ma ugualmente importante: assicurare che i nuovi leader latinoamericani mantenessero le loro promesse e non tradissero il popolo.

Sì, c’erano cambiamenti all’orizzonte, stavano avendo luogo mentre parlavamo. Quasi tutta l’America Latina si stava rialzando dopo essere stata in ginocchio. Ma il contesto storico, economico e sociale era terribile. C’era così tanto lavoro da fare:

“Direi che oggi la tendenza è a votare governi progressisti che stanno cercando di cambiare le cose. Questo significa una sfida enorme ma anche un’enorme responsabilità, perché questi nuovi governi progressisti che si possono trovare in numerosi paesi dell’America Latina sono portatori di una speranza collettiva che non era morta ma gravemente ferita, in uno stato terribile. L’America Latina fa parte del mondo che per molti anni è stato condannato al sistema di potere in cui l’intimidazione ha avuto più potere del voto. E’ cominciato nel 1954 – più di mezzo secolo fa – quando il governo democraticamente eletto del Guatemala ha tentato di attuare riforme agrarie, di restituire dignità al popolo indigeno. Tutto ciò è stato poi distrutto dall’invasione straniera. E poi è continuato: invasioni e colpi di stato contro qualsiasi cambiamento positivo – progressista o nazionalista – riguardante risorse naturali, indipendenza, dignità nazionale … Governi che intendevano attuare cambiamenti sono stati distrutti. E’ successo in Brasile, Repubblica Dominicana, Bolivia, Cile che è diventato il caso più famoso perché Salvador Allende è stato convertito in un simbolo internazionale. Poi i sandinisti in Nicaragua, di nuovo la stessa cosa: sono stati distrutti dopo dieci anni di guerra perché intendevano creare un paese – una patria – dove prima c’era solo una colonia.  Dunque tutto questo ha una storia molto lunga, una storia di frustrazioni, di fallimenti, di speranza lavata nel sangue.  Tutto questo ha creato la situazione in cui ci troviamo ora. Come posso spiegarlo? Il cambiamento è possibile, ma per attuare il cambiamento si deve combattere contro non soltanto le dolorose e fottute esperienze dell’ultimo mezzo secolo, ma anche contro il lungo tradimento e contro qualcosa che io chiamo “la cultura dell’impotenza”. E’ una cultura che ha radici nel periodo coloniale, nel periodo in cui il continente era controllato da Spagna e Portogallo e che è stata poi spezzata e consolidata dalle dittature militari e dai fatalistici fratelli della chiesa. Tutto questo ha contribuito a creare una cultura d’impotenza che riesce a paralizzare la gente mediante la paura. Ti dice che la realtà è intoccabile, che la realtà non può essere toccata, non può essere cambiata. Oggigiorno questa cultura della paura ha un portavoce che è un dio universale, il dio del mercato, una figura incancrenita. Ci controlla dall’alto e ci dice che cosa possiamo fare e che cosa non possiamo.”

Una sera parlò della speranza:

“Il popolo qui vuole cose molto semplici. Non è ancora in grado di trovare risposte o soluzioni alle sue domande molto semplici, come dignità, pace e lavoro. La gente cerca ma non trova soluzioni. Cammina e cerca su strade diverse. E’ tradita; abbiamo una lunga tradizione di tradimenti, qui. E pensa ora, in generale e fino a un certo punto, che questi nuovi governi, che sono ultimamente comparsi in numerose parti del Sud America, agiranno più o meno in accordo con la speranza che sono riusciti a evocare. E’ per questo che io dico sempre: attenzione, non si gioca con la speranza del popolo. La speranza è molto fragile. Se il popolo ha messo la speranza nelle vostre mani, compagni, fate grande attenzione! Non tradite questa speranza. Perché la speranza non si recupera facilmente! Quando è persa ci vuole molto tempo per recuperarla. I nuovi governi progressisti del Sud America hanno di fronte una responsabilità storica enorme.  Tutto il resto può essere perdonato, ma non questo. E’ per questo che i governi progressisti devono fare estrema attenzione a non distruggere la speranza.”

Erano tempi difficili, molto difficili. E Eduardo Galeano, il grande marxista, l’enorme pensatore di sinistra e Rivoluzionario, si è schierato con il popolo durante quel periodo e non con i politici e i capi. Perché è il popolo quello che conta davvero; la Rivoluzione è condotta per esso, per servirlo, non il contrario!

L’ho capito allora, ma penso di capirlo oggi, molti anni dopo, molto meglio.

E anche i leader e i rivoluzionari latinoamericani hanno ascoltato e capito. E’ stato estremamente impegnativo per alcuni di loro. Specialmente in Brasile, Cile e Argentina, dove i media di destra e gli oligarchi e i neoliberisti combattevano per ogni centimetro di territorio. Ma con pochissime eccezioni, nessuno ha tradito! La speranza non è stata uccisa. La speranza è ancora lì, sempre più grande, enorme. E Eduardo Galeano e pochi altri vanno ringraziati per questo.

***

E c’è un’altra cosa grandissima legata a Eduardo che ricorderò finchè vivo.

Ho condiviso con lui la mia paura che senza la lotta armata contro l’imperialismo, molto probabilmente non può essere conseguita alcuna vittoria.

Lui non ha detto sì o no. Ha riflettuto un momento poi mi ha penetrato con i suoi occhi:

“Tu ed io siamo istruiti e conosciamo il mondo. Siamo per molti versi quelli che loro chiamano i leader. E i leader devono servire il proprio popolo. Non importa quanto dure siano le nostre vite, noi non siamo vittime. Quelli che soffrono sono i derubati, i poveri, i non istruiti. Devono decidere loro se e quando prendere le armi e andare; loro, non noi. Se e quando loro decideranno di combattere, noi dobbiamo obbedire e guidarli. Che loro combattano o no non sta a noi deciderlo”.

Galeano è morto. I miei occhi sono pieni di lacrime. Personalmente mi sento devastato. Ma la Rivoluzione si sta diffondendo in tutto il mondo ed è questo che conta. Grazie a lui, e ad altri come lui, sempre meno persone tradiranno la causa. E sempre più sogneranno e lotteranno per la sopravvivenza del nostro Pianeta, sempre più “continueranno a camminare”!

 

Andre Vltchek è un filosofo, romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. I suoi libri più recenti sono “Exposing Lies of the Empire [Smascheramento delle menzogne dell’Impero] e “Fighting Against Western Imperialism[Lotta contro l’imperialismo occidentale]. La sua discussione con Noam Chomsky “On Western Terrorism[Sul terrorismo occidentale]. Point of No Return [Punto di non ritorno] è il suo romanzo politico acclamato dalla critica. Oceania – un libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico meridionale. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia: “Indonesia – The Archipelago of Fear[Indonesia, l’arcipelago della paura]. Andre realizza documentari per teleSUR e Press TV. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Medio Oriente. Può essere raggiunto sul suo sito web o su Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://www.counterpunch.org/2015/04/24/galeano-died/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 27 aprile 2015 alle 12:53 -

    Un rivoluzionario non è sempre coerente con se stesso ma non può non avere quella onestà intellettuale che lo fa essere inclemente più con sé stesso che con gli altri.

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