Il Kenya è cronicamente malato

Print Friendly

 

di Andre Vltchek – 7 febbraio 2014

Buon compleanno Kenya!

Il 12 dicembre 2013 hai compiuto cinquant’anni!

Ma quanto c’è da festeggiare?

Dopo cinquant’anni interi d’indipendenza sei davvero felice, soddisfatto, in pace con te stesso? I tuoi figli sono ben nutriti e bene istruiti? Le tue donne sono sicure e protette? I tuoi uomini camminano fieri, a testa alta, avendo il controllo delle loro vite?

All’epoca dell’indipendenza, dicono, eri più ricco della Corea e c’era una reale speranza che saresti prosperato dopo esserti liberato del brutale regime coloniale britannico.

Non sei mai stato definito una “nazione arcobaleno”, ma in realtà lo eri, composto da molte tribù, razze, culture e religioni diverse. Eri davvero “multiculturale” ben prima che tale espressione divenisse iconica e costantemente utilizzata e abusata in occidente.

A un certo punto è parso che tu fossi pronto a diventare uno dei veri leader del “mondo in via di sviluppo” (un altro clichè, naturalmente, ma sai bene che cosa significa).

Che fine hanno fatto tutte queste speranze; com’è che sono svanite?

Perché irradi tanta tristezza oggi, tanta disperazione e paura?

Perché i tuoi uomini e le tue donne, tanto nelle campagne che in quelle grandi città come Nairobi, Mombasa e Kisumu, mi dicono che non c’è quasi più nulla da festeggiare?

Perché le tue baraccopoli ospitano milioni di poveri, perché i tuoi campi per i profughi interni accolgono tuttora decine di migliaia di quelli che hanno perso tutto nello scoppio dell’orrenda violenza tribale?

Per i tuoi villaggi sono così sciatti, le tue città così pericolose e i tuoi servizi pubblici così inadeguati? E al tempo stesso perché le tue ‘élite’ sono così insopportabilmente arroganti ed egoiste e i tuoi politici sono pagati più che nella gran maggioranza di nazioni molto più ricche?

Mentre festeggi il tuo cinquantesimo compleanno, Kenya, il tuo esercito ha occupato una grossa fetta di un paese ancor più disperato, la Somalia, tuo vicino. Si dice che ci si aspetta che separerai quell’area ricca di petrolio chiamata Jubaland e cercherai di renderla ‘indipendente’, così che le imprese e i governi occidentali possano cominciare a sfruttare ancora un’altra parte indifesa del mondo.

Il che m’induce a chiedere: quanto sei indipendente, Kenya? Quanto davvero sei indipendente? Con tutte quelle agenzie dei servizi d’informazione da USA, Europa e Israele, con le loro basi sul tuo suolo, potresti affermare di avere il controllo dei tuoi affari?

Non sono l’unico a dubitare che tu abbia molto da festeggiare. Persino il tuo nuovo presidente – Uhuru Kenyatta – ha recentemente accantonato tutti i piani lussuosi per la festa del tuo cinquantesimo compleanno, preferendo una tranquilla, sommessa e umile commemorazione dell’indipendenza. Ha detto chiaramente che ci sono priorità diverse da elaborati fuochi d’artificio, parate e fanfare.

Per lui e per molti altri oggi il Kenya ha urgente necessità di una serie di complessi interventi chirurgici e trattamenti d’emergenza. I mazzi di rose e le serenate possono aspettare.

***

Mentre filmavo nel dicembre del 2013 nei bassifondi di Kibera (tra trecentomila e un milione di abitanti, la più grande baraccopoli dell’Africa) sono riuscito a riprendere un lungo treno merci trainato e spinto da due pesanti locomotive diesel. Era una vista impressionante, piena di speranza e ottimismo, una qualche specie di realismo socialista africano. E’ stato questo che ho pensato.

Tre giorni dopo, quasi nello stesso posto, quasi lo stesso identico treno era deragliato, caduto di lato e aveva schiacciato numerose baracche. Erano morte numerose persone, altre erano rimaste ferito e centinaia avevano perso un tetto sopra la testa.

Incidenti di questo tipo si sono verificati con mortale regolarità.

Avvicinandomi al luogo del disastro un giorno dopo, c’erano centinaia di curiosi oziosi che gironzolavano nei paraggi e aggressivo personale della Croce Rossa keniana che non faceva assolutamente nulla, eccetto parlare al cellulare e rifiutare arrogantemente di rispondere a qualsiasi domanda. Poliziotti e soldati impugnavano irrequieti le loro armi. Operatori dei soccorsi se ne stavano seduti uno accanto all’altro, come passeri, in cima alle carrozze rovesciate. Un’enorme gru estendeva il suo enorme braccio oziosa; non c’era nessuno all’interno della cabina di controllo.

“C’è gente sotto la carrozza, dentro questa baracca”, spiegava una donna del vicinato. “I soccorritori non stanno facendo assolutamente nulla per tirarla fuori”.

Le ho chiesto se erano ancora vivi o se erano morti ma lei non lo sapeva.

Poi le ho chiesto se era arrabbiata.

“Arrabbiata? Perché?” Non riusciva a capire la mia domanda.

Nessuno si aspetta niente nelle baracche di Kibera. Decisamente nessuno si aspetta nulla di buono.

Ho cercato di scoprire il numero esatto delle vittime, ma nessuno pareva saperlo, o interessarsene.

Sono andato all’obitorio centrale, ma lì le autorità non erano “autorizzate” a parlare.

Mi sono imbattuto in una famiglia che vegliava uno dei suoi membri. Un uomo alto stava piangendo forte, poi gridava: “Perché mi hai rovinato la vita?”. Si rivolgeva a un cadavere; la sua domanda era evidentemente retorica.

Mentre uscivo, uno degli addetti all’obitorio mi si è avvicinato sussurrandomi: “Abbiamo appena sepolto 700 corpi in una fossa comune. Nessuno è venuto a reclamarli, perciò non abbiamo avuto altra scelta”.

“Succede spesso?” ho chiesto. “Regolarmente”, mi ha risposto.

***

Cinquant’anni dopo l’indipendenza una gran maggioranza dei kenioti vive in totale miseria.

Anche se non esistono statistiche affidabili, si ritiene che tra il settanta e l’ottanta per cento degli abitanti delle città viva in quelle che internazionalmente si definirebbero baracche. E le baracche sembrano spesso zone di guerra, con statistiche di sopravvivenza paragonabili.

Anthony, un criminale trentaduenne, mi ha spiegato giusto nel mezzo della baraccopoli di Mathare: “Guardami, sono vecchio … sono molto vecchio!”

In ozio dopo un disastro ferroviario
In ozio dopo un disastro ferroviario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Vecchio a trentadue anni?” ho chiesto, meravigliato. Ma in realtà stava dicendo qualcosa di assolutamente sensato.

“Avevo molti amici”, ha cominciato a spiegarmi, toccando con il suo mortale pugnale somalo ‘bila’ le varie cicatrici di ferite da proiettili che gli decoravano le gambe. “Avevo molti amici, ma sono tutti morti … uccisi … sono l’unico rimasto della banda iniziale … Penso di averne persi trenta, forse di più … Adesso ho molta paura. Non voglio morire. Ma mi sento così vecchio!”

La campagna non se la passa meglio. Interi paesi e frazioni, particolarmente attorno alla città di Kisumu, sono spopolati a causa dell’epidemia di AIDS e della fame.

Tre anni fa ho girato un documentario nella provincia di Nyanza, dove in alcune cittadine e paesi manca un’intera generazione: le nonne sono costrette a allevare bambini e neonati, poiché quasi tutti gli adulti in età produttiva sono morti.

Se sei una ragazza a Nairobi
Se sei una ragazza a Nairobi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni racconti a Nyanza sono orribili, da non credersi. Mi è stato raccontato di una vecchia cieca che si prendeva cura di due nipotine piccole. Una sera uomini del luogo irrompono nella sua capanna e la banda stupra le due bambine in sua custodia. Le bambine urlano e piangono ma i vicini decidono di non intervenire. E la vecchia era totalmente impotente.

Interi quartieri, persino interi paesi ora sono spopolati. E’ un luogo raggelante, surreale. I sistemi tradizionali di sostegno sono collassati, sostituiti da un capitalismo selvaggio e feroce.

Innumerevoli ONG straniere e organizzazioni ‘per mettersi a posto la coscienza’ percorrono il paese, offrendo scarso aiuto al fine di giustificare la propria stessa esistenza e gli stipendi e le agevolazioni generose del proprio personale, assicurandosi nel contempo che il sistema non cambi mai.

La classe keniota istruita non produce quasi nulla, eccettuati dei fiori recisi da esportare nella UE. Ci sono pochissimi ingegneri e scienziati. Molti giovani, maschi e femmine, vanno a studiare, in Kenya e all’estero, al fine di unirsi ai ranghi degli “operatori di sviluppo”, impiegati da innumerevoli organizzazioni che pretendono di star fornendo aiuto ma che in realtà si stanno assicurando che il paese non abbandoni mai l’orbita neocoloniale.  

Mwandawiro Mghanga, leader dell’opposizione e presidente del Partito Socialdemocratico del Kenya (SDP) incolpa le élite locali e le ONG straniere dei molti mali di cui soffre il Kenya:

“Sai che la maggior parte degli intellettuali che solevano esserlo sul serio sono oggi assorbiti da organizzazioni non governative … anche quelli che erano rivoluzionari o progressisti sono finiti assorbiti da ONG che dipendono da finanziamenti di paesi occidentali … e oggi sono realmente domati. In Kenya ci sono a malapena delle attività di portata politica che hanno luogo nelle università … Non ci sono conferenze pubbliche nelle università … Quella che è sopravvissuta è una cultura di paura e di silenzio. In realtà, dopo l’11 settembre, stiamo vivendo una vera cultura di paura e di silenzio tra gli intellettuali … si è moltiplicata e si è insinuata nei media; persino nel giornalismo … puoi vedere che genere di giornalismo abbiamo qui … è tutto fasullo … La gente dei media non si occupa della realtà; si occupano della realtà come la vedono i loro donatori, come pretendono i loro donatori. Non sono più i kenioti a governare questo paese!”

Manifesto della rivoluzione
Manifesto della rivoluzione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E certo questo non è un motivo per festeggiare. In molti paesi una situazione così spaventosa porterebbe facilmente a una rivoluzione, ma non qui. La propaganda e menzogne ripetute migliaia di volte riescono a creare una società estremamente violenta ma scandalosamente sottomessa.

Per la maggioranza povera dei kenioti non c’è sollievo, non ci sono aiuti e fondamentalmente non c’è speranza. Se i governanti kenioti sono abili in qualcosa è nel dividere e tenersi il bottino per sé, quanto più lontano possibile dalle masse emarginate.

In tutte le baraccopoli dove ho filmato ho chiesto se la gente era a conoscenza delle recenti grandi vittorie dei movimenti socialisti in America Latina. Mi guardavano sconcertati; non avevano assolutamente nessuna idea di che cosa stessi parlando.

Ma sapevano un sacco dell’immondizia pop prodotta in serie in arrivo dagli Stati Uniti e dall’Europa. E naturalmente sapevano del calcio e delle sofferenze dei ricchi in ville lussuose, trasmesse loro dagli schermi televisivi attraverso le telenovele.

Qui, come in Indonesia e in altre società feudali pre-capitaliste estreme e collassate di tutto il mondo, i concetti di servizi sociali e di giustizia sociale sono quasi sconosciuti.

Ma in Kenya, dove le scuole non istruiscono, ci sono decine di migliaia di chiese, prevalentemente protestanti, pronti a indottrinare e a mantenere lo status quo. C’è un immenso e coerente apparato di lavaggio religioso del cervello, di estorsioni finanziarie da parte dei preti, così come di violenza sessuale contro bambini e donne.  

Esercito keniota ed elemento straniero
Esercito keniota ed elemento straniero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per decenni il Kenya è stato curato dall’occidente come una specie di vetrina del capitalismo in Africa Orientale. Doveva essere contemporaneamente una Germania Occidentale e una Corea del Sud locali, promuovendo gli interessi e i ‘valori’ occidentali contro le ‘avances del socialismo’ nella vicina Tanzania e, in un certo periodo del passato, in Etiopia.

Non è riuscito a impressionare né l’Africa né il mondo. Non è riuscito a impressionare nemmeno il suo stesso popolo. Ma il sistema ha reso la maggior parte dei cittadini kenioti flemmatici, passivi e non impegnati.

Mentre visitavo un’enorme scuola elementare nel mezzo della baraccopoli di Kibera, la vicedirettrice, Margaret Otieno, si descriveva come un’eroina della lotta per l’istruzione e la vita dei suoi bambini.

Capivo cosa intendeva. Mentre i suoi scolari – campioni est-africani dell’arrampicarsi sulla corda – si allenavano in un vasto campo aperto appartenente alla scuola, delinquenti locali fumavano droga nei pressi, in piena vista, per nulla preoccupati.

“Hanno aperto un grande buco nel muro,” mi ha spiegato la signorina Otieno. “Non c’è nulla che possiamo fare contro di loro. Usano droghe; lasciano persino siringhe insanguinate in tutto il complesso … Se chiamiamo la polizia o l’esercito, nessuno aiuta. Abbiamo tentato di tutto. I bambini non possono neppure andare alla toilette da soli … li mandiamo in gruppo”.

E tuttavia lei è ottimista:

“Stiamo cercando di costruire, di cambiare il Kenya … Questa scuola è per bambini, ma anche per madri sole … Offriamo anche istruzione agli adulti qui … diamo da mangiare ai bambini, anche alle loro famiglie …”

I vetri delle finestre sono rotti. Ci sono dappertutto bande. Ma almeno questa scuola tenta di tener viva la speranza.

Baraccopoli di Kibera
Baraccopoli di Kibera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi sono in un’altra grande baraccopoli, questa volta nella periferia della città di Kisumu.

Sono seduto in una piccola trattoria locale con il mio amico Edris Omondi, avvocato e keniota e figura dell’opposizione.

Edris è cautamente ottimista:

“Questo nuovo governo è buono … molto migliore dei precedenti. Quello che vedi in giro è naturalmente un orribile disastro … Nessun essere umano merita di vivere in condizioni simili … Ma è sperabile che adesso il Kenya cominci a progredire … Questo presidente (Uhuru Kenyatta) è diverso … Vedo già alcuni cambiamenti seri: la nuova costituzione è presa sul serio, e il sistema giudiziario è in corso di riforma. Sembra sia nuovamente possibile la giustizia per tutti … sempre più possibile”.

Menziona la Cina e la sua volontà di contribuire a collegare l’intera Africa Centrale e Orientale mediante una buona rete ferroviaria e stradale che parte dal Kenya e si diffonde in Etiopia, Burundi, la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda.

“L’occidente detesta il fatto che la Cina stia aiutando noi africani con infrastrutture e sistemi sociali … E’ tutto screditato nella stampa locale, addestrata e finanziata da fonti occidentali”, spiega Edris.

“Ma i cambiamenti sono inevitabili”, conclude. “L’occidente non può dominare per sempre questa parte del mondo …”

La costruzione del gigantesco sistema ferroviario sta giusto per cominciare. Ma due soli giorni dopo che ho parlato con Edris è rivelato in Kenya un altro caso di corruzione che forse rallenterà la costruzione dell’intera rete pan-africana di trasporti.

Kisumu in Kenya. Gli adulti sono morti di AIDS. Sono rimasti solo vecchi e bambini.
Kisumu in Kenya. Gli adulti sono morti di AIDS. Sono rimasti solo vecchi e bambini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per illustrare i cambiamenti del sistema giudiziario per il mio documentario filmo il cancello del carcere di alta sicurezza nell’area industriale.

Pigramente e con arroganza un agente striscia fuori, mi si avvicina e improvvisamente mi schiaffeggia un polso: “Fuori dai coglioni” sibila.

L’uniforme è priva di targhetta con il nome. Glielo chiedo.

Chiama qualcuno e presto sono arrestato e trascinato all’interno del carcere da numerosi uomini corpulenti.

Un agente di nome Ngochi mi mostra delle manette di metallo e comincia a minacciarmi:

“Per quello che ci riguarda sei un terrorista, un membro di al-Sahab e ti minacceremo e interrogheremo come tale”; si lascia andare a una breve risata sadica.

Io gli rido in faccia di rimando: “Chi ti paga, amico? Chi è che ti comanda?” Mostrare paura in Kenya sarebbe suicida.

Sono buttato su un furgone guidato dalle guardie. Si sta mettendo male. Le guardie sono grosse e cominciano a stringermi tra loro. Mantengo la calma.

Alla fine qualcuno, da qualche parte,  fa una ricerca su di me su Google, scopre che ho scritto più di dieci libri tradotti in venti lingue e innumerevoli documentari al mio attivo e sono rilasciato rapidamente. Se non fossi stato definito un “pezzo grosso” avrei potuto semplicemente scomparire.

I detenuti in Kenya sono torturati, violentati, umiliati.

 

Dolenti si dirigono a un funerale nella campagna keniota
Dolenti si dirigono a un funerale nella campagna keniota

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo le parole di Anthony, il mio conoscente criminale della baraccopoli di Mathare: “Se sei un bambino e commetti qualche reato minore e ti prendono, finisci in carcere … Lì ti violentano e ti costringono a fare da loro “donna”. Le guardie ti picchiano, ti torturano … giorno e notte. Semplicemente per divertimento … Ed è così che ti indurisci, impari il mestiere, diventi un criminale vero.”

“Buon compleanno, Kenya” penso.

Sì, alla fine sono rilasciato, con gran fanfara e grandi scuse. Il giorno dopo una donna della baraccopoli di Kibera mi dice che cosa significa realmente essere una donna in Kenya, specialmente una donna che vive in una baraccopoli.

E poi andiamo alla “Scuola Elementare Olimpica” di Kibera, il mio amico Mwandawiro ed io, e dopo avergli chiesto tutto quello che pensavo di dovergli chiedere per il mio documentario lui interviene spontaneamente, mi interrompe:

“C’è qualcos’altro”.

“Che cosa”, mi stupisco.

“Chàvez”, esclama lui. “In questo paese tutti i cambiamenti saranno di facciata fino a quando non arriverà qualcuno come Hugo Chavez e comincerà a lottare per la sua nazione e per i poveri. Oggi non abbiamo nessuno come lui. Ma persone come lui sono le uniche che potrebbero realizzare un vero cambiamento in Kenya. Prima di allora non abbiamo nulla da festeggiare.”

Concordo con lui. Mentre lasciamo Kibera mi guardo in giro e mi rendo conto che non c’è quasi nessun numero 50 in nessun posto e che ci sono pochissime bandiere keniote. Nessuno danza. La maggior parte guarda in basso, si guarda i piedi, con occhi tristi, quasi rassegnati.

Andre Vltchel è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism[A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia  – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario Rwanda Gambit[Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

Tutte le foto sono di Andre Vltchek.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2014/02/07/kenya-is-chronically-ill/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=kenya-is-chronically-ill

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://www.counterpunch.org/2014/02/07/kenya-is-chronically-ill/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=kenya-is-chronically-ill

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Mettere all'angolo un coraggioso uomo di pace palestinese Successivo L'Iraq vicino all'implosione

Un commento su “Il Kenya è cronicamente malato

  1. attilio cotroneo il said:

    Noi occidentali ben vestiti e nutriti siamo gli unici, veri responsabili di tutta la sofferenza, la violenza, il crimine e l’orrore che si consumano da sempre in paesi come il Kenya. La nostra indifferenza si unisce in maniera inqualificabile al consenso elettorale che diamo ai nostri governi e alla società dei consumi che nutriamo col nostro malato bisogno indotto. Fin quando non capiremo la portata della nostra criminale e indifferente complicità non potrà cambiare nulla in luoghi dove non conoscono nemmeno la triste origine del loro destino. Mentre i nostro bambini dormono al caldo abbiamo il dovere di pensare a cosa faremmo se fossero stuprati da un momento all’altro. È quello che la nostra indifferenza non vuole vedere nei figli degli altri.

I commenti sono chiusi.