La vergogna dell’India

Redazione 18 febbraio 2015 1
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La vergogna dell’India

Di Andre Vltchek

8 febbraio 2014

Benvenuti in Kashmir! E’ pieno inverno. Le montagne sono coperte di neve e gli alberi spogli al di sopra dei laghi, al tramonto appaiono malinconici e magnifici, proprio come un dipinto cinese..

Benvenuti  in una nazione “invasa” da 700.000 soldati delle forze di sicurezza della potenza occupante – l’India.  Benvenuti nella continua presenza di filo spinato, di colonne militari e di ‘controlli di sicurezza’. Benvenuti in una brutalità inimmaginabile  quasi in nessun altra parte della terra!

Benvenuti in una terra di esercitazioni militari condotte dagli Stati Uniti, da Israele e dall’India.

Kashmir! Ancora bello ma sfregiato. Ancora orgoglioso, ma sanguinante e del tutto esausto… Ancora in piedi, ancora resistente, ancora libero e indipendente, almeno nel suo cuore!

***

Quattro ragazzini stanno in piedi davanti alla Grande Moschea di Srinagar. Sono tesi;   sembrano pronti a saltare, a correre, e a combattere, anche a correre e a ritirarsi, se necessario. Dipende tutto dalle circostanze.

“Stanno violentando le nostre sorelle e le nostre madri!” grida un giovane. Mi mostrano le bombolette di  gas lacrimogeni, simili a quelle usate in così tante altre parti del mondo per disperdere i dimostranti. Di solito si lanciano in aria, qui vengono lanciati dalle forze di sicurezza direttamente verso la testa delle persone – con l’intenzione di uccidere.

In questa Intifada del Kashmir, la polizia, l’esercito e i paramilitari usano le fionde, i  fucili, le bombolette di gas lacrimogeni, qualsiasi cosa disponibile, per reprimere la ribellione.

Usano anche videocamere, filmano i dimostranti che lanciano i sassi e poi li trattengono, li fanno sparire  e talvolta usano selvaggi metodi di tortura per reprimerli.

I giovani uomini in questo quartiere vengono regolarmente trattenuti e la maggior parte di loro è stata, almeno una volta, trattata in modo violento.

Sto fotografando bombolette vuote di gas lacrimogeni che tengono in mano, sempre puntando l’obiettivo lontano dalle loro facce. In realtà, però, i ragazzi vogliono mettersi in posa: non hanno paura, non più.

Per ironia è il 26 gennaio, il Giorno della Repubblica indiano. “

“Oggi andiamo più tardi! Per combatterli! Vieni con noi!”

Usano parole arabe. Puntano le dita verso il cielo. Sorridono, fingendo di essere coraggiosi e pronti a morire, di sacrificare se stessi, ma so che sono spaventati. Sono stato così per molti anni… posso percepire come siano atterriti.

Sono bravi ragazzi. Sono disperati, con le spalle al muro, ma buoni.

Prometto…dico che andrò. Più tardi, come sempre, mantengo la parola.

***

Pochi giorni dopo, a Nuova Delhi, nel suo confortevole appartamento fuori moda,  il grande regista kashmiro di documentari indipendenti, Sanjay Kak, mi parla del colonialismo indiano sia in Kashmir che nel Nordest.

Entrambi siamo d’accordo che in tutto il mondo si sa pochissimo degli orrori dell’occupazione del Kashmir, e quasi niente sull’occupazione del Nordest. All’unisono, i mass media in India e in Occidente, censurano l’informazione sulla vera natura della repressione, delle uccisioni,  della tortura e degli stupri.

Il motivo è che l’India ha tradito i BRICS e si è sempre più avvicinata all’Impero, verso l’Occidente, firmando patti militari con questo e allo stesso tempo diffondendo il vangelo orientato al mercato. Ora può contare sull’avere uno ‘status speciale’, come l’Indonesia. Non importa che cosa fa, se la caverà facilmente!

Mr Kak dice anche che in questi giorni “è difficile competere sul mercato del dolore globale.”

Quando nomino il coinvolgimento sia degli Stati Uniti che di Israele in esercitazioni congiunte con l’India, in Kashmir, e anche nell’addestramento di poliziotti e di ufficiali della marina schierati in Kashmir, Sanjay Kak risponde|

“Quando si tratta di brutalità, le forze indiane in realtà  potrebbero insegnare sia agli israeliani che agli Stati Uniti un bel po’ di cose.”

Un’amica di Sanjay Kak, la scrittrice e attivista indiana, Arundhati Roy, nel marzo2013 ha spiegato su “Democracy Now”:

“Oggi il Kashmir  è  la zona più  densamente militarizzata del mondo. L’India tiene lì qualcosa come 700.000 soldati. E negli anni ’90, nei primi anni ’90, la lotta si è trasformata in lotta armata, e da allora più  di 70.00 persone sono morte, forse 100.000 torturate, più  di 8000 scomparse. Cioè, parliamo tanto del Cile, di Pinochet, ma questi numeri sono di gran lunga maggiori.”

***

Nel Kashmir stesso, lavoro a stretto contatto con la ”Coalizione Jammu & Kashmir di Societ| Civile”, (JKCCS) con il suo presidente, Parvez Imroz, e con Parvaiz Matta, un ricercatore che si occupa di diritti umani. Entrambi sono diventati miei buoni amici. Il JKCCS in realtà   crede che, fin dagli anni 90, più di 70.000 persone abbiano perso la vita in Kashmir, per lo più  civili. L’organizzazione sta apertamente chiamando genocidio ciò che accade in Kashmir.

Mr Parvaz ha scritto per il suo saggio:

“Fin dal 1989 l’esercito è ricorso a crimini di guerra perché è stata data a loro l’immunità legale e raramente del personale armato per crimini contro l’umanità è stato punito. La militarizzazione in Jammu e in Kashmir ha influenzato tutti gli aspetti della vita e sfortunatamente anche i media indiani e la società civile, con alcune eccezioni, hanno esteso l’impunità morale e politica all’esercito che credono stia combattendo il terrorismo al di là dei confini. La scomparsa sistematica di persone, le fosse comuni, la tortura, sono state completamente ignorate dai media indiani e internazionali.”

“Allo scopo di reprimere la lotta per la libertà in Jammu e in Kashmir, il governo indiano è ricorso alla repressione sistematica e istituzionale. Più di 700.000 soldati sono stati spinti al servizio militare per neutralizzare la lotta armata e per controllare la popolazione del Jammu e del Kashmir che stanno cercando il diritto all’autodeterminazione che il governo dell’India aveva promesso davanti alle Nazioni Unite nelle risoluzioni del 1948 e del 1949. La repressione dello stato indiano è stata parte della loro politica. In questo è colpevole anche la magistratura che  in quanto ala dello stato  ha servito gli interessi dell’esecutivo e non il popolo del Jammu e del Kashmir.

“Le istituzioni internazionali e in particolare la società civile e i governi dopo l’11 settembre e a causa dell’islamofobia e di altri interessi ignorano ora completamente la situazione nel Jammu e in Kashmir.

***

In Kashmir,  dovunque vada, dovunque vada in macchina, ci sono costanti e potenti

elementi che ricordano l’occupazione: dalla quasi grottesca presenza delle forze militari, della polizia, alle fosse comuni. Le caserme dell’esercito sono allineate su tutte le strade principali. I camion militari e quelli della polizia le percorrono in tutte le direzioni, su tutte le strade principali e secondarie. Ci sono innumerevoli blocchi stradali e posti di controllo.

Non è però soltanto la forza diretta e brutale che sta facendo sanguinare e che distrugge il Kashmir.  Parvaiz Matta spiega che questa enorme forza di sicurezza indiana è riuscita a infiltrare e a dividere la società locale. Spie e informatori vi sono stai introdotti. Coraggiosi combattenti della resistenza sono stati ridotti a informatori.  I movimenti di opposizione sono stati distrutti, divisi, così come intere comunità e anche famiglie.

C’è un grande senso di insicurezza. Coloro che facevano gli interrogatori telefonano a ex detenuti, a presunti personaggi della resistenza e dicono loro: “Presto prenderemo tua sorella.”

La brutalità della tortura qui è inimmaginabile in base a qualunque standard. Ho fatto indagini e servizi giornalistici su innumerevoli zone, in tutto il mondo, innumerevoli volte,  mi hanno confidato  storie da far rizzare i capelli. Quello che ho saputo in Kashmir, tuttavia supera la abitudini più terribili.

Nella storia moderna, la crudeltà delle forze armate indiane in Kashmir può soltanto essere paragonata alle atrocità commesse in Indonesia nel 1965 e al genocidio fatto a Timor Est, e anche in Papua, oppure alla brutalità delle forze armate  ruandesi e ugandesi nella Repubblica democratica del Congo. Oppure alla campagna diretta di sterminio in Indocina da parte dell’Impero.

Non è un fatto sorprendente, dato che sia l’India che l’Indonesia sono stati clienti dell’Occidente, pubblicizzati come esempi di ‘democrazia’ e di ‘tolleranza’.

“L’India è   povera,   egemonica e violenta”, mi dicono a casa di Parvez Imroz, fuori dalla città di Srinagar.

Secondo l’abitudine tradizionale parecchie persone sono sedute sono sedute sul pavimento con le gambe distese, con stufette antiquate poste sotto le coperte. Beviamo del tè.

Quando tratto di  questo incontro, posso parlare soltanto due uomini in questo mio pezzo, del JKCCS, dicendo i loro veri nomi. Gli altri sono coloro che lavorano per conto della loro terra violentata, ma i loro incarichi nelle organizzazioni internazionali e nelle agenzie di stampa sarebbero compromessi, se apparissero pubblicamente in qualche documentazione.

Mi hanno aiutato tutti molto, guidandomi, spiegandomi la situazione, fornendomi contatti e informazioni. Erano disposti a parlare a condizione di rimanere anonimi, ed è chiaro da che parte fossero i lori cuori e la loro lealtà:

“Gli indiani sono molto moralisti, quando si tratta della Palestina…sebbene anche questo stia cambiando, dopo che questa amministrazione del Primo ministro Modi sta spostando l’India sempre più vicino all’Occidente. Gli Stati Uniti e Israele qui sono profondamente impegnati nello ‘addestramento contro il terrorismo’. Innumerevoli poliziotti e militari stanno ricevendo la loro istruzione negli Stati Uniti, nell’Unione Europa, e a Israele. Gli ufficiali di polizia vengono portati in aereo all’estero. L’esercito svolge regolari esercitazioni con le forze statunitensi e israeliane, specialmente nella zona del Ladakh, vicino al Pakistan.”

“Attualmente il Ladakh è estremamente popolare tra gli israeliani. Tra i 20.000 i 30.000  israeliani arrivano qui ogni anno, come turisti, o con una doppia abilità.”

“Le idee e i metodi degli insediamenti israeliani sono ampiamente usati in Kashmir, ma qui vengono ‘migliorati’. Lo stato indiano sta affinando le politiche dell’apartheid.”

Tutti qui sono d’accordo che il fattore della brutalità è molto più alto in Kashmir

che in Palestina:

“La brutalità delle forze israeliane non è nascosta: è tutta alla luce del sole. Ogni azione contro il popolo palestinese è ben documentata. Le azioni di Israele sono costantemente criticate dall’estero e anche in patria. Enormi blocchi di paesi, anche l’Unione Europea, stanno chiedendo indipendenza per la Palestina. Il Kashmir è diverso: la nostra Intifada è nascosta al resto del mondo. Almeno 8.000 persone sono già morte: centinaia di migliaia sono state torturate. Ma c’è un silenzio quasi totale che arriva dall’estero.”

Le analogie tra la resistenza palestinese e la resistenza nel Kashmir e il loro scopo di avere l’indipendenza e di diventare uno stato, sono straordinarie.  Uno dei film più famosi fatti dal mio amico Sanjay Kak, di New Delhi, è intitolato “Jashn-e-Azadi”: Come festeggiamo la libertà”, e tratta esattamente di questo argomento. Sanjay ha anche pubblicato un libro: Until My Freedom Has Come – The New Intifada in Kashmir (2011) [Fino a quando arriva la mia libertà – La nuova Intifada in Kashmir].

***

Kupwara – Fosse comuni punteggiano le colline.

Quando arriviamo, la città stessa è totalmente chiusa. E’ il 21° anniversario del massacro di gente locale per mano delle forze indiane. Circa 27 persone sono state assassinate qui, più di due decenni fa, perché chiedevano la fine dell’occupazione indiana.

“Qui molte persone sono state fatte ‘sparire’; sono state uccise in cosiddette false battaglie.  E’ accaduto in varie occasioni”, spiega Parvaiz Matta. “Innumerevoli corpi arrivavano mutilati negli ospedali locali: alcuni senza gambe, chiara conseguenza delle torture.”

Ci sono barelle che si vanno arrugginendo appoggiate a un albero. Mi dicono che sono state usate per trasportare i corpi dall’ospedale a queste fossa comune. E i corpi continuavano ad arrivare dalla foresta,  trasportati dalle forze di sicurezza.

Le fosse comuni sono su tutta la collina, alcune proprio a destra della scuola pubblica, che si trova nella parte più alta.

Mi dicono che “le forze di sicurezza hanno descritto i corpi come cadaveri di ‘terroristi stranieri non identificati’. Però ‘stranieri’ è già una forma di identificazione, non è vero?”

Ci sono 7000 tombe senza nome e fosse comuni in Kashmir, mi dicono…

***

Le forze di sicurezza che sono formate da 700.000 soldati, stanno combattendo contro un numero di Mujahedeen compreso tra i 200 e i 300 combattenti attivi della resistenza.

Il ‘combattimento’ consiste principalmente nell’uccisione di innocenti  passanti e di abitanti dei villaggi nelle zone remote. Questi cadaveri vengono poi fatti passare come cadaveri di Mujahedeen ‘uccisi in combattimento’. Questo di conseguenza ‘giustifica’ enormi operazioni militari e relativi  enormi bilanci.

I ‘combattimenti’ comprendono anche torturare chiunque sia ‘accusato’ di appartenere ai Mujahedeen o di appoggiarli, quindi chiunque le forze di sicurezza decidano di identificare come tali.

La firma della ‘tortura’ a Kupwara consiste nel recidere le gambe o le dita. Gli strumenti e i metodi di tortura in questa zona, molto vicina al confine pachistano, sono molto elaborati.

Il torace delle vittime viene bruciato con monete roventi e corrente elettrica ‘somministrata’ attraverso il pene. I testicoli delle vittime vengono bruciati. Bottiglie di alcool vengono infilate nel retto degli uomini che vengono poi appesi al soffitto a testa in giù. Dei rulli di legno vengono usati per distruggere le gambe. Nei piedi dei prigionieri vengono infissi a martellate dei chiodi.  A coloro che hanno dei tatuaggi a forma di mezzaluna, vengono rimossi con pinze  incandescenti.

Quando una donna viene arrestata, quasi certamente la sua tortura comprenderà lo stupro di gruppo.

In tutto il Kashmir è anche normale sodomizzare i prigionieri di sesso maschile.

Tutto questo, naturalmente non può passare come qualcosa di ‘spontaneo’. C’è chiaramente uno schema da seguire. Le forze di sicurezza sono addestrate a fare quello che stanno facendo. Un nuovo gruppo estremamente brutale, è stato creato dallo stato. Si chiama SOG (Special Operations Group – Gruppo per operazioni speciali)  ed è formato principalmente da figli di poliziotti e di personale militare uccisi in battaglie con i Mujahedeen. E’ facile immaginare il tipo di metodi che il SOG usa.

“La maggior parte dei casi di tortura e di stupro non sono documentati”, spiegava Parvaiz. “Però la mia organizzazione da sola è riuscita ad accumulare la documentazione su circa 5.000 casi di tortura. Per esempio, un padre a cui è stata tagliata la testa davanti alla sua famiglia inorridita…”

“Lo faccio fermare almeno per pochi minuti. Devo avere almeno un po’ di tempo per assimilare quello che vedo attorno a me,  e anche quello che mi viene raccontato.

Procediamo oltre, verso il confine pachistano. Qui è davvero tutto lussureggiante – lussureggiante e sorprendentemente bello. Alte montagne incappucciate di neve, laghi limpidi  e prati. Chiedo all’autista di fermarsi; ho bisogno di aria fresca. Devo vedere questa magnificenza per riprendere forza, prima di proseguire verso un luogo che temo di visitare ma che, ciò nonostante devo visitare.

Siamo diretti verso due villaggi: Kunan e Posphora.

Qui, il 23 febbraio 1991, le forze armate dell’India hanno circondato Kunan e hanno arrestato tutti gli uomini di età superiore ai 13 anni. Sono arrivati con gli strumenti di tortura nei loro veicoli, e le torture che hanno inflitto sono state orribili.

Parcheggiamo la macchina e mi guidano in una delle case.

E’ una cassa tradizionale, ordinata ed estremamente pulita. Ci leviamo le scarpe. Due uomini ci stanno già aspettando già nella sala principale, con la schiena che appoggiata al muro e a soffici cuscini. Un terzo uomo arriva poco dopo.

Non siamo qui per parlare di tortura. Si suppone che debba sentir parlare di stupro di massa.

Ma prima, gli uomini ricordano le loro sofferenze personali. Uno di loro comincia:

“Era febbraio ed era sera tardi, freddo fuori, inverno. E’ cominciato tutto alle 23 e non è finito fino alle 4 di mattina. Tutti gli uomini sono stati portati fuori, nel freddo pungente. Ci hanno fatto spogliare completamente e ci hanno costretto a stare in piedi in un ruscello  gelido.  Tutto attorno c’era neve alta quasi 1 m. Ci hanno torturati tutti e 10; tra i 40 e i 50 uomini sono stati torturati. Hanno usato la corrente elettrica, e, inoltre, hanno messo peperoncino rosso nell’acqua e vi hanno immerso a forza le nostre teste.”

Ci sono delle donne nella stanza; nessuna donna  si poteva vedere intorno alla casa.

Un altro uomo anziano ha cominciato a parlare, mentre ho distolto lo sguardo. Era tutto estremamente  imbarazzante  e sapevo quale grande sforzo e determinazione servivano a quegli uomini per parlare di quella orribile notte, di quasi un quarto di secolo prima.

“Le donne e le ragazze sono state lasciate nelle case. Erano sole e indifese. I soldati, circa 200, sono entrati nelle case, per lo più in 5-10 per ogni casa. Avevano con sé bottiglie di alcolici – erano ubriachi. E’ stato tutto pianificato in questo modo!”

Ora gli uomini parlavano uno sopra l’altro:

“Le donno sono state violentate. Tutte….E non soltanto le donne, ma anche le ragazzine dai 6 ai 13 anni… I loro vestiti sono stati strappati, sono state insultate, umiliate e poi stuprate.”

I soldati urlavano alle donne: ‘Voi state fottutamente aiutando i militanti, non è vero?’

E questo era molto spesso opera delle truppe indiane, e in India; anche gli stupri non finiscono con l’atto in sé. La brutalità dell’atto è normalmente indescrivibile; comprende l’inserimento di oggetti taglienti, di sbarre arrugginite, di qualsiasi cosa.

“Molte delle nostre donne sanguinavano abbondantemente. Alcune sono restate incoscienti per 4 o 5 giorni,” mi hanno detto questi 3 mariti le cui mogli sono sopravvissute a quella terribile notte.

“Una delle donne aveva avuto un bambino appena 4 giorni  bambino appena prima. Il neonato era abbracciato a sua mamma quando sono entrati i soldati. Prima hanno ammazzato il bambino, poi hanno stuprato tutti insieme la madre.”

“Hanno torturato e stuprato una ragazza minorenne. Le hanno rotto una gamba. E’ morta in seguito…”

“Alcune donne sono state sottoposte a cure per molti anni, dato che il loro retto era stato gravemente danneggiato”.

5 donne sono morte come conseguenza di quanto è accaduto quella notte.

C’erano due poliziotti del villaggio che hanno tentato di aiutare le donne ferite. In seguito si erano dimostrati disponibili a presentarsi per testimoniare. Uno di loro è stato freddato con un’arma da fuoco.

Mi hanno detto che 40 donne si sono presentate e hanno fornito le loro testimonianze. Erano donne sposate. Le minorenni, le giovani non sposate, hanno tenuto segreta la loro identità. Ma anche facendo così, quasi nessuna giovane donna di Kunan è riuscita poi a sposarsi. Il marchio era troppo grande e nessun abitante dei villaggi della zona ha voluto sposare una vittima di stupro.

Parvaiz ha spiegato che gli stupri avvengono ancora nelle province profonde, nelle zone di frontiera, dove la gente è alla mercé dei militari. “Lo stupro è ancora usato come arma di guerra”, ha detto.

Finora nessun soldato è stato punito per l’attacco a Kunan.

Prima di andare via, i mariti delle donne stuprate hanno spiegato:

“Questo è successo all’inizio…Poi si sono verificati altri terribili eventi. Abbiamo tentato di giocare secondo le regole, usando il sistema legale indiano. Dopo quasi un quarto di secolo, però, non c’è stata giustizia. Qui la legge protegge soltanto i colpevoli. Questa militarizzazione del Kashmir ci ha rovinato la vita! Adesso vogliamo soltanto essere liberati dal destino! Questo è stato tutto un terribile trauma per noi. Perfino i bambini degli altri villaggi deridono le nostre donne e le ragazze:

“Oh, vieni dal villaggio dove tutte le donne sono state stuprate!”

E’ stata un’esperienza che mi ha reso più umile, stare davanti a quei duri uomini del Kashmir che hanno deciso di aprirsi con me.

Dopo che hanno parlato, siamo andati a piedi da Kunan al villaggio di Poshpora. Il ghiaccio, in senso metaforico, era stato rotto. Ho avuto il permesso di fotografare gli abitanti del villaggio, sia gli uomini che le donne. Sono stato accettato.

Quando abbiamo cominciato ad andare in macchina verso Srinagar, c’è stato un lungo silenzio nella macchina. Poi io l’ho interrotto:

“Parvaiz?”

“Mmm?”

“Il fatto che deridano le ragazze e le donne…” ho cominciato….

Sapevo che stava pensando la stessa cosa.

“Sposeresti una vittima di stupro?”  mi ha chiesto.

“Se dovessi essere innamorato di lei, sì, naturalmente la sposerei.”

“Sei sicuro?”

“Sì,” ho detto.

“Qui è dove la nostra cultura ha fallito”, ha detto. E questo è stato il momento in cui ho capito che Parvaiz farebbe la stessa cosa.

Gli ho raccontato dello stupro di massa nella città di Ermera, a Timor Est. Le forze indonesiane lo hanno fatto – esattamente lo stesso scenario del villaggio di Kunan. Allora lavoravo illegalmente a Timor Est. Sono stato in prigione e sono stato torturato. Nessuno è stato mai punito per lo stupro o per le uccisioni. Molte persone direttamente responsabili per il genocidio a Timor Est adesso governano l’Indonesia.

Dopo aver superato Kupwara, l’umore nella macchina è migliorato molto.

“Non volevo dirtelo, ma c’erano delle  probabilità che prima di arrivare a Kupwara avremmo potuto essere fermati, interrogati e allora…”

Avevo capito.

Ma ora ‘andava bene’.

Più ci allontanavano da Kupwara, più la situazione era sicura; oramai avevamo molti motivi per giustificare il nostro viaggio. Ho fotografato un po’ di campi militari e paramilitari, attraverso il parabrezza.

Poi ho chiesto all’autista di fermarsi. Dovevo fare pipì. Ha frenato fermandosi proprio a fianco di una bella piantagione di meli del Kashmir.

Sono uscito dalla macchina e mi sono avviato verso il primo albero; l’aria fresca e la bella campagna, e cose del genere…Poi l’ho individuato: un soldato, semi-mimetizzato, con in mano la mitragliatrice, pronto. Ho fatto pipi nella sua direzione,      incurante del pericolo. Poi l’ho salutato militarmente, in modo beffardo. Non ha neanche sorriso, è solo rimasto lì, come un idiota, sotto l’albero di mele.

Mi chiedevo; in Kashmir c’è più personale di sicurezza o alberi di meli?

Ho fatto visita a Mr Hassan Bhat nella città di Sopore, nota per i suoi combattenti della resistenza.

Una volta Mr Bhat era uno di loro, ma è stato catturato e torturato in maniera selvaggia e ha rinunciato al servizio attivo.

Le forze di  sicurezza gli hanno ucciso entrambi i figli maschi, così, di colpo; sono morti entrambi quando hanno compiuto 15 anni.

Un figlio era andato in un negozio locale, nel 2006, per comprare il latte, e un agente della sicurezza gli ha sparato al torace, dall’auto della polizia che andava a tutta velocità. L’altro ragazzo è morto nel 2010, quando dei ragazzi hanno cominciato a tirarsi dei sassi, ci è capitato in mezzo, si è spaventato ed è saltato dentro al fiume. La polizia ha cominciato a lanciare bombolette di gas lacrimogeni contro chiunque si trovasse in acqua. Lo hanno colpito con una di queste, ed è morto.

“Io conosco gli autori del fatto, conosco l’ufficiale che era di servizio allora”, ha detto Mr Bhat. Ha tentato di presentare una denuncia, ma la polizia si è rifiutata di denunciare il fatto.

“L’ufficiale in carica stava per entrare nelle Forze di pace dell’ONU”, ha detto Parvaiz. “L’India spesso manda all’ONU persone che hanno combattuto in Kashmir. E’ uno  schema enormemente redditizio per il paese….Però la mia organizzazione lo ha identificato e ha fornito all’ONU le prove dettagliate dei  suoi crimini. Dopo di questo, la sua domanda è stata rifiutata.”

In effetti ho visto in azione le forze di pace indiane dell’ONU, a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dove anche l’ex capo dell’UNHCR [Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati], Mr Masako Yonekawa, si è lamentato con me delle molte attività illegali perpetrate dal ‘contingente indiano per il mantenimento della pace’.

Poi Mr Bhat ed io ci siamo fwermati presso la riva del fiume Jhelum.

“Scorre fino al Pakistan,” ha detto sospirando.

Mr Bhat, malgrado tutti gli orrori a cui è sopravvissuto, è un uomo gentile e cordiale.

Gli ho domandato se pensa che il Kashmir sarà in grado, a un certo punto di ottenere l’indipendenza.

“L’80% del popolo del Kashmir vuole la libertà”,  ha detto. “L’80% significa tanta gente, non crede?”

Mi hanno fatto vedere dove, nel 1993, un’intera area è stata distrutta dalle Forze di sicurezza del confine (BSF). Allora sono morte 53 persone.

Più tardi, nel cuore della notte, andiamo in  una casa dove è avvenuta una battaglia tra le forze indiane e i Mujahedeen, proprio pochi giorni prima.

Sopore sta ancora combattendo.

Ma c’è paura. Fa freddo; è una paura onnipresente.

Molti mi dicono che ora la gente ha perfino paura di protestare  contro la scarsità delle provviste fondamentali. Si potrebbe facilmente sparire.

Mi dicono che qui, le forze armate indiane stanno cercando di  arrestare  i giovani   per alcol e droga, per tenerli lontani dalla resistenza.

Però altri dicono: in questa città, a Sopore, la gente è determinata. Resiste. Sono attivi, qui. Questa città produce grandi persone! Persone che non si arrendono mai! Le forze indiane la chiamano “Piccolo Pakistan”.

Questa enorme forza di oppressione può essere davvero sconfitta, e se sì, in che modo?

Questo è il momento, anche a Sopore, anche nel cuore della notte, davanti a una casa che di recente ha assistito a una vera battaglia, che ognuno diventa realista:

“Soltanto la pressione internazionale può aiutarci!”

A un certo punto, si è esausti, quasi insensibili, dopo avere ascoltato resoconti dettagliati ben documentati di uccisioni extra giudiziali, sparizioni, torture e stupri.

A un certo punto, mi è stata fornita una prova riguardo a un uomo che era stato arrestato, interrogato, e al quale,  quando ha avuto un atteggiamento sprezzante, hanno tagliato i piedi. E’ sopravvissuto. Quando era ancora detenuto, un po’ di tempo dopo, le forze di sicurezza gli hanno tagliato delle parti considerevoli della sua carne, da diverse parti del corpo, le hanno fatte cuocere, e lo hanno costretto a mangiarle, per vari giorni. Questo caso è documentato e le organizzazioni per i diritti umani stano chiedendo giustizia. Nessuno è stato punito.

C’è il genocidio: Terribile,  oltraggioso e non riferito dai media vigliacchi e dagli intellettuali, sia in India che in Occidente.

Le persone che osano parlare e scrivere sulla brutta situazione del Kashmir, vengono intimidite, deportate e anche attaccate fisicamente.

Arundhati Roy è periodicamente minacciata con accuse di sedizione, cause legali e condanne a vita.

Altri, come il leggendario conduttore radiofonico David Barsamian, sono stati deportati dall’India, senza dar loro nessuna spiegazione.

Nell’ottobre 2011, un avvocato della Corte Suprema, Mr Prashant Bhushan (che ha scritto la bizza della legge Lokpal), è stato picchiato brutalmente nel suo ufficio della Corte Suprema, dopo che aveva fatto dei commenti sul Kashmir. Ha parlato sulle violazioni dei diritti umani e sulla militarizzazione in Kashmir.

Ci sono turisti in Kashmir, non solo indiani, ma anche stranieri. Vanno a sciare e a praticare lo snowboard a Gulmarg, o a camminare in Ladakh. Ci sono europei e israeliani e alcuni nordamericani.

Molta gente locale lo chiamano “turismo dell’orrore in Stupristan”.

Ho incontrato varie coppie, in alta montagna, a Gulmarg: guance rosse per troppa aria fredda in luoghi molto alti. Ho parlato con una coppia inglese che si divertiva a sciare e una coppia tedesca in vacanza…Non avevano nessuna idea su ciò che accadeva in Kashmir. Quando ho insistito un poco dicendo: “Ma dovete aver notato tutti quei bunker, convogli militari e posti di controllo”, la loro semplice risposta è stata: “Sì, ebbene, l’India deve fare qualcosa riguardo al problema del terrorismo, giusto?”

E’ un fatto ben documentato che l’Impero sta contando su parecchie nazioni in tutto il mondo, per agire per suo conto, diffondendo il terrore nella ‘zona’, spesso brutalizzando anche la sua gente. Questi paesi sono, per esempio, il Ruanda, l’Uganda, e il Kenya in Africa, Honduras e Colombia in America Latina, Israele, Arabia Saudita, e Qatar, in Medio Oriente, Indonesia, Tailandia, e ora l’India in Asia Meridionale.

La maggior parte dei brutali stati lacchè sono battezzati “democrazie”, tolleranti, esempi degni di essere seguiti.

Il motivo è che non lo sanno, che la brutalità e il cinismo pagano ancora.

Questi paesi vengono pubblicizzate come “Terre dei Sorrisi” , o come ‘culture della non violenza’. E’ tutto farsesco, ma in un certo senso, non molte persone sembra che ridano.

E questo approccio dovrebbe finire! I crimini brutali contro l’umanità devono essere rivelati. I paesi che stano uccidendo migliaia di persone innocenti devono essere svergognate pubblicamente e bisogna occuparsene a livello internazionale.  Va da sé che uno stato che serve un impero, torturando e stuprando coloro che desiderano ardentemente l’indipendenza, e allo stesso tempo sputa addosso ai suoi poveri, non dovrebbe mai avere un posto in un’organizzazione come i BRICS!

***

Sono tornato nella zona della Grande Moschea di Srinagar, il 26 gennaio, come avevo promesso. Ho seguito i ragazzi. A poche strade di distanza, dopo le 14, una battaglia è scoppiata. Era tutto molto naturale e duro, e chiaramente rassomigliava alla Palestina.

L’unica grossa differenza era che tranne me, non c’era nessun testimone che potesse descrivere il coraggio della gioventù locale, e anche l’oppressione del popolo del Kashmir da parte dello stato indiano.

Due giorni dopo ho preso la più lunga funivia dell’Asia, a Gulmarg. Volevo vedere ‘che cosa c’era lassù’. Naturalmente c’è una base militare!

Nella discesa l’elettricità è mancata e la cabina è diventata gelida, sospesa a mezz’aria. La porta non si chiudeva, e c’erano buchi dappertutto. Era  l’India, dopo tutto. Sarei potuto morire congelato, se quell’affare non avesse cominciato a muoversi pochi minuti dopo.

L’India sta affrontando una delle sfide più serie sulla terra: dall’analfabetismo alla povertà più profonda. 700.000 forze di sicurezza costano miliardi di dollari, annualmente, parlando in senso pragmatico. Anche se alle élite indiane, al governo e ai militari non importa della gente del Kashmir e della loro difficile situazione, dovrebbero interessarsi almeno dei loro poveri!

Tenere il Kashmir contro il suo volere, non porta alcun beneficio all’India e agli indiani. E’ senz’altro non democratico e brutale…e assolutamente non necessario!

***

Benvenuti in Kashmir! La sua bellezza è fiabesca. I suoi laghi, le sue catene di montagne, le valli profonde e i fiumi sono superbi e impressionanti. La sua gente è calda, accogliente, ma forte.

Il Kashmir sanguina. Le sue valli sono divise da fili spinati. Le sue donne vengono violentate. I suoi uomini vengono torturati e umiliati. Le grida del popolo del Kashmir vengono zittite. Il mondo non sa quasi nulla delle loro difficoltà, delle loro sofferenze.

Una forza di sicurezza di 700.000 uomini che combatte contro circa 300 uomini! E non riescono a vincere. Perché? La risposta è semplice: perché nessuna forza brutale sulla terra potrebbe mai sconfiggere coloro che stanno combattendo per la sopravvivenza della loro terra, per qualcosa di così caro, di così amato!

Nella foto: i ragazzi incontrati da Vltchek davanti alla Grande Moschea di Srinagar.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2015/02/06/indias-shame

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 18 febbraio 2015 alle 19:34 -

    Non c’è Stato senza crimine. La legge che tutela un diritto e ne calpesta altri non è una legge. Ogni rivolta contro l’abuso è giusta è doverosa. La vittoria contro l’ingiustizia non esiste, esiste la critica permanente alla giustizia. E quando la violenza é inaudita non rimane che replicare.

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