La detenzione dei giornalisti di Al-Jazeera

Redazione 25 giugno 2014 1
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NUJ-AlJazeeraDemoEgyptEmbassy19-2-14dLa detenzione dei giornalisti di Al-Jazeera

Di Robert Fisk

24 giugno 2014

Come se non bastasse il rischio di essere uccisi. I giornalisti devono sopportare la minaccia di carcerazione così come la minaccia di morte o di gravi lesioni? Non è soltanto l’offensiva, ingiusta, inventata grossolanità delle accuse contro i tre giornalisti di Al Jazeera condannati ad anni di detenzione al Cairo – siamo abituati a questo trattamento da parte di nazioni pseudo-rivoluzionari del Terzo Mondo, sebbene il motivo per cui l’Egitto dovrebbe desiderare di far parte di questi, è di per sé un mistero politico.

No, è anche il fatto evidente che la prigione per i giornalisti in uno dei paesi più popolosi e storici del mondo, deve essere ora considerata come una parte normale dei rischi che corriamo per seguire gli avvenimenti del mondo. Proprio come uno stupro è un indegno strumento di guerra, così la prigione deve essere un metodo abitudinario per farci stare zitti. E in un senso orribile, i nostri leader occidentali sono d’accordo su questo. Ci si aspetta che Mohamed Fahmy, Baher Mohamed e l’australiano Peter Greste siano liberati lunedì, sebbene debbano aver saputo che l’Egitto e la “giustizia” non hanno molto in comune.

John Kerry, il Segretario di Stato americano, domenica ha sollevato il problema dei giornalisti con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi prima di consegnargli quasi mezzo miliardo di dollari di aiuti per l’Egitto. Sisi ha preso i contanti. E non ha fatto nulla per i giornalisti. E quando gli Australiani hanno domandato a Sisi di intervenire, ha fatto loro una lezione sull’indipendenza della magistratura egiziana. Vorrei che  fosse davvero “indipendente”. Il giudice egiziano spietato che ha condannato a morte 300  membri della Fratellanza Musulmana era “indipendente quando il mese scorso ha sconvolto il mondo con la sua sete di sangue?

Ma ricordiamo il Golfo Arabo. Al Jazeera è un progetto di politica estera qatariota e il Qatar ha appoggiato il presidente eletto Mohamed Morsi, prima che Sisi salvasse il suo prediletto popolo egiziano cacciando via la canaglia dal potere. E in un colpo solo l’Egitto ha perduto10 miliardi di dollari di finanziamenti dal Qatar, il che fa sembrare il mezzo miliardo di dollari di Kerry abbastanza insipido.

Sono intervenuti i Sauditi, naturalmente, come avevano fatto con i tizi sunniti che ora minacciano l’Iraq per coprire i debiti dell’Egitto (a patto che, naturalmente, lasci  pace i Salafiti egiziani). E in che modo punire quei fastidiosi Qatarioti? Beh, sbatti in galera i loro giornalisti, naturalmente. Per “aver aiutato i terroristi”, per amor di Dio!

Mentre scrivo queste parole ho vicino alla mia scrivania un porta cartucce di una battaglia tra l’esercito libanese e l’OLP di Arafat, un frammento di proiettile  dell’artiglieria israeliana e un  pezzo di involucro di proiettile proveniente dalla corazzata  della marina statunitense New Jersey, sparato in un villaggio druso in Libano nel 1983. Ritengo quindi che questo mi renda colpevole di aver aiutato i terroristi agli occhi del Libano, di Israele e degli Stati Uniti.

Gli inviati muoiono sui campi di battaglia, vengono presi di mira nei conflitti, sono assassinati in tutti i continenti del mondo. Occasionalmente, come il povero Farzad Bazoft dell’Observer nel 1990, sono stati accusati di essere spie e sono stati impiccati – in questo caso per ordine di Saddam Hussein – e noi ci arrabbiamo per un po’ e poi continuiamo comunque con il nostro lavoro. Forse passiamo troppo tempo a temere per i nostri giornalisti occidentali dimenticando fin troppo in fretta che centinaia di reporter e di fotografi arabi pagano con la loro vita per fare quello che noi facciamo, ma alla mercé dei loro regimi. In questo includete l’Iran che non è arabo.

Ma i dittatori del Medio Oriente fanno ai reporter soltanto quello che i nostri leader ci farebbero se potessero. Una delegazione statunitense non ha forse detto a Saddam –prima dell’invasione del Kuwait – che il suo problema erano i giornalisti? Gli americani non hanno ucciso i nostri colleghi in Iraq senza rimorso? Gli israeliani non hanno ucciso i giornalisti e i loro assistenti senza punizione? Quando avete sentito gli americani o i britannici lamentarsi di questo? La mia ipotesi è che Sisi rilascerà i tre uomini di Al Jazeera su ricorso. E lo ringrazieremo dal profondo dei nostri cuori occidentali.

Nella foto: Protesta di giornalisti davanti all’ambasciata egiziana a Londra.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/on-the-jailing-of-al-jazeera-journlists

Originale : The Indipendent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 25 giugno 2014 alle 05:52 - Reply

    Quello che crediamo di avere guadagnato in termini di libertà di stampa non é disconnesso da quanto crediamo sia nostro in termini di democrazia. Sorvegliare ciò che viene detto e verificarne la attendibilità è un esercizio democratico di tutela della nostra libertà di sapere e scegliere. Ecco perché la detenzione di un addetto alla informazione é un nostro urgente problema.

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