JP Morgan alla periferia dell’eurozona: “Liberatevi di quelle costituzioni antifasciste sinistroidi!”

Redazione 9 luglio 2014 1
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di Leigh Phillips – 7 giugno 2013

 

A volte davvero mi meraviglia quanto asettico, persino blando, possa essere il linguaggio dei documenti più sventuratamente perfidi.

 

La settimana scorsa la squadra delle ricerche economiche europee della JP Morgan, il gigante finanziario globale, ha diffuso un documento di 16 pagine sullo stato delle cose per quanto riguarda gli aggiustamenti dell’area euro.  Esso ha comportato un conteggio di quale lavoro è stato fatto sinora e di quale lavoro resta ancora da fare in termini di riduzione della leva sovrana, delle famiglie e bancaria; riforme strutturali (riduzione del costo del lavoro, facilitazione del licenziamento dei lavoratori, privatizzazioni, deregolamentazione, liberalizzazione di industrie  ‘protette’, ecc., e riforme delle politiche nazionali.

 

Ciò che si poteva ricavare dalla limitata quantità di articoli che ho visto sul documento è stato che gli autori affermano che l’eurozona è circa a metà strada nel suo periodo di aggiustamento e dunque è tuttora probabile che l’austerità sarà “per un periodo molto esteso” una caratteristica del paesaggio.

 

L’analisi dei banchieri ha probabilmente ricevuto scarsa attenzione per altri versi perché è un po’ una notizia da “cane morde uomo”: ‘Grande banca prevede molti altri anni di austerità’. Non è realmente che qualcuno si aspettasse che l’austerità sparisse a breve, quale che se sia stato l’ammorbidimento offerto ai paesi del programma UE-FMI riguardo agli impegni di riduzione del debito in cambio di un’accelerazione dell’aggiustamento strutturale.

 

L’assenza di copertura mediatica è un po’ una vergogna, visto che si tratta del primo documento pubblico in cui mi sono imbattuto nel quale gli attori dicono senza peli sulla lingua che il problema non è semplicemente una questione di rigore fiscale e di promozione della competitività, ma che c’è anche un eccesso di democrazia che va ridimensionato in alcuni paesi europei.  

 

“Nei primi tempi della crisi si pensava che questi problemi nazionali ereditati fossero in larga misura economici: un eccesso di leva dei debiti sovrani, bancari e delle famiglie, disallineamenti dei cambi reali interni e rigidità strutturali. Ma col tempo è divenuto chiaro che ci sono anche problemi nazionali ereditati di natura politica. Le costituzioni e le soluzioni politiche nella periferia meridionale, poste in essere dopo la caduta del fascismo, hanno una quantità di caratteristiche che appaiono inadatte a un’ulteriore integrazione nella regione. Quando i politici e decisori tedeschi parlano di un processo di aggiustamento decennale hanno probabilmente in mente la necessità di riforme sia economiche sia politiche”. [Grassetto aggiunto].

 

Sì, avete letto bene. E’ in asciutto bancherese ma gli autori hanno fondamentalmente affermato che le leggi e le costituzioni dell’Europa meridionale sono un po’ troppo di sinistra, risultato dell’essere state scritte da antifascisti. Questi “problemi politici profondamente radicati nella periferia”, scrivono gli autori David Mackie, Malcom Barr e soci, “a nostro parere hanno necessità di un cambiamento se l’Unione Monetaria Europea deve funzionare correttamente nel lungo termine”.

 

Pensate che forse sto un tantino esagerando? Gli autori entrano in maggiori dettagli in una sezione che descrive questo “percorso di riforma politica nazionale”:  

 

“I sistemi politici della periferia furono creati dopo una dittatura e furono definiti da quell’esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista che riflette la forza politica acquisita dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

 

Tutto questo è comunque un mucchio di pasticcio storicamente adulterato. L’Italia, per esempio, non è mai passata per un processo simile alla denazificazione tedesca e in Spagna il re democratizzatore, Juan Carlos, svolse un ruolo fondamentale nella transizione. Solo in Grecia e in Portogallo ci furono insurrezioni socialiste popolari che determinarono la caduta dei regimi o vi contribuirono: la Rivolta del Politecnico di Atene ebbe un ruolo chiave nel Metapolitefsi, o “cambiamento di politica” (anche se molto, molto di più che la repressione della protesta studentesca ebbe una parte, tra cui un fallito colpo di stato e l’invasione turca di Cipro), e in Portogallo una vera e propria ribellione di sinistra, la Revolução dos Cravos, o Rivoluzione dei Garofani, abbatté il regime dell’Estado Novo. Anche se è vero, nel caso degli ultimi tre paesi, che la loro tardiva costruzione di stati sociali negli anni ’70 e ’80 fu largamente attuata da forze socialdemocratiche, gli architetti dello stato post-bellico italiano furono i democristiani, che dominarono il governo per 50 anni.

 

“I sistemi politici della periferia mostrano solitamente diverse delle caratteristiche seguenti: governi deboli; stati centrali esecutivi deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti del lavoro; sistemi di costruzione del consenso che incoraggiano il clientelismo politico e il diritto di protestare se sono operati cambiamenti non graditi allo status quo politico. I limiti di questa eredità politica sono stati rivelati dalla crisi. I paesi della periferia sono riusciti solo parzialmente a produrre programmi di riforme fiscali ed economiche, con paesi limitati dalle costituzioni (Portogallo), regioni forti (Spagna) e l’ascesa di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

 

Analizziamo questo paragrafo, d’accordo? Governi deboli implicano parlamenti forti. Dovrebbe essere una cosa buona, no? Ricordiamo che è il parlamento a essere sovrano. Il governo in una democrazia si presume sia un organismo che si limita ad attuare le decisioni del parlamento. C’è un motivo per cui la democrazia liberale ha scelto i parlamenti e non un sistema di monarchi eletti.

 

Oh, e vogliamo stati centrali forti! Basta con tutte queste stupidaggini sulla democrazia locale, per piacere!

 

JP Morgan e presumibilmente le figure importanti della UE per le quali sta facendo da ventriloquo, sono finalmente onesti con noi: vogliono farla finita con le protezioni costituzionali dei diritti del lavoro e del diritto di manifestare. E deve esserci un qualche modo per impedire che il popolo elegga i partiti sbagliati.

 

Tuttavia per fortuna, segnalano gli autori, “C’è una crescente presa d’atto della portata di questo problema, sia al centro sia nella periferia. Comincia ad aver luogo il cambiamento.”

 

Evidenziano, in particolare, come la Spagna abbia cominciato “ad affrontare alcune delle contraddizioni della soluzione post-Franco” e a frenare le regioni.

 

Ma a parte questo, sfortunatamente, il processo di de-democratizzazione (OK, io lo chiamo così. Loro lo chiamano “il processo di riforma politica”) è “a malapena cominciato”.  

 

Beh, il documento della JP Morgan può essere stato scritto in inglese, ma c’è una venerabile espressione spagnola conosciuta dai tutti i buoni antifascisti della periferia dell’eurozona e che probabilmente è la risposta più semplice e migliore a una provocazione simile: No pasaràn!
NoPasaran

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

 

Originale: http://blogs.euobserver.com/phillips/2013/06/07/jp-morgan-to-eurozone-periphery-get-rid-of-your-pinko-anti-fascist-constitutions/

 

traduzione di Giuseppe Volpe

 

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 9 luglio 2014 alle 14:11 - Reply

    La pianificazione delle grandi banche e delle multinazionali non è economica e non é volta al semplice aumento del profitto. Queste entità si comportano come stati fuori dagli stati e non semplicemente influenzano l’azione legislativa ma la dettano per arrivare a non avere intralci democratici. Questo é l’unico motivo per cui si sono elaborati rimpasti e larghe intese capaci di invalidare il voto. Per questo votare é diventando grettamente connivente e l’astensionismo va politicizzato. Se lo dico è perché credo nel valore della delega temporanea e non retribuita.

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