Sono spaventato, per questo sono coraggioso

Redazione 14 febbraio 2014 2
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Andre Vltchek con Noam Chomsky

Andre Vltchek con Noam Chomsky

 

di Andre Vltchek – 14-16 febbraio 2014

A proposito del coraggio

Recentemente il mio traduttore italiano Giuseppe mi ha inviato una email. Non era una consultazione tipica ma una domanda personale piuttosto straordinaria:

“Molti ti considerano una persona molto coraggiosa. Vorrebbero imitarti in questo, almeno un po’, ma sentono di non essere coraggiosi, diciamo, ‘per natura’ e di non essere in grado di imparare il coraggio. Cosa ne pensi? Ritieni che ci si possa addestrare a essere coraggiosi?”

Non so come rispondere a questa domanda, e decisamente non nei limiti di una email, non in solo poche parole. Ma la domanda è importante, forse essenziale, e così ho deciso di rispondere con questo scritto.

***

Ho percorso il mondo, occupandomi di una miriade di conflitti, in tutti i continenti. Ho scritto libri, girato documentari e prodotto articoli d’inchiesta.

Ho visto la paura nei volti di uomini, donne e bambini, ho visto la miseria e a volte ho visto quella che potrebbe essere descritta soltanto come disperazione assoluta. Ho spesso avvertito la paura “nell’aria”, in così tanti angoli del pianeta!

La paura è stata naturalmente onnipresente in tutti i campi di battaglia e in aree di massacri e saccheggi, ma anche in ‘luoghi non così ovvii’ come chiese e abitazioni domestiche, e persino nelle strade.

Ho “studiato la paura”, cercando di capirne le cause, le radici. Ho sempre sospettato che definire ciò che scatena la paura, ciò che la produce, avrebbe portato almeno a metà del percorso per contenerla, distruggerla, liberare le persone dalle sue fauci tiranniche.

Ci sono, naturalmente, molti tipi di paura: dalla paura razionale della violenza diretta, a una certa paura astratta, quasi grottesca, imposta alla gente dai nostri regimi e dalle nostre dirigenze politiche, da quasi tutte le religioni e da strutture famigliari oppressive.

Il secondo tipo di paura è fabbricato di proposito ed è stato perfezionato nei secoli. Come usarlo efficacemente, come renderlo massimo, come infliggere il danno maggiore, tutto è stato trasferito da oppressore a oppressore, di generazione in generazione.

La paura è somministrata al fine di fermare il progresso, al fine di soffocare il dissenso e di mantenere la gente in uno stato totalmente sottomesso e servile. La paura alimenta anche l’ignoranza. Offre un falso senso di sicurezza e di appartenenza. Inutile dire che nessuno può provare appartenenza nei confronti di un “club” malvagio, o di una famiglia di delinquenti o di un paese fascista. La paura manipola le masse inducendole a un’obbedienza ignorante e poi minaccia quelli che si oppongono: “Non vedete che è questo che maggioranza della gente vuole e pensa. Seguite gli altri o sarà peggio per voi!”

***

Parecchi decenni fa pensatori come Huxley, Orwell e altri profetizzarono le società in cui viviamo oggi. Leggiamo ancora ‘1984’ o ‘Il mondo nuovo’ [Brave New World] con disgusto e con indignazione. Leggiamo quei libri come se si trattasse di un qualche orrore immaginario, fantascientifico, senza renderci conto che quegli incubi, in realtà, sono già arrivati nei nostri paesi, nelle nostre città e nei nostri salotti.

Mentre molte nazioni, tra cui quelle europee e dell’America del Nord, soccombono sempre più all’indottrinamento e al conformismo intellettuale, il coraggio sta svanendo. Si mostra molto raramente e, chiaramente, non riesce a ispirare la maggioranza.

Non è perché “la gente è cambiata”, bensì perché il mondo in cui viviamo sta diventando sempre più arrendevole e controllato e le principali fonti d’informazione (i media di massa), così come le fonti che plasmano l’opinione pubblica e i modelli di comportamento dei cittadini (media sociali) sono completamente controllate da gruppi politici industriali e conservatori e dai loro interessi.

Mentre le persone erano solite farsi influenzare e ispirare da grandi pensatori, romanzieri e registi, oggi sono plasmate da messaggi di 160 caratteri sui media sociali e da tutti quei creatori di opinione che cercano di renderle vuote, prive di emozioni, obbedienti e vili.

In gran parte del lontano passato, ma prima che io nascessi, le ribellioni e le rivoluzioni erano considerate come qualcosa di davvero eroico; erano rispettate e considerate qualcosa per cui valeva la pena di vivere, anche di morire. Quella era ancora l’era del pathos vero, delle lotte contro il fascismo e contro il colonialismo. E la vita non era ancora spogliata di tutta la poesia, nemmeno della poesia rivoluzionaria.

Il valore delle persone era stabilito dal loro contributo alla costruzione di un mondo migliore, non dalle dimensioni del loro SUV.

In quei giorni intere nazioni si sollevarono dall’inginocchiamento. Grandi uomini e donne guidarono alcune delle ribellioni spettacolari. Scrittori, registi, persino musicisti si unirono alla lotta, o spesso marciarono all’avanguardia. La linea divisoria tra il lavoro dei grandi giornalisti d’inchiesta e le arti divenne sempre più confusa con grandi personalità come Wilfred Burchett e Ryszard Kapuscinski che facevano il giro del mondo, identificandone incessantemente i gineprai e le sofferenze.

La vita assunse improvvisamente significato. Molti, non la maggioranza ma decisamente molti, furono pronti a dedicare la vita, e persino a morire, al fine di distruggere quell’obsoleto e ingiusto ordine mondiale; per costruire, da zero, una società decente e prospera per tutti gli esseri umani, o, in poche parole, “per migliorare il mondo”.

Se guardate alcuni dei film francesi, italiani, giapponesi e latinoamericani dell’epoca, è probabile che vi verrà la pelle d’oca, tale era l’energia, il fervore e la determinazione a sfidare il sistema e a migliorare la vita sul pianeta.

Quando Sartre parlava, anche su temi quali l’imperialismo e il colonialismo, a Parigi si raccoglievano centinaia di migliaia di persone e spesso egli sarebbe comparso in luoghi quali la fabbrica della Renault, ben lontano dai famosi salotti intellettuali della capitale.

“Mi ribello, perciò esisto!” scriveva orgogliosamente Albert Camus. Sembrò essere uno dei motti principali di quell’epoca.

Poi, improvvisamente, la ribellione finì, fu ‘contenuta’.

Ma le guerre continuarono. L’imperialismo e il colonialismo fecero di nuovo causa comune. I canali mediatici furono acquistati, comprati. Il capitalismo vinse, di nuovo, nonostante tutta la logica dialettica contro una simile vittoria. Il progresso fu fermato, persino invertito. Il sistema delle mega-imprese produsse il thatcherismo e il reaganismo e il mondo riebbe le sue manette e le sue museruole. Poi fu lanciata quella cancrenosa “guerra al terrore” e la paura tornò a insinuarsi, anche da dove era stata espulsa diversi decenni prima.

***

Non mi considero ‘coraggioso’, Giuseppe.

In realtà sono molto spaventato ed è per questo che mi ribello e rischio la vita, costantemente.

Sono spaventato da ciò che vedo. Sono spaventato anche dal non essere in grado di vedere, di testimoniare, di documentare.

Sono spaventato perché vedo volti disperati di donne che reggono fotografie dei loro mariti e figli scomparsi o uccisi.

Sono spaventato da ciò che segue i bombardamenti aerei e la guerra dei droni.

Sono spaventato dagli ospedali sovraffollati dove i feriti urlano sul pavimento, immersi nel proprio sangue.

Sono spaventato quando sono testimone di come tutti quei grandi sogni di paesi indipendenti, sulla carta, in Africa, Asia, Medio Oriente e Oceania stanno svanendo nel nulla.

Sono spaventato da tutte le nuove forme di imperialismo, di neocolonialismo, di acquisto di intellettuali in paesi poveri, di fabbricazione di ‘movimenti di opposizione’ contro governi che non piacciono all’occidente.

Sono spaventato dalla distruzione irreversibile del nostro magnifico pianeta. Ho visto come interi paesi splendidi, atolli nazione, stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento globale e dell’aumento del livello del mare: Tuvalu, Kiribati e le Isole Marshall.

Sono spaventato quando vedo sfregi invece di magnifiche foreste pluviali, tronconi d’albero e sostanze chimiche nere fluttuare dove un tempo c’erano lieti fiumi spumeggianti, a Sumatra, nel Borneo e a Papua.

Sono spaventato da così tante cose!

Sono spaventato nel vedere donne trattate come cani o zerbini, come proprietà dei loro padri e mariti, e persino dei loro fratelli.

Sono spaventato quando sacerdoti brutali, corrotti e ignoranti rovinano vite e diffondono paure grottesche.

Sono spaventato quando si bruciano i libri, direttamente o indirettamente, sostituendoli con scatole di metallo e plastica, con contenuti potenzialmente controllabili.

Sono spaventato quando sparano, metaforicamente o letteralmente, in mezzo agli occhi alle persone, o alla loro schiena, semplicemente perché si rifiutano di inginocchiarsi.

Sono spaventato quando le persone devono mentire per sopravvivere o quando devono tradire i loro cari.

Sono spaventato dagli stupri, da quando le persone sono violentate; in qualsiasi modo lo stupro sia attuato, fisicamente o mentalmente.

Sono spaventato dal buio. Non quello della mia stanza da letto, di notte, ma dal buio che ancora una volta sta scendendo sul nostro pianeta, e sull’umanità.

E quanto più sono spaventato tanto più sento di dover agire.

E’ semplicemente perché starsene seduti a non far nulla è la cosa più spaventosa di tutte. Starsene fermi mentre questo mondo, questo splendido molto che conosco così intimamente, dalla Tierra De Fuego al Canada del Nord, dal Capo di Buona Speranza alle minuscole isole del Pacifico, a Papua Nuova Guinea alla Repubblica Democratica del Congo è saccheggiato, violato e intellettualmente lobotomizzato.

E’ anche perché sono un essere umano, un minuscolo granello di sabbia in questo enorme umanità e, come scrisse una volta Massimo Gorky: “Umanità: suona fiero!”

Non sono sempre spaventato.

Quando la bocca di un’arma su qualche blindato si muove lentamente nella mia direzione non sono spaventato. Ho visto che cosa succede, che cosa può succedere se spara; sfortunatamente l’ho visto troppe volte. Il momento di dolore deve essere molto intenso, ma estremamente breve; e poi non c’è nulla. Non voglio che mi succeda, perché amo questa vita così appassionatamente, così tanto, ma non mi fa paura la possibilità della morte.

Ma, di nuovo, sono estremamente spaventato dal “non esserci”, dal non testimoniare e documentare la vita, nella sua piena bellezza, nella sua ricchezza e nella sua brutalità.

Sono spaventato, sono terrorizzato, dal non sapere, non capire, non combattere, non ribellarsi,  non amare, non odiare, non correre, non cadere, non ridere o piangere (poiché una cosa non può esistere senza l’altra), non fare la cosa giusta, non sbagliare, non esistere!

***

Cercare la verità, istruirsi, ciò è già coraggioso; è molto coraggioso.

Il modo in cui oggi è strutturato il nostro mondo, scoraggia fortemente le persone dall’essere diverse.

La maggior parte degli uomini e delle donne, persino dei bambini, è oggi condizionata in modo tale da rendere estremamente difficile compiere il primo passo via dal pensiero dominante controllato. Abbandonare quello “spazio comodo”, allontanarsi dalla palude dei ‘valori comunemente accettati e promossi’, dai cliché da quattro soldi e dalle pure e semplici menzogne è coraggioso, eroico.

In conseguenza, mentre il mondo è in fiamme, mentre è saccheggiato, pochissimi lottano concretamente per la sua sopravvivenza.

Il coraggio è scomparso dal mondo? E’ la viltà quella che in realtà si accompagna a quei valori ‘popolari’ da quattro soldi? Il vuoto, intellettuale ed emotivo, alimenta il conformismo?

Può ancora esserci una lotta per la giustizia? La ribellione è ancora possibile? Ovviamente può ancora esserlo, certo che lo è, e anche tu percorri un cammino diverso, anche tu ti ribelli, Giuseppe, con ogni articolo che traduci e con ogni domanda che poni.

Non è sempre necessario affrontare un elicottero da combattimento per essere definiti coraggiosi. Alcuni si recano nelle zone di guerra, naturalmente. Io lo faccio. E’ perché sono coraggioso? O è perché è a volte più facile puntare la mia cinepresa su qualche campo di battaglia piuttosto che occuparmi della nobile arte della traduzione? Non solo so. Lasciamo che siano gli altri a giudicare.

Ma la riposta alla tua domanda è: sì, si può imparare il mestiere, qualsiasi mestiere. E si può imparare anche a essere coraggiosi.

Tuttavia il coraggio fine a sé stesso non vale nulla. E’ come il bungee jumping, o guidare a rotta di collo su qualche strada gelata, non molto di più. Semplicemente una forte scarica di adrenalina …

Il vero coraggio, credo, deve avere uno scopo, un obiettivo importante. E per rischiare la propria vita la si deve amare realmente e profondamente, e la si deve rispettare: la propria vita e quella degli altri. Perciò il coraggio ha senso solo se c’è per proteggere la vita di altri esseri umani. Si deve amare la vita, appassionatamente e follemente, per combattere per essa, per combattere per la sopravvivenza degli altri.

Una persona coraggiosa non potrà mai essere uno schiavo, di niente e di nessuno. Forse è questo il modo migliore per cominciare a “essere coraggiosi”: rendendosi conto della schiavitù, sfidandola, demolendola, combattendola non importa dove e in quale forma esista. Ce n’è ancora così tanta, tutto intorno a noi … Non solo quella schiavitù vecchio stile definita dalle catene, ma ogni genere di schiavitù, in così tante forme.

Accettare la schiavitù, ma specialmente diventare uno schiavo volontario è l’opposto del coraggio.

“Seguire la corrente” significa essere uno schiavo. Ripetere cliché prefabbricati, rifiutare di formarsi un’opinione persona non è altro che servilismo intellettuale.

Naturalmente per essere coraggiosi si deve essere informati, così come si deve essere in grado di analizzare il mondo per scegliere un insieme personale di valori, per essere sicuri. Allora e solo allora si può combattere, se non c’è altra via; combattere e rischiare tutto combattendo l’oppressione e la brutalità, ogni volta che esseri umani sono torturati e violentati, dovunque su questo pianeta.

Per essere informati non si dovrebbe ma “credere”, si dovrebbe sempre pretendere di capire! Anche questo è coraggioso, e per nulla facile, ma è necessario. E’ coraggio quando si pretende con determinazione di studiare e di imparare, quando si osa formarsi opinioni personali. Non corsi di studio scolastici premasticati, ma vero apprendimento. Questo è in realtà immensamente coraggioso e anche il solo modo per aiutare l’umanità a progredire.

E’ per questo che il pensiero veramente libero è stato ultimamente attaccato direttamente e brutalmente in occidente e in altre parti oppresse del mondo. Perché il regime attuale, questo ‘Nuovo Ordine Mondiale’, che in realtà non è per nulla nuovo, sta facendo tutto quello che può per invertire lo sviluppo naturale, per chiuderci di nuovo nella tetraggine di qualche dogmatismo obsoleto di genere religioso. Siamo forzati, siamo condizionati a credere nel capitalismo, nello stile occidentale della “democrazia pluripartitica”, nella superiorità delle idee occidentali.

Ma è chiaro: quanti più pensieri ci sono, quante più alternative, scelte, pesi e contrappesi, tanto più sicuro diventa il pianeta. Superfluo dirlo: è coraggioso battersi per la sua sicurezza.

***

Non c’è forse nulla di così potente, umile e oneste come questa citazione di Bertrand Russell esposta nell’ufficio di Noam Chomsky, al MIT:

“Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità”.

Questa citazione aiuta anche a rispondere alla domanda posta dal mio traduttore e amico italiano.

Quando il desiderio di conoscere diventa davvero irresistibile semplicemente non ci si può fermare, o rallentare. Il solo modo per progredire è assorbire sapere, battersi per ottenere conoscenza, vedere il mondo, capire, sentire, ascoltare; appassionatamente e costantemente. Nessuna paura può trattenerci, quando cerchiamo avidamente la verità. E’ così fiero, così coraggioso questo desiderio di conoscenza!

Quando proviamo “una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità”, quando vediamo quanto è ingiusto il modo in cui è organizzato questo mondo, quando interiorizziamo veramente le sofferenze degli altri, dei nostri compagni esseri umani che vivono in tutti i continenti di questo pianeta magnifico ma malconcio, allora quasi tutti noi, o almeno quelli che nel cuore sono umanisti, diventiamo coraggiosi. Improvvisamente sappiamo che cosa deve essere fatto.

Quanto alla “sete d’amore”, esiste, esiste sempre, in tutti noi, in tutti gli esseri umani. Battersi per l’amore, quando viene, è coraggioso, e morire per esso, se rischiare tutto è il solo modo per salvarlo, è coraggioso. Quella “sete d’amore” è la parte più umile, più sacra, più essenziale della nostra natura, così raramente soddisfatta. Ci vuole coraggio per amare; ci vuole un coraggio enorme, indescrivibile!

Come ha scritto in un’occasione il poeta cubano Antonio Guerrero Rodriguez, uno dei coraggiosi “Cinque di Cuba” incarcerati per aver difeso il loro paese dall’infiltrazione e dal terrorismo yankee: “L’amore o è eterno o non è amore”. Se può svanire, non è amore. El amor que expira no es amor.

Queste parole, una poesia, sono state scritte in un brutale carcere nordamericano e ciò che significano è chiaro. Amare è coraggioso. E’ così facile tradire. Ma ci vuole vero coraggio per difendere l’amore.

Tale coraggio, Giuseppe, può essere appreso. O può semplicemente essere scoperto e nutrito, poiché vive dentro tutti noi; dentro tutti noi vive!

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism[A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia  – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario Rwanda Gambit[Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: http://www.counterpunch.org/2014/02/14/i-am-scared-therefore-i-am-brave/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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2 Commenti »

  1. attilio cotroneo 15 febbraio 2014 alle 01:14 -

    Io non sono coraggioso. Vorrei tanto imparare ad esserlo.

    • giuseppe 15 febbraio 2014 alle 11:47 -

      Sul coraggio si potrebbero dire un milione di cose. Nel porre la domanda ad Andre confesso che mi aspettavo il genere di risposta che mi ha fornito, che condivido e alla quale vorrei aggiungere soltanto che una delle cose di cui occorre liberarsi, per essere coraggiosi quando e quanto può essere necessario nelle nostre possibilità, è il mito dell’eroe propostoci da tanta letteratura e cinematografia.
      Un ‘eroe’ celebrato suo malgrado fu Giorgio Perlasca, la cui vicenda è stata resa nota nonostante la sua reticenza. Rappresentante a Budapest di un’azienda che commerciava in carni ed ex combattente nella guerra civile in Spagna dalla parte ‘sbagliata’, nel dicembre del 1944 si finse console spagnolo e salvò avventurosamente 5.000 ebrei dalle deportazioni naziste. Quando, diventata la vicenda di pubblico dominio con il film per la televisione “Perlasca – un eroe italiano”, gli fu chiesto come avesse trovato il coraggio di fare quello che aveva fatto, rispose semplicemente: “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto?” o affermando “L’occasione può rendere l’uomo ladro o eroe; a me ha portato a fare quello che ho fatto” o, ancora, “L’ho fatto perché sono un uomo”.
      Che altro dire? Perlasca non si sentì mai un eroe. Celò per oltre quarant’anni la vicenda alla sua stessa famiglia. Come riferisce suo figlio “Quando la morte a causa di un ictus lo sfiorò ci indicò il suo memoriale affinché lo leggessimo, comprendendo che qualcosa di buono l’aveva fatto nel corso della vita”.
      Credo che alla fin fine tutti desideriamo questo. Poter dire a noi stessi (non agli altri, non vedercelo riconosciuto) di aver fatto qualcosa di buono nella vita. Ovviamente qui si apre un altro capitolo: probabilmente anche Hitler ritenne di aver fatto qualcosa di buono nella vita. La scelta del buono che scegliamo di fare deve essere frutto di una riflessione profonda sulla nostra dignità personale che abbiamo il diritto/dovere di rivendicare e su quella altrui che abbiamo il dovere di riconoscere e di contribuire a far riconoscere.
      Più o meno. Per quel che le nostre capacità e i nostri mezzi ci consentono. Accettando di non essere superuomini. In qualche punto del cammino potremo anche essere piegati, potremo anche essere costretti a piangere e a implorare. Forse anche a tradire. Non è su quello o su tale possibilità che dobbiamo misurarci, ma sul cammino che avremo percorso e avremo aiutato altri a percorrere. Che sia il più lungo possibile.

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