Lo strano nazionalismo filo-occidentale del Giappone

Redazione 23 febbraio 2014 1
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Il primo ministro giapponese Shinzo Abe  (Foto AFP)

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe (Foto AFP)

 

di Andre Vltchek – 20 febbraio 2014

Si può essere nazionalisti e servire contemporaneamente gli interessi di un paese o di un impero straniero? Dovunque nel mondo la risposta sarebbe un risoluto e forte “No!”.

Apparirebbe come una chiara contraddizione logica e linguistica. Ma in Giappone tale piroetta è apparentemente immaginabile, accettabile e per molti è addirittura perfettamente “normale”.  A Capo Nashappu, che è giusto fuori Wakkanai, la città più a nord del Giappone, enormi radar e apparecchiature di ascolto vanno ronzando da decenni, le loro smorzate elettroniche in azione notte e giorno. Sono puntati direttamente sulla Russia e la sua remota isola di Sakhalin, un grande isola conquistata dall’allora esercito sovietico alla fine della seconda guerra mondiale, forse per la paura di Mosca che il Giappone sarebbe presto diventato una colonia statunitense. Avere enormi basi statunitensi non lontane dalle città di Khabarovsk e Vladivostok ovviamente non faceva piacere all’Unione Sovietica, che aveva appena perso circa venti milioni di cittadini per contrastare e sconfiggere il fascismo.

In tutti i giorni chiari Sakhalin è visibile dalla costa o dalla finestra di qualsiasi albergo a più piani di Wakkanai.

Quasi tutti i cartelli a Wakkanai appaiono amichevoli nei confronti dei visitatori stranieri, essendo scritti in giapponese, inglese e russo. Ma non possono esserci dubbi: la città è fermamente integrata nella massiccia struttura imperiale degli Stati Uniti, basata sul continente asiatico. E il Giappone, dalla fine della seconda guerra mondiale, è l’elemento più importante di questa organizzazione.

A Tokyo ho chiesto a David McNeill, eminente esperto del Giappone e professore alla Sophia University, se il Giappone sia realmente un paese indipendente quando si tratta di politica estera. Egli è arrivato direttamente al punto:

I critici direbbero di no, e io sarei tra loro … il Giappone, dopo la seconda guerra mondiale si è allineato molto rapidamente con gli Stati Uniti … E l’alleanza militare del Giappone con gli Stati Uniti si accompagna anche a quello che i critici definirebbero un atteggiamento servile nei confronti di Washington.”

In questi giorni il Giappone è in qualche sorta di tensione ad alto o basso livello con quasi tutti i propri vicini. I cinici dicono “non sorprendentemente”, visto che i rapporti sono tesi tra i migliori amici del Giappone, gli Stati Uniti, e la Cina, la Russia e la Corea del Nord.

A circa tremila chilometri da Wakkanai, all’estremo opposto del Giappone, la catena delle isole Ryuku è totalmente militarizzata dall’aviazione e dai marines statunitensi. Di fatto le basi occupano circa il 19 per cento del territorio di Okinawa e steccati e filo spinato frammentano gran parte del resto.

“Siamo colonizzati; la nostra terra e persino le nostre menti sono oggi colonizzate”, spiega l’eminente autrice di Okinawa, signora Chinin Usii.

In un giorno normale, da due grandi basi dell’aviazione statunitense situate sul suolo di Okinawa – Futenma e Kadena – caccia e aerei di sorveglianza decollano con regolarità assordante, snervando sia la Cina sia la Corea del Nord. La stessa Okinawa soffre: gli F-15 volano ad altitudini estremamente basse, con i loro motori che rombano. L’isola si sente umiliata, usata, sacrificata da Tokyo.

Foto di Andre Vltchek

Foto di Andre Vltchek

“E’ qui che facilmente può iniziare la terza guerra mondiale” mi dice in un bar, una sera, un indignato residente di Okinawa. “E non abbiamo alcuna voce in capitolo sulla questione”.

Si riteneva che il governatore di Okinawa avrebbe cacciato le basi militari dall’isola, ma all’ultimo momento ha ceduto alla pressione di Tokyo e, secondo la maggior parte dei residenti, ha “tradito Okinawa”.

Quanto più perde economicamente a vantaggio della Cina e della Corea del Sud, quanto più diviene politicamente irrilevante, tanto più il Giappone diventa crescentemente frustrato e aggressivamente filo-occidentale, particolarmente filo-statunitense. E quale modo migliore per mostrare lealtà che mantenere tali enormi basi dell’aviazione sul proprio suolo, specialmente se tale suolo è a mille miglia da Tokyo e appartiene a isole con una identità e cultura distinte?

“Sempre più filo-occidentale”

C’è uno strano umore in questi giorni in Giappone” spiega il montatore cinematografico residente a Osaka, Hata Takeshi. “Il Giappone sta diventando sempre più filo-occidentale, mostrando contemporaneamente sentimenti crescentemente anti-coreani e anti-cinesi”.

Ciò è rilesso da numerosi sondaggi d’opinione, che mostrano che la maggior parte dei giapponesi oggi considera con favore l’occidente, e negativamente i propri vicini dell’Asia del nord.

Il governo in carica è non solo aggressivo, è sfacciatamente insultante nei confronti della Cina e della Corea. Ad esempio, il primo ministro Abe è stato incorreggibile quando ha visitato recentemente il famigerato reliquiario di Yasukuni, un luogo dove sono sepolti molti criminali di guerra giapponesi. Abe usa un linguaggio duro; promette ‘cambiamento’. Ma il ‘cambiamento’ potrebbe scatenare conflitti in Asia Orientale. I velivoli delle forze dell’Autodifesa Giapponese sorvolano regolarmente le isole disputate, facendo indignare la Cina. Questi giochi pericolosi sono appoggiati dagli Stati Uniti, che sostengono il Giappone con bombardieri strategici.

Nel frattempo la copertura mediatica di questi eventi da parte della maggior parte dei principali media giapponesi è del tutto unilaterale e anti-cinese, nonché filo-occidentale, nel tono e nella sostanza principale. La Cina è accusata di ‘bellicosità’ e di ‘aggressività’ quando si tratta degli eventi recenti che ruotano sulle disputate Isole Senkaku (note come Diaoyu in Cina) e tali definizioni non sono quasi mai contrastate in pubblico.

F-15 sorvola la base aerea di Kadena, Okinawa - Foto di Andre Vltchek

F-15 sorvola la base aerea di Kadena, Okinawa – Foto di Andre Vltchek

Il fatto che il Giappone stia turbando uno status quo fragile e, secondo molti analisti residenti in Asia, stia di fatto ‘provocando la Cina’, è menzionato molto raramente sulla televisione giapponese o nelle pagine dei suoi giornali più letti.

I servizi dei media giapponesi assomigliano sempre più a una spinta ben orchestrata di propaganda. Il 13 febbraio il Japan Times ha fornito un sommario prevedibile e stereotipato degli eventi relativi alla Cina e a possibili modifiche della Costituzione giapponese:

“Il primo ministro Shinzo Abe, sotto pressione dalla Cina e alla ricerca di rafforzare di legami con gli Stati Uniti, sta prendendo in considerazione il maggior cambiamento delle regole d’ingaggio militari del Giappone dalla seconda guerra mondiale. Avendo aumentato il bilancio biennale della difesa e creato un Consiglio della Sicurezza Nazionale in stile statunitense, Abe sta ora cercando di consentire al Giappone di prestare soccorso ai propri alleati. L’intensificazione della sfida cinese alla sovranità delle Isole Senkaky ha fatto il gioco dei piani di Abe per rafforzare le Forze di Autodifesa” afferma il legislatore del Partito Liberal-democratico Katsuei Hirasawa.

Militarizzazione del Giappone

L’eminente storico e professore emerito australiano presso l’Università di Nagasaki, Geoffrey Gunn, ha scritto a proposito della sessione di domanda e risposta del 12 febbraio 2014 presso il Comitato del Bilancio della Camera dei Rappresentanti giapponese, un evento che ha avuto scarsa copertura sulla stampa locale e internazionale.  Gunn ha seguito la sessione con sua moglie sulla TV locale.

Il primo ministro Shinzo Abe sedeva in prima fila, prendendo di tanto in tanto il microfono. Il vice primo ministro Taro Aso, era reclinato accanto a lui. Sul podio, dopo uno scroscio di applausi, è comparso Shintaro Ishihara, l’ex governatore reazionario neonazionalista di Tokyo. Nella sua attuale incarnazione, Ishihara entra nel quadro da membro del Partito Giapponese della Restaurazione (Nippon Ishin no Kai) del recentemente dimessosi sindaco di Osaka e ideologo di destra Toru Hashimoto). E’ salito sul podio anche il ministro della difesa, Itsunori Onodera, fresco di ritorno da una visita in India a promuovere legami di sicurezza e difesa con la Cina come evidente bersaglio”, ha detto Gunn della seduta. Ha osservato che Ishihara e quello che, minacciando l’”acquisto” delle Isole Daoyu/Senkaku, ha forzato la mano del governo in carica a nazionalizzarle, infrangendo pertanto lo status quo consistente nel riconoscimento dell’esistenza di una disputa, con la Cina come altro pretendente, e avviando una pericolosa intensificazione delle tensioni tra le due nazioni.

“Lungi dal far marcia indietro, l’ottuagenario Ishihara si è lanciato in un’arringa di trenta minuti, negando la legittimità dei Processi di Tokyo sui Crimini di Guerra, sollecitando una ‘Forza di Autodifesa’ ampliata (le sfumature delle sue richieste sono sfuggite al mio interprete), promuovendo l’acquisto caccia da combattimento e facendo virtualmente rullare i tamburi di guerra”, ha segnalato Gunn. “Al primo ministro Abe, la cui recente visita al Reliquiario Yasakuni (tra l’altro un reliquiario che onora criminali di guerra di prima classe) ha offeso sia la Cina sia la Corea del Sud, Ishihara ha offerto le rassicuranti parole: ‘non esiti a tornarci e ignori quello che dicono i paesi vicini’. Il ministro della difesa Onodera, il primo ministro Abe e Ishihara sembravano essere concordi, un vero calderone di falchi. Taro Aso, noto per le sue gaffe, sonnecchiava, forse fortunatamente, poiché il mondo non può dimenticare le sue dichiarazioni dell’anno scorso che un Reichstag in stile nazista sarebbe il modo appropriato per far approvare a forza le modifiche costituzionali meglio adatte al programma neonazionalista del governo Abe. Tutto quello che posso dire è che se gli attaché militari dei paesi interessati, Washington compreso, non hanno seguito questo programma, avrebbero dovuto farlo”, ha scritto Geoffrey Gunn.

Puntati sulla Russia. Wakkanai - Foto di Andre Vltchek

Puntati sulla Russia. Wakkanai – Foto di Andre Vltchek

L’atmosfera in Giappone attualmente, come ha riferito il giornale Asahi, è che i libri e periodici fortemente critici della Cina e della Corea del Sud sono divorati dagli scaffali delle librerie, spingendo le principali case editrici a salire sul carro del vincitore per approfittare della tendenza. Ma nonostante l’indubitabile svolta a destra, il pubblico giapponese continua a disapprovare il piano di Abe di cambiare il corso pacifista e la Costituzione. Secondo un sondaggio condotto da Kyodo News alla fine di gennaio 2014, circa il 54 per cento dei cittadini giapponesi hanno espresso la loro insoddisfazione riguardo ai cambiamenti potenziali.

Ma anche se la maggioranza dei giapponesi non vorrebbe vedere il proprio paese tornare indietro e diventare nuovamente una grande potenza militare, a malapena c’è qualcuno che critichi l’alleanza del Giappone con gli Stati Uniti.

A Okinawa un ex marine statunitense, divenuto un accademico di spicco, Douglas Lummis, ha recentemente spiegato:

L’altro giorno ho sentito, in una sede pubblica, due signore discutere se la Costituzione pacifica del Giappone dovesse ricevere lo status di eredità intangibile del mondo. Hanno chiesto il mio parere … Ho detto. ‘Ma anche se il Giappone ha una Costituzione pacifica, consente grandi basi militari statunitensi sul suo territorio. E tali basi sono tutt’altro che pacifiche. E c’è quest’alleanza militare tra i due paesi …’ Non riuscivano a capire il mio punto: per loro e per molti giapponesi, contestare l’alleanza militare USA-Giappone sarebbe del tutto impensabile. Le avevo completamente confuse”.

Forse non è il Giappone in sé, ma la sua alleanza con l’occidente che sta minacciando la pace nell’Asia nord-orientale.

La Costituzione pacifica può comunque diventare, un giorno, un’eredità intangibile dell’umanità. E le forze di autodifesa del Giappone possono non sparare a nessuno all’estero per un certo tempo a venire. Ma a che scopo può servire tutto questo se i bombardieri strategici statunitensi decolleranno un giorno e si dirigeranno verso la Cina, la Corea del Nord e persino la Russia, da quegli enormi aeroporti militari situati in territorio giapponese?

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism’ [A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia  – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario ‘Rwanda Gambit’ [Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attuale risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://rt.com/op-edge/japan-abe-nationalist-militarizing-919/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 23 febbraio 2014 alle 02:29 -

    Quando un impero non può controllare vaste aree geografiche ed aprire ovunque fronti di guerra, stabilisce alleanze strategiche e crea vassalli spesso sconfitti un tempo e che nutrono un forte sentimento di sottomissione nonché di colpa verso loro stessi. Assicurandosi della fedeltà di una oligarchia dirigente, usano questa colonie di fatto per dividere, minacciare e aumentare la tensione fino al punto di creare paure paralizzanti o guerre il cui prezzo é di altri.

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