Inondazioni a Jakarta: i poveri muoiono per ingrassare ancor di più i ricchi

Redazione 3 febbraio 2014 1
Print Friendly

 

di Andre Vltchek – 24-26 gennaio 2014

E rieccoci! E’ il gennaio del 2014 ma in qualche modo pare l’anno scorso, o l’anno ancor prima … o dieci anni fa. Jakarta è sottacqua; la gente cerca di salvare quello che può, ma le case sono devastate … alcuni uomini, donne e bambini stanno morendo … Decine di migliaia sono ammalati, sofferenti di tifo e di diarrea.

Mentre mi precipitavo nelle aree inondate un mio amico, un medico espero di Yogyakarta, mi ha mandato un sms: “Sta attento a Jakarta … leptospirosi, febbre tifoide e alle malattie infettive …”

Nella sola capitale i morti sono già dozzine, o almeno è questo che riferiscono i media locali. Come sempre, non conosceremo mai i numeri veri. Come sempre, sono molto più elevati.

Quest’anno hanno eretto a Jakarta più posko che nel 2013. Un posko è fondamentalmente un accampamento postazione, spesso messo insieme durante disastri naturali, in teoria al fine di offrire aiuto, di distribuire acqua e cibo, o di offrire rifugio. Nel quartiere di Kampung Melayu ci sono dozzine di posko; anche le Forze Speciali famigeratamente brutali, i Koppasus, ne stanno gestendo uno e la polizia ne ha un altro accanto. Anche l’ONG mussulmana ne ha uno. Ciascun accampamento ha un logo che lo pubblicizza. Ma all’interno è tutto vuoto; la polizia e i soldati giocano a carte, mangiano o dormono. Dentro il rifugio ci sono solo alcune donne e un paio di bambini. I gommoni se ne stanno all’asciutto; sono gonfiati e sgonfiati mentre altre imbarcazioni di soccorso rimangono inutilizzate contro la parete. Gru, ambulanze, barche; molte di esse sono totalmente inutilizzate.

Kampung Melayu allagato

Kampung Melayu allagato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le inondazioni di quest’anno sono peggiori di quelle dell’anno scorso”, spiega un agente di polizia di nome Nurasid. Dentro il rifugio la figlia di un capo di quartiere dice di essere lì già da sei giorni: “Questa volta l’acqua è stata alta due metri, come l’ho misurata dentro casa nostra. Non ho idea del perché”. Buona domanda, visto che questa amministrazione è stata eletta in realtà principalmente perché aveva promesso di alleggerire il quasi totale ingorgo del traffico e di prevenire inondazioni devastanti nella capitale.

A pochi minuti di macchina, sotto un viadotto, dozzine di persone vivono all’aperto, circondate da pacchi di effetti personali, dai loro bambini e persino da numerosi animali domestici. Uno degli sfollati, il signor Ilyas, ricorda: “Siamo andati alla moschea At Tahiriyah, ma era sovraffollata. Non abbiamo potuto entrare in altre moschee; si sono semplicemente rifiutati di farci entrare. Dicevano che se fossimo entrati sarebbe stato considerato najis e kotor, cioè impuro, sporco. Non avevamo idea del perché pensassero questo … Ora siamo in duecento, sotto questo ponte. C’è una cucina della polizia nelle vicinanze, ma cucinano per sé, non per noi.”

Il fiume scorre impetuoso e le case lungo le sue rive sono chiaramente tagliate fuori dal resto del mondo. I locali, quelli che sono all’asciutto, stanno andando in giro, assieme ai loro bambini, a guardare quelli che non sono altrettanto fortunati.

La noia, nelle città indonesiane, è leggendaria e ogni disgrazia o disastro attira larghe folle. Non c’è neppure il minimo tentativo di prestare un qualche soccorso, da parte del governo o dei vicini. Non ora, non mentre sono qui. E’ stato lo stesso l’anno scorso … So che la gente riceve qualche aiuto. Ma sono aiuti sporadici, non coordinati e insufficienti.

L’acqua sale e cala. La gente muore. Migliaia hanno perso il loro tetto, centinaia di migliaia, a volte milioni hanno avuto le loro abitazioni danneggiate. L’arcicapitalista Indonesia non fa quasi nulla per aiutare. Il sistema disprezza tutto ciò che è pubblico. Solo le attività redditizie sono prese sul serio e messe in atto. Traduzione: solo le attività che possono arricchire individui che sono già ricchi sono prese sul serio.

Tentativo di dirigere il traffico in mezzo all'acqua.

Tentativo di dirigere il traffico in mezzo all’acqua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mentre Jakarta è sottacqua, il resto dell’Indonesia sta passando attraverso molti altri orrori, ugualmente non necessari: l’acqua ha inondato almeno ventidue villaggi nella Giava Centrale e frane hanno causato morti a Malang, Giava Est. Diciannove persone sono morte per l’inondazione e le frane a Manado e dintorni, sull’isola di Sulawesi. Diversi hanno fa l’ONU ha classificato l’Indonesia come “la nazione più soggetta a disastri del mondo”.

E’ vero che il paese si trova all’interno del cosiddetto “cerchio di fuoco”. E’ vero che è periodicamente scosso da terremoti, battuto da tsunami e persino da ceneri provenienti da vulcani instancabili. Alcune calamità non possono essere previste o prevenute. Ma la maggior parte della perdita di vite umane è dovuta a disastri assolutamente innaturali, causati da un fattore totalmente innaturale: il grottesco fondamentalismo del mercato. L’Indonesia è governata da criminali, da una cricca di ladri senza cuore e a sangue freddo che è sopravvissuta come specie dopo il colpo di stato patrocinato dagli Stati Uniti nel 1965 in cui fu massacrata, incarcerata o esiliata la maggior parte dei cittadini indonesiani eminenti.

Il paese è mantenuto immobile da una miscela violenta di tardo feudalesimo/iniziale capitalismo, religiosità fondamentalista (decisamente non solo islamica, ma anche cristiana, persino induista) e disinformazione/livello tremendo di mancanza di istruzione.

L’infrastruttura del paese è pressoché finita, collassata. Sacerdoti, imprenditori, lobby imprenditoriali, tutti corrotti, tutti che non hanno tempo per cose che considerano frivole o persino folli, come le opere pubbliche, la costruzione di trasporti pubblici, scuole o ospedali migliori, o cose semplici come la prevenzione degli tsunami, un sistema fognario, gestione dei rifiuti o distribuzione di acqua potabile.
VltchekJakartaFlood3

 

 

 

 

 

 

 

 

Il sistema del paese è essenzialmente basato sulla massimizzazione dei profitti, sul saccheggio di tutto quello che c’è sopra e sotto terra e poi sul gettare misera e volontaria carità in faccia ai poveri, cioè la maggioranza. Come mi ha detto alcuni anni fa un membro dell’Accademia Indonesiana delle Scienze, Jakarta e tutte le maggiori città indonesiane un accesso all’acqua pulita peggiore delle città dell’India e persino del Bangladesh. La gestione dei rifiuti è considerata una spesa inutile. E così i fiumi e i canali di tutte le città maggiori sono intasati di spazzatura.

Il sistema fognario è inadeguato e vecchio, spesso risalente all’era olandese, quando Jakarta, allora Batavia, era una piccola città di poche centinaia di migliaia di abitanti, non il mostro da dodici milioni che è oggi. A malapena ci sono aree verdi in città, poiché gli speculatori si sono mangiati quasi tutti i parchi. E in montagna l’erosione del suolo, l’eccessivo sfruttamento forestale, minerario e, di nuovo, lo “sviluppo”, hanno causato una tale distruzione dell’ambiente che nella stagione delle piogge l’acqua scende dalle alture in modo imprevedibile e incontrollabile.

Naturalmente è la natura che contrattacca; punisce quelli che ne hanno violato i percorsi, distruggendola. Sfortunatamente in questo paese i veri responsabili di questo disastroso progetto nazionale – l’Indonesia – si celano dietro alti muri in quartieri agiati e relativamente sicuri. I poveri, derubati di tutto e non protetti, sono colpiti dalle frane, inondanti e rovinati. E’ tutto molto brutale e molto semplice.

Tenda della polizia per i soccorsi alle vittime.

Tenda della polizia per i soccorsi alle vittime.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“A Jakarta” come mi ha detto un imprenditore indonesiano di spicco che attualmente vive all’estero, “non costruiranno mai un decente sistema di trasporti pubblici, a causa della lobby delle auto. E all’industria non interessa nulla che tutte le principali città stiano sperimentando un ingorgo quasi totale e un inquinamento terribile”.  Lo stesso può dirsi dell’industria delle costruzioni. Come mi è stato spiegato dalla signora Sofya, una vittima delle inondazioni di quest’anno che ha letteralmente perso la casa a Jakarta Nord: “Perché le imprese dovrebbero interessarsi dei progetti statali? Una volta ultimati, i progetti statali non tornano. Se non si costruisce una rete fognaria e le inondazioni ritornano ogni anno, centinaia di migliaia di case continueranno a essere distrutte … E’ una gran cosa, vero? Una gran cosa per gli affari. Significa enormi profitti per quelli che riparano e ricostruiscono case ed edifici.”

Il professor Muslim Muin, del prestigioso Bandung Institute of Technology (ITB) non ha dubbi su dove stia il problema: “Non s’incolpi l’oceano. Il livello del mare quest’anno è normale. Il problema è che i fiumi e i canali a Jakarta non sono in grado di far fronte alla quantità d’acqua. Prima della stagione delle piogge il governo dovrebbe attuare una simulazione idrodinamica e allora saprebbe che genere di pompe è necessario e quale tipo di sistema di drenaggio dovrebbe essere utilizzato.”

Ma il governo non conduce quasi nessuno di questi test. E ogni anno le inondazioni arrivano “a sorpresa”. E la gente perde la casa. E quelli al potere incassano grandi profitti. E le religioni in qualche modo danno un senso a tutto questo, in modo che i ricchi restino ricchi. E che nulla cambi. E così l’anno prossimo la nazione resterà ancora una volta “sorpresa” da un nuovo verificarsi di inondazioni devastanti.

Andre Vltchel è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato di guerre e conflitti in dozzine di paesi. La sua discussione con Noam Chomsky ‘On Western Terrorism[A proposito del terrorismo occidentale] sta andando ora in stampa. Il suo romanzo politico, acclamato dalla critica, ‘Point of No Return’ [Punto di non ritorno] è ora riedito e disponibile. Oceania è il suo libro sull’imperialismo occidentale nel sud del Pacifico. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia  – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura]. Ha appena completato il documentario Rwanda Gambit[Gambetto ruandese] sulla storia del Ruanda e sul saccheggio della Repubblica Democratica del Congo. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attuale risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto attraverso il suo sito web o al suo indirizzo Twitter.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2014/01/24/the-poor-are-dying-to-make-the-rich-richer/

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

1 Commento »

  1. attilio cotroneo 3 febbraio 2014 alle 21:21 -

    Il criterio della difesa dell’ambiente non solo per evitare disastri ma come patrimonio superiore al denaro e alla riproduzione della specie umana, deve diventare prioritario per la sinistra internazionalista. Nessuno può raccogliere questo testimone e creare la differenza.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: