La natura della guerra è cambiata

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La natura della guerra è cambiata

Di Patrick Cockburn

4 marzo 2014

 

Si  sta sviluppando un nuovo tipo di guerra. E’ molto diversa dal conflitto di massa della Prima Guerra mondiale quando i governi mobilitavano migliaia di persone e enormi risorse industriali. Le guerre sono diventate più piccole, ma sono ugualmente, e in certe occasioni più brutali, che in passato. Non tutte sono identiche, ma i conflitti armati in Cecenia, nei Balcani, in Iraq, Afghanistan, Siria, e Libia hanno molti tratti in comune e non soltanto  perché la gente di queste nazioni è in gran parte musulmana, con l’eccezione dei Balcani.

Invasioni dirette di un altro paese sono diventate meno comuni, l’ultima è stata quella statunitense e britannica dell’Iraq nel 2003. Il suo esito disastroso ha reso più difficile ripetere queste  imprese  anche quando i governi  lo vogliono. Si pensi all’ondata travolgente di ostilità del pubblico negli Stati Uniti e nel Regno Unito dello scorso settembre riguardo all’intervento armato in Siria. In entrambi i casi, gli ambienti politici e militari erano spaccati sull’assennatezza di impegnarsi in un’altra guerra in Medio Oriente.

In questo periodo le guerre, in misura maggiore o minore, sono guerre per procura, e questa tendenza può aumentare se non altro perché è più vendibile agli elettori in patria. Un primo esempio è stato il rovesciamento di Gheddafi in Libia con una campagna appoggiata dalla NATO in cui i miliziani libici ribelli che dominavano gli schermi televisivi, agivano come una forza che raccoglieva i cocci  subito dopo gli attacchi aerei devastanti.

Le violazioni dei diritti umani sono una giustificazione comune degli interventi stranieri e i resoconti di queste violenze forse sono veri. Però il modo in cui li presenta la stampa tende a essere non equilibrato, spesso fuorviante, e occasionalmente falsificato. Le organizzazioni per i diritti umani hanno rivelato che la notizia ben pubblicizzata degli stupri di massa da parte dell’esercito libico durante la guerra era un falso. La scusa originaria dell’intervento aereo della NATO era di impedire alle forze di Gheddafi di massacrare l’opposizione a Bengasi. Però ex ribelli, ora membri di milizie con potere assoluto, hanno realmente massacrato i dimostranti in due  occasioni diverse, a Bengasi e a Tripoli, senza che i governi stranieri dimostrassero più di un barlume interesse.

Anche in Siria, ci dovrebbe essere cautela nel trattare le asserzioni su atrocità commesse. E’ chiaro che le forze del governo siriano stanno devastando e spopolando sistematicamente le zone nelle mani dei ribelli con fuoco di artiglieria, bombardamenti aerei e ruspe. Stanno assediando e facendo morire di fame i civili in enclave nelle mani dei ribelli, come il campo profughi di Yarmouk, la Città vecchia di Homs e altri posti.

Tutto questo è vero. Probabilmente il governo sta uccidendo molti più civili che ribelli. Ma questo può avvenire in gran parte perché i mezzi di morte e di distruzione che ha il governo, sono maggiori di quelli dell’opposizione. Il gruppo denominato Stato Islamico di Iraq e Levante di tipo al-Qa’ida  (Isil), di recente ha dimostrato le sue intenzioni mettendo un video su YouTube in cui si vedono i suoi uomini armati  che fermano dei camion su una strada, chiedono agli autisti di dimostrare la loro familiarità con i riti sunniti, e che li uccidono quando non superano l’esame. Gli assassini non chiedono mai agli autisti se sono Alauiti, Sciiti, Cristiani drusi o Ismailiti: il  semplice fatto di non essere sunnita gli vale una condanna a morte.

I gruppi jihadisti che ora dominano l’opposizione armata uccidono i non-sunniti che costituiscono circa il 25% della popolazione della Siria. In altre parole, almeno 5 milioni di siriani hanno una buona ragione di temere  che saranno massacrati se i ribelli vinceranno la guerra civile. In effetti il numero è ancora maggiore perché il gruppo Isil e altri jihadisti hanno la “reputazione” di uccidere  i Curdi sunniti, un altro 10% della popolazione, e anche sunniti che lavorano come dipendenti civili del governo.

Le atrocità dei ribelli non scagionano il governo o vice versa, ma quando i politici come William Hague e il Segretario di stato americano demonizzano soltanto le azioni del governo, danno un’immagine falsa di ciò che accade in Siria. L’insurrezione del 2011 contro il presidente Bashar al-Assad è stata iniziata dagli attivisti civili che cercavano una fine del regime autoritario crudele e corrotto e la creazione di una società laica, legale e democratica. Questa opzione è però scomparsa da tempo, e se i governi occidentali fingono che sia altrimenti, non fanno altro che incoraggiare la guerra civile invece che cercarne la fine. Ricordate che se i ribelli vinceranno, la conseguenza immediata sarà che altri 5 o 6 milioni di siriani lasceranno il paese.

Perché il risultato delle rivoluzioni iniziate con speranza così forti sono state così deleterie? Fin dal 1998 ho fatto servizi giornalistici sulla Cecenia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e la Siria, e in ogni caso l’opposizione armata ha progressivamente

subito una trasformazione in senso criminale e in un senso che si può chiamare “talebano”. Le circostanze non sono identiche, ma le somiglianze sono straordinarie.

Un motivo della talebanizzazione è che soltanto l’Islam sembra essere in grado di mobilitare gente preparata a combattere fino alla morte. Questo è importante perché le guerre sono determinate non dal numero di persone che appoggiano una causa, ma dal numero che è preparato a morire per questa. Prima del crollo dell’Unione Sovietica, le cause nazionali erano spesso guidate dai comunisti che potevano cominciare come una piccola comunità, come è avvenuto nella Guerra civile spagnola, che si è poi rapidamente estesa a causa della loro organizzazione e dell’impegno fanatico.

In Medio Oriente c’è un errore comune ai regimi assediati e ai loro oppositori laici che li indebolisce entrambi.  I vecchi governanti nazionalisti di Egitto, Siria, Libia e Iraq da Nasser in poi, giustificavano il loro monopolio di potere politico ed economico, sostenendo che soltanto così potevano far diventare realtà l’auto-determinazione nazionale. Nelle prime fasi hanno avuto dei successi: nel 1956 Nasser ha trionfato sulla Gran Bretagna e la Francia durante la crisi di Suez; nel 1973 Gheddafi ha preso  il controllo del petrolio della Libia, e  ne ha aumentato il prezzo;  negli anni ’70 e ’80  Hafez al-Assad ha affrontato  con successo Israele in Libano. Nel 2011, tuttavia, questi  governi si erano trasformati in cricche egocentriche i cui slogan nazionali  erano stati a lungo screditati e la cui corruzione ha delegittimato lo stato nazione.

L’errore degli attivisti per i dritti civili e dei rivoluzionari non settari nel 2011, è stato di non vedere che dare risalto ai diritti umani e civili non significava molto, a meno che non si  potesse riformare un nuovo stato nazione forte. Forse il nazionalismo è fuori moda, ma senza di questo che fa da “collante” della società, l’alternativa è il settarismo, il tribalismo e la dominazione straniera. In quanto  ufficiali pagatori, gli  stati sunniti del Golfo stabiliscono i piani che sono  profondamente reazionari. E’ ipocrita e assurdo che le potenze occidentali fingano che stanno cercando di costruire democrazie laiche alleandosi con le monarchie teocratiche assolute in Arabia Saudita e nel Golfo.

Il futuro non sembra luminoso. Una volta scatenata, la furia settaria può diventare quasi impossibile da contenere. Malgrado tutto il subbuglio che c’è stato, la Turchia è certo uno stato nazione più completo che  qualsiasi altro paese della regione. Questo è in parte a causa del fatto che un quinto della popolazione turca  nel 1914 era cristiana, e subito dopo i massacri e le espulsioni o lo scambio con i Greci, la proporzione è diminuita fino all’1% dieci anni dopo.

La gente si  chiede perché le rivoluzioni nell’Europa dell’Est all’epoca della caduta del comunismo fossero così meno violente che in Medio Oriente. Una risposta meno che confortante è che le minoranze dell’Est erano state uccise, espulse o costrette a fuggire durante o poco dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lo stesso destino forse aspetta le minoranze della Siria.

Nella foto: evacuazione della Città Vecchia di Homs

Patrick Cockburn è autore del libro: Muqtada: Muqtada Al-Sadr, the Shia Revival, and the Struggle for Iraq.[ Muqtada: Muqtada Al-Sadr: il risorgimento sciita e la lotta per l’Iraq].

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/the-nature-of-war-has-changed

Originale: Counterpunch

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0homs-4

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Un commento su “La natura della guerra è cambiata

  1. attilio cotroneo il said:

    La sensazione é che i teatri di guerra siano sempre più decentrati dall’Occidente (fino all’Ucraina) con esplosioni violente di durata breve o violenza a bassa intensità ma di lunghissima durata. Inoltre la possibilità di entrare a conflitto iniziato da alle potenze occidentali il vantaggio di aspettare e scegliere chi finanziare. È vero che la degenerazione settaria e tribale sono un pericolo ma come potremo mai dare il tempo ad un processo laico e democratico in paesi arabi se la nostra ingerenza è continua è finanzia la forza che meglio tutela la continuità di sfruttamento e interesse?

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