La solitudine dei combattenti antimperialisti (solidarietà incondizionata cercasi)

Redazione 2 luglio 2014 1
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di Andre VItchek – 30 giugno 2014

 

E’ notte  fonda e non riesci a dormire. La Laguna Ebrièè giusto dietro la finestra del tuo hotel, ma è difficile vederla a quest’ora. Sei ad Abidjan, Costa d’Avorio, Africa Occidentale. Sei qui perché sei stato informato che il presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, noto anche come ‘Re Cioccolata’, è andato ricavando il suo cacao dai campi di questo paese. Sei anche convinti da molte delle tue fonti, con sede  in tutto il mondo, che il suo impero dolciario,  Roshen, riceve il suo prodotto base da alcune delle piantagioni più terribili della Costa d’Avorio, che ancora usano il lavoro minorile. Hai deciso di venire qui, a indagare …

 

Hai la nausea, ti davvero male. Ti sei preso qualche virus intestinale, qualche infezione terribile, durante il soggiorno di un mese nella città indonesiana di Surabaya. Non c’è stato tempo per curarlo o almeno per diagnosticarlo correttamente. Dovevi andare a lavorare in Giordania, sul confine siriano, tra i tuoi impegni in Indonesia e in Africa.

 

In notti come questa ti senti solo. Totalmente solo … Dopo ciascuno dei tuoi libri che va in stampa, dopo ognuno dei tuoi film o saggi da qualche campo di battaglia o da qualche altra spaventosa parte del mondo ricevi molte email; i lettori ti ringraziano e ti incoraggiano a scrivere … a scrivere ancora e ancora. Sei grato per ogni lettera di sostegno … Ma davvero non sei in grado di aumentare il volume dei tuoi scritti.

 

Bambino di una piantagione di cacao malato.

Bambino di una piantagione di cacao malato.

 

Non hai nessuno dietro di te; nessun governo, nessuna organizzazione e nessuna istituzione. Sei ‘socio anziano’ di un istituto rispettabile, ma esso non fa realmente nulla per te … non ti chiede nemmeno come va, o se sei vivo. Hanno il tuo nome, là, sul loro sito web, perché conviene, è utile per loro … E’ tutto.

 

Sai che se il tuo stomaco peggiora devi cavartela da solo. Sai che se sarai arrestato o addirittura ‘fatto sparire’, dovrai vedertela per conto tuo.

 

A Surabaya, malato e a pezzi, eri solo. Nessuno nemmeno cucinava per te e ti portava una semplice e onesta zuppa di pollo; nessuno stava accanto al tuo letto a sera. Ti avevano scoraggiato a telefonare, a comunicare via Skype, localmente … La tua presenza là era scomoda.

 

Eri incoraggiato da tutti a scrivere. A scrivere sempre di più … Il tono delle email suggerisce che è tuo dovere … l’hai accettato … bene … sì. Da internazionalista e combattente hai accettato.

 

C’era stato un massacro di animali a Surabaya … Eri malato. Ma sei andato. Hai scritto sulla storia. Gratis; un’intera settimana di lavoro volontario … Hai collegato il genocidio degli animali locali con tre genocidi che l’Indonesia ha commesso contro il proprio popolo, dopo il colpo di stato del 1965. Un lettore è rimasto così colpito che ha offerto sostegno finanziario. Lo hai ringraziato, in realtà senza aspettarti nulla. Lui ha continuato a chiederti le coordinate bancarie. Le hai fornite. Una settimana dopo lui ti ha informato di avere invece trasmesso sostegno a qualche ben noto gruppo animalista, perché era più facile trasferire i fondi a suo favore.

 

Mentre stavi per quel mese terribile a Surabaya hai anche fatto la spola con la Tailandia e le Filippine, al fine di seguire gli eventi in quei luoghi. Dopo ciascun viaggio hai calcolato come farcela fino al prossimo mese o due, visto che quello che andavi producendo era finanziato soltanto da quanto avevi guadagnato dal tuo lavoro, dai tuoi numerosi libri e innumerevoli documentari.

 

Non ti stai lamentando, per niente. Ma vuoi che quelli che continuano a scriverti … quelli che continuano a chiederti come essere come te, come essere duri e coraggiosi come te … vuoi che sappiano come realmente stanno le cose. Com’è di notte … Nient’altro che solitudine, nient’altro che tristezza … Vuoi che ci pensino due volte prima di imbarcarsi sullo stesso percorso.

 

***

 

Bene, dunque è di me stesso che sto parlando, vero? Lo sappiamo tutti … Dunque è meglio  cambiare la grammatica.

 

Ho persino corrisposto un salario. Non elevato ma, per gli standard locali, considerevole. Volevo essere sicuro, speravo che le mie interviste, quelle che ho condotto in Ucraina, a Okinawa e nelle Filippine, sarebbero state montate e caricate almeno su YouTube. La gente moriva e paesi erano rovinati dall’imperialismo occidentale … Io andavo dappertutto, documentando la lotta e i disastri.

 

Ma niente. Assolutamente nessuna intervista è stata montata e caricata. La montatrice era troppo occupata con il suo piccolo mondo e i suoi problemi personali.

 

Il mio montatore giapponese era anche lui troppo occupato con un qualche lungometraggio locale e il film-dibattito tra Noam Chomsky e me era già stato posposto di due anni. Anche se il libro (‘On Western Terrorism, from Hiroshima to Drone Warfare’ [Il terrorismo occidentale, da Hiroshima alla guerra dei droni]) è disponibile presso Pluto, Londra, il film è lungi dall’essere finito e mi è stato detto che in realtà potrebbe non esserlo mai. Nel 2012 mi sono recato in zone di guerra per le riprese, di nuovo senza finanziamenti esterni, per illustrare con immagini ciò che Noam ed io esprimevamo verbalmente. Mi hanno sparato a El Salvador, un aereo militare a bordo del quale mi trovavo è quasi precipitato in Bolivia. Ho speso tutti i miei risparmi … Il montatore ha continuato a dirmi di essere consapevole dell’importanza di questa discussione, tra Noam e me. Ha insistito per diventare co-regista. Ma il film non è mai stato completato. Proprio così: nessuna spiegazione di nessun genere, salvo che egli è “molto occupato, ultimamente”.

 

“Rwanda Gambit” [Gambetto ruandese], un documentario su come l’occidente ha distorto l’intera narrazione riguardante il genocidio ruandese e ha poi usato i regimi fascisti sia ruandese sia ugandese per saccheggiare la Repubblica Democratica del Congo, è andato marcendo presso la Press TV, totalmente dilazionato, mentre continuano a perderne la copia da qualche parte tra i loro uffici di Londra e Teheran. Dieci milioni di persone sono morte sinora, il contratto è firmato, ma sembra non esserci alcuna urgenza di metterlo in onda.

 

E la stazione televisiva che mi è molto cara (non voglio spiegare qui il perché) ha ritardato il mio lavoro sul mio documentario su Okinawa (a proposito delle basi dell’aviazione statunitense che possono facilmente innescare la terza guerra mondiale) a causa della Coppa del Mondo.

 

***

 

Questo articolo non intende suonare come un qualche lamento disperato. Ma è un onesto e triste resoconto che cerca di dimostrare ai lettori che quei pochi tra noi che stanno ancora lottando per fornire al mondo servizi dettagliati d’inchiesta fortemente critici dell’Impero, sono in realtà soli e quasi estinti. Ne ho incontrati alcuni altri, di recente, e la conclusione è molto semplice: camminiamo su un filo, senza sicurezza e senza protezione.  Gran parte del nostro lavoro non è più remunerato. Se cadiamo, allora cadiamo. E’ un ‘nostro problema’. Molti sono già caduti. La maggior parte di noi.

 

***

 

Spesso il regime non si prende neppure il disturbo di abbatterci. Siamo bersagli facili. Siamo esposti. Ci si può ‘occupare’ di noi in qualsiasi momento.

 

Tutto quello che otteniamo è un flusso costante di email di sostegno. E una quantità di insulti, ovviamente…

 

Quello che sto cercando di dire è che spesso la notte fa molta paura.

 

La maggior parte di noi si porta dietro tutto questo, chiuso nel cuore. Io lo faccio. E’ piuttosto imbarazzante scriverne, apertamente. Ma io ricevo centinaia di email al mese, che spesso mi chiedono ‘come ce la faccio’ e ‘da dove ricavo forza’. Così, una volta ogni po’ di anni, decidono di condividere con i miei lettori come davvero ci si sente e cosa succede nella profondità interiore.

 

***

 

Torniamo a ciò che ho scritto all’inizio: è notte fonda e non riesci a dormire. Sono certo che qualcosa di simile succedeva a Ryszard Kapuscinski, mentre era solo in Africa e in America Centrale. Scommetto che Wilfred Burchett passò per qualcosa di simile durante la guerra di Corea o quando percorreva quei bui tunnel ferroviari per arrivare alla città devastata di Hiroshima.

 

Il peggio è la notte. Perché è allora che tutto ti arriva addosso e, indipendentemente da chi è colpevole, ti senti accorato, colpevole e spesso estremamente frustrato.

 

In realtà non si tratta di te … Si tratta dei documentari e dei libri e di tutto quel lavoro che hai fatto ma che altri si sono rifiutati di rifinire e di diffondere nel mondo. Si tratta dell’urgenza, perché sai di aver fatto qualcosa che può facilmente salvare molte vite, ma quelli con cui collabori sono troppo pigri o troppo egoisti per dedicare pochi giorni a fare il loro lavoro, in realtà a fare semplicemente quello che sono comunque pagati per fare … e sono pagati con i magri proventi di diritti d’autore su libri e documentari, perché è tutto quello che hai … quei libri e film sono il prodotto del tuo sudore e del tuo sangue, e spesso di rischi inimmaginabili che assumi.

 

Acqua privatizzata da una società francese.

Acqua privatizzata da una società francese.

 

Naturalmente quando si tratta dell’aspetto tecnico del lavoro, non collabori con i migliori. Non puoi permetterti i migliori … Collabori con quelli che ti hanno scritto cose come “ammiriamo il tuo lavoro e vogliamo combattere per l’umanità, al tuo fianco …” Arrivano e mostrano una certa eccitazione, ti fidi di loro … di nuovo e di nuovo lo stesso gioco … Vuoi fidarti e perciò ti fidi … cominci persino a pagar loro qualcosa, regolarmente … Poi, quando ne hanno abbastanza del tuo mondo – quando “hanno già sperimentato un po’ del divertimento di essere rivoluzionari a tempo parziale” – ti lasciano, senza tante cerimonie.

 

E sei solo, con le riprese e con il lavoro che doveva essere distribuito … lavoro che doveva aiutare il mondo … aiutare a sopravvivere persone di paesi diversi.

 

Non chiedi molto, non più … Ci può volere una giornata per montare un’intervista, se uno s’impegna. Hai smesso di chiedere molto alle persone, molto tempo fa. E hai smesso, del tutto, di chiedere una qualsiasi cosa per te.

 

“Per favore, per favore non lasciate incompleto questo lavoro”, implori. Non implori mai nessuno per nessuna cosa, salvo quando si tratta di lavoro che potrebbe salvare vite umane.

 

Di notte sei spaventato: “E se succede di nuovo? E se le interviste non sono montate … se i documentari non sono completati … se, se …” E va così … Succede sempre come succede nei tuoi incubi peggiori.

 

E tutto ciò che sogni, ogni notte, è che qualcuna dica, gentilmente: “Arriverò … limitati a riposare sul divano, non lontano da me, così puoi sentirmi pigiare sulla mia tastiera … dormi un po’ … hai lottato abbastanza. Adesso riposa soltanto … Monterò quelle cose per te; per l’umanità … Ci vorranno solo pochi giorni.”

 

***

 

E’ di nuovo notte. Le autorità ivoriane mi hanno fermato per diverse ore, ogni giorno. C’è stato qualche casino con i visti … Un sito Internet diceva che non avevo bisogno di un visto, un altro diceva che potevo ottenerlo all’arrivo. Altri, francesi e statunitensi, erano nella stessa situazione, ma dopo essere stati arrestati e minacciati di espulsione, sono stati presto rilasciati.

 

Il mio contatto locale sta spiando, riferendo su di me, sta informando sul mio contro sia l’ambasciata USA sia le autorità locali. Come molte delle élite locali lo fa perché il suo nome diventi noto presso chi comanda davvero in Costa d’Avorio; quelli che stanno nelle ambasciate francese e statunitense … e anche perché ama sentirsi importante.

 

La polizia locale fa tutto il possibile per intralciarmi. Per poter ottenere un visto (insistono che deve essere biometrico, dunque alta tecnologia di cui non c’è nulla di simile neppure nel mio spesso passaporto) devo compilare moduli, essere intimidito e molestato da un’aggressiva funzionaria, essere fotografato e devono essermi prese le impronte digitali.

 

Va bene, solo che la macchina delle impronte digitali e le loro macchine fotografiche non funzionano. Ovvio che non funzionano, visto che noto che le prese al computer sono staccate. Mi fanno restare in piedi dieci minuti ogni volta, forse venti volte, di fronte alla macchina fotografica, in una cabina. Mi urlano contro. Poi mi prendono le impronte … per ore … “Le tue dita non vanno bene …”

 

Nelle ultime due settimane mi hanno preso le impronte digitali in Giordania e in Tailandia, nonché in Kenia: nessun problema.

 

“Sei nei guai! Vai in ospedale. Va da un dermatologo e fatti fare un certificato che le tue dita non sono a posto.”

 

Ma sono a posto.

 

Si prendono 100 dollari in valuta locale per il visto, ma non mi restituiscono il passaporto.

 

I miei contatti informano l’ambasciata USA. L’ambasciata manda una macchina con il suo funzionario locale. Chiedo che mi prendano le impronte davanti a lui. La polizia rifiuta: “Abbiamo già chiuso il sistema sul tuo caso”, che è ovviamente una traduzione letterale dal francese. Il funzionario dell’ambasciata sta chiaramente dalla loro parte: “Dobbiamo rispettare e seguire la procedura locale”. Tutto si trascina per giorni.

 

Ogni giorno sgattaiolo fuori e mi reco nelle piantagioni, intervistando persone e conducendo la mia ricerca, in questa orrida neo-colonia dell’occidente, in questo stato di polizia.

 

Fotografo un’enorme base militare francese “43 Bima”. Mi reco in diverse baraccopoli e ci lavoro. Parlo con le persone che sono portate ad Abidjan dalle province, prevalentemente bambini feriti in piantagioni di cacao. Il quadro sta diventando chiaro.

 

“Amano i francesi, qui” mi è detto.

 

“Perché?”

 

“Per via che il nuovo presidente … è stato appoggiato dai francesi … così adesso sta pompando propaganda filo-occidentale nel paese …”

 

Alla fine mi arrendo e vado da un dermatologo. Ci vuole un’intera mezza giornata. Le cliniche statali sono orribili; mi dicono che qui la gente muore. Quella privata è soltanto semi-orribile. Prima devo pagare l’equivalente di 60 dollari USA, il salario mensile della maggioranza. Non comprende i ‘servizi’. Acqua e elettricità, tutto è stato privatizzato, tutto appartiene ai francesi, gli ex colonizzatori, di fatto i colonizzatori attuali.

 

Proprio come in Senegal i supermercati sono pieni di cibo francese; da due a quattro volte i prezzi parigini, con salari 30 volte inferiori a quelli di Parigi.

 

“Che cosa succede se ti ammali e non sei in grado di pagarti questa clinica?” chiedo a una signora seduta accanto a me.

 

“Muori”, risponde.

 

Aspetto, per circa un’ora. Poi sono introdotto in un ufficio di una dottoressa che sta invecchiando e dall’aspetto nobile. Le spiego ogni cosa. Lei ascolta con attenzione.

 

“Non occorre neppure che le guardi le dita, vero?”

 

“No”, rispondo. “E’ tutto perché scrivo contro l’imperialismo.”

 

“Imperialismo”, ripete, con un’espressione triste sul viso. “Imperialismo, neocolonialismo … Sa, qui tutto è senza speranza, perché le menti della nostra gente sono state colonizzate. Servono l’occidente, non il loro paese …”

 

Mi redige un documento, ci mette parecchi timbri e lo firma. Dice che le mie dita non sono abbastanza a posto per rilevare le impronte. Rifiuta di essere pagata: “Mi rincresce, è il minimo che posso fare.”

 

Il mio autista ed io ce ne andiamo. Ci tuffiamo nella sua vecchia Peugeot, ma prima di partire vediamo la dottoressa che corre giù dalle scale, alla sua età …

 

“Mi dispiace”, dice. “La clinica mi ha detto che devo addebitarvi altri 60 dollari. Per il documento.”

 

Ci rechiamo alla direzione della polizia, dove la stessa donna volgare e mostruosa comincia a sorridere sarcasticamente, ancor prima di aprire la busta.

 

“Non penso che possiamo darle il suo passaporto … Forse non oggi, comunque … La lettera deve essere autenticata”.

 

***

 

Ci sono lavori in cui tutto va storto, tutto fallisce. Il posto è semplicemente del tutto senza speranza, del tutto svenduto.

 

Come ho detto, in Costa d’Avorio i miei contatti locali mi hanno spiato, consegnato alle autorità. I miei contatti con sede a Londra e in Ghana che dovevano organizzare i dettagli di questo lavoro (e che mi avevano ringraziato in anticipo per l’aiuto al loro paese) alla fine non hanno fatto assolutamente nulla.

 

A un certo punto ho avuto solo due scelte: abortire la mia amissione, che consisteva nel denunciare il commercio del cacao e il suo collegamento con il neocolonialismo, o ripartire da zero, dall’inizio, da solo. Come sempre, ho scelto la seconda opzione.

 

Per cominciare ho guardato negli occhi la mia giovane addetta alla ricezione al mio Pullman Hotel, l’unica che era stata volgare con me, almeno fino a quel punto. L’ho trascinata in un caffè e, solo fidandomi del mio istinto, le ho detto tutto: che cosa mi era successo e che cosa stavo tentando di realizzare là. “Ho bisogno di un’auto”, ho concluso.

 

“Te ne procurerò una buona”, ha detto lei. “Ti procurerò anche un bravissimo autista … E’ così fantastico questo … questo che stai facendo.”

 

Non è stato a poco prezzo, ma ne è valsa la pena. Mi ha procurato il figlio di un proprietario di piantagione fin dal confine liberiano. Sapeva tutto del cacao. Sapeva tutto del lavoro minorile … Parlava inglese. Era un onesto mussulmano, lieto di scambiare idee sul mondo. Dieci minuti dopo eravamo sulla strada. E’ stato qui che le cose hanno avuto una svolta.

 

Poi sono stato totalmente solo in questo mondo; solo il mio autista/traduttore ed io. Nessuno sapeva dove stavo andando.

 

Presto mi sono trovato di fronte a machete, operai locali e bizzarre aste di legno con lame affilate come rasoi in cima, rasoi che causano molte tremende ferite nelle piantagioni di cacao. Presto assaggerò la dolcezza dei frutti del cacao e vedrò lacrime sui volti di quelli che vorrebbero condividere con me le loro storie …

 

Poiché per la maggior parte del tempo sarò solo e senza protezione. Ma, come dicono in Cile: “Meglio soli che male accompagnati”.

 

***

 

Ho raccolto informazioni sufficienti per scrivere diversi articoli sull’argomento. Sono anche riuscito ad andarmene, a sopravvivere.

 

Mentre ero in Costa d’Avorio è stato pubblicato il mio ultimo libro “Fighting Against Western Imperialism[Combattere l’imperialismo occidentale”].

 

Sto scrivendo questo a bordo delle Ethiopian Airlines, in volo da Abidjan ad Accra e oltre, ad Addis Abeba.

 

Sto attraversando il continente africano, da ovest a est. Ne sono contento. E sono contento di essere vivo.

 

Sono contento di fare esattamente quello che sto facendo. Non scambierei mai la mia vita con quella di nessun altro.

 

Ma poi verrà di nuovo una notte e con essa un ricordo di così tante speranze e sogni e promesse infrante. E il desiderio; l’anelito a qualcosa di solido e permanente. Di qualcosa di cui ha bisogno ogni combattente, ogni rivoluzionario; una base e un sostegno incondizionato.

 

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism[A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia  – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario Rwanda Gambit[Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attuale risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

 

Originale:  http://www.counterpunch.org/2014/06/30/the-loneliness-of-anti-imperialist-fighters/

 

traduzione di Giuseppe Volpe

 

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 2 luglio 2014 alle 20:40 - Reply

    Lavorare per tutti ha un prezzo troppo alto per essere fatto a metà, non può essere accettato il minimo compromesso. La frustrazione occidentale per non avere un pensiero radicale dovrebbe partire da questa riflessione. Abbiamo derubato in maniera radicale ma ci sembra eccessivo pensare a soluzioni radicali per frenare le nostre politiche. E il motivo é che non vogliamo smettere. La rivolta toccherà a qualcun altro.

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