Il giornalismo oggi

Redazione 29 giugno 2014 1
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Journalism
 

di Roberto Savio – 27 giugno 2014

Da persona con una lunga carriera nella professione mi è stato chiesto di offrire alle generazioni più giovani la mia opinione su che cos’è il giornalismo.

Il fatto è che in appena poco più di una generazione il giornalismo ha subito un profondo cambiamento. Val la pena di ricordare che fu creato per le élite. Al vertice dell’era coloniale il Times di Londra aveva una circolazione di sole 50.000 copie, tutte per le élite e i dipendenti pubblici dell’Impero Britannico.  Divenne un medium di “massa” quando, nel diciannovesimo secolo e di fronte a una massa di immigrati, gli Stati Uniti dovettero adattare il giornalismo alle necessità del suo mix di culture [melting pot] in cui milioni di persone provenienti da luoghi e da passati molto diversi dovevano adattarsi all’identità statunitense o adottarla. E’ da qui che viene il giornalismo moderno, con il suo bagaglio di cosiddette tecniche che doverosamente studiamo alla scuola di giornalismo, quali: in tutti gli articoli devono esserci un “chi, dove, quando e come” o “un cane che morde un uomo non fa notizie, ma un uomo che morde un cane, sì” e così via. Tuttavia, a un esame attento, tali tecniche non insegnano come essere un giornalista migliore; insegnano come confezionare le informazioni nel modo più chiaro e attraente per il lettore medio.

Sin dalla creazione dei media di massa un elemento molto importante della professione giornalistica era che si era responsabili nei confronti dei lettori. Li si doveva illuminare, renderli consapevoli del loro tempo e del loro mondo e quel collegamento andava offerto nel modo più equilibrato ed equo possibile, riferendo idee e fonti diverse. Gli editori fondamentalmente condividevano quella visione deontologica, ovviamente con un occhio ai loro interessi personali.

I giornali sono stati in grado di sopravvivere all’arrivo della radio e della televisione, con ciascuno dei tre media che seguiva una via specializzata. Ma avendo lavorato in tutti e tre sono convinto che il mondo dell’informazione sia cambiato con due eventi totalmente non collegati: l’arrivo di Internet e la presidenza di Ronald Reagan.

Internet ha dato il via a un cambiamento epocale: per la prima volta nella storia la gente poteva avere accesso alla comunicazione. Quella delle informazioni è una struttura verticale in cui pochi offrono fatti e idee a un gran numero di destinatari; è un processo a senso unico che i regimi autoritari o dittatoriali sono stanti pronti a utilizzare per sostenere le loro relazioni verticali con i cittadini. D’altro canto, la comunicazione è un processo orizzontale, in cui quelli che trasmettono sono anche pronti a ricevere; è per questo che la Cina ha 30.000 censori a tempo pieno che controllano la rete.

Con l’avvento di Internet i media sono stati improvvisamente sfidati come custodi del cancello della società. Fatemi proporre soltanto un esempio: la voce delle donne. Alla Prima Conferenza Mondiale delle Donne, organizzata dalle Nazioni Unite nel 1975, le voci delle donne nei media erano poche e marginali. Alla Quarta Conferenza Mondiale delle Donne a Pechino, la copertura mediatica è stata ugualmente patetica, se si esclude il quasi 80% della copertura mediatica della conferenza riservata a Hillary Clinton (moglie del Presidente degli Stati Uniti!). La copertura mediatica non ha affrontato i veri problemi delle donne ma soltanto ciò che è avvenuto alla conferenza. Il punto è che della conferenza di Pechino si sono impossessate le donne, che hanno usato Internet per creare una piattaforma comune, emarginando i dirigenti, prevalentemente maschi. Chiaramente, in tutto il mondo le donne con coscienza di genere non potevano affidarsi ai media per l’informazione che volevano. Grazie a Internet sono state immediatamente create migliaia di reti per concentrarsi sui problemi delle donne, problemi che i media non erano in grado di trattare in profondità. Lo stesso vale per i diritti umani, l’ambiente, la società civile e così via. Nessun medium è in grado di competere.

Il secondo evento importante è stato l’arrivo, nel 1981, di Ronald Reagan, come Presidente degli Stati Uniti, un uomo che pressoché da solo – fu assistito abilmente dal primo ministro britannico Margaret Thatcher – ha cambiato il concetto stesso di relazioni internazionali, che fino ad allora era stato basato sull’idea di cooperazione internazionale.  Reagan è stato il primo politico a offrire risposte semplici a domande complesse.  Tali risposte erano i ‘mattoni’ delle sue convinzioni politiche. Egli scartò il movimento ambientalista affermando: “Gli alberi causano più inquinamento delle automobili”. Ridusse le tasse ai ricchi affermando: “I ricchi producono ricchezza, i poveri la utilizzano”. La Thatcher faceva eco: “… non esiste una cosa come la società. Ci sono singoli uomini e donne.”

E’ stato in tale periodo che le Nazioni Unite hanno iniziato il loro declino e con esso è declinata l’idea dello sviluppo e della solidarietà internazionale. Lo slogan del giorno divenne: “Scambi, non aiuti”. Il Consensus di Washington [1], che sollecitava lo smantellamento dello stato sociale e il ridimensionamento di tutto ciò che era pubblico, è stato spinto in tutto il mondo dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dal Dipartimento del Tesoro USA. Questa nuova visione del mondo è filtrata in tutte le organizzazioni internazionali, specialmente nell’Unione Europea.

Poi, nel 1989, è stato abbattuto il Muro di Berlino. E la vittoria non è stata soltanto di una parte contro l’altra; è stata del capitalismo contro il socialismo. E’ stata “La fine della storia”, come scrisse Francis Fukuyama nel 1992. Era arrivata la globalizzazione e tutti ne conosciamo le conseguenze. I 300 più ricchi del mondo hanno la stessa ricchezza di 3 miliardi di persone. E negli ultimi cinque anni il 75% di tutta la ricchezza prodotta è andata all’1% dei già immensamente ricchi. I 100 uomini più ricchi del mondo hanno aumentato la loro ricchezza nel 2012 dell’equivalente dei bilanci nazionali di Brasile e Canada.

Io sostengo che entrambi i fattori hanno avuto un impatto profondo sui media e sul loro sistema di valori. La circolazione dei giornali è diminuita perché un numero sempre maggiore di giovani non li ha acquistati e la radio e la televisione sono utilizzate per il loro valore di intrattenimento. Si sono rivolti a Internet, dove possono personalizzare le informazioni e analisi quotidiane secondo i loro interessi. In conseguenze i media non sono più un affare e la reazione è consistita nel concentrare i media al fine di ridurre i costi; Rupert Murdoch è l’esempio migliore di questo fenomeno. La concentrazione ha portato alla riduzione della diversità e dello stile. Da quando Murdoch ha rilevato il The Times di Londra, ha “perso” il 20% del suo vocabolario. La lingua ha perso il suo valore letterario per produrre frasi più brevi dove gli aggettivi sono “banditi”. La copertura mondiale, che è complessa, sta perdendo spazio. E dove l’omogeneizzazione dei media era in precedenza un fenomeno sovrastrutturale, oggi sta arrivando a livello nazionale.

Questo si è accompagnato a un serio cambiamento della deontologia. I media devono vendere per sopravvivere. L’informazione diventa sempre più orientata all’evento e non al processo. Il sociologo norvegese Johan Galtung scriveva negli anni ’70 di una “scala di valore dell’informazione”: ciò che accade vicino vende più di ciò che accade lontano; una persona nota venderà meglio di un cittadino comune; qualcosa di spettacolare e insolito vende più di un’analisi economica non attraente o di ciò che può essere descritto come normalità; il negativo vende più del positivo, e via di seguito. Bene, ciò è oggi diventato estremo. Il primo giornale in rete, l’Huffington Post, ha aperto le sue pagine a tutti. Paga in rapporto al numero dei clic che riceve un articolo. Che cosa rende di più, un articolo sulla storia d’amore del presidente francese Francois Hollande o uno sulle sue politiche dell’occupazione? In conseguenza chi è interessato al tema centrale dell’impatto delle politiche d’austerità che devastano l’Europa clicca su http://www.troikawatch.net/2nd-newsletter-of-troikawatch/ e trova ciò che i media non forniscono.

Parlo per esperienza personale. Stanco che i miei amici fossero meno informati di me su temi globali, ho avviato un servizio di informazione quotidiana (Other News) con i criteri di un’agenzia di stampa, ma utilizzando Internet , e non giornalisti, come fonte al fine di poter offrire un servizio gratuito. I miei 60 destinatari originali sono salito a più di 20.000 utenti, sia in inglese sia in spagnolo: se siete interessati cliccate su Other News e guardate ciò che non troverete sul vostro quotidiano. Migliaia di attivisti sociali, dipendenti pubblici e accademici internazionali hanno inviato messaggi di ringraziamento per aver fornito loro un altro orizzonte … quello che un vescovo ha definito “l’altra faccia della luna”.

Il problema reale è che il giornalismo è diventato soltanto uno specchio dei nostri tempi, abdicando a ogni funzione sociale per essere solo un fornitore di informazioni come merci. I nostri tempi sono segnati dal neoliberismo e vizi come avidità e individualismo sono diventati virtù, magnificate da Hollywood e dall’omologazione dei media. I valori dello sviluppo, incorporati in tutte le costituzioni moderne, erano la giustizia sociale, l’uguaglianza, l’equità, la solidarietà e la partecipazione, tra gli altri. Al contrario la globalizzazione è ricchezza e successo e il trionfo dell’individuo con al centro il mercato e non l’uomo. Lo sviluppo era un processo alla fine del quale si era qualcosa di più; la globalizzazione consiste nell’avere di più.

Si aggiunga a questo cambiamento di valori il fatto senza precedenti che oggi spendiamo di più pro capite in pubblicità che in istruzione; che le istituzioni politiche hanno perso visione e ideologia per diventare pragmatiche (di fatto, utilitaristiche), con una partecipazione sempre minore della gente; che il mondo della finanza si è impossessato della produzione mondiale in termini globali (un trilione di dollari il giorno di produzione, 40 trilioni in transazioni finanziarie); che abbiamo oggi cantori di una “nuova economia” che concettualizzano la disoccupazione strutturale come una necessità; e questo è ciò che è riflesso dallo specchio.

Nel 1950 il finanziere statunitense Bernard Baruch provocò uno scandalo quando sostenne che il capo di un’impresa poteva guadagnare cinquanta volte il salario dei suoi lavoratori. Oggi siamo arrivati a più di 500 volte, e non è finita. Ogni mese sono impartite sanzioni di decine di milioni di dollari a banche per attività fraudolente, ma ciò non fa più notizia; e lo stesso vale per le rivelazioni di corruzione politica ed economica. La gente si è fondamentalmente arresa ed è diventata o rassegnata o passiva, aiutata dall’impatto anestetico di programmi televisivi come “Il grande fratello”.

Per salvare banche abbiamo speso l’equivalente di 1.000 dollari per abitante. Nel 2012 nella sola Spagna salvare banche è costato più dello stanziamento annuale per l’istruzione e la salute … ma siamo incapaci di offrire una nutrizione appropriata a quasi un miliardo di persone e il numero degli obesi sta raggiungendo quello dei sottonutriti. La London School of Economics ha pubblicato uno studio che prevede per il 2030 un ritorno ai tempi della regina Vittoria, quando un oscuro filosofo di nome Carlo Marx era nella biblioteca del British Museum a scrivere i suoi saggi su capitale, lavoro e sfruttamento e a elaborare il suo manifesto.

Siamo in una fase di transizione, da un mondo che non è più praticabile – da un mondo in cui la finanza non ha organismi regolatori e il capitalismo  lasciato a sé stesso procede nella sua distruzione – a un mondo che deve trovare una governance globale. Non siamo in grado di risolvere nemmeno un solo problema globale, dall’ambiente alla fame, dal disarmo nucleare all’immigrazione, dai controlli sul capitale ai paradisi fiscali (dove si trova dieci volte il capitale necessario per risolvere la fame, la salute e l’istruzione in tutto il mondo) e potremmo proseguire a lungo.

Ma in quale business school o facoltà di economia si sente parlare della dottrina sociale cristiana? Tutto questo mostra come stiamo mancando di garantire un mondo migliore alle future generazioni. Un tempo l’etica protestante era diffusamente celebrata come più rigorosa dell’etica cattolica. Tuttavia in anni recenti Wall Street e la City sono diventate nidi di avidità e frode senza precedenti. Oggi papa Francesco è la sola voce che difende i poveri sollecitando giustizia sociale, denunciando la disuguaglianza e chiedendo pace e cooperazione.

Abbiamo dunque bisogno di un nuovo giornalismo, non semplicemente di una versione aggiornata di quello vecchio. Chiaramente non sarà una professione associata al fascino e alla bella vita com’era fino a una generazione fa. Persino i media di successo sopravvissuti stanno riducendo i costi (in altre parole, le persone). Le persone sono pagate a prestazione, e nemmeno tanto.

E nei media sociali, per sopravvivere, ci vogliono pubblicità e attenzione, che si stanno riducendo a causa dell’enorme offerta di Internet. Così, per quelle che oggi aspirano a essere giornalisti oggi, la prima lezione è: se lo fate, deve essere perché siete convinti di star facendo qualcosa di utile, e che state realizzando voi stessi nel farlo … altrimenti andate a lavorare in banca, dove c’è meno stress e ci sono più soldi e rispettabilità. Ma oggi poche professioni offrono un impatto così importante, necessario e misurabile sulla società.

Il compito del giornalismo post-Reagan (o, per essere meno provocatori, del post-apice del neoliberismo, che oggi sta perdendo lustro) consiste nel modificare la scala dei valori e nel riportare l’uomo al centro del mondo. Ciò non dovrebbe avvenire come risultato degli insegnamenti di papa Francesco. Non è necessaria la grazia della fede per rendersi conto che questo mondo è un mondo molto ingiusto e polarizzato, dove il segmento mediano, come la classe media, si sta avvizzendo. Il giornalista nuovo deve essere consapevole che lo status quo sta oggi mantenendo una situazione insostenibile per miliardi di persone, specialmente donne, bambini e giovani. Perciò deve evitare tre trappole che contribuiscono allo status quo.

Il primo consiste nel cadere nel mito dell’oggettività. Filosofi e scienziati vi diranno che essa non esiste. Quelli che stanno cavalcando con successo la globalizzazione vi diranno di essere obiettivi e che per farlo non dovete ascoltare e scrivere delle minoranze scontente. L’unico modo per guardare al vostro paese è attraverso la macroeconomia, che divide la ricchezza a livello pro capite, e non attraverso la microeconomia, che finisce impantanata in fattori che complicano le cose, come il livello del reddito, la sua redistribuzione, la mobilità sociale e via di seguito. Nel nome dell’oggettività dovete scrivere quello che dice il sistema, senza farvi intralciare da così tante voci che vengono dalla strada. I politici sono eletti, i leader della società civile, no. Solo le statistiche ufficiali sono affidabili; quelle della Oxfam sulla fame o di Greenpeace sull’ambiente non sono oggettive, così come quanto rileva il Gruppo Intergovernativo sul Controllo del Clima, che sollecita la presa di decisioni sull’ambiente per salvare il pianeta che sono contro la crescita economica e il vostro stile di vita. Quando vi è chiesto di essere oggettivi, aprite le orecchie: vi è chiesto di contribuire allo status quo.

La seconda trappola consiste nel credere che solo quelli al potere dispongano di tutte le informazioni e che pertanto siano più qualificati a rilasciare dichiarazioni. Essi hanno tutte le informazioni, ma spesso non le leggono o le ignorano quando non si adattano alle loro idee. Mai prima nella storia c’è stato chi abbia avuto tante informazioni quante il governo statunitense con l’Agenzia della Sicurezza Nazionale (NSA) che setaccia tutte le comunicazioni in tutto il pianeta. Ciò ha prodotto un miglioramento nella politica statunitense?

La terza trappola è che si è più rispettabili se si ha maggiore accesso alla dirigenza del sistema. E’ semplicemente una forma di cooptazione. La tua rispettabilità deve essere rispetto a te stesso, essendo in grado di fare ciò che dovrebbe essere fatto, e questo non è fatto. Dare una voce agli inermi, alla gente reale, non ai vincitori in un mondo diventato un casinò.

E tutti i numeri sono con te. La vasta maggioranza non si trova nell’1% al vertice che si divide il 54% delle risorse mondiali, bensì nel 75% che si divide solo il 15%. Questa è la realtà del nostro tempo, e dobbiamo dar voce a quelli del 75%, ai loro problemi nel trovare una vita quotidiana decente. Dobbiamo essere ugualmente in grado, quando guardiamo il mondo, di sottolineare ciò che può portare pace e giustizia internazionale, e di denunciare ciò che porta guerra e ingiustizia. Tutto ciò deve essere fatto con un semplice criterio professionale: dare voce a tutte le parti e riferire quanto più fedelmente possibile ciò che accade.

Il problema è che oggi il giornalista non può restare sempre imparziale. Prendiamo un esempio dal cambiamento climatico. Non si possono porre sullo stesso piano  gli interessi delle compagnie petrolifere e quelli della razza umana. Così facendo si perpetuerebbe un mito che è il risultato di una peculiare del mondo, anche se non ha basi scientifiche, e cioè che il mercato ridistribuirà la ricchezza, con un effetto di ricaduta dall’alto a ogni essere umano del mondo ed eliminerà guerre e povertà.  In questo approccio si deve tenere a mente che le compagnie petrolifere danno lavoro a decine di migliaia di persone e che più soldi fanno tanto meglio è per tutti noi, nella stessa logica che ha indotto la Corte Suprema degli Stati Uniti a prescrivere che le imprese hanno gli stessi diritti degli individui e possono pertanto contribuire liberamente e senza limiti alle campagne elettorali.

Oggi i giornalisti hanno uno strumento inestimabile, che non avevamo ai miei tempi: la possibilità di fare ricerche in rete, intervistare persone senza necessità di viaggiare per incontrarle, persino utilizzare smartphone con applicazioni come Skype o come una videocamera o un videoregistratore. Ai miei tempi i costi delle comunicazioni e dei viaggi erano enormi ed era la norma avere con noi un fotografo. Una squadra televisiva era composta da sino a cinque persone, con oltre 300 chili di bagagli. Oggi c’è il giornalista con il suo smartphone e questo è tutto.

Viviamo in tempi diversi, per molti versi non migliori, ma con un grande progresso nella tecnologia che rende il giornalista libero di muoversi e ricercare. Il problema, perciò, risale a quello che Leonardo da Vinci chiamava “saper vedere” [in italiano nel testo – n.d.t.]. Il giornalismo, alla fin fine, è la capacità di vedere, di mettere nel giusto ordine ciò che si vede e nel comunicarlo ai propri lettori. E ciò che fa la differenza non è come si scriverlo, bensì come si è stati capaci di vederlo!

Siamo chiaramente in un’era di transizione a un mondo che è difficile da predire. Antonio Gramsci, un pensatore comunista italiano, scrisse nei suoi Quaderni dal Carcere: “Il vecchio mondo sta scomparendo e il nuovo mondo lotta per emergere: oggi è il tempo dei mostri”. Abbiamo bisogno di un nuovo giornalismo che ci conduca attraverso questo periodo, che identificherà i mostri e farà delle voci dell’umanità nella sua interezza il percorso verso il nuovo mondo.

L’autore è cofondatore ed ex direttore generale di Inter Press Service (IPS). In anni recenti ha fondato anche Other News (www.other-news.info/) un servizio che offre “informazioni che il mercato elimina”.

[1] Un termine utilizzato per sintetizzare temi di politica consigliata e comunemente condivisa tra le istituzioni con sede a Washington, quali il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e il Dipartimento del Tesoro USA, che sono state ritenute necessarie per la ripresa di paesi dell’America Latina dalle crisi economiche e finanziarie degli anni ’80.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/journalism-today/

Originale: Other News

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 29 giugno 2014 alle 21:05 - Reply

    La tecnologia è un mezzo. In quanto tale è inerme. Chi la usa ne decide l’applicazione. Non serve opporsi o rifiutarla. Serve usarla per ciò in cui crediamo perché la tecnologia ci trasforma solo se le voltiamo le spalle, se piagnucoliamo su come ci cambia. Non serve astenersi o ritirarsi ma é fondamentale essere portatori di idee, le idee in cui crediamo. Se internet é il terreno di scontro il quesito è quello di sempre: chi rinuncerà alla lotta avrà diritti?

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