I difensori dei profughi in Germania. I ‘giusti’ di oggi.

Redazione 8 luglio 2014 1
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Foto di Bjorn Kietzmann

Foto di Bjorn Kietzmann

 

di Marina Sitrin – 6 luglio 2014

Scritto per teleSUR English, che sarà lanciata il 24 luglio.

Non mi capita spesso di identificarmi come ebrea e quando succede è solitamente a causa di circostanze esterne. Questi ultimi pochi giorni hanno creato tali circostanze. Qui, nel quartiere Kreuzberg di Berlino, i profughi di oggi sono gli ebrei di ieri.

Attualmente vivo a Berlino, in uno dei quartieri più radicali della Germania e forse di questa parte d’Europa. Ci sono dozzine di edifici che sono stati occupati e sono tuttora amministrati collettivamente. C’è una difesa attiva contro la gentrificazione e occupazioni regolari di edifici, parchi e piazze. La gente lotta per conservare gli spazi pubblici in una miriade di modi, dalle proteste che si impossessano delle strade e le tengono aperte, alle centinaia di grigliate in parchi dove è vietato. Ci sono cucine collettive, caffè, spazi di riparazione di biciclette e librerie. C’è anche uno dei centri europei di mobilitazione antifascista. Abbondano gli spazi e i centri politici. Il quartiere è anche incredibilmente eterogeneo con dovunque, oltre a quelle europee, famiglie turche, curde e africane. Sono questi i motivi per cui ho trovato bello trasferirmi qui e farvi nascere i miei figli.

A due isolati da casa mia c’è una scuola abbandonata che è stata occupata quasi due anni fa da centinaia di profughi. Questo tipo di occupazione è diventato un evento comune nella città e in particolare nel mio quartiere. La comunità è stata essenziale nel sostenere questa e tutte le occupazioni, con ogni cosa, dalle necessità di base alla difesa contro potenziali sfratti. Sono state vicende comuni e vincenti, cioè fino a molto di recente. Prima la polizia e i dirigenti cittadini, usando diverse tattiche di divide et impera, hanno cacciato un accampamento a Oranienplatz, una piazza occupata per più di un anno. Poi, la stessa settimana, e non per caso, credo, al culmine di più di un mese di iniziative coordinate in tutta Europa a favore dei migranti e dei profughi, la polizia e la città hanno deciso di cacciare i profughi dalla scuola del mio quartiere, mentre molti attivisti immigrati e loro sostenitori erano a Bruxelles per iniziative di chiusura.

La mattina in cui ha avuto luogo la cacciata, prima che sapessi che cosa era programmato, ho lasciato presto la mia casa con il mio bambino di 9 mesi per andare a prendere pane fresco (l’acquisto del pane è un compito quotidiano in Germania). Nel lasciare la casa ho immediatamente notato una schiacciante e paurosa presenza di polizia. Dozzine di furgoni verdi e blu della polizia, con le luci stroboscopiche che lampeggiavano, erano allineate una dietro l’altra lungo la nostra strada e nelle strade trasversali. Quando ho svoltato l’angolo diretta al panificio mi è stato chiesto qualcosa in tedesco dalla polizia, che aveva creato una barriera metallica in quell’incrocio, bloccando completamente la strada e il marciapiede. Poiché avevo il bambino con me, nervosa per la presenza della polizia e non avendo chiaro che cosa mi fosse chiesto, sono tornata nell’appartamento e ho osservato dalla terrazza. Quando le persone arrivavano all’incrocio dovevano mostrare i documenti alla polizia e ho supposto che, per passare, dovessero dimostrare di abitare nell’isolato. Questo succedeva tre giorni fa, quando la polizia e la città hanno avviato quello che è tuttora uno sfratto tentato. Negli ultimi tre giorni e notti tutti hanno dovuto mostrare documenti d’identità per recarsi in via Lausitzer o in via Ohlauer. Lausitzer è a un isolato di distanza da dove vivo io. Ciò che la polizia teme, e utilizzare per motivare tali misure repressive, è che la gente vada ad aiutare i profughi. Vedete, adesso ce ne sono alcune dozzine sul tetto della scuola.

Quella che è temuta è la solidarietà umana. I blocchi e, di fatto, l’occupazione della polizia sono per impedire che la gente porti cibo e provviste ai profughi nella scuola. Non esiste più la libertà di movimento. E io, da ebrea, non riesco nemmeno a tentare di descrivere come mi fa sentire che uno debba mostrare i documenti per spostarsi a Berlino, in Germania. So che non si tratta di fascismo, che essere richiesti di mostrare la carta d’identità per recarsi in certe strade non è lo stesso che essere costretti a indossare un contrassegno colorato ma poi, di nuovo … Ciò che sta accadendo oggi è interamente una questione di estraniazione, in questo caso. I profughi africani sono gli estranei. Si tratta anche di creare divisioni nella società e di usare la forza per impedire la solidarietà nei confronti di coloro che sono stati resi ‘altri’. Questo mi spaventa. Suona troppo simile a ciò che condusse all’ascesa del fascismo.

Ciò che mi ha spinta a scrivere questo, tuttavia, non è stata né la paura né la rabbia che ho avvertito, bensì il coraggio dimostrato di fronte a tale paura. Da bambina, quando ho appreso dell’Olocausto, ho appreso dei “giusti tra le nazioni”, i non ebrei che fecero qualcosa per aiutare, spesso a rischio considerevole. Qui ed ora sono le poche dozzine di giovanissimi che hanno formato un blocco al mio angolo, impedendo ai furgoni della polizia di passare. Questi giovani, maschi e femmine, prevalentemente adolescenti o poco più che ventenni, si sono schierati contro la polizia in difesa di altri. Si sono seduti, si sono presi a braccetto e hanno scandito: “I profughi sono i benvenuti, qui”.

Per le loro azioni sono stati trascinati per terra, quattro o cinque poliziotti per ogni ragazzo, spesso usando prese dolorose per cacciarli dalla strada. E poi, dopo essere stati cacciati, uno alla volta, un po’ oltre l’incrocio, si sono seduti di nuovo, circondando i furgoni della polizia, impedendo loro nuovamente di muoversi.

Sono questi giovani che mi hanno ispirato a scrivere e che mi hanno fatto spuntare le lacrime. Sono sicura che avevano paura; c’erano centinaia di poliziotti antisommossa a caricarli. Ma hanno tenuto duro. Sedersi di nuovo, dopo essere stati cacciati con la forza, a volte tirati per i capelli e spesso buttati faccia a terra sulla strada, non è stato semplicemente ammirevole. E’ stato stimolante. Sono queste le persone che fanno la storia. Sono questi quelli che fermano il fascismo. Rifiutandosi di andarsene, rifiutandosi di consentire alla città di trasformarsi in uno stato di polizia, rifiutandosi per consentire che altri siano resi estranei. E’ così che cambiamo il mondo. Poco alla volta, poche dozzine quella sera, ma quelle poche dozzine sono cambiate per sempre. E quelli, come me, che hanno guardato saranno tanto più stimolati a organizzarsi e a difendere gli altri.

Post scriptum

Una settimana dopo.  I profughi, da quanto ho scritto questo pezzo, continuano a stare sul tetto della scuola, chiedendo una qualche sorta di garanzia che non saranno espatriati. E la città e la polizia continuano a trasformare parti di Kreuzberg in uno stato di polizia. Per andare in certe strade si devono ancora mostrare i documenti. Gli africani per strada e nel parco sono trattati con sospetto e regolarmente interrogati e molestati dalla polizia. E le dimostrazioni continuano. Una libreria alla periferia dell’occupazione poliziesca è adesso un punto di raccolta di provviste per i profughi della scuola, mentre i sostenitori fanno arrivare di nascosto cibo e altri generi di prima necessità. (Di nuovo richiamando alla memoria un ghetto di tempi che dovevano essere finiti). Ieri sera quelli del quartiere hanno convocato un’assemblea, culminata in una partita al volano sopra le teste dei poliziotti e le barricate, finita con i vicini che hanno caricato diverse volte le linee della polizia. E lo scorso fine settimana più di seimila persone hanno marciato in solidarietà con i profughi e contro la polizia cittadina e statale. Hanno marciato scandendo: “Sol, sol, solidarietà” e “I profughi sono benvenuti, qui”.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/zcommentary/todays-righteous-defenders-of-refugees-in-germany/

Originale:  teleSUR English

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 8 luglio 2014 alle 21:52 - Reply

    Il potere organizzato in un sistema gerarchico vende ordine seminando paura e chiedendo in cambio libertà individuale e indifferenza collettiva. La solidarietà é l’unico antidoto a questo reiterarsi di politiche totalitarie nel seno delle nostre presunte democrazie. Una occupazione di un edificio, una strada, una scuola sono valori simbolici che rimettono al centro in modo formale e sostanziale la centralità della democrazia e la polizia di Berlino in questo caso ha attentato al potere del popolo.

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