Ci si aspetta la più feroce delle guerre

Redazione 11 luglio 2014 1
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Ci si aspetta la più feroce delle guerre

Di Patrick Cockburn

8  luglio 2014

Il crollo della politica americana e britannica in Iraq e in Siria attira incredibilmente poche critiche in patria. Il loro scopo nei tre anni scorsi è stato quello di liberarsi di Assad come governante della Siria e di stabilizzare l’Iraq sotto la leadership di Nouri al-Maliki. E’ successo l’esatto contrario, con il Signor Assad al potere che probabilmente manterrà, mentre l’Iraq è in subbuglio dato che l’autorità di governo si estende soltanto a poche miglia a nord e a ovest  di Baghdad.

Fingendo che l’opposizione siriana abbia avuto una possibilità di rovesciare Assad dopo la metà del 2012, e insistendo che la sua uscita sia la giustificazione per i colloqui di pace, Washington, Londra e Parigi hanno assicurato che la guerra civile siriana sarebbe andata avanti. “Ho passato tre anni a dire loro ripetutamente che la guerra in Siria avrebbe inevitabilmente destabilizzato l’Iraq, ma non mi hanno prestato alcuna attenzione,” mi ha detto la settimana scorsa il Ministro degli esteri iracheno Hoshyar Zebari. Mi ricordo che nell’autunno del 2012  un anziano diplomatico britannico mi assicurava che quello che si diceva a proposito della guerra siriana che si diffondeva era molto esagerato.

Ora i conti cominciano ad arrivare:  Abu Bakr al-Bghdadi, il capo dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), che dichiara un califfato nell’Iraq del Nord e in Siria. Ha chiesto a tutti i musulmani di promettere lealtà allo stato islamico e ha negato effettivamente la legittimità dei governanti musulmani in tutto il mondo. Non c’è da meravigliarsi affatto che l’Arabia Saudita abbia trasferito 30.000 soldati per sorvegliare il suo confine con l’Iraq lungo circa 800 km. C’è una certa giustizia divina in questo, dato che fino a sei mesi fa i sauditi stavano sollecitando i jihadisti ad andare nella direzione generale della Siria e dell’Iraq, ma ora temono il loro ritorno.

Il successo dell’Isis dipende dalla sua capacità di ottenere vittorie spettacolari sfidando ogni probabilità  e non dalla sua ideologia primordiale  e brutale. La vittoria in battaglia è quella che rende l’Isis affascinante per le giovani reclute sunnite e può anche permettersi di pagarle. Non può cullarsi a lungo sugli allori ma ha bisogno di difendere i territori che ha conquistato e assicurarsi che i suoi alleati sunniti – membri di tribù, Baathisti, ex membri dell’esercito di Saddam – che si sono uniti all’organizzazione per combattere contro il signor Maliki, non troveranno i nuovi padroni peggiori dei vecchi e non cambino parte. L’Isis si è mossa rapidamente per impedire questo pericolo chiedendo che gli alleati giurino lealtà al califfato e depongano le armi. Oltre a questo, però, l’Isis deve dimostrare che il successo di Mosul non è stato un fuoco di paglia.

Come si è espresso Bakr al-Baghdadi la settimana scorsa: “Non c’è alcuna azione migliore della jihad, quindi, alle armi, alle armi, soldati dello stato islamico, combattete, combattete.”

Il governo di Baghdad è fiducioso che  la Casa Bianca alla fine usi i droni contro i convogli militari, anche se non permetterà gli attacchi aerei con aeroplani normali fatti intervenire dagli addetti americani al controllo aereo avanzato sul terreno. I droni sono particolarmente seducente per i politici perché sembrano massimizzare i danni al nemico senza perdite di vite americane che potrebbero far infuriare gli elettori u in patria. E’ vero che le colonne di camion dell’Isis che circolano zeppe di combattenti e di pesanti mitragliatrici finora si sono dimostrate efficaci. Un ufficiale iracheno le ha paragonate “ai predatori  arabi dei tempi antichi che attaccavano le carovane e che poi si ritiravano rapidamente.” Ma il fulcro della leadership  militare dell’Isis è costituito da militari iracheni professionisti e di grande esperienza che si assicureranno che i loro uomini non si trasformino in facili obiettivi. Anche in questo caso, qualsiasi azione militare americana, per quanto limitata,  tirano su  il morale vacillante dell’esercito iracheno.

Gli Stati Uniti sono contenti del modo in cui i droni hanno operato in Yemen e in Waziristan contro piccoli gruppi di associati ad al-Qaida. Però queste bande isolate non sono una minaccia seria se si paragonano a quello che ribolle in Siria e in Iraq, dove presto ci saranno migliaia di militanti addestrati, ben equipaggiati e fanatici alle dipendenze di un forte comando centrale.

Ma c’è un aspetto importante della guerra con i droni a cui Washington non ha prestato sufficiente attenzione. I droni finora sono stati in gran parte usati contro tribù mal equipaggiate, in parti isolate del mondo e non contro gruppi ben organizzati come l’Isis. Questi ultimi forse non sono in grado di fare molto contro i droni nel momento in cui attaccano, ma  in seguito certamente si vendicheranno contro obiettivi americani o europei. I Sunniti sono attirati dall’idea  – ed Hezbollah in Libano ha la stessa attrazione per gli Sciiti – che qui finalmente ci sia un’organizzazione militare sunnita che può combattere e vincere, per quanto le sue convinzioni e il suo comportamento siano deleterie. La fede espressa per mezzo della guerra e della morte è al centro dello jihadismo, e quindi gli attacchi con i droni porteranno inevitabilmente alla rappresaglia.

Un’ altra fase nella guerra in Iraq sta acquistando forza. L’Isis e i suoi alleati hanno avuto facilmente successo grazie alla natura disfunzionale dell’esercito iracheno e perché sono avanzati quasi completamente attraverso zone solidali,  dominate da Sunniti. Al momento è impegnata contro la milizia sciita e sta arrivando in quartieri misti o sciiti dove troverà resistenza. Ma l’Iraq, più della maggior parte delle nazioni, è dominato dalla sua capitale di sette milioni di abitanti, e l’Isis potrebbe voler stabilire che ha in pugno Baghdad , anche se non può conquistarla.

Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia e i loro alleati non hanno ancora una politica per replicare  all’Isis. Washington sta cercando di fare ora quello che avrebbe dovuto fare nel 2010 quando avrebbe potuto liberarsi del signor Maliki.  Trionfante con compiacimento all’epoca,  per sconfitto  gli americani in Iraq, gli Iraniani hanno fatto lo stesso errore di pensare che il signor Maliki fosse la scommessa più sicura per loro, senza rendersi conto del grado in cui il suo sforzo di  monopolizzare il potere stava degradando lo stato iracheno e le sue forze armate e stava facendo infuriare la minoranza sunnita.

Mentre gli americani immaginano che gli iraniani siano pieni di subdoli complotti sono di fatto inorriditi per quello che è successo. “Non vogliono estendersi troppo,” ha detto un politico iracheno a cui ho fatto delle domande sulla politica iraniana. “Aspettano che gli americani facciano qualcosa.”

Gli iraniani hanno iniziato ad agire in Iraq, sebbene non abbiano impegnato molte persone. Stanno cercando di ripetere la loro tattica in Siria, che consiste nel creare un esercito parallelo con le milizie per rinforzare o rimpiazzare l’esercito regolare iracheno. Dicono apertamente che lo stanno facendo. C’è però un altro aspetto della loro strategia in Siria che mostra i segni di voler comparire in Iraq, ed è una brutta notizia per gli iracheni. E’ il fatto di tagliare l’elettricità e l’acqua nelle zone ribelli e di polverizzare qualsiasi città piccola o grande nelle mani del nemico con fuoco di artiglieria  e bombardamenti senza assalirla, ma costringendo la popolazione civile a fuggire, poi avanzare cautamente e cercare di circondare le posizioni nemiche con posti di controllo in modo che possano essere soffocate gradualmente.

Questo sembra ciò che accade a Tikrit, il luogo di nascita di Saddam Hussein, è una città di 200.000 abitanti, situata sul fiume Tigri. Il centro della città è stato sistematicamente distrutto secondo testimoni oculari, e qualsiasi punto di resistenza è colpito dall’artiglieria. I funzionari della sicurezza irachena dicono che credono di avere una buona possibilità di liberare la provincia di cui è capitale Tikrit, ma ammettono che per riprendere Mosul ci vorrà molto tempo. Nel frattempo l’Isis ha iniziato a radere al suolo  i santuari  sciiti e gli edifici religiosi, aprendo la porta a una feroce guerra religiosa.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/the-fiercest-of-wars-lies-ahead

Originale: The Indipendent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 11 luglio 2014 alle 12:26 - Reply

    La guerra costruisce guerra. L’alimentazione di focolai si propaga in una regione con capacità di previsione variabili ma quel che è certo è che quando c’è di mezzo un elemento religioso radicale la strumentalizzazione politica diventa facile e pericolosa. Adesso qualcuno penserà ancora una volta di mettere da parte i paesi limitrofi si conflitti in una conferenza di pace che ponga tutti come protagonisti, senza tacciare semplicisticamente di terrorismo tutto ciò che ci conviene. Altrimenti una nuova “soluzione” esterna non cambierà l’ordine degli eventi.

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