Il disastro in Libia

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Il disastro in Libia

Di Greg Shupak

14 febbraio 2015

Il titolo del libro di Horace Campbell sull’intervento della NATO in Libia,         Global NATO and the Catastrophic Failure in Libya [La NATO globale e il catastrofico fallimento in Libia] è un’allusione all’articolo di Seumas Milne sul Guardian intitolato: “Se la guerra in Libia era fatta per salvare le vite, è stato un fallimento catastrofico.”

Fare eco all’uso di Milne dell’aggettivo “catastrofico”, è appropriato.  Claudia Gazzini, della ONG Gruppo internazionale di crisi, fa notare che, se i numeri delle vittime forniti dal Consiglio Nazionale di Transizione della Libia sono esatte, “il bilancio delle vittime successivo all’intervento di sette mesi della NATO, era almeno dieci volte maggiore che del conteggio di coloro uccisi nelle prime poche settimane del conflitto” prima che la NATO intervenisse.

Come dimostra Campbell, mentre la NATO sosteneva che stava proteggendo i diritti umani, bombardava i civili libici e metteva in grado l’opposizione libica di perseguitare i lavoratori immigrati africani di colore e di fare pulizia etnica della città dei neri libici di Tawergha. Meno di quattro anni dopo che la NATO ha attaccato la Libia, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino Leon, dice che il paese è “vicino al punto di non ritorno.”

Forse un numero equivalente a due milioni di profughi libici sono scappati in Tunisia, sebbene si discuta sulla cifra esatta. A Novembre, i militanti che dichiarano di essere affilati all’ISIS, hanno si sono assicurati il controllo della città libica di Derna, dove hanno eseguito esecuzioni pubbliche e hanno assassinato degli attivisti.

Nicholas Pelham riferisce che quasi tutti gli esiliati che erano tornati in Libia dopo il rovesciamento del governo, se ne sono andati; che altri sarebbero partiti se i consolati europei fossero rimasti aperti; che i signori della guerra avevano preso il potere  in varie parti del paese;  che una società una volta relativamente omogenea, si era frantumata in molteplici gruppi armati che litigavano tra di loro”; che il separatismo aveva guadagnato impulso in Cirenaica che ha soltanto un terzo della popolazione della Libia, ma due terzi dei suoi giacimenti petroliferi, la maggior parte delle sue falde  acquifere  e le miniere d’oro del paese, che bar e centrali elettriche sono stati incendiati, che ambasciate ed altri svariati obiettivi erano stati attaccati da autobombe e che gli aeroporti erano stati assaltati. La popolazione di  Tripoli, scrive Pelham, è     “sconvolta”  e i libici “si sentono anche più isolati di quando l’ONU aveva imposto le sanzioni a Gheddafi.”

Intanto che scrivo, sono in  corso i negoziati per porre fine a una continua guerra civile. Ci sono due  sedi  rivali di governo, ognuna con le sue proprie istituzioni. Una è il Congresso Nazionale Generale (GNC) che è stato installato quando la capitale è stata presa da Libya Dawn dopo che era andata male nelle elezioni parlamentari.

La Libya Dawn è un’organizzazione ombrello costituita da vari gruppi islamisti, compreso  il gruppo salafita Ansar al-Sharia, che è appoggiato dal Qatar, alleato degli Stati Uniti, anche varie milizie di città Berbere. Molti dei leader di Libya Dawn sono ex combattenti del Gruppo Combattente Islamico, un’organizzazione jihadista  che, prima di tentare di uccidere Gheddafi negli anni ’90, ha combattuto l’Unione Sovietica in Afghanistan insieme a Osama bin Laden. Quel gruppo è stato appoggiato da un altro alleato degli Stati Uniti, cioè l’Arabia Saudita.

L’altra sede  del governo è la Casa dei Rappresentanti di base a Tobruk. Si sono alleati con quello che resta delle forze armate dello stato libico e con le truppe leali all’ex comandante dell’esercito Khalifa Haftar. Quest’ultimo, nel 1969, ha aiutato Gheddafi a rovesciare il precedente regime, ma è scappato dalla Libia dopo aver litigato con il colonnello dopo che Haftar aveva condotto una guerra fallita contro il Ciad.

Haftar, che si crede sia stato una risorsa  della CIA, è ritornato in Libia durante la guerra  contro Gheddafi. Le forze di Haftar sono appoggiate dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti che hanno bombardato parti della Libia. Haftar ha bombardato con l’artiglieria dei caseggitio, riferisce Pelham, e ha fatto cadere delle bombe  sugli aeroporti di Tripoli quando i passeggeri stavano per salire a bordo degli aerei.

Secondo il sito Conto dei morti in Libia, quasi 3.000 libici sono morti di morte violenta fin dall’inizio del gennaio 2014. Come scrive Pelham, “la portata del terrore e della distruzione prodotta dalle forze di Libya Dawn e di quelle di Haftar “ha superato di gran lunga quella degli ultimi anni di Gheddafi. Ci si chiede quanti degli occidentali che hanno sostenuto la guerra contro di lui  riconoscano questo.”

Il fatto che l’Egitto e il Qatar – entrambi  fedeli  alleati degli Stati Uniti – siano agli opposti lati del conflitto, fa pensare che gli Stati Uniti stanno effettivamente sostenendo entrambe le parti della guerra civile libica.

Il libro di Campbell è una guida utile al modo in cui la Libia è arrivata a questo punto. All’inizio spiega che, prima che iniziasse il tumulto in Libia, “aveva preso la posizione che se anche ci si doveva opporre a Gheddafi, era ugualmente necessario opporsi all’intervento della NATO.” Mentre Campbell si preoccupava del modo in cui Gheddafi avrebbe replicato ai dimostranti, considerava le forze sociali in Libia politicamente arretrate, e sapeva che i britannici e i francesi  “facevano qualcosa di brutto”,  una volta che il presidente francese Nicolas Sarkozy, cominciava a sostenere l’opposizione libica, dato che Sarkozy “non era amico dei movimenti progressisti africani.”

L’opinione di Campbell sulla crisi libica è in armonia con quella espressa in una lettera aperta firmata da 200 intellettuali africani, un documento su cui Campbell ritorna ripetutamente. Esprimeva “il nostro desiderio non di  prendere le parti di qualcuno, ma di proteggere la sovranità della Libia e il diritto del popolo libico di scegliere il loro proprio destino.” Verso la fine la lettera affermava: “

Coloro che hanno provocato  una pioggia di bombe oggi sulla Libia, non dovrebbero illudersi credendo che l’apparente silenzio dei milioni di africani [sic] significhi che l’Africa ha approvato la campagna di morte, distruzione e dominio che quella pioggia rappresenta…La risposta che dobbiamo fornire, praticamente, e come africani, è – quando e in che modi agiremo risolutamente e significativamente per difendere il diritto degli africani della Libia di decidere il loro futuro, e perciò il diritto e il dovere degli africani di determinare il loro destino!

 

Come chiarisce il libro di Campbell, lui e i firmatari di quella lettera erano giustificati nel loro sospetto che gli stati imperialisti e i loro alleati erano motivati a intervenire in Libia da preoccupazioni diverse dal benessere dei libici. In quel senso, il libro di Campbell è un  ideale compagno  dell’importante  Slouching Towards Sirte  [Camminare pigramente verso la Sirte]  di Maximilian Forte.  Mentre il libro di Forte è notevole per la sua meticolosa descrizione dettagliata del modo in cui gli eventi  sono andati a finire  nella faccenda  libico, Campbell situa questi nel più ampio contesto della dinamica capitalista internazionale che li guida.

Anche se non è perfetto, chiunque che abbia interesse nell’intervento della NATO del 2011 in Libia dovrebbe leggere il libro di Campbell. A volte divaga e varie affermazioni che dovrebbero essere sostenute da citazioni, non lo sono. Quello che offre, tuttavia è un resoconto illuminante del modo in cui la Libia è stata fatta a pezzi e un contributo estremamente utile ai tentativi di comprendere esattamente come opera il capitalismo imperialista militarizzato.

La premessa fondamentale di Campbell è che la NATO e i suoi alleati come il Qatar e l’Arabia Saudita hanno tratto vantaggio dalla crisi che è emersa in Libia in seguito alle proteste iniziate nel febbraio 2011, e l’hanno esacerbata. Le classi dominanti negli stati della NATO hanno sfruttato le proteste libiche per riaffermare il controllo militare ed economico dell’Occidente in Africa e per ridurre i tentativi di creare un’unità africana e un’autonomia dall’Occidente.

I dispacci di WikiLeaks dimostrano che il governo di Gheddafi era considerato una barriera a questi scopi, e la spedizione libica della NATO è stata spinta anche dalla frustrazione dei settori di élite degli stati occidentali dovuta all’incapacità di controllare i beni libici nel settore finanziario.

Ulteriori motivi

Una delle opinioni più importanti di Campbell è che la decisione delle potenze occidentali e dei loro alleati di cercare il cambiamento di regime in Libia, va capita nel contesto  del tracollo finanziario del 2008. Mentre nella crisi del 1930 le potenze coloniali avevano costretto gli africani ad aumentare la produzione agricola in modo da poter continuare a ricavare dal continente lo stesso valore che ricavavano prima della Depressione, Campbell suggerisce che in reazione alla crisi del 2008, le potenze imperialistiche hanno dovuto trovare nuovi modi di estrarre ricchezza dagli stati africani perché ora questi sono formalmente indipendenti.

Trarre vantaggio dal subbuglio che c’è stato in Libia all’inizio del 2011, è stato un modo di farlo, particolarmente perché le potenze europee non avevano così tanto accesso quanto gli sarebbe piaciuto avere all’Africa ricca di risorse, e perché gli stati della NATO erano allarmati dal ruolo crescente della Cina nel continente africano. Anche durante la distensione  del governo di Gheddafi con l’Occidente, lo stato libico era rimasto un ostacolo per le imprese imperialiste occidentali, come, per esempio, la costruzione delle basi militari del Comando statunitense in Africa (AFRICOM).

Queste tensioni sono arrivare a un punto cruciale nel 2011, quando, asserisce Campbell, le élite negli Stati Uniti volevano “prevenire altre insurrezioni rivoluzionarie del tipo e della portata di quelle che avevano rimosso i regimi in Tunisia e in Egitto,” un obiettivo che dice era “delineato dal Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS) a Washington, D.C., durante un importante seminario sulle implicazioni delle rivolte in Egitto.”

Inoltre, Campbell scrive che poco la caduta di Tripoli, e dopo che il governo non era certo stato sconfitto, il gigante italiano dell’energia, l’ENI era in quella città per discutere la ripresa dell’esportazione del gas libico. Descrive la visita a Tripoli di Sarkozy e del primo ministro britannico David Cameron, avvenuta pochi giorni dopo, come un esempio di “feroce competizione tra le forze francesi e altre forze occidentali per il controllo del futuro petrolio della Libia” e cita la descrizione del Guardian della visita come, “prima di tutto, del viaggio delle spoglie di guerra di Dave e Sarko.”

Oltre al petrolio, Campbell fa capire che la coalizione che ha deposto Gheddafi, probabilmente è anche interessata all’enorme ricchezza di acqua della Falda acquifera nubiana della Libia e al Progetto di 4.000 km. del più grande fiume costruito dall’uomo, http://guide.supereva.it/deserti_e_namibia/interventi/2004/07/167983.shtml e anche allo sfruttamento del lavoro fisico e  mentale del popolo libico. Questa è la cornice in cui si dovrebbe considerare l’osservazione del Segretario britannico alla Difesa, verso la fine dell’intervento della NATO che gli imprenditori “dovrebbero fare i bagagli” per andare in Libia e la dichiarazione dell’ambasciatore statunitense a Tripoli che la Libia aveva la “necessità” di società americane su “vasta scala.”

La Goldman Sachs a Tripoli

Campbell descrive in che modo la finanziarizzazione del settore energetico ha rinforzato le alleanze tra banche e compagnie petrolifere, particolarmente dopo che le banche hanno perduto miliardi  durante la crisi dei mutui subprime  e ha dato più importanza  all’attività commerciale nel campo dell’energia.

Durante il riavvicinamento di Gheddafi all’Occidente, il suo secondogenito Saif al-Islam Gheddafi e i “riformatori” neoliberali nel governo del leader libico, erano entrati nel settore finanziario istituendo la Libyan Investment Authority, (LIA), una

Società finanziaria   responsabile della gestione degli investimenti del governo libico nell’industria del gas e del petrolio sul mercato finanziario internazionale.

La LIA ha pagato alla banca Goldman Sachs 1,3 miliardi di dollari per opzioni sulle valute e sui titoli. Tuttavia, la crisi del credito ha fatto sì che il valore degli investimenti della Libia nella Goldman diminuissero del 98%. Queste perdite hanno creato tensione tra la Goldman e la dirigenza libica; in sostanza, la Libia ha rifiutato i tentativi della Goldman di prenderli per investire ulteriormente nella società, e le parti non sono state d’accordo su un patto per ricompensare la Libia del denaro perduto. Dal rovesciamento di Gheddafi, racconta Campbell, non si è discusso molto sul modo in cui la Libia potrebbe recuperare quelle perdite.

Un argomento strettamente correlato è stata la relazione turbolenta con il GCC – Consiglio di Cooperazione del Golfo – un’organizzazione istituita nel 1981 dai governi filo-americani di Baharein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, per – secondo le parole di Campbell – “riciclare le risorse dell’Arabia per il sistema finanziario occidentale.”

All’epoca dell’intervento della NATO, sostiene Campbell, gli speculatori di Wall Street, si sono alleati con il GCC in una lotta con la dirigenza libica per il controllo della Società bancaria Araba con base in Bahrein, un importante protagonista nei servizi bancari d’oltremare e per gli investimenti, e per i servizi per progetti finanziari. Il motivo della discussione era che libici, dice Campbell, volevano “far uscire il Gruppo Bancario Arabo dalla sua posizione servile verso gli interessi bancari occidentali,” un cambiamento a cui si opponeva l’Autorità del Kuwait per gli investimenti, l’Autorità per gli investimenti di Abu Dhabi, e altri azionisti.

Quando la NATO ha voluto la comparsa di un ampio appoggio arabo per la zona interdetta al volo (no-fly zone) sulla Libia, è arrivata un’approvazione dalla Lega Araba con una votazione che si è svolta quando erano presento soltanto 11 dei 22 stati membri. Sei dei nove che hanno votato a favore, erano membri del GCC.

Inoltre, la  LIA, come molte ditte occidentali, ha investito miliardi in denaro per la energia sui “mercati neri” degli Emirati Arabi Uniti. In tutto il libro Campbell indica che i neoliberali nel governo di Gheddafi che erano allineati con gli intellettuali occidentali con lo stesso punto di vista, in sostanza hanno collaborato a causare la

fine del governo.

Malgrado l’opposizione da parte delle loro controparti nazionaliste, i neoliberali hanno aggrovigliato i beni del paese con le imprese occidentali che sono state quindi in grado di limitare le opzioni finanziarie dello stato libico in un momento cruciale. Dopo l’inizio delle insurrezioni del febbraio 2011, “quando i libici hanno iniziato a muoversi per disinvestire i loro fondi dalla loro esposizione eccessiva rispetto alle istituzioni finanziarie britanniche e americane, i beni della Libia sono stati congelati. Questo è successo prima della trovata di proteggere i libici.

A causa della natura opaca dei mercati internazionali, si può a malapena domandare a Campbell una prova non ambigua della regolarità tra le banche e le relazioni delle imprese energetiche con il governo libico e con la decisione della NATO di destituire Gheddafi. Per la stessa ragione, i dettagli circa le attività di questi protagonisti e le relazioni tra loro, sono necessariamente scarse.

Campbell, tuttavia riesce a dipingere un quadro del rapporto spesso turbolento dello stato libico con il settore finanziario che domina gli stati della NATO. Di conseguenza, la sua teoria che il rapporto del governo di Gheddafi con altri protagonisti del settore finanziario era il motore dietro l’intervento della NATO, sembrerà perfettamente plausibile ai lettori che hanno familiarità con il ruolo principale che Wall Street ha svolto in tutta la storia dell’imperialismo americano.

Invece i lettori che accettano la teoria dello “impero incompetente”  della politica estera degli Stati Uniti in Nord Africa, saranno meno disposti ad accettare il fatto che il governo degli Stati Uniti sappia che cosa sta facendo.

Internazionalismo, non intervento

Come scrive Campbell, fare la cronaca dei risultati catastrofici delle recenti avventure imperialiste in Medio Oriente e in Africa, non riguarda “compiacersi ma è parte di uno sforzo per rafforzare la decisione del movimento per la pace e la giustizia di contestare il militarismo e lo sfruttamento.”

Un aspetto di questo nobile obiettivo deve essere l’opporsi a queste persone apparentemente di sinistra che chiedono interventi militari  guidati dall’Occidente, in luoghi come Afghanistan, Iraq, Libia, Siria o Ucraina. Gli interventi militari occidentali come quello in Libia, sono espressione di egemonia capitalista e finiscono soltanto per rafforzarla.

Se questi sinistrorsi vogliono costruire alternative al capitalismo globale, dobbiamo riconoscere che le rivendicazioni di internazionalismo sono peggio che inutili quando rendono possibili i bagni di sangue imperialisti.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/the-disaster-in-libya

Originale: Jacobin Magazine

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

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Un commento su “Il disastro in Libia

  1. attilio cotroneo il said:

    Dovremmo rassegnarci all’idea di considerare alcune logiche di mercato come questioni geopolitiche e capire che un attrito tra forze finanziarie e interessi di uno stato possono editare nella distruzione di un dato paese. Gli effetti umani non interessano a chi vive in questo contesto, in fondo è un modo diverso di uccidere senza guardare.

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